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Il Werder Brema più bello di sempre

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Il Werder Brema più bello di sempre

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Werder Brema

La stagione 2003/04 della Bundesliga vede le solite squadre favorite per il titolo, ossia il Bayern Monaco e il Borussia Dortmund. Dalle retrovie un occhio di riguardo va dato al Bayer Leverkusen, scottato dall’ultima annata sottotono, al Colonia di un giovane Philipp Lahm e al Bochum dell’iraniano Hashemian.
Dall’umido nord-ovest tedesco, però, spunta una squadra che da ormai una decina d’anni si piazza stabilmente a metà classifica: il Werder Brema.

SULLE RIVE DEL WESER

La storia del Werder si riassume, principalmente in una statistica: i biancoverdi sono, assieme al Bayern, la squadra con più partecipazioni in Bundesliga (57).
La storia della squadra è suddivisa in due grandi “ere”; la prima è quella compresa tra il 1981 e il 1995, sotto la guida di Otto Rehhagel. Durante questo periodo la squadra conquista 2 Meisterschale, 2 DFB Pokal, 2 Supercoppe tedesche e la Coppa delle Coppe 1991, primo trofeo internazionale del club.
Dopo un breve periodo di assestamento, nel 1999 il Werder Brema ingaggia Thomas Schaaf, uno dei pilastri della formazione di Rehhagel, come allenatore. Il tedesco resterà sulla panchina biancoverde fino al 2013, conquistando gli ultimi trofei della squadra.
Nel 2003 Schaaf dispone di una rosa decisamente competitiva, con alcuni pilastri come Fabian Ernst in difesa, Tim Borowski in mezzo al campo e la coppia Charisteas-Ailton davanti. Nessuno, però, crede realmente che il Werder possa conquistare qualcosa a fine stagione.

UN AVVIO FORMIDABILE

Forse la dirigenza del club immaginava una grande stagione fin dal principio, visto che sforna una delle maglie più particolari e riconoscibili dei primi anni 2000, una tenuta verde con le maniche arancioni e i pantaloncini bianchi, vero e proprio capolavoro di inizio millennio.
La stagione di Bundesliga inizia il primo agosto 2003 e per il Werder c’è subito un esame importante in trasferta all’Olympiastadion. L’Herta è letteralmente annichilito dai ragazzi di Schaaf, che vincono 3-0 grazie ad una doppietta del brasiliano Ailton e alla rete di Micoud.
Il primo mese scivola via senza particolari problemi per i biancoverdi, che collezionano 3 vittorie e un pareggio, oltre al roboante 9-1 in DFB Pokal contro il Ludwigsfelder.
La prima sconfitta per il Werder arriva alla quinta giornata, al Westfalenstadion contro il Borussia Dortmund. Il 2-1 per gli uomini di Sammer è firmato da Ewerthon e da una sfortunata autorete di Ismael.

DUE MESI DA SCHIACCIASASSI

Dopo l’inciampo casalingo contro i gialloneri, il Werder Brema si compatta e comincia a sfornare prestazioni ottime, condite da grappoli di gol. Dalla fine di settembre i biancoverdi vincono 7 partite su 8 giocate, guidati da uno strepitoso Ailton. Il brasiliano, vera e propria stella della squadra di Schaaf, è uno di quei calciatori che hanno qualcosa in più. Ailton era un’attaccante formidabile, dotato di una gran tecnica e capace di gol assurdi, da buon brasiliano. L’unico difetto del numero 32 biancoverde era il peso, ma sopperiva a questo aspetto con delle qualità superiori.
Nei suoi cinque anni in riva al Weser, Ailton segna 106 gol in 214 presenze, una media di quasi un gol ogni due partite giocate che ne fanno il quinto marcatore della storia del Werder. Un personaggio decisamente troppo poco conosciuto in relazione alle sue qualità.
Durante i due mesi in questione, il brasiliano segna 9 gol, veleggiando verso il titolo di Capocannoniere.
Nel mezzo arriva anche il passaggio del turno in DFB Pokal, dopo una partita tiratissima contro il Wolfsburg. I lupi passano in vantaggio dopo pochi minuti, ma nella ripresa il solito gol di Ailton porta la partita ai supplementari. I biancoverdi archiviano la pratica nel primo tempo supplementare grazie a Micoud e Charisteas.

