Se vi capitasse di passare per Salisburgo, in Austria, sicuramente vi imbattereste in un’imponente struttura di pianta quadrata da più di 30mila posti a sedere. Quell’impianto è la Red Bull Arena, casa del RB Salisburgo. Da ormai quindici anni il colosso austriaco si è impadronito del Salzburg, rendendolo una vera e propria azienda dal marketing infallibile. È il lontano 2005 quando Dietrich Mateschitz, ideatore della famosa bevanda energetica, rileva l’allora Austria Salisburgo stravolgendone l’identità. Cambiano i colori sociali, cambia il nome e soprattutto la mentalità. È l’alba di un progetto lungimirante che porterà il club ai livelli che conosciamo oggi.

Se i ragazzi di Jesse Marsch sono riusciti a mettere in serie difficoltà l’Atletico Madrid del Cholo Simeone nell’ultima notte di Champions League e a laurearsi campioni in patria ben sette volte consecutivamente, molto lo devono al progetto rivoluzionario ideato dal magnate austriaco. L’avventura inizia appunto nel 2005 e soltanto un anno più tardi anche i  New York Red Bulls fanno il loro ingresso nella MLS. Si percepisce che sta per accadere qualcosa di inaudito. Passano solo tre anni infatti e anche la Germania viene scossa dal terremoto che profuma di frutta e caffeina. Il Lipsia entra nella famiglia Red Bull e nel 2011 lo segue il Liefering FC, club di seconda divisione austriaca, che vede comparire “i due tori” sulle proprie maglie. La piramide a nome Red Bull è completa: ogni squadra diventa satellite dell’altra. Il Salisburgo rappresenta il livello immediatamente precedente al punto più alto, rappresentato ovviamente dai colleghi tedeschi.

FILOSOFIA RED BULL

Il progetto dei dirigenti del gigante austriaco è chiaro sin dall’inizio. La fondazione di altri club sotto lo stesso nome in giro per il mondo (Brasile e Africa su tutti) ne è la dimostrazione più lampante. L’obiettivo biancorosso è creare una fitta rete di squadre collegate fra loro che lavorino in funzione della causa comune: rendere la Red Bull leader anche nel calcio. Niente è lasciato al caso. Ogni ruolo, dalla dirigenza al campo, è ricoperto da esperti nel proprio settore. Ralf Rangnick e Roger Schmidt, rispettivamente direttore sportivo e allenatore, sono i primi a inaugurare il cambio di rotta nel 2012: da progetto fumoso e pieno di incognite, il Salisburgo diventa una concreta realtà pronta ad entrare nel calcio che conta.

La filosofia adottata nella città d’oltralpe da quasi dieci anni a questa parte si basa su un approccio quasi scientifico, basato su statistiche e analisi dei dati. La Red Bull, complice la capillarità dei propri contatti, ha “colonizzato” per prima zone dove i talent scout delle big europee non erano ancora arrivati. Sudamerica, Africa, Giappone e Scandinavia sono continenti meno battuti da chi cerca talenti, ma il Salisburgo al contrario è in grado di setacciarli per scovare le pepite più rare. Inutile nominare la sfilza di giocatori arrivati come egregi sconosciuti e, sotto la sapiente guida di Rangnick, trasformati in un tesoretto per le finanze della società. Si stima che in sei anni siano entrati più di 300 milioni di euro, 100 dei quali arrivati dalle casse dei colleghi tedeschi del Lipsia.

Tra i nomi passati per la città natale di Mozart spiccano diversi attaccanti, in grado in periodi diversi di fare le fortune dei propri allenatori. Ai tifosi austriaci non viene neanche lasciato il tempo di dispiacersi della partenza del loro bomber, che già in casa hanno il sostituto pronto e collaudato.

UNA “TRADIZIONE” DA 247 GOAL

Il primo a inaugurare questa sorta di tradizione è stato Sadio Mané, membro insostituibile del tridente delle meraviglie di Anfield. Il senegalese è come un vaso pieno fino all’orlo che trabocca all’arrivo di una goccia di troppo. Nel suo caso la goccia ha un nome e un cognome: Jurgen Klopp. Il tedesco è stato determinante nella crescita esponenziale del numero dieci dei Reds: prima del suo arrivo era soltanto un oggetto misterioso dal talento indiscutibile. Parlando di Mané non si può che cominciare dall’impresa della vittoria della Champions League, trofeo che in quel di Liverpool mancava da troppo tempo. La sua storia però inizia proprio da Salisburgo, dove si trasferisce nella stagione 2012/2013 dopo la retrocessione del suo Metz. In Austria gioca soltanto due anni, ma contribuisce ad inaugurare la striscia di sette scudetti consecutivi con la bellezza di 13 reti in poco più del doppio di presenze. Nell’estate del 2014 passa al Southampton che per lui sborsa ben 23 milioni di euro. Con i Saints realizza 21 goal in 67 presenze, prima di trasferirsi alla corte di Klopp. Il resto è storia nota.

