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Il Brescia di Mazzone, l'umile apoteosi del nostro calcio

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Il Brescia di Mazzone, l’umile apoteosi del nostro calcio

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“Vuoi venire a Brescia?

È iniziato tutto così, con una frase detta al telefono. Quattro parole pronunciate con un’inconfondibile cadenza romana. Puoi girare tutta Italia, spingerti addirittura nel freddo lombardo di Brescia, ma se sei di Roma si sente. Per conferma, chiedere a Carlo Mazzone. All’altro capo del telefono, a ricevere la proposta di Sor Carletto, c’è Roberto Baggio, ancora svincolato nonostante la nuova stagione sia alle porte. Il Divin Codino è reduce da due annate travagliate con l’Inter, complici quelle maledettissime ginocchia e un rapporto non esattamente idilliaco con Marcello Lippi (all’epoca sulla panchina nerazzurra).

Ha passato l’estate ad allenarsi con il preparatore. Da solo. Proprio lui, l’eroe delle Notti Magiche, che cinque anni prima aveva quasi portato l’Italia sul tetto del mondo. I problemi fisici sembrano aver ucciso il talento del ragazzo di Codogno, ma non è affatto così. Roby ha solo bisogno della piazza giusta per rilanciarsi, e il Brescia di Mazzone è perfetto. Inutile dire che la risposta a quel “Vuoi venire a Brescia?” è stata molto più che un semplice “Sì”.

Roberto Baggio alla bandierina, da BresciaToday.it

 

 

BAGGIO, MAZZONE E IL BRESCIA: UN LEGAME A FILO DOPPIO

Così l’avventura bresciana di Mazzone e Baggio inizia contemporaneamente, e i due si legano a filo doppio nella meravigliosa tela biancazzurra. Tanto che nel contratto del giocatore è prevista la possibilità di svincolarsi in caso di addio del tecnico romano. Nei primi anni duemila se dici Brescia dici Baggio, e viceversa. Un binomio che sa di casa, di Italia e di semplicità. Le Rondinelle vengono da annate particolarmente altalenanti, passate tra Serie A e Serie B: cercano sicurezza e continuità.

Il progetto del presidente Corioni è ambizioso, e l’arrivo del diez italiano per eccellenza (almeno fino a quel momento, poi arriverà un certo Totti e la scelta sarà dura) riporta il Brescia sotto i riflettori. Pur 33enne, acciaccato ed emarginato, Roberto Baggio rimane un giocatore straordinario. Questo il calcio italiano lo sa molto bene. La caratura del Divin Codino si aggiunge ad una rosa già abbastanza attrezzata: ci sono gli inseparabili fratelli Filippini, Dario Hubner, Filippo Galli, ed un certo Andrea Pirlo. La squadra è competitiva, ma il calcio italiano sta vivendo un momento talmente proficuo da mettere in difficoltà anche i ragazzi di Mazzone.

 

 

UN’INTUZIONE VALE MOLTO DI PIÙ DI UNA SOLA STAGIONE

Le prime giornate della stagione 2000/01 sono disastrose: in sei partite i punti ammontano solo a due. Poi arriva un pareggio con la Juventus, e qualcosa inizia a cambiare. Il rendimento rimane altalenante, complice anche uno stop per due mesi di Baggio, al netto di qualche importante vittoria. Dopo tre sconfitte con Lazio, Roma e Atalanta, le Rondinelle affrontano di nuovo la Juve, e lì arriva la svolta.

Dalla gara contro i bianconeri, giocata il primo di Aprile di quell’anno, il Brescia non perderà più neanche una partita fino alla fine del campionato. Il ciclo di imbattibilità gli varrà l’ottavo posto e la qualificazione alla Coppa Intertoto. La vera conquista però sarà l’eredità che Mazzone lascia all’Italia: è lui ad inventare il nuovo ruolo di Andrea Pirlo. Complice la concorrenza con Baggio nel ruolo di trequartista, Sor Carletto ha l’intuizione di arretrare il raggio d’azione del ventunenne, regalandoci per sempre il Pirlo che tutti conosciamo.

