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Il canto del cigno di Manchester

Tra gli esemplari più distinti dell’incredibile mondo degli animali, il cigno è probabilmente la pura espressione dell’eleganza. Una delle leggende mitologiche che avvolge questa figura riguarda il momento della sua morte in cui l’elegante volatile, straziato dal dolore, si lancia in uno struggente quanto incredibile canto che diventa l’ultima e bellissima testimonianza della sua unicità. Negli anni, questa incredibile prova di capacità in una situazione borderline come quella della morte ha assunto la famosa espressione di “canto del cigno”, un modo di dire usato per riferirsi all’ultima espressione degna di nota di una carriera, professionale o artistica, prossima al termine.

 

Anche le incredibili e vincenti squadre di calcio, dopo anni di successi, sono destinati a momenti di magra calcistica che spesso arriva rapida e inesorabile durante i festeggiamenti. Fu proprio tra gli scroscianti applausi, i luccicanti trofei e gli spassionati complimenti provenienti da ogni dove per l’ennesima vittoria ottenuta, che i tifosi dei Red Devils udirono il terribile canto premonitore del cigno. Fu così, in un’ultima parvenza di estasi sportiva, che arrivò la fine del vittorioso Manchester United di Alex Ferguson.

 

E’ vero la ciclicità calcistica presuppone che ci sia un inizio ed una fine ma l’onda d’urto di un periodo di inevitabile crisi può essere contenuta grazie alla lungimiranza e ad un necessario ricambio generazionale. Il terribile tsunami di negatività che ha colpito la sponda rossa di Manchester dopo l’addio di Sir Alex Ferguson ha, oltre alla superficialità e ad un errato cambiamento di organico, tante altre cause scatenanti. Quest’ogginoi di Numerodiez cercheremo di fare il punto della situazione sia elencando gli errori commessi in questi anni dallo United sia cercando di individuare i possibili rimedi per riportare i diavoli rossi lì, nell’olimpo del calcio, dove sono sempre stati e dove meritano di stare.

 

SOCIETA’ ASSENTE E INCOMPETENTE

Come un disco rotto, la filastrocca che ripete che le fondamenta sono più importanti dell’apparenza è una verità che viene spesso compresa troppo tardi. Nei 27 anni di dittatura Ferguson lo United era stato plasmato, edificato e gestito solamente dal suo allenatore. Le capacità manageriali superiori alla media sommate ad una conoscenza capillare di ogni singola struttura della società ed unite ad una forte personalità, gli avevano permesso di tenere le redini dei diavoli rossi pressochè in totale autonomia. Dietro ai sorrisi compiaciuti della famiglia Glazer che, puntualmente, a Maggio di ogni anno volava da New York in direzione Manchester per festeggiare qualche titolo ottenuto dalla loro squadra, si celava una totale ignoranza riguardo le dinamiche calcistiche e di campo.

Nel 2013 quando Sir Alex lasciò il Manchester United, l’amministratore delegato Ed Woodward e i proprietari si ritrovarono tra le mani un club in salute di cui, tuttavia, non conoscevano praticamente nulla. Priva di una mancata progettualità a lungo termine ma soprattutto di un factotum tuttofare come Ferguson, la dirigenza dei Red Devils si trovò a dover adempiere a compiti come la ricerca di un allenatore e di nuovi giocatori senza la minima competenza. In Inghilterra, a tal proposito, concordano in molti nel dire che quando Moyes fu scelto come tecnico della squadra più che come allenatore fu assunto come vittima sacrificale: nessuno, infatti, avrebbe potuto fare girare gli ingranaggi di un marchingegno così ben oliato senza l’olio o senza un minimo di istruzioni provenienti dalla società.

 

A differenza di altre big inglesi, la dirigenza dello United non si è mai imposta il problema di creare una propria filosofia sportiva, lasciando carta bianca ai tecnici contraddistinti, come è normale che sia, da visioni di calcio antitetiche. Un’altra grave svista della dirigenza dei Red Devils, in questi anni, è stato il mancato investimento in un settore giovanile di qualità: mentre le rivali concentravano risorse nella creazione di un vivaio all’avanguardia e nella stipula di accordi con club satelliti in cui inviare in prestito i propri giovani, lo United restava a guardare. Risultati? La squadra Under 23 è miserabilmente retrocessa nella scorsa stagione e gli unici due prodotti del vivaio ad aver raggiunto buoni risultati sono Rashford e Lingard. Significativo, nel sottolineare l’arretratezza della cantera dei Red Devils, è il caso di ex bandiere come Wayne Rooney e Darren Fletcher che hanno deciso di far giocare i propri figli nel Manchester City per garantirgli una cerscita migliore.