UN TRITTICO DA BRIVIDI

Il Werder diventa una vera e propria mina vagante e tutte le altre squadre capiscono di dover fare attenzione. Per i biancoverdi il banco di prova più difficile arriva tra la quattordicesima e la sedicesima giornata.
Il  29 novembre va in scena il Nordderby al Volksparkstadion di Amburgo, la partita più sentita dell’anno nel nord-ovest tedesco. L’Amburgo, che terminerà ottavo, sta vivendo la solita stagione ricca di alti e bassi ed è nettamente sfavorito contro i biancoverdi. Ma i derby sono partite che seguono logiche tutte loro e i padroni di casa danno filo da torcere agli uomini di Schaaf.
Il Werder passa comunque in vantaggio con la rete del totem difensivo Ernst, ma nella ripresa Christian Rahn, terzino nativo di Amburgo, entra nei cuori di tutti i tifosi dei Rothosen segnando il gol del definitivo 1-1.
Una settimana dopo il calendario riserva ai biancoverdi la sfida contro i campioni uscenti del Bayern Monaco. Sospinti da un Weserstadion gremito, i ragazzi di Schaaf giocano alla grande.
Al 57’, una brutta gomitata di Lizarazu su Klasnic regala ai padroni di casa un calcio di rigore, che Ailton non sbaglia. Per uno scherzo del destino, il gol del pareggio dei bavaresi lo segna il calciatore più prolifico della storia del Werder Brema, con cui giocherà in quattro diverse finestre di carriera: Claudio Pizarro.
Dopo aver passato indenni i primi due scogli appuntiti, i biancoverdi se la vedono contro il Bayer Leverkusen, una delle squadre simbolo dei primi anni 2000.
Alla BayArena il Werder domina e chiude i conti a fine primo tempo con un micidiale uno-due.
Al 42’ una lunga triangolazione tra Micoud, Klasnic e Ailton mette il brasiliano in porta, mentre due minuti dopo è un colpo di testa di Krstajić a finire in rete.
Nella ripresa, complice l’espulsione di Micoud, il Bayer torna in partita con capitan Nowotny, che trova un gol incredibile, ma al 90’ un rigore causato dallo stesso difensore tedesco permette a Lisztes di chiudere i giochi.
Cinque punti conquistati su nove nel trittico di ferro, un ruolino decisamente importante per il Werder, che inizia a sognare in grande.
Il girone d’andata si chiude con un comodo 3-0 casalingo sull’Hansa Rostock e la conquista del primo posto in classifica, che non verrà più lasciato dai biancoverdi.
Negli ottavi di finale di DFB Pokal, invece, arriva un clamoroso 6-1 casalingo inflitto all’Herta Berlino, in una serata da brividi per tifo sugli spalti e gioco espresso.

