Mentre in Europa proseguono senza sosta i campionati nazionali ed internazionali, dall’altra parte del globo la situazione è tutt’altro che rosea. Il calcio cinese vive, da oramai un biennio, un momento di insanabile crisi, dopo che per almeno un lustro, la Chinese Super League è stata ambita meta di molti giocatori.

I  PROBLEMI ED IL BOOM

Il campionato cinese è un torneo abbastanza giovane, vista che la prima edizione ci fu solo nel 2004, nonostante l’avvento del professionismo nel 1994. I primi anni furono fortemente condizionati da diverse problematiche, in primis dalla corruzione dilagante del calcio cinese. Le combine e le partite truccate erano all’ordine del giorno, motivo per cui tifosi e investitori restavano lontano da quel mondo. L’appeal era ai minimi storici e non si riusciva a trovare una quadra per attirare fondi e persone.

Dal 2010 ci fu una svolta radicale da parte della Federazione calcistica della Cina. Misure di anticorruzione su tutto il mondo calcio e trend invertito. Tutto il rinnovamento calcistico del paese asiatico partiva da delle direttive politiche, e tutta questa storia, nel bene o nel male, è influenzata fortemente dallo Stato cinese. Xi Jinping, presidente della repubblica popolare cinese, non ha mai nascosto, soprattutto negli anni passati, la voglia di far diventare la Cina una potenza mondiale del calcio. Detto, fatto. Il governo cinese investì grosse somme su tutto il movimento e tutti i club ne beneficiarono.

I primi colpi dei club cinesi furono nomi altisonanti, sia in panchina che in campo. Furono ufficializzati come allenatori Lippi, Capello, Cannavaro e Benitez giusto per citarne solo alcuni. Anche per quanto riguardo i calciatori i nomi furono di grido: Drogba, Oscar, Paulinho, Anelka, Fellaini, Carrasco, Lavezzi e molti altri. Per far capire l’evoluzione economica impetuosa, basta esporre qualche dato: nel 2012 il valore del campionato era di 80 mln, nel 2015 di 200 mln, nel 2018 di 420 mln e nel 2020-pre covid- il valore era di 375 mln. Valore quintuplicato in un lustro.

Un altro boom economico arrivò dai diritti tv, da sempre fonte di guadagno per i club. Nel 2015 la Ti’ao Power investì oltre 1 miliardo di euro per la Chinese Super Leaguesoldi freschi che andavano a rimpinguare le casse dei club.

I PRIMI SINTOMI DEL DECLINO

Dopo i grandi acquisti, gli introiti dallo Stato e dai diritti tv doveva arrivare la svolta. Ed arrivò. Ma in negativo. Molti calciatori furono solo di passaggio e non si videro grossi miglioramenti del calcio locale. La Nazionale di Lippi non decollò, mancando la qualificazione ai Mondiali del 2018, arrivando addirittura penultima nel girone di qualificazione. A differenza di altre realtà, come la MLS, nata con gli stessi auspici e le stesse modalità, i Dragoni non riuscirono a far emergere una nuova generazione di giovani talenti. Addirittura per ovviare alla mancanza di giocatori a livello locale, vennero naturalizzati alcuni calciatori residenti da diversi anni in Cina come Elkeson, Browning e Alan. 

Il muro iniziò a cedere, ma tutti facevano finta di nulla, pensando andasse tutto bene. Il campionato cinese era diventato una meta per discreti giocatori che volevano soltanto incrementare il loro conto in banca.

Il governo cinese, con Xi Jinping come deus ex machina, decide che dopo 6-7 di investimenti, il progetto è fallito. Il sistema calcio è perlopiù allo stesso livello e non si intravedono grossi miglioramenti. Dopo milioni e milioni di capitali investiti, è tempo di austerity. Il colpo finale lo da la pandemia, la Cina è la prima nazione colpita ed il primo campionato a fermarsi. L’effetto sull’economia è devastante e in territorio comunista, vigono regole rigidissime anche per il passaggio da un paese all’altro. E’ la classica goccia che fa traboccare il vaso. E’ una slinding doors decisiva nella storia moderna del calcio cinese. Il governo come aveva finanziato e dato vita ad un grande progetto calcistico adesso lo blocca, decretandone de facto la morte anticipata.

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Iniziano ad arrivare nuove regole da parte della federazione, la linea è chiara, bisogna tagliare. Esempio lampante della situazione è il percorso dello Jiangsu Suning. La squadra gialloblù riesce a vincere il campionato nel 2020, ma ecco che poco dopo accade l’imponderabile. Il club, da campione in carica, non riesce ad iscriversi al campionato ed in poco tempo fallisce. Gli effetti del covid e dell‘austerity si fanno sentire più che mai. Ma non è un caso isolato, chiedere al Tianjin e allo Shandong Luneng. Eder, ex calciatore dell’Inter e dello Jinagsu, su Twitter, si è sfogato contro la proprietà cinese:

“Spero che i soldi arrivino anche a noi. E spero che all’Inter non succeda come a noi, che dopo aver vinto il campionato a dicembre, il club non ci ha pagato, oltre a non averci liberato per dare la possibilità di trovare squadra altrove facendoci perdere così opportunità di lavoro, lasciando a casa più di 50 dipendenti senza lavoro e senza spiegazioni”.

Le ultime regole post-covid sono ancora più restrittive, sempre nel segno di un risparmio. Un salary cap per i tesserati ed un limite di spesa per i cartellini. Un fair play finanziario in salsa asiatica. Le sanzioni sono abbastanza pesanti: penalizzazione, retrocessione e impossibilità del giocatore a scendere in campo, qualora dovessero essere sforati i range.

Ma non è finita qui. Infatti anche i nomi dei club devono cambiare. Via i riferimenti aziendali per tutti i club della Chinese Super League per dare una collocazione territoriale ad ogni squadra ed alienarla da ogni tipo di commercializzazione. Spazio e voce ai tifosi ed alla storia di un club, non ai soldi o ai ricavi aziendali. Prima vittima il Guangzhou Evergrande. Il colosso immobiliare proprietario del club è in crisi ed ha debiti per oltre 300 mld di euro. Rischia il crac ed ecco spiegato l’addio di Cannavaro, che ha rescisso il proprio contratto. Il calcio cinese rischia di perdere un’altra protagonista storica.

Tutte le nuove riforme riportano all’essenza del gioco, alla tradizione, al territorio, delle regole che riportano il calcio al suo messaggio originario. Addio spese folli e giocatori top, è stata scelta la via della sostenibilità. E non è detto che sia una cattiva notizia.