Quando si pensa a Genova lo si può fare secondo tanti punti di vista. Il capoluogo della Liguria era la patria della poesia di Montale, è la madre di Fabrizio de André, è il luogo dell’acquario più grande d’Europa, la città del pesto e dell’armonia tra mare e collina, “per accontentare tutti”. Genova è una città che spesso ha dovuto rialzarsi da brutte cadute, è la città che ha il faro, chiamato Lanterna, più alto del Mediterraneo, ed è la città infatti del derby che porta questo nome.

Il calcio infatti, è uno dei punti di vista che si possono adottare per raccontare la città ligure. Già qui avevamo raccontato la grande vittoria del primo scudetto della storia del Genoa, ma anche la Sampdoria, l’altra squadra di Genova, ha vissuto i suoi momenti di gloria. Nata dall’unione tra la Andrea Doria e la Sampierdaranese il 12 agosto 1946, ha già iscritto nella sua formazione la rivalità con i rossoblu. I due club dalla quale ha preso vita erano sul punto del fallimento durante gli ultimi anni della guerra, e in particolar modo la Doria si trovava in condizioni economiche precarie. La Samp al contrario, disponeva di un’ampia liquidità, ma era stata esclusa dal massimo campionato. La soluzione fu quindi logistica ed economica: dalle due società in bilico nacque quella che prese il nome di Sampdoria, che presto diventò l’altra faccia di Genova.

UN INIZIO LENTO

Per iniziare a parlare di Sampdoria competitiva, tocca aspettare il tramonto degli anni Settanta. Nel mondo turbolento del 1979, tra il boom dei movimenti pacifisti e il conflitto freddo tra Usa e URSS, la società blucerchiata trova finalmente il primo grande presidente. L’imprenditore Paolo Mantovani infatti, il 3 luglio di quell’estate, rilevò la Sampdoria, che era una squadra da metà classifica di Serie B. Fino ad allora infatti la Samp brancolava tra la A e la B: dalla sua fondazione era infatti scesa nella serie minore per due volte. La prima nel 1965 e per soltanto un anno, la seconda a partire dal 1976.

Paolo Mantovani (fonte Wikipedia)

Nel giro di pochi anni però, Mantovani seppe trasformare la squadra, capace di saper intraprendere un percorso che rifondò la società, e che durò fino al 1993, anno della morte dell’imprenditore. Durante questo lungo arco di tempo infatti, arrivarono a Genova giocatori di portata internazionale, come i famosi Vialli e Mancini, ma anche Pagliuca o Cerezo, e la dirigenza sportiva seppe creare un gruppo unito, che a mano mano fece arrivare alla Samp i primi importanti trofei.

Il primo arrivò nel 1985, quando la squadra vinse la Coppa Italia. Per la prima volta le mani dei blucerchiati poteva toccare il cielo e quell’anno fu la consacrazione della squadra come club in corsa per raggiungere i massimi trofei il palio. La finale di Coppa Italia sapeva già di futuro, perché a segnare nella partita di ritorno furono proprio i gemelli del gol doriani: Vialli e Mancini, gli uomini protagonisti anche del biennio d’oro che presto avrebbe portato la Sampdoria a livelli fino ad allora impensabili e ancora oggi unici nel suo percorso.

Giancluca Vialli e Roberto Mancini (fonte Wikipedia)

I GEMELLI DEL GOL DORIANI

“Con Mancini sono in buone mani”.

Queste parole pronunciate da Gianluca Vialli non sono molto lontane. Sono quelle che lo scorso novembre l’ex calciatore ha pronunciato quando ha saputo che sarebbe stato inserito dalla Federcalcio come capo delegazione della nazionale italiana, allenata dal compagno Roberto Mancini. Quelle parole però sono associabili al pensiero di Vialli anche in riferimento alla loro esperienza a Genova, dove hanno costituito una delle coppie gol italiane più prolifiche ed emozionanti, la giusta miscela per la vittoria dell’unico e incredibile scudetto della Samp del 1991, fino alla corsa alla finale di Coppia dei Campioni contro il Barcellona l’anno successivo.