 

La dirigenza dei Red Devils, tuttavia, è riuscita nella gestione economica a creare un’ottima base di investimento, quotando in borsa la società e costruendo, dietro al logo del Manchester United, un brand capace di garantire ottimi guadagni nonostante i pessimi risultati sportivi. Quello che manca all’interno dell’organigramma della sponda rossa di Manchester, quindi, è una figura con personalità e profonde competenze calcistiche.

 

SPENDERE TANTO E MALE

Tra gli errori più grandi che una società calcistica possa fare alla fine di un ciclo vi è l’eccessiva gratitudine nei confronti di campioni artefici dei successi passati. Storie come quella dell’Inter dopo il triplete o per l’appunto quella del Manchester United nel dopo Ferguson insegnano che ogni inizio ha una fine e che, invece di crogiolarsi nel successo o nei ricordi, bisogna pragmaticamente ringraziare e salutare i vecchi idoli privi di stimoli e ingaggiare carne fresca affamata di successo.

Questo processo, chiaro e fissato nella mente del Sir allenatore, ha permesso al Manchester United di Ferguson di inanellare successi su successi e di restare saldamente e meritamente nell’olimpo del calcio inglese e europeo. Il tecnico scozzese, infatti, non snaturava lo scacchiere della squadra ma ogni anno inseriva qualche nuova pedina di qualità, giovane e vorace di stimoli, prelevandola o dal fertile settore giovanile o scovandola sul mercato. Alla base dei successi dello United, durati per più di un quarto di secolo, vi è la fondamentale programmazione di un uomo che non lasciava nulla al caso.

 

Privi di questa saggezza calcistica e complici i primi deludenti risultati, la nuova dirigenza dello United edifica la consapevolezza che i grandi nomi del calcio avrebbero riportato in alto i Red Devils. Senza un minimo rigore di logica, a partire dall’estate del 2014, i diavoli rossi cominciarono delle sfrenate e insensate campagne acquisti che, negli anni, hanno portato all’acquisizione del tutto casuale di top player o giovani emergenti per mettere a tacere le pesanti critiche della tifoseria. Come sorta di contentini, infatti, sulla sponda rossa di Manchester negli anni sono arrivati e ripartiti giocatori del calibro di Falcao, Di Maria, Schweinsteiger, Mkhitaryan e Depay.

 

Nomi di livello che secondo la dirigenza avrebbero potuto, soltanto grazie al loro cognome sulle spalle, riportare in alto la squadra, ignorando come dietro i successi vi siano prima di tutto un’intesa e una filosofia di gioco da creare, indipendentemente dagli attori protagonisti. Per sottolineare l’irreale e confusa situazione che ha avvolto, in questi ultimi 4 anni, il Manchester United basta affidarsi ai freddi quanto spaventosi numeri: dall’arrivo di Van Gaal nell’estate del 2014 all’esonero di Mourinho a Dicembre 2018, sono stati spesi 816 milioni di euro e ne sono rientrati solamente 325. Sempre in questo arco di tempo tra acquisti, prestiti e cessioni sono arrivati a Manchester 81 giocatori e ne sono partiti 80.  Cifre spaventose ed un intensissimo quanto confuso traffico di calciatori che hanno portato solo quattro trofei, numerosi flop ma soprattutto hanno spinto lo United a non essere più una contender per il titolo.

TROPPA CARNE AL FUOCO

“A nessuno dovrebbe essere permesso di arrivare al Manchester United e modellare la propria filosofia. La filosofia del Manchester United è qualcosa di profondo, come quella del Barcellona e dell’Ajax: devi giocare un calcio offensivo, veloce e divertente, dare fiducia ia giovani. E vincere.”

 

Parole dure quelle pronunciate da Gary Neville, commentatore di Sky Sport England e ex giocatore dello United con cui, negli anni, ha fatto la storia. Il pensiero triste di una leggenda abituata a vedere bandiere rosse trionfanti in Inghilterra e nel mondo ed ora, da troppo tempo, riposte tristemente nel cassetto. Per una squadra come il Manchester United che ha fatto della stabilità (societaria, tecnica e di gioco) un dogma imprescindibile su cui posare le basi del successo, l’arrivo di nuovi allenatori con conseguenti nuovi pensieri ha terribilmente minato certezze decennali. Chiaramente non si può pretendere da uomini vincenti come Van Gaal e Mourinho di riporre le proprie idee e assoggettarsi alla filosofia madre dello United. Tuttavia, al tempo stesso, sarebbe stato utile che in parte rivedessero i propri dogmi e li conciliassero con una squadra che da anni era abituata a giocare allo stesso modo.