GIRONE DI RITORNO SENSAZIONALE

Il girone di ritorno del Werder Brema è qualcosa di incredibile, fatto di vittorie roboanti, come il 4-0 alla povera Herta Berlino, vittima sacrificale della stagione per i biancoverdi e pareggi preziosi in partite difficili, tra cui il clamoroso 4-4 al Gottlieb-Daimler-Stadion di Stoccarda con continui ribaltamenti nel risultato.
Della seconda parte di stagione del Werder, però, è giusto ricordare due partite fondamentali per la conquista del titolo, decise nel finale dopo molta sofferenza.
La prima è la ventesima giornata, quando il Kaiserslautern di Ciriaco Sforza (eh la maglietta di Ronaldo era finita) arriva al Weserstadion affamato di punti salvezza. I Roten Teufel, penalizzati di tre punti ad inizio stagione, vendono cara la pelle e resistono fino al 90’, quando un’ingenuità in fase difensiva permette ad Ailton di realizzare il rigore della vittoria.
Alla ventottesima giornata, invece, è l’Eintracht Francoforte a tentare lo sgambetto alla capolista. Le Adler, che retrocederanno  a fine stagione, vendono cara la pelle e giocano un calcio duro e aggressivo. Dopo una rissa sfiorata, che porta all’espulsione di Davala e Amanatidis, il Werder la sblocca nuovamente dal dischetto al minuto 80. Il centrocampista tedesco Schur ferma irregolarmente il paraguaiano Nelson Valdez e l’arbitro indica il dischetto. Davanti a Nikolov si presenta il difensore francese Ismaël, che segna  e zittisce il pubblico del Waldstadion.
La settimana d’oro per i tifosi del Werder è la prima di maggio del 2004. Il primo giorno del mese, in un Weserstadion stracolmo, gli uomini di Schaaf, demoliscono letteralmente l’Amburgo nel Nordderby, con un 6-0 che non lascia spazio a recriminazioni.
Domenica 8 maggio, invece, è il giorno della matematica. All’Olympiastadion di Monaco la partita del passaggio di consegne si apre dopo soli 20 minuti. Su un filtrante di Ailton, il portiere dei bavaresi, Oliver Kahn, si incarta e perde malamente il pallone, che viene messo in rete da Klasnic.
Al 26’ i biancoverdi raddoppiano con un gran pallonetto in corsa di Micoud, uno dei protagonisti della formidabile stagione dei ragazzi di Schaaf.
Il gol che chiude i giochi arriva al 35’, una perla di Ailton, con un sinistro a giro perfetto da fuori area e fa 0-3. Nella ripresa i padroni di casa accorciano con il Pistolero, Roy Makaay, ma è troppo tardi per pensare ad una rimonta.
Al termine della partita il Werder Brema è matematicamente, per la quarta volta, Campione di Germania.
La Bundesliga dei biancoverdi termina con due sconfitte contro Bayer Leverkusen e Hansa Rostock, una sorta di anticipo di vacanza per i ragazzi di Schaaf, che risparmiano le energie per l’ultimo appuntamento stagionale: la finale di DFB Pokal.

DOPPELTITEL

Con la Coppa di Germania eravamo rimasti al clamoroso 6-1 inflitto dal Werder all’Herta Berlino negli ottavi di inizio dicembre.
A febbraio 2004 la DFB Pokal torna in pompa magna con i quarti che vedono cadere la favorita Bayern Monaco, sconfitta dall’Alemannia Aachen.
I biancoverdi, invece, hanno uno dei momenti più duri della stagione contro il Greuther Fürth, squadra di 2.Bundesliga come l’Alemannia.
I ragazzi di Schaaf passano in vantaggio con il difensore canadese Stalteri, uno dei fedelissimi della squadra, dopo 18 minuti. La partita si avvicina inesorabilmente alla fine, con il Werder che assapora la semifinale, ma ad un quarto d’ora dalla fine il Greuther ribalta tutto. Il pareggio arriva con una sfortunata autorete di Ismaël al 74’, mentre due minuti dopo, sulle ali dell’entusiasmo, è Feinbier a far esplodere lo Sportpark Ronhof. I biancoverdi sembrano alle corde, ma tirano fuori tutta la grinta che li contraddistingue e segnano due gol nel recupero, con Micoud e Klasnic, conquistando il passaggio del turno.
Dopo lo scampato pericolo in Franconia, il Werder riceve in semifinale il Lubecca, semisconosciuta squadra del nord tedesco, al confine con la Danimarca. Gli ospiti stanno vivendo la loro migliore avventura di sempre e giocano senza paura.
In avvio, ancora un’autorete complica i piani di Schaaf; questa volta è il difensore Krstajic ad infilare il pallone nella sua porta.
Il Lubecca riesce a tenere il risultato fino al 54’, quando Micoud sigla l’ennesima rete pesante della sua stagione. La partita si protrae fino ai supplementari, dove gli ospiti ritrovano il vantaggio con il trequartista Zandi, gelando il Weserstadion.
Ancora una volta, i biancoverdi rientrano in pista nei minuti finali, grazie ad Ailton che trova il pareggio al 111’. Tre minuti dopo è uno dei gregari più preziosi della squadra di Schaaf a segnare il gol decisivo, ossia il paraguaiano Valdez.
La finale di Berlino è nuovamente un giro sulle montagne russe biancoverdi, con l’Alemannia Aachen  che sfiora un trofeo che avrebbe meritato, ma contro il Werder di quella stagione nessuno può nulla.
La partita finisce 3-2 per i ragazzi di Schaaf, siglate da Klasnic e da Tim Borowski, il protagonista inaspettato. Il centrocampista tedesco, proveniente dalle giovanili, segna una fantastica doppietta, regalando il secondo trofeo stagionale al Werder, che realizza un fantastico Doblete.