Gianluca Vialli arrivò nell’estate del 1984 alla Sampdoria, e lì ha incontrato Mancini, che giocava in blucerchiato già da due stagioni. Insieme hanno creato un connubio sotto la dirigenza di Mantovani, che sul campo ricalcava soltanto la profonda amicizia che si era creata fuori, e che ancora, dice la cronaca, persiste. L’uno, Vialli, arrivava dalla Cremonese, dove si era fatto conoscere anche grazie ai dieci gol da traino per la promozione in Serie A; l’altro, Mancini, era stato fortemente voluto da Mantovani, che pagò 4 miliardi di lire al Bologna per portarlo a Genova.

I gemelli del gol furono il motore offensivo ideale per il rinnovamento che stava subendo la società. Soprattutto quando nel 1986 arrivò sulla panchina Vujadin Boskov, un uomo di mondo, colto e simpatico, che seppe potenziare i talenti forse fino ad allora acerbi dei due attaccanti. I due erano “due allenatori già quando giocavano“, come li ha definiti Gianluca Pagliuca, loro compagno alla Samp. Saper trascinare, essere leader, essere amici, e soprattutto saper arrivare a conclusione insieme: il loro picco fu nella stagione 1990-91, quando insieme segnarono 31 reti, rendendo la “macchina Sampdoria” inarrestabile.

PRIMO SCUDETTO

Il biennio d’oro della grande Samp inizia in quell’anno. Era infatti il 9 settembre dell’estate fresca di Mondiali che la Doria sconfisse nella prima partita il Cesena per 1 a 0. Nella rosa era appena arrivato il neoacquisto sovietico Mychajlyčenko, centrocampista che presto si congiunse alla coppia d’attacco per formare un centravanti offensivo degno da primo posto in classifica. Oltre tutto, quel campionato del 1990 e in genere quel decennio, era forse l’ultima volta in cui la Serie A era al centro del mondo. A Napoli c’era il calcio di Maradona, nel Milan c’erano Van Basten e Gullit, nell’Inter Matthäus e Brehme, e Baggio era appena approdato alla Juventus tra scalpore e voglia di vittoria.

La Sampdoria di Boskov era una delle squadre forti del campionato, ma non certo la prima ad essere candidata per lo scudetto. Tuttavia, a Genova si era festeggiato già per la Coppa delle Coppe vinta la stagione precedente, e Vialli e Mancini avevano giocato un buon mondiale. Il clima che si respirava era quindi uno di conferma: l’inizio del nuovo decennio, il Campionato del Mondo perso, e tanti campioni che sui prati italiani rincorrevano lo scudetto.

Anche se Vialli e Mancini erano una coppia gol annunciata, la loro prima “doppietta” arrivò soltanto l’11 novembre, contro il Pisa, partita vinta per 4-2 dai genovesi al Ferraris. Qui arrivarono dopo l’importante partita di San Siro, vinta con il gol di Cerezo, e dopo sei giornate arrivò di nuovo la loro combo gol contro l’Inter: Vialli segnò una doppietta e Mancini concluse quasi alla fine con la terza rete, mandando a casa Trapattoni e la sua Inter. I nerazzurri tuttavia, furono campioni d’inverno. Ma nel girone di ritorno furono Sampdoria e Milan a lottare alla pari contro l’Inter, che fu nuovamente sconfitta dai blucerchiati il 5 maggio. La matematica vittoria della Samp arrivò però il 19 di maggio, con il 3-0 al Lecce.