 

 

SEMPLICEMENTE, CARLETTO MAZZONE

La seconda annata si apre con una campagna acquisti decisamente interessante. Soprattutto la rosa si riempie di nomi che il mondo del calcio imparerà a conoscere di lì a poco. Dalla Germania arriva Igli Tare, dal Vicenza Luca Toni, e incredibilmente, come poteva accadere solo nel calcio di quegli anni, dal Barca arriva Pep Guardiola. Provate ad immaginare: il capitano del Barcellona, dopo dieci anni in Spagna, più di 350 presenze e una Coppa dei Campioni vinta, si accasa in Italia ad una neopromossa. Basta questo per capire quanto fosse magico il campionato italiano in quegli anni. Talmente magico che Mazzone, all’arrivo di un giocatore del calibro di Guardiola, dice:

Pep io non ti volevo, non so che fai qua. C’è già Giunti (Federico, centrocampista arrivato dal Milan quell’anno, ndr) nel tuo ruolo.

Semplicemente Carletto Mazzone: diretto, sincero, vero. Con ogni probabilità la caratteristica che più è stata amata del tecnico romano. Era l’incarnazione in panchina della gente comune: uomo prima che allenatore. Basta pensare alla corsa sotto la curva dell’Atalanta nell’iconico 3 a 3 di quell’anno (con tripletta di Baggio). Insultato durante tutta la gara dai tifosi bergamaschi, al momento del pareggio di Baggio, allo scadere, fa quello che avrebbe fatto qualsiasi tifoso. Senza freni, senza troppa diplomazia: la sua è la corsa di un uomo, non di un tecnico. Così è anche con i suoi giocatori: un padre, come lo ha definito proprio Guardiola.

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La corsa di Mazzone (Fonte immagine: alfredopedulla.com)

 

 

DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA: CAMPIONATO E COPPE

La stagione successiva si apre con diversi risultati utili, ma durante l’anno arriva qualche sconfitta di troppo. Risultato? Tredicesimo posto e salvezza raggiunta per il rotto della cuffia. Merito anche dello zampino di San Roberto Baggio, che a due giornate dal termine decide di stendere la Fiorentina con una doppietta. Entra a venti minuti dal termine, realizza il 2 a 0 in semirovesciata e poi chiude i giochi con un tap-in. Un piccolo dettaglio: Roby era alla sua prima partita dopo mesi di inattività per la rottura del crociato anteriore. Sì, proprio così: rottura del crociato anteriore. Il suo è un recupero da record e una dimostrazione di potenza calcistica senza eguali. Giusto per ricordare, nel caso ce ne fosse bisogno, che è ancora lui il più forte.

Baggio durante una partita, da quattrotretre.it

Se in campionato il rendimento delle Rondinelle non è eccezionale, nelle coppe migliora decisamente. In Coppa Italia raggiungono la semifinale, ma vengono eliminate dal Parma di Buffon. In Europa invece è tutta un’altra musica. Qualificato al terzo turno della Coppa Intertoto (che potremmo associare all’attuale Conference League), il Brescia di Mazzone arriva in finale contro il Paris Saint Germain. I francesi sono lontani parenti di quelli che conosciamo oggi, ben distanti dal calcio dei milioni. Nonostante ciò nel doppio confronto (terminato 0-0 e 1-1) si aggiudicano la coppa. La cavalcata lombarda aveva fatto sperare che Sor Carletto sarebbe riuscito a portare a Brescia un trofeo. Così non è stato, e rimane un po’ l’amaro in bocca.

 

 

TUTTO QUELLO CHE POTEVA ESSERE E NON È STATO

L’amarezza poi si stempera in nostalgia. La stagione successiva si concluderà con un nono posto e l’addio di Mazzone, mentre quella dopo sarà l’ultima di Roberto Baggio nel calcio giocato. Vengono i brividi soltanto a dirlo. Quel Brescia dunque non arricchirà mai il proprio palmares. Sarà un ciclo eternamente incompiuto. Nessun trofeo per le rondinelle, solo la consapevolezza di essere stato teatro di un prodigio calcistico unico. “Prodigio” non va inteso come una particolare impresa sportiva, ma come un ibrido che sicuramente non avremo più modo di assaporare. Un evento irripetibile, carico della nostalgia degli anni ’90 e della novità del nuovo millennio. Ci sono Baggio e Mazzone, icone di una generazione cresciuta con le radioline ed i primi grandi televisori. Poi ci sono Toni, Pirlo e Bonera, simboli invece di un nuovo che avanza: i telefoni cellulari, le console e le maglie sempre meno larghe e più attillate.