IL DECLINO

Dopo la fantastica stagione 2003/04, i biancoverdi conquistano ancora una Coppa di Lega tedesca nel 2007 e una DFB Pokal nel 2009, prima del lento declino iniziato con l’addio di Schaaf nel 2013.
Il Werder Brema retrocede nel 2021, tornando in 2.Bundesliga dopo 40 anni e chiudendo un ciclo che ha portato molti momenti felici ai tifosi del club, che sperano in una pronta risalita.

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L’ultima grande Lazio: la stagione 1999/2000 e la Champions League

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veron lazio

La Lazio torna dopo due anni di assenza a competere nella Champions League. I biancocelesti, nel gruppo E con Atletico Madrid, squadra con cui esordirà questa sera, Celtic e Feyenoord, potranno dire la loro per il passaggio del turno. Sarri dovrà trovare la migliore Lazio possibile nonostante il brutto avvio in campionato ma che ha fatto vedere le migliori qualità ad esempio nella vittoria contro il Napoli. Fra giocate di squadra nello stretto ed individuali, come Luis Alberto, probabilmente il miglior giocatore in questo momento, la formazione schierata dal tecnico toscano cercherà di esprimere il calcio migliore da proporre contro un avversario ostico, che preferisce lasciar giocare gli avversari.

A ritrovarli nel loro esordio della massima competizione europea sarà l’Atletico Madrid, con il Cholo Simeone sempre a guidare i Colchoneros. Proprio l’argentino ha vissuto uno dei migliori momenti della carriera nella Capitale, sponda ovviamente biancoceleste. All’epoca giocatore e centrocampista, Simeone ha fatto parte di una rosa straordinaria che ha conquistato il titolo di campione d’Italia nella stagione 1999/2000. Proprio in quella cavalcata, parallelamente alla Serie A, la Lazio ha raggiunto il miglior risultato di sempre nella sua storia in Champions League.

Andiamo quindi a scoprire la rosa diventata storica per il club visti i traguardi raggiunti.

“Mi viene la pelle d’oca ricordando gli anni in cui i tifosi mi amavano tantissimo e mi davano sempre tanto calore. Sono stati anni di calcio ben giocato qui e abbiamo vinto tanto insieme”.

Diego Simeone nella conferenza stampa pre Lazio-Atletico Madrid

LA ROSA CAMPIONE D’ITALIA

La miglior Lazio capace di raggiungere i quarti di finale della Champions League ha una rosa storica e iconica per ogni tifoso della squadra capitolina. Guidati da Sven-Goran Eriksson, allenatore svedese conosciuto per il suo gioco combattivo e cinico, i biancocelesti saranno infatti una formazione molto unita, che non verranno spesso trascinati da un singolo. Una vera e propria coesione dove titolare o subentrante sapeva perfettamente cosa svolgere in campo. Lo dimostra soprattutto la cifra dei gol segnati dal principale attaccante, Marcelo Salas, che siglerà 12 gol in Serie A e sarà anche l’unico della rosa a superare la doppia cifra.

In porta, Luca Marchegiani era il titolare. La difesa veniva composta da una linea a 4 con Giuseppe Pancaro e Paolo Negro, sulla corsia sinistra e di destra, a completare il reparto difensivo composto dai due centrali Nesta e Mihajlovic, difensori forti nel contrasto ma dalla tecnica raffinata, soprattutto per il serbo, data anche la grande quantità di punizioni segnate in carriera. Abili dunque a far ripartire l’azione, i centrali venivano spesso schermati ed aiutati nella fase difensiva da un mediano: Sensini in primis e Almeyda poi erano designati perfettamente in questo ruolo. L’ex Parma e Udinese riusciva a ricoprire anche più ruoli come il terzino o il difensore centrale per via delle sue grandi doti difensive, ma dal piede abile per l’impostazione.