Il Manchester United di Van Gaal, in questo senso, sembrava una squadra con il freno a mano tirato e negazionista a fronte delle novità di un gioco in continua evoluzione. Il portiere, infatti, non contribuiva mai alla costruzione bassa, rilanciando sempre a lungo; i centrali di difesa lasciavano sempre l’impostazione ai mediani e se pressati alti dagli avversari, lanciavano direttamente verso la prima punta, che con spizzate di testa cercava l’inserimento delle ali. Un calcio attendista e antico che, sostanzialmente, viveva di qualche invenzione dei giocatori creativi della squadra con cui, tuttavia l’allenatore olandese aveva rapporti burrascosi (Angel Di Maria ne sa qualcosa…).

 

Il calcio di Mourinho è, invece, ormai abbastanza rinomato per essere il trionfo del difensivismo. Allo United oltre a questa conclamata caratteristica, l’allenatore di Setùbal sembrava incapace di far costruire alla sua squadra un gioco pulito: come testimoniano alcuni numeri, alla fine della sua prima stagione sulla panchina di Old Trafford, lo United era l’ultima squadra in Premier League per possesso medio e passaggi completati. A questi impietosi numeri si andò ad aggiungere una totale sfiducia verso alcuni giocatori che lo portarono a pubbliche accuse e atteggiamenti minatori che rovinarono il rapporto tra lui, la squadra e l’intera tifoseria.

 

Troppe ideologie calcistiche e gestioni diverse in poco tempo hanno portato una squadra che basava la sua forza sulle tradizioni e sulla stabilità, nella più totale confusione. In realtà edificate da tempo su credi calcistici ben precisi bisogna saper innovare ma non stravolgere: Van Gaal e Mourinho non ci sono riusciti e hanno trascinato il Manchester United e loro stessi nel baratro della mediocrità.

COSA SERVE? STABILITA’, QUALITA’ E ESPERIENZA

Gestioni tecniche e di spogliatoio antitetiche a quelle di Ferguson. Filosofie di gioco e mentali sopraggiunte e accumulatesi senza rigore e che hanno contribuito a lanciare nella confusione lo United. In questo senso la scelta di affidare la panchina a Ole Gunnar Solskjaer, ex giocatore e fedele allievo dello scozzese è stata l’ultima ancora della società per ridare un assaggio di identità Red Devils alla squadra e a tutto all’ambiente. Tradizione intravista già nelle prime partite: il tecnico norvegese ricompatta l’ambiente, costruisce una squadra veloce, ambiziosa e propositiva che vince le prime 8 partite sotto la sua gestione e si rende protagoniste di rimonte incredibili come quella operata in casa del Paris Saint Germain.

 

Arriva il rinnovo tra l’entusiasmo della squadra, dell’ambiente e dello stesso tecnico ma qualcosa si rompe: il motore dei frizzanti Red Devils trascinati dalla baby face di Solskjaer si inceppa e comincia a inanellare una serie di sconfitte che lo porta all’uscita dalla Fa Cup, dalla Champions League e ad un pericoloso sesto posto in campionato. Lo United e il suo tecnico, in questo senso, sembrano aver pagato l’inesperienza nella gestione dei momenti critici e un’immaturità tecnico-mentale in alcuni dei suoi calciatori. La strada, tuttavia, è quella giusta: con maggiore consapevolezza, tranquillità e qualche modifica nello scacchiere del norvegese, il motore dei Red Devils è pronto a ripartire sulla falsa riga dei cari vecchi tempi.

Ma cosa serve nel concreto ad una squadra che dispone già di una buona base di talento? Prima di tutto stabilità. Nonostante qualche risultato deludente Solskjaer merita la conferma in quanto ha dimostrato di avere ottimi spunti di gioco ed essere un ottimo gestore e unificatore dello spogliatoio. In secondo luogo mantenere l’ossatura della squadra senza privarsi di talenti come De Gea, Pogba o Rashford. In terzo luogo investire in maniera precisa e oculata cercando di aggiudicarsi un esterno di spinta (alla Cancelo per intendersi), un centrale di difesa di livello (Koulibaly) e cercare di rivitalizzare l’attacco con l’acquisto di un centrocampista offensivo di livello (Asensio) e di un esterno di qualità (Sancho).

In questi profili lo United deve trovare qualità e esperienza, componente quest’ultima che in particolare gli è mancata nell’ultimo periodo. Non serve osare per rinascere ma semplicemente ragionare e avere l’umiltà di ripartire. Solo così lo struggente canto del cigno dei Red Devils si trasformerà nel suono di rinascita della Fenice, simbolo di resilienza che sulle ali di un entusiasmo ritrovato riporterà nel tempo i diavoli rossi dove meritano di stare. Lì, in cima all’olimpo del calcio.

 

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