I gemelli del gol e il nuovo acquisto Mychajlyčenko (fonte Wikipedia)

Il tricolore andò quindi a premiare il progetto e il lavoro svolto da Mantovani, che con una rosa equilibrata che formò un solido rapporto anche oltre il calcio, vinse da outsider. Il suo percorso fu infatti in continua crescita, una scalata graduale e lenta, ma studiata per arrivare alla vittoria, conquistata soprattutto negli scontri diretti e grazie al protagonismo di Vialli, miglior marcatore con 19 reti. L’epopea blucerchiata era quindi compiuta e quella coppa fu alzata al cielo con spirito di gruppo e passione autentica, che l’anno successivo cercò di essere duplicata.

L’APICE

La Sampdoria decise di mantenere Boskov in panchina, che insieme al presidente Mantovani si era aggiudicato la benevolenza del pubblico. Nel frattempo però, le altre big del campionato si attrezzarono per tornare sulla vetta, dalla Juventus che richiamò il Trap in panchina, al Milan che dette con lungimiranza fiducia a Fabio Capello.

In quella stagione però, sembra che il massimo dell’impegno e dello sforzo i doriani l’abbiano dedicato altrove. La Sampdoria giocò infatti ottime partite nella Coppa dei Campioni, che rappresentava tanto quanto ora la massima competizione a cui un club potesse ambire. La Sampdoria, con il tricolore cucito sul petto, giocò la prima sfida con il Rosenborg, campione norvegese, che letteralmente fu travolto dai doriani. L’andata si giocò di fronte a 25 mila spettatori del Marassi, che gioirono per i 5 gol che i blucerchiati regalarono alla città con le doppiette di Dossena e Lombardo e la conclusione di Silas. Anche il ritorno fu travolgente, grazie al primo gol europeo di Mancini, così come il resto del torneo e la rimonta con l’Honvéd negli ottavi, questa volta con la doppietta di Vialli.

Già nel 1991-92 si iniziava ad assaporare il format che sarebbe stato della Champions League, e quindi dopo gli ottavi la Samp giocò un girone all’italiana, introdotta al posto dei quarti di finale e delle semifinali. E con tre vittorie, due pareggi e una sconfitta la squadra di Mantovani arrivò in testa al suo girone. Soprattutto la partita contro la Stella Rossa di Mihajlović fu uno spartiacque per il percorso della squadra: proprio contro la rete del serbo la Samp riuscì in una storica rimonta, e vinse 1-3, presentandosi al grande calcio europeo come candidata a quel trofeo dalle grandi orecchie, che sarebbe stato il premio per coronare il percorso univoco dei giocatori, dell’allenatore e del presidente. Anche se questo non avvenne.

Vialli e Mancini (profilo IG @sampdoria)

VERSO LA FINALE

Nell’aria c’era già una sorta di retrogusto amaro che faceva interpretare quella stagione come l’ultima del periodo d’oro della squadra. Vialli e Pari, centrocampista che dall’83 vestiva blucerchiato, avevano già le valigie pronte per altre mete, emblema della fine di un ciclo. Tuttavia, la finale contro il Barcellona di Cruijff, era attesissima.

Oggi sarebbe impensabile paragonare le due squadre, quasi utopistico e impossibile, dati alla mano. Ma allora la partita era tutta da giocare. Tre anni prima, in finale di Coppa delle Coppe, i due club si incontrarono a Berna, e i blaugrana sorpassarono gli italiani con due gol. Quell’anno invece la Sampdoria aveva un trofeo in più in bacheca, lo scudetto, era la squadra italiana più forte, aveva sormontato altri angoli Europei e si era fatta strada tra i vicoli più ostili del continente, abbattendo i serbi di Belgrado fino all’ultimo respiro. Ora poteva finalmente vedere sul tabellone il suo nome affiancato a quello del Barcellona, che allora non aveva ancora alzato nessun trofeo nella Coppa dei Campioni.