Il centrocampo era poi formato da altri due argentini ad accompagnare l’azione: Juan Sebastian Veron e Diego Simeone appunto, autore del gol che riaprirà la corsa scudetto contro la Juventus. Per l’ex Parma sarà a livello realizzativo la miglior stagione dal punto di vista realizzativo, con doppia cifra raggiunta fra Serie A e Champions. Per il Cholo invece, dotato di grande corsa e anche senso dell’inserimento per colpire di testa, veniva affidato un ruolo per aiutare il regista. Sugli esterni, ecco che si trovavano i due equilibratori della squadra, abili nell’aiutare la squadra anche in fase difensiva ma soprattutto a cambiarne il volto in attacco. Nedved a sinistra e Conceicao sulla destra erano in grado mettere in difficoltà l’uomo, il primo con la palla al piede e dagli strappi micidiali, il portoghese invece con la sua intelligenza tattica per gli inserimenti.

In attacco, troviamo due attaccanti principali: Marcelo Salas, che come detto in precedenza è risultato il miglior marcatore della squadra, e Simone Inzaghi. I due attaccanti non risultavano quasi mai in campo contemporaneamente, con il cileno preferito da Eriksson per la sua abilità nel giocare sul corto per via della tecnica eccelsa, mentre Inzaghi preferito per il lancio lungo alla ricerca della profondità. In rosa erano poi presenti altri elementi dove spiccano soprattutto i nomi di Dejan Stankovic, ancora acerbo per guadagnare un ruolo fondamentale con questi giocatori in campi, e l’ex Juventus Boksic che insieme a Mancini hanno svolto per lo più il ruolo di seconde punte. Per via dei tanti problemi fisici i due non hanno saputo dare il contributo decisivo alla squadra.

L’AVVENTURA IN CHAMPIONS LEAGUE

La Lazio nel 1999/2000 disputa la sua prima Champions League della storia. Qualificata come seconda nel campionato precedente e dalla forza della squadra, giunge come formazione più forte del suo girone. Sorteggiata nel gruppo A, finisce insieme all Dinamo Kiev, Bayer Leverkusen e Maribor. Rispettando le aspettative, la Lazio conclude alla grande la prima fase a gironi vincendo 4 partite e pareggiando le restanti. Nelle seconda fase le cosi si fanno più complicate visto anche il livello degli avversari: nel gruppo con il Chelsea di Zola, il Feyenoord e Marsiglia i biancocelesti perdono la loro prima partita con gli olandesi. Ma il pareggio all’Olimpico e la decisiva gara giocata a Stamford Bridge vinta contro i Blues per 2-1 grazie alla rete da vero numero 9 di Inzaghi ed alla straordinaria punizione di Mihajlovic. Con i francesi invece arrivano due vittorie.

La corsa verso il sogno più importante si interrompe però ai quarti di finale, quando la Lazio pesca il Valencia, futura finalista di quella competizione. Prima al Mestalla gli spagnoli si impongono con un grande 5-2, quasi impossibile da rimontare. Infatti, il gol di Veron risulterà inutile nella gara di ritorno, finita 1-0 per i padroni di casa.

I TRAGUARDI RAGGIUNTI

Nonostante l’amarezza dell’eliminazione in Coppa, a livello europeo la Lazio può vantarsi di un prestigioso trofeo internazionale vinto a inizio stagione: la Supercoppa Europea. Contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson campione d’Europa in carica, con un gol di Salas la squadra di Eriksson si impone per 1-0. Dopo un match di campionato contro il Sunderland, tanti anni dopo lo scozzese rilasciò questa intervista riguardo ai ricordi più amari dopo 25 di fila sulla panchina dei Red Devils. Uno di questi fu proprio legato alla Supercoppa del 1999:

“Nel 1999 abbiamo perso la Supercoppa Europea contro la Lazio che in quel momento era la migliore squadra al mondo ed è forse questo il ricordo più amaro”.