Il Brescia di Mazzone è stato l’incrocio tra due universi distanti, arrivato però troppo tardi. O troppo presto, a seconda dei punti di vista. Era ormai fuggito l’attimo per poter gustare il crepuscolo degli eroi dei ’90, ma questa magnifica poesia calcistica era troppo acerba per raccogliere i frutti della nuova generazione. Chissà come sarebbe potuto essere. La risposta è semplice: non poteva essere e non è stato, e forse è stato meglio così. Una rampa di lancio per chi doveva essere lanciato, una passerella per chi doveva essere salutato. In mezzo, uno straordinario esperimento calcistico che ha fatto emozionare un po’ tutti. Altrimenti non se ne parlerebbe di certo. Viene da dire che in fondo la gloria ai posteri è quasi meglio di un trofeo, perché quel Brescia è stato gioia, dolore, amarezza e nostalgia. Fine di un’era ed inizio di un’altra. Quel Brescia è stato l’umile apoteosi del calcio, del nostro calcio.

 

Fonte immagine in evidenza: Super6sport.it

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Gasperini in conferenza dopo Milan-Atalanta: “Fischiato un rigorino, conquistato un buon punto”

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Gasperini

Un pareggio che tutto sommato può star bene all’Atalanta quello conquistato a San Siro contro un ottimo Milan. Il tecnico bergamasco Gasperini ha commentato la partita in conferenza stampa. Queste le sue dichiarazioni dopo l’1-1 contro i rossoneri.

PUNTO GUADAGNATO – “Quando esci da queste partite con un punto sei soddisfatto. È stata una partita difficile, e il pareggio premia l’attenzione e la voglia di fare risultato”.

MILAN – “Il Milan è una squadra forte, questa sera abbiamo subito la loro qualità e la loro condizione. Non abbiamo mai mollato, portiamo a casa un punto che muove la classifica”.

SCALVINI – “La spalla è uscita e rientrata, domani lo valuteremo“.

EUROPA – “Non ragioniamo sul lungo, dobbiamo lavorare sul breve periodo. Ci aspettano due settimane difficilissime e dovremo pensare partita per partita. Faccio fatica a fare delle previsioni, essere usciti stasera con un punto deve renderci felici. Per noi è importante l’Europa League come il campionato e la Coppa Italia. Cercheremo di andare fino in fondo in tutte le competizioni”.

DE KETELAERE – “Abbiamo fatto fatica sulle fasce e in attacco, abbiamo cercato di cambiare qualcosina con Lookman ed è andata un po’ meglio. In altre partite riusciremo a far di più, poche volte abbiamo subito come questa sera“.

CALCIO DI RIGORE – “Fa parte di quei ‘rigorini’. Ormai ce ne sono tanti, ci sono dei rigori che non vede nessuno e poi tira fuori il VAR. Un rigore così non lo avevamo da tanto tempo, oggi ce lo prendiamo. Vengo da una generazione per la quale il rigore deve essere una cosa seria, evidentemente alle TV piace un altro calcio. Noi siamo comunque in credito”.

SCAMACCA – “Scamacca ha dato contributi importanti, questa sera sicuramente meno ma da occasioni come queste trai gli spunti per fare meglio nelle partite successive“.

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Pioli ribadisce in conferenza dopo Milan-Atalanta: “Mai rigore quello di Holm, Leao è questo”

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Pioli

Si è conclusa con il pareggio tra Milan e Atalanta la domenica della 26esima giornata di Serie A, in attesa di Roma-Torino e Fiorentina-Lazio. I rossoneri disputano una buona gara, ma vedono aumentare il gap con Inter e Juventus. Al termine della partita, Stefano Pioli è intervenuto in conferenza stampa. Queste le sue parole raccolte dalla pancia di San Siro.

SENSAZIONI – “Quando la squadra gioca così bene deve vincere e noi purtroppo non ci siamo riusciti. C’è delusione ma anche soddisfazione per come la squadra ha interpretato questa partita. Siamo stati compatti e aggressivi, sporcando tutti i loro palloni e facilitando gli interventi difensivi. È mancata solo la vittoria“.

RIGORE – “Il rigore non c’era, ma fa la differenza. Holm si mette le mani in faccia ma il contatto era più in basso. Per il metro di Orsato questo non era e non sarà mai rigore“.

