Il Porto di Josè Mourinho, una squadra inattesa che in poco più di due anni conquisterà il mondo. Una toccata e fuga che segnerà il successivo decennio di calcio mondiale, lanciando in orbita uno dei suoi più grandi protagonisti. La nascita di Ricardo Carvalho, la consacrazione di Vitòr Baìa, il canto del cigno di Deco, la genesi dello Special One: questo è il Porto 2003/2004.

Fonte: thebigsporttheory.it

LA SCOMMESSA

La favola della squadra portoghese nasce nel Gennaio 2002, quando un Porto in completa ricostruzione decide di fare una scommessa azzardata e coraggiosa. I dirigenti dei Dragoni decidono di affidare la panchina della squadra ad un allenatore 39enne, senza un significativo passato da giocatore e con un curriculum da allenatore che si limitava ad una breve (e piuttosto disastrosa) esperienza al Benfica e in mezza stagione all’Uniao Leiria: Josè Mourinho. A dir la verità all’epoca lo Special One poteva contare però su due esperienze piuttosto significative sul piano dell’apprendimento, quattro anni di apprendistato al Barcellona sotto gli insegnamenti di Bobby Robson prima e di Louis Van Gaal poi.

Così, forte delle nozioni apprese da questi due maestri di calcio, il giovane e sconosciuto Josè Mourinho si lancia in questa nuova avventura. La sua scelta, anche per questioni economiche, è di non stravolgere la squadra, ma di puntellare le lacune con innesti mirati e funzionali al gioco del tecnico portoghese; è così che arrivano ad Oporto Paulo Ferreira, Nuno Valente, Derlei, e molti altri giocatori che si riveleranno poi fondamentali per il ciclo del Porto.

LA ROSA DI QUEL PORTO

Dragoni guidati da Josè Mourinho scendevano in campo con un 4-3-1-2; fra i pali si posizionava un autentico monumento del calcio portoghese, Vitor Baìa; a sua difesa un altro veterano dei biancoblu, Jorge Costa, affiancato da uno dei più grandi talenti sfornati da quella squadra, Ricardo Carvalho; ai lati Ferreira e Nuno Valente, due terzini non appariscenti ma educati tatticamente e voluti espressamente dal rampante allenatore portoghese; in mezzo al campo Mourinho schierava il rombo, con Costinha vertice basso a dare equilibrio, in cabina di regia il tecnico centrocampista Maniche preso dal Benfica e Pedro Mendes; il tutto a supporto della stella della squadra, l’anima creativa e tecnica, Deco.

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In avanti vari giocatori si sono avvicendati nei due anni e mezzo di Mou al Porto, dal gigante lituano Jankauskas, all’onnipresente Derlei, a Benni McCarthy, vitale nella stagione 2003/2004 con 20 gol, per finire con il giovanissimo brasiliano Carlos Alberto, mattatore della finale di Champions.

IL CAMMINO VERSO GELSENKIRCHEN

L’inizio di Mourinho ad Oporto è subito scoppiettante; subentrato nella seconda metà della stagione riesce subito a risollevare le sorti dei biancoblu, concludendo il campionato al terzo posto e guadagnandosi la riconferma e l’accesso alla Coppa UEFA. La stagione successiva è una camminata trionfale, conclusa con il Tripletino. I Dragões infatti dominano il campionato portoghese con 86 punti e 11 lunghezze di vantaggio sugli storici rivali del Benfica, ma il capolavoro di quella stagione è la Coppa UEFA, vinta per 3-2 dopo una delle finali più belle della storia del torneo, che ha visto i lusitani battere il Celtic Glasglow.

Nell’estate del 2003 Mourinho non è ancora lo Special One, ma è già uno degli allenatori più cercati e chiacchierati d’Europa; il PSG lo vuole in Francia, ma Mou rifiuta, vuole infatti un altro anno per completare il suo lavoro al Porto. Nella stagione 2003/2004 il campionato è una pura formalità, e viene vinto con 5 giornate d’anticipo. Ma la Champions League è tutt’altro terreno rispetto alla Coppa UEFA, e Mou&co. se ne se rendono subito conto; l’inizio della fase a gironi infatti è disastroso, con un pareggio contro il Partzian e una sconfitta contro il Real Madrid, ma da lì la musica cambia, e i dragoni biancoblù non conosceranno più la sconfitta per tutto il torneo.

Agli ottavi di finale il caso para davanti ai portoghesi già un peso massimo, il Man Utd di Sir Alex Ferguson. All’Estádio do Dragão i padroni di casa si impongono per 2-1 con doppietta di McCarthy, e all’Old Trafford, Mou e i suoi riescono clamorosamente a strappare un 1-1. Sarà la sliding door della stagione.

Ai quarti i lusitani trovano un facile passaggio del turno contro il Lione, superato con un 2-0 all’andata e un 2-2 al ritorno. Alle semifinali poi si scontrano due delle tre sorprese di quella Champions, il Porto e il Deportivo La Coruna, che risulta clamorosamente la squadra più ostica per i biancoblu che riescono a spuntarla solo grazie ad un rigore.

LA FINE DELL’INIZIO

Così i Draghi si ritrovano in finale, a Gelsenkirchen, in un ultimo atto che sà già di favola. Si scontra infatti il Porto dello sconosciuto Mourinho e il Monaco, terza sorpresa di quella pazza Champions, guidato da Didier Deschamps. Ma la finale, complice anche un decisivo infortunio di Giuly per i francesi, è a senso unico; apre le marcature Carlos Alberto, che a 19 anni diventa il secondo più giovane marcatore della storia delle finali di Champions; prende le distanze Deco, MVP di quella partita, e la chiude il russo Alenicev. In Germania è 3-0, clamorosamente il Porto di Josè Mourinho è sul tetto d’Europa. Un ciclo straordinario, con 6 trofei in 2 anni e mezzo; solo la sconfitta in finale di coppa nazionale negherà a Mou il Triplete, sfizio che si toglierà pochi anni dopo.

Fonte: lisbona.italiani.it

Una finale inattesa, con un vincitore altrettanto imprevisto, il preludio di quella pazza estate che vedrà la Grecia vincere l’Europeo e Mourinho passare al Chelsea, è solo l’inizio, l’inizio della storia dello Special One.

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