 

Fonte immagine: Fifa.com

Moanes Dabbur è la dimostrazione di quanto il Salisburgo sia vigile sui talenti delle leghe minori. Israeliano, classe 1992. Dopo essersi messo in mostra al Maccabi Tel Aviv passa agli svizzeri del Grasshoppers e poi appunto al Salisburgo. Dopo un inizio non scoppiettante, per usare un eufemismo, apre la stagione 2017/18 con la rete nella partita casalinga contro l’Admira Wacker e due giornate dopo realizza anche la prima doppietta. Chiuderà il campionato da capocannoniere con 22 reti e 5 assist. La sua rapidità e la sua freddezza sotto porta si sposano perfettamente con il gioco dispendioso del Salisburgo, tanto da partecipare alla realizzazione di più di 100 goal tra reti e passaggi decisivi. Lascia l’Austria direzione Siviglia nel 2019, ma l’esperienza è disastrosa. Oggi gioca nell’Hoffenheim, dove sembra aver ritrovato la giusta continuità. Quella che aveva fatto di lui uno dei bomber più esotici del vecchio continente.

Dabbur e Minamino ai tempi del Salisburgo.
(Fonte: goal.com)

A Salisburgo soffia anche un dolce vento orientale, che negli ultimi anni ha portato due giocatori di grande qualità ed estro. Uno viene dal Giappone e adesso gioca insieme ai fenomeni del Liverpool; l’altro dalla Corea del Sud e oggi veste sempre Red Bull, ma in Germania. Si tratta rispettivamente di Takumi Minamino e Hwang Hee-chan. I due asiatici sono, di fatto, l’espresssione di quanto la rete scounting del Salisburgo sia evoluta. L’obiettivo è sempre arrivare lì dove gli altri non arrivano.

L’attuale Reds arriva in Europa nel 2015, dopo aver mosso i primi passi nella prima divisione nipponica. Sotto le Alpi passa ben cinque anni con una media di 13 reti a stagione. Nella scorsa edizione di UCL si mette in mostra con 2 goal e 3 assist che gli valgono la corte del Liverpool. A gennaio si trasferisce in Premier League, che sotto la guida di Klopp il Liverpool conquista dopo 30 anni. Hwang invece è l’emblema del progetto gerarchico Red Bull. La sua carriera, esclusa la parentesi all’Amburgo, segue il percorso di risalita della “piramide”: Liefering, Salisburgo, Lipsia. Esterno d’attacco come l’ex compagno, il sudcoreano ha contribuito alla causa austriaca per 126 volte, prima di partire verso la Germania.

GLI ANNI RECENTI

Ultimo, ma certamente non meno importante. Non ha bisogno di presentazioni, il suo è un nome ormai noto a tutti: Erling Håland. La prima volta che il mondo del calcio ha toccato con mano le sue qualità  si giocavano i mondiali U20. Contro il malcapitato Honduras mise a segno la cifra record di nove goal. Numeri da predestinato. Lo sa bene il Salisburgo quando se lo aggiudica nel gennaio del 2019, strappandolo al freddo della Norvegia. Da allora si è preso i titoli dei giornali a suon di record, mantenendo in terra austriaca la straordinaria media goal di 1,07 a partita. Cifre che fanno pensare a un attaccante nel pieno della carriera, ma la sua carta d’identità parla chiaro riguardo la data di nascita: 21 luglio 2000. Quello del norvegese era un talento che non poteva aspettare e il Borussia Dortmund lo ha portato in giallonero dove, neanche a dirlo, ha continuato a stupire.

(Fonte: profilo Twitter @PatsonDaka20)

Se c’era chi pensava che il Salisburgo orfano di Haaland avrebbe faticato, si sbagliava. Rangnick sapeva già di avere il sostituto pronto in rosa. Patson Daka, direttamente dallo Zambia, ha assunto il ruolo di bomber trovando già 12 reti in 11 presenze. Strapotere fisico e rapidità nello stretto lo rendono il prototipo perfetto per il gioco di Marsch. E la sensazione è che, come i suoi predecessori, possa diventare ben presto un attaccante ambitissimo in sede di mercato. E come lui decine di giocatori con un unico denominatore comune dettato dalla lungimiranza di un club con un’identità precisa: Red Bull Salisburgo

(Fonte immagine in evidenza: profilo Instagram @fcredbullsalzsburg)