Oltra alla Serie A conquistata all’ultima giornata, anche la Coppa Italia, terza nella storia della Lazio, viene vinta dai biancocelesti, assoluti dominatori in Italia in quella stagione. Nella doppia finale contro l’Inter è decisiva la gara di andata vinta per 2-1, mentre al ritorno ci sarà solo uno 0-0.

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Tre italiane in finale nelle coppe europee: fortuna o rinascita del nostro calcio?

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Inter, Lautaro viene insidiato da Barella nel ruolo di nuovo capitano interista

È indiscutibilmente l’anno dell’Italia, almeno per quanto riguarda il mondo del calcio. Tre italiane in finale nelle tre coppe europee era qualcosa di difficilmente pronosticabile a inizio anno. E non solo: quello che stupisce ancora di più è il numero delle squadre che sono riuscite a farsi strada durante il loro cammino nelle competizioni continentali. Abbiamo portato ben tre team ai quarti di finale di Champions League, due in semifinale di Europa League (in cui abbiamo sfiorato una finale tutta italiana) e, per la seconda volta consecutiva, una in finale di Conference League.

Non si può non elogiare il percorso e la crescita di quasi tutte le compagini della nostra nazione e in molti si sono chiesti se questo non possa essere il punto di partenza per un nuovo dominio italiano in Europa, come fu a cavallo fra gli anni ’90 e i primi del 2000. La domanda ha ovviamente senso, non solo considerati i risultati di questa stagione ma anche per il fatto che la nostra Nazionale (pur non riuscendo tristemente a qualificarsi per il Mondiale) è la detentrice del titolo europeo, conquistato appena due anni fa.

Altri, un po’ più pessimisti, hanno tirato in mezzo anche la fortuna di aver avuto dei sorteggi favorevoli. E quindi a cosa credere? Abbiamo realmente avuto solo fortuna o c’è qualcosa in più? Affrontiamo la questione con una semplice analisi dei fatti per scoprire a che punto è il nostro calcio e se potremmo rivedere questo exploit delle nostre squadre nel prossimo futuro.

LE DIFFERENZE FRA CHAMPIONS, EUROPA E CONFERENCE LEAGUE

Sarebbe fuorviante affrontare la questione in maniera unica per tutte le squadre italiane e anche farlo non considerando le differenze fra le tre coppe europee. Champions, Europa e Conference League sono, infatti, tre competizioni studiate per fini diversi e per compagini diverse. Prendiamo in considerazione l’Europa League e la Conference League. Come sappiamo queste coppe sono un’opportunità per le squadre di medio/alto livello del panorama calcistico continentale. Non indicano la squadra più forte d’Europa ma ci aiutano a valutare un parametro importantissimo: il livello dei vari campionati europei.

La salute della classe media è in molti casi un sintomo della salute di una società e, nel mondo del calcio, queste due competizioni sono quelle che più di tutte ci indicano lo stato di salute di un movimento. Nel caso dei club italiani, possiamo tranquillamente dire che, visti i risultati in queste competizioni in questi ultimi anni, il nostro calcio sta molto più che bene.

In EL abbiamo avuto quattro squadre arrivate almeno in semifinale nelle ultime quattro edizioni e in ECL per la seconda volta di fila una nostra squadra può giocarsi la coppa. Questo ci porta a ragionare sul fatto che il livello medio della Serie A è molto alto anche rispetto agli altri campionati europei di punta. Se ci riflettete, questo è anche il motivo per il quale la lotta Champions in queste ultime stagioni del campionato italiano si è fatta sempre più avvincente.

Un livello tale che ha fatto sì che venissero create delle rose altamente competitive per queste due competizioni e l’auspicio per il futuro è che le italiane possano ambire di anno in anno alla vittoria di queste due coppe europee. Purtroppo, va fatto un discorso diverso per la terza coppa, la più importante, la Champions League.