Immaginiamo Genova e i suoi tifosi, immaginiamo Paolo Villaggio “doriano dal 1946”, immaginiamo una città in subbuglio, compresa tra mare e monti e con lo stadio incorporato, come raramente si trova, dentro un quartiere e tra le case. Quello stadio tiene dentro di sé le voci e le urla dell’inizio del percorso di Mantovani che però, adesso, sono state così forti da oltrepassare il mare e lo stretto della Manica: siamo al Wembley Stadium di Londra, e bisogna stropicciarsi gli occhi per capire di non sognare.

Strano pensare che, dieci giorni dopo il primo trofeo della Samp, la Coppa Italia alzata il 3 luglio 1985, in quello stadio il Live Aid diventava uno dei concerti più belli e importanti della storia e della cultura musicale. I Queen cantavano We are the champions, inno di ogni vittoria e di ogni trionfo in qualsiasi sport o impresa della vita, e quanto avrebbero voluto i doriani dopo sette anni unirsi a quel coro per essere per la prima volta campioni d’Europa.

VERSO LA FINE

Era il 20 maggio del 1992, e c’erano 90 minuti e 11 giocatori vestiti di arancione tra la Sampdoria e la Coppa dei Campioni. La partita però fu nei minuti regolamentari equilibrata: Vialli non capitò nella sua serata migliore e si mangiò due occasioni da gol, mentre Pagliuca e Zubizarreta, i portieri, salvarono entrambi pericolosi tiri. La Samp giocò spesso con lanci lunghi, quasi sorprendendo la difesa avversaria, anche se mai abbastanza. E arrivò infine il fischio dei 90 minuti a reti inviolate.

Gianluca Pagliuca (fonte: profilo IG @sampdoria)

Si iniziarono quindi i supplementari, che per più di un tempo non videro nessun vantaggio. Successe però, che al 112′ e con già i piedi che frizzavano per i rigori, venne fischiato un calcio di punizione al Barcellona dopo un contrasto tra Invernizzi e Sacristan. Sulla palla Roland Koeman. In quella corsa verso il pallone da calciare c’era la sorte della vittoria. Tutti lo sapevano, sia Koeman che non doveva sbagliare, sia Pagliuca che doveva fare del suo meglio. Nei metri che separavano il difensore balugrana dalla palla c’era l’intera storia del percorso che Mantovani aveva intrapreso, che avrebbe potuto finire gloriosamente. E perché questo avvenisse, la palla non doveva andare in porta. Ma poi il fischio, la rincorsa, il calcio, e la rete che si gonfia.

In quell’istante era chiaro che per la Sampdoria era davvero finita. Gli spagnoli esplosero in una gioia pazzesca, i genovesi si ripiegarono in un pianto triste. Mantovani non era riuscito anche in quel difficile compito: il più era stato probabilmente fatto e di più evidentemente non si poteva fare. La finale coronò il sogno del Barcellona, che da quell’anno iniziò una crescita esponenziale nei campionati europei, e affossò la Sampdoria, che si adagiò in una progressiva modestia, caratterizzata da slanci di positività, l’ultimo: Quagliarella miglior marcatore in Serie A nella stagione 2018-2019.

EREDITÀ

Quella finale fu quindi un aut-aut: come se decretasse chi tra le due avesse il diritto per continuare a stare in Europa e chi invece, doveva ambire ad altri progetti. La Samp due anni dopo vinse la Coppa Italia, ma nel 1999 retrocesse in serie B. Già nel 1993 però, dopo la morte di Mantovani per un cancro ai polmoni, la Sampdoria perse potenza, giocatori, e protagonismo. Il biennio d’oro fu una parentesi felice, terminata amaramente con un gol al 112′ in quel 20 maggio del 1992.

Vialli spesso è ritornato sulla vicenda di quella sera, e qualche anno fa ha dichiarato che mentre lui e Mancini piangevano dopo la sconfitta, Boskov disse loro:

“I veri uomini non piangono per una partita di calcio”.

Ma qui, caro Vujadin, hai sbagliato di grosso: i veri uomini (e le vere donne) piangono anche per questo.

Fonte immagine in evidenza: Wikipedia.