In tutte le cose che facciamo ci sono le categorie, specialmente nel calcio. Ci sarà un motivo se a distanza di trenta, quaranta o cinquanta anni celebriamo le gesta di Pelé, Maradona o Eusebio. Come ci sarà un motivo se alcuni giocatori vengono dimenticati dopo mesi o una sola stagione. Ma c’è un’ulteriore differenza tra i super campioni e quelle personalità che hanno cambiato il modo di vedere e agire. Coloro che hanno influenzato una o più generazioni con le proprie idee, lasciando un segno indelebile in tutti noi. In questo speciale approfondimento sui moduli e sul 4-3-3 ci saranno almeno un paio di visionari che vanno oltre il semplice concetto di campione.

STRUTTURA

Il 4-3-3 è uno dei moduli fondanti del gioco del calcio, anche se nel corso del tempo ha subito diverse mutazioni. La linea arretrata solitamente è composta da un terzino di spinta e uno di contenimento, con al centro un marcatore e un play difensivo. Il perno dei tre centrocampisti è il costruttore di gioco o distruttore, in base alle esigenze di equilibrio della squadra. Le due mezz’ali possono essere sia di qualità che tuttocampo, in base alla costruzione del reparto. I due esterni alti solitamente sono una seconda punta spostata in fascia e un esterno puro, tutto velocità, assist e dribbling. Il numero 9 inizialmente era una prima punta di peso, ma negli ultimi anni ha preso spazio sempre di più l’idea del falso nueve, una mezzapunta di qualità capace di svariare su tutto il fronte offensivo.

1. MICHELS, OLANDA 1974

Eccolo qui il primo rivoluzionario del pallone, fautore del calcio totale. Un mito del gioco più amato del mondo, che ha cambiato i decenni successivi con le sue idee innovative. Gli Orange non vinsero quel Mondiale, ma ci andarono vicinissimo, perdendo in finale. I ruoli di quella rosa erano molto fluidi ed intercambiabili, ma la difesa era retta da due bandiere dell’Ajax come Krol e Suurbier. Il centrocampo era sostenuto da Neeskens e Van Hanegem, mediani atipici, vista l’innata propensione al gol. L’attacco era incentrato su Cruijff, vero e proprio allievo di Michels e due esterni a tutta fascia come Rep e Rensenbrink. Il Pelé bianco era il perfetto interprete delle idee rivoluzionarie del suo allenatore, era come Clint Eastwood per Sergio Leone, Schumacher per la Ferrari, la Gioconda per Leonardo. Il profeta del gol partiva in una posizione, per poi spostarsi e dirigere il gioco in altre zone del campo, scambiandosi ruolo con i suoi compagni.

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Fonte immagine: storiedicalcio.altervista.org

2. ZEMAN, FOGGIA 1991-1992

Ci trasferiamo in Italia, in una realtà diversa da quella Orange, sia per valore che per rivoluzione calcistica. I rossoneri, con l’allenatore boemo, però furono una sorpresa straordinaria di quella stagione, tanto da essere chiamati “Foggia dei miracoli”. Il punto di forza dei Satanelli era certamente il reparto offensivo, molto prolifico, a discapito di un minore equilibrio difensivo. Il trio d’attacco composto da Baiano, Signori e Rambaudi fu capace di mettere a segno quasi 40 gol, aiutando sensibilmente la squadra a sfiorare la qualificazione alla Coppa Uefa. Per capire quello cosa lasciò Zemanlandia alla gente sono sufficienti le parole del mister artefice di quella cavalcata:

“Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente.”

3. DESCHAMPS, MONACO 2003-04

Una storia incredibile. La squadra monegasca era in Ligue 2 all’inizio della stagione, ma fu ripescata e lottò fino all’ultimo per lo scudetto e arrivò in finale di Champions dopo aver battuto Deportivo, Real e Chelsea. L’artefice di questa favola fu l’attuale C.T. della Francia, che riuscì a mixare benissimo giovani talenti e giocatori che sembravano finiti. Infatti in difesa vennero lanciati promettenti stelle come Evra, Givet e Squillaci, mentre il centrocampo era molto compatto con Cissè, Plasil e Rothen. In avanti Prso e la fantasia di Giuly supportavano Morientes, che si vendicò con i Galacticos, siglando il più classico dei gol dell’ex, e laureandosi a fine competizione capocannoniere con 9 reti.

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Fonte immagine: sportellate.it

4. GUARDIOLA, BARCELLONA 2008-09

Una squadra storica, una delle più belle e vincenti della storia del calcio. Fil rouge del calcio di Michels, grazie all’evoluzione operata da Cruijff, che allenò Guardiola negli anni ’90. Pep è stato il fautore del tiki-takastile di gioco che segnò i blaugrana e la Spagna almeno per un decennio, con risultati straordinari. La squadra poi fece il resto, visto che i rossoblù potevano disporre di Puyol, Valdes, Piquè in difesa e Busquets, Xavi e Iniesta a centrocampo, perfetti per dominare il possesso palla con un’infinità di passaggi. Per Guardiola il centravanti era lo spazio e fu questa una sua visionaria rivoluzione, spostando Messi dalla fascia destra a falso nueve. Proprio la Pulga raccontò quando il mister lo chiamò per esporgli l’idea:

“Mi chiamò il giorno prima della partita e mi fece venire nel suo ufficio. Mi disse che aveva guardato molto partite del Real Madrid e che avevano pensato di farmi giocare falso nueve. Che avrebbero messo Eto’o e Henry larghi e io sarei stato il falso nueve: per abbassarmi con i centrocampisti. L’idea era che i difensori centrali mi avrebbero seguito, lasciando spazio perché i due esterni veloci che avevamo potessero affondare alle loro spalle.”

Contro il Real il Barcellona stravinse 6-2 e continuò il suo filotto di vittorie, ottenendo tutto ciò che poteva ottenere come trofei e gloria.

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Fonte immagine: insider.com

5. SARRI, NAPOLI 2017-18

Torniamo in Italia. Per certi versi simile a Zemanlandia, vista la propensione offensiva, il magnifico tridente e la squadra che partiva sicuramente non da favorita, ma da outsider. La rosa partenopea era legata da una linea verticale di play: Reina, Albiol e Jorginho, che gestivano la costruzione del gioco. Ai lati dell’italo-brasiliano c’erano Allan e Hamsik, il primo un distruttore di gioco, mentre il secondo un centrocampista di qualità e di inserimento. Il tridente offensivo era composto ai lati da Insigne e Callejon, con la celeberrima  giocata tra i due con l’inserimento dello spagnolo alle spalle del terzino avversario. Anche qui la prima punta, più che per scelta per esigenza, era un rifinitore tecnico come Mertens, che non fece rimpiangere il centravanti infortunato Milik. Il Napoli, quell’anno, arrivò ad un passo dal tanto bramato scudetto, raggiungendo il record di punti, 91, e per il gioco dell’allenatore fu coniato il termine Sarrismo.

Ovviamente meritano una menzione il Liverpool di Klopp, la Francia di Deschamps, L’Ajax di Ten Hag e tanti altri. Ma se era impossibile non citare Guardiola e Michels per quello che hanno lasciato, le altre tre squadre raccontano delle storie romantiche e nostalgiche, che hanno fatto appassionare tifosi non sempre abituati a certi palcoscenici.

(Fonte immagine in evidenza: it.wikipedia.org)