IL CAMMINO DELLE ITALIANE IN CHAMPIONS LEAGUE

La coppa “dalle grandi orecchie” è quella che racchiude l’élite del calcio europeo. Non solo, è anche innegabile come siano sempre i soliti top club del continente ad accedere alle fasi più avanzate del torneo. Squadre come Manchester City, Real Madrid, Bayern Monaco, tutti squadroni pensati per vincere il trofeo ogni anno. In questa stagione abbiamo però assistito a un vero e proprio dominio del nostro calcio anche nella manifestazione più importante.

Tolta la Juventus, l’unico club che rispetto ai precedenti anni ha avuto una flessione, Inter, Milan e Napoli hanno dimostrato, aiutate anche da un campionato maggiormente competitivo e, dunque, più “allenante”, di avere delle rose molto ben attrezzate anche per poter dire la loro. E, soprattutto, di poter giocare un calcio al livello di quello dei top club europei.

L’Inter, per arrivare fino in fondo, ha dovuto superare un girone di ferro con Bayern Monaco e Barcellona. Il Napoli ha affondato il Liverpool, finalista della precedente edizione, e ha, per lunghi tratti, giocato un calcio tra i migliori d’Europa. Il Milan è rinato grazie allo strepitoso lavoro di Pioli e Maldini. Tutte realtà in crescita, come lo sono anche Roma, Lazio e Fiorentina. Ma, dunque, possiamo ripetere l’exploit di quest’anno anche nelle prossime Champions League?

QUANTO HA INFLUITO LA FORTUNA?

Purtroppo dobbiamo anche affrontare il fatto che, probabilmente, abbiamo anche avuto un po’ di fortuna. Come ci ha insegnato Niccolò Machiavelli non dobbiamo sottovalutare l’operato di questa forza che l’uomo può a volte controllare, ma che spesso va al di là delle nostro operato.

È innegabile, quindi, che il sorteggio dei quarti di finale, che ha posto ben tre italiane in un lato del tabellone, è stata una contingenza che ha influito molto sul prosieguo della competizione. Una situazione che difficilmente potremo rivedere nei prossimi anni, salvo eventuali ulteriori aiuti della Dea bendata. Quindi? Dovremmo prendere questa strepitosa stagione delle italiane nelle coppe europee come unica e irripetibile e frutto solo della fortuna?

RIPARTIRE DA QUI

Come abbiamo detto, è innegabile il miglioramento di quasi tutte le nostre squadre da un punto di vista tecnico, tattico e gestionale. È vero, la fortuna ha in parte influito, ma non si possono nascondere le virtù delle nostre società. Ecco, proprio questa parola sarà il cardine dei prossimi anni del calcio italiano. Non a caso un concetto nuovamente machiavellico: la virtù, ovvero la forza che l’uomo contrappone alla fortuna, quando questa decide di voltarci le spalle.

Se per Europa League e Conference League la forza delle nostre squadre ci permetterà di lottare sempre per la vittoria, per la Champions League ci troveremo, già dall’anno prossimo, a fare i conti con delle realtà superiori a noi. Ma non possiamo lasciarci sfuggire l’opportunità che questa stagione calcistica ci ha offerto, ovvero quella di dimostrare che anche noi possiamo tornare ad ambire a grandi traguardi.

Il nostro movimento può e deve ripartire da questa stagione per poter progredire ulteriormente e le nostre società muoversi per far sì che questo non sia un anno unico e irripetibile, ma che, col tempo, diventi la norma. Far sì che, con le proprie forze, i club italiani riusciranno a raggiungere posizioni di vertice nelle coppe europee (anche in Champions League) a prescindere dall’aiuto che la fortuna sceglie di offrirci.

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Henrikh Mkhitaryan: l’equilibratore dell’Inter

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Mkhitaryan

L’acquisto di Henrikh Mkhitaryan nella scorsa finestra estiva di mercato da parte dell’Inter è stato uno di quei colpi che non hanno di certo esaltato i tifosi. Non che sia stato un acquisto criticato, ovviamente, ma neanche uno di quei colpi col botto. Un centrocampista, arrivato a parametro zero, in grado di aggiungere qualità alla manovra ma, in fin dei conti, solamente un buon rimpiazzo per Calhanoglu o Barella. Nulla di più di un completamento del roster nerazzurro.

