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Il naufragio del sergente di ferro

Ormai era nell’aria da un po’ di tempo, mercoledì sera alla fine è arrivata la notizia: Sinisa Mihajlovic non è più l’allenatore del Torino. L’esonero è amaro, sa di fallimento e di naufragio. Un anno e mezzo fa il serbo era arrivato con l’obiettivo di far tornare grandi i granata, aveva usufruito di una campagna acquisti faraonica, per gli standard del Toro certamente, e godeva di fiducia illimitata. Pian piano la pazienza è esaurita, i risultati sono stati troppo altalenanti e alcune uscite mal digerite. Si conclude così, in maniera naturale, un rapporto che prometteva scintille, ma che ha fatto solo tenui fiammelle.

PARADOSSI TATTICI

La più grave colpa di Miha è sicuramente quella di non aver saputo dare alla squadra un’identità tattica. Dal 4-3-3 dello scorso anno, al 4-2-3-1 di questo per tornare ancora al 4-3-3, ma con diversi interpreti. Tanta confusione, pochi risultati. I deficit si sono visti soprattutto a centrocampo, dove Miha ha mischiato continuamente le carte. Prima ha optato per un centrocampo più offensivo e di classe con Baselli e Benassi, poi ha puntato sulla quantità con Acquah e Obi. Anche Valdifiori, che sembrava intoccabile, ad un certo punto ha perso posizioni. Quest’anno invece è passato prima a due, sacrificando il regista e complicando la vita a due mezzali come Rincon e Baselli. Poi è tornato a 3, ma evidentemente troppo tardi. Troppe idee di gioco diverse, troppe soluzioni repentine in un reparto che ha bisogno di stabilità.

Anche nella gestione del reparto offensivo Miha ha mostrato i suoi limiti. Il suo grande fallimento in granata è sicuramente Adem Ljajic. Il tecnico ha messo sempre il connazionale al centro del suo gioco, ma lo ha gestito forse male. Prima lo ha costretto per un anno a fare l’esterno, ruolo a lui poco congeniale come ha dimostrato anche a Roma, poi finalmente lo ha spostato trequartista, con buoni risultati, ma lo ha relegato di nuovo sulla fascia per cambiare la squadra. Infine lo ha messo in panchina, invece di aiutarlo in una fase di sofferenza. Il 10 avrà le sue colpe sicuramente, ma anche quelle del mister sono evidenti.

Al di là di numeri e nomi, ciò che è mancato al Torino di Miha è stato il gioco. In un anno e mezzo la squadra non è riuscita a mettere in mostra un gioco caratteristico, mancanza che si è tradotta in un accumulo di risultati altalenanti. Troppo spesso i granata si sono affidati ai singoli: la giocata di Ljajic, lo spunto di Iago, il gol di Belotti. Tanti tenori ma mai un coro. Voci fuori campo, disarmoniche e disorganizzate. Nelle rare volte in cui il meccanismo ha funzionato, Il Toro ha messo in mostra grandi cose. Lampi di possibilità mai espresse, di un’organizzazione tattica paradossale che non ha portato nulla alla fine della giostra.

LIMITI CARATTERIALI

In questo anno e mezzo in granata Sinisa Mihajlovic ha dimostrato anche evidenti limiti caratteriali. Male nella gestione della pressione, troppi sfoghi di rabbia, clima troppo teso. La figura del sergente di ferro, dopo i buoni risultati a Catania e Genova, gli è sfuggita di mano. Abusata e consumata, ha dato sfogo solo a malcontenti e incomprensioni. In primis la gestione di Ljajic, poi qualche malumore di giocatori importanti, vedi Valdifiori e Iago, giocatori prima al centro poi ai margini. Troppo bastone e poca carota, o comunque un uso improprio della tecnica. Non c’è stata libertà di sbagliare, leggerezza, ma nemmeno uniformità. Alla fine il caos come conseguenza ultima.

Il caso Ljajic è il più eclatante, ma ce ne sono altri. Le critiche a Iago dopo un girone d’andata mostruoso, la scarsa fiducia in Benassi e Baselli che ne ha condizionato il rendimento. I fallimenti con Niang, Iturbe, Castan. Ancora una volta le colpe forse non sono tutte le sue, anzi sicuramente, ma un allenatore deve saper gestire casi complicati. Miha non ha saputo porre rimedio nemmeno ad uno di essi, si è lasciato trasportare, punendo a raffica i giocatori, provando a rilanciarli e pentendosene immediatamente. Ancora una volta il caos totale.

E poi le espulsioni, le polemiche, i malcontenti. Tutti fattori che destabilizzano un ambiente già incandescente. Non è riuscita la parte del sergente maggiore Hartman e come il divo di Full Metal Jacket è riuscito solo a far sfogare la rabbia del ‘palla di lardo’ di turno. La sua rabbia non ha fortificato l’ambiente, l’ha demolito. Non ha temprato la squadra, l’ha spaccata. Tanti strilli, pochi messaggi, nessun insegnamento. Come Hartman alla fine Miha esce di scena senza aver lasciato la sua impronta e col peso di un fallimento costruito con le sue mani.

MERITI

Dopo aver analizzato i demeriti di Miha, bisogna ora passare dall’altra parte del tavolo e dare a Sinisa quel che è di Sinisa. Tante colpe certamente, ma alcune cose buone le ha messe in mostra il suo Toro. Per primo il gallo Belotti. Col tecnico serbo finalmente è esploso, affermandosi come uno dei migliori attaccanti del nostro campionato. La rabbia di Miha ha esaltato la vigoria di Belotti, consacrandolo al grande calcio. Altri singoli con lui si sono consacrati: Iago Falque è tornato ai livelli di Genova, Sirigu e N’koulou sono tornati quelli di qualche anno fa.

Pur con i suoi limiti caratteriali e sbagliando in alcune occasioni, Mihajlovic ha sempre fatto di tutto per proteggere la squadra e i suoi giocatori. Lui spesso li martoriava, certo, ma guai se ci provava qualcun altro. Ha dimostrato abnegazione e spirito, a modo suo anche affetto. Sono basi buone da cui ripartire, elementi da assimilare e da moderare in altre eventuali esperienze. Torino servirà a Sinisa, sarà un monito a non ripetere alcuni errori che si sono dimostrati fatali.

BILANCIO FINALE

Alla fine però il bilancio è negativo. Con una rosa attrezzata, il Torino non è riuscito nemmeno a lottare per l’Europa lo scorso anno e non lo sta facendo in questa stagione. Non ci sono stati passi avanti nella creazione di un’identità di squadra, di uno stile di gioco, di un marchio distintivo. Mazzarri raccoglierà una squadra che in sostanza, come gruppo, non ha fatto passi in avanti. Mihajlovic è riuscito a temprare qualche singolo, Walter dovrà far emergere il gruppo.

Dal canto suo Sinisa dovrà fare tesoro di questa esperienza. Non è tutto da buttare, la strada per diventare un grande allenatore non è questa. Ci vuole più riflessione, deve imparare a gestirsi e a gestire meglio la sua squadra come insieme. Si chiude una parentesi che poteva essere molto buona, peccato però che il sergente di ferro sia naufragato nelle sue trame.

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