RIGORI SUBITI – “A volte siamo stati ingenui, attacchiamo tanto ma non prendiamo quasi mai rigori. Forse dobbiamo essere più scaltri”.

RIPARTIRE – “Ripartire è facile. Guarderemo insieme alla squadra la partita, ma è una questione di dettagli. Se ripeteremo prestazioni del genere probabilmente vinceremo diverse partite da qui alla fine del campionato”.

LEAO – “Credo che sia stata una delle prestazioni più belle da quando lo alleno. Ha aggredito, ha puntato continuamente. Questa prestazione per lui deve essere un punto di riferimento. Gliela farò pesare, perché lui ha questo potenziale. Parlerò con lui per capire cosa ha messo di diverso rispetto alle altre volte”.

 

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Il Cagliari si aggrappa a Luvumbo al 96′: 1-1 con un Napoli che non riesce più a vincere

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Luvumbo, giocatore del Cagliari, Serie A, Coppa Italia

Per una Juventus che torna alla vittoria, c’è un Napoli che, invece, manca ancora il ritorno al successo. Contro un Cagliari ben schierato in campo è 1-1 il punteggio finale. Incredibile l’epilogo finale, con Luvumbo che pareggia i conti al 96′ dopo il gol iniziale di Osimhen. Un pareggio amarissimo per Calzona, che nelle prime due panchine azzurre ha racimolato un pareggio col Barcellona e un pareggio in campionato che fino a un minuto dalla fine era una vittoria.

Il gol di Osimhen per il Napoli è il primo in trasferta dopo 527′ di digiuno. Tutto nasce da un errore di Augello in disimpegno: prontissimo il recupero di Raspadori e il cross dalla destra verso il nigeriano. Troppo facile, poi, per uno come lui buttare la palla in rete. Al 96′, sull’ultima palla buona per il Cagliari, ecco il lancio lungo di Dossena dalla difesa verso l’area del Napoli. Male, malissimo la difesa azzurra (in particolare Juan Jesus) che non riesce a spazzare e Luvumbo riesce poi a bucare Meret.

Niente da dire al Cagliari, che ha rischiato di perdere la partita per l’unica vera disattenzione in 90‘. La squadra di Ranieri è rimasta compatta per tutta la durata del match, ma non ha saputo pungere quando necessario. In fin dei conti il pareggio è un risultato giusto per ciò che si è visto per tutto l’arco della sfida. Ricordiamo che, però, è stato annullato un gol al Cagliari nel primo tempo per fuorigioco di Lapadula sugli sviluppi di un calcio di punizione. Rrahmani aveva involontariamente messo la palla in rete di testa.

Con questo pareggio gli uomini di Calzona rimangono molto lontani dalla zona Champions (il Bologna quarto dista undici punti), ma potranno riavvicinarsi nella sfida di mercoledì contro il Sassuolo. Il Cagliari invece rimane dentro la zona retrocessione, ma solo per gli scontri diretti. Ora Cagliari, Hellas Verona e Sassuolo sono a parimerito a 20 punti, con Sassuolo 17esimo.

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[FOTO] Retegui sblocca Genoa-Udinese in rovesciata: 2-0 all’intervallo

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Retegui Genoa Gudmundsson

RETEGUI GENOA UDINESE – Primo tempo avvincente al Ferraris tra Genoa e Udinese. Occasioni, corsa e anche un gol spettacolare.

L’andazzo della gara si capisce già dal primo minuto, con Giannetti che dopo pochi secondi stende Retegui e si prende il giallo. Dopo i tentativi, vanificati, di Ehizibue e Walace, Lucca colpisce di testa in area, venendo però fermato dalla traversa. Subito dopo, al 27′, Okoye si supera sul tentativo a botta sicura di Vasquez, che dopo sei minuti, di testa, trova anche il palo a impedirgli la gioia del gol. Poi il momento della serata: cross in mezzo, Giannetti devia ma la palla s’impenna, servendo a Mateo Retegui l’occasione perfetta per coordinarsi e colpire in rovesciata. Palla sul palo e vantaggio Genoa. I rossoblu aumentano i giri e, sette minuti dopo, trovano anche il raddoppio con Bani, che devia in rete un cross perfetto di Gudmundsson.

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