In pochissimi di noi si sarebbero però aspettati una sua centralità nello scacchiere tattico di Simone Inzaghi oggi, alla vigilia di una storica semifinale di ritorno di Champions League. In una stagione in cui Mkhitaryan è sì partito inizialmente dietro nelle gerarchie dell’Inter, ma è risultato, alla lunga, decisivo per lo strepitoso percorso dei nerazzurri in tutte le competizioni.

DUTTILITÀ

L’intelligenza, qualora volessimo prendere dei parametri per giudicarla, si nota anche dalla flessibilità e dalla duttilità di una persona. Al sapersi ambientare al contesto anche a prescindere dalle difficotà. Ebbene, questo concetto calza perfettamente alla personalità di Mkhitaryan. Una persona, prima ancora che un calciatore, che ha saputo adattarsi e trarre il meglio da ogni esperienza. Parla sette lingue: armeno, russo, inglese, portoghese, francese, tedesco e, ovviamente, l’italiano. Con un laurea conseguita all’Istituto di Cultura Fisica in Armenia.

Nel frattempo ha insegnato calcio in Germania, al Borussia Dortmund di Jurgen Klopp, poi in Inghilterra all’Arsenal e al Manchester United. Ed è proprio qui che la sua intelligenza calcistica prende forma. Mkhitaryan è un tuttofare, un centrocampista in grado di ricoprire ogni zona del campo, dal trequartista all’esterno, con una tecnica unica ma, soprattutto con uno spirito di sacrificio unico.

Infine, l’arrivo in Italia. Alla Roma parte da trequartista, giocando in maniera superlativa, salvo poi arretrare il suo raggio d’azione come mediano insieme a Cristante. Ruolo in cui il suo apporto passa molto più in sordina ma grazie al quale diventa essenziale per Mourinho, sia in Campionato che in Conference League. Da questa stagione all’Inter, per Mkhitaryan si prospettava un progressivo declino, soppiantato dai vari Brozovic, Barella e Calhanoglu, titolari inamovibili per Inzaghi. Ma ecco che il suo apporto è tornato a essere determinante anche a Milano in un nuovo ruolo, quello di mezzala, grazie al quale l’armeno è diventato fondamentale per i nerazzurri.

LA SUA IMPORTANZA PER L’INTER

La sua intelligenza rara lo ha portato a rendersi indispensabile per le logiche tattiche di Inzaghi. Certo, nel suo passaggio a un ruolo da titolare ha inciso molto l’infortunio di Brozovic, ma la sostituzione del croato con Calhanoglu come vertice basso di centrocampo è stata anche permessa proprio dall’armeno.

Come dicevamo, il sapersi adattare è una delle caratteristiche delle persone illuminate, e Mkhitaryan ha un’abilità speciale nel sapersi muovere in sintonia con i suoi compagni di reparto. La sua accuratezza nei movimenti senza palla gli permette di smarcarsi per offrire una linea di passaggio. La tecnica gli permette di gestire il possesso, sia facendo fluire il pallone con velocità, sia portando egli stesso la sfera in conduzione. La sua tenacia e il suo spirito di sacrificio (pur essendo un 34enne) lo portano, inoltre, a unire alle sue doti qualitative quelle quantitative che per caratteristiche non dovrebbero competergli.

È così che lo si trova spesso a intercettare le linee di passaggio avversarie o andare a contrasto. O anche a sopperire alle avanzate offensive di Calhanoglu, retrocedendo ulteriormente la sua posizione. O, al contrario, sfruttare le sue doti nell’inserimento per spingersi in area quando Barella è impossibilitato a farlo. Sono tutte doti che il numero 22 mette di partita in partita a disposizione dei nerazzurri. Mkhiratyan è il tuttocampista perfetto per l’Inter, l’ago della bilancia essenziale sia in fase offensiva che difensiva.

Non a caso, anche la sua collocazione tattica la dice lunga. Il ruolo di mezzala sinistra, che possiamo definire a tutti gli effetti come il secondo regista della squadra, che, prima di lui e Calhanoglu, fu di un altro illuminato del gioco come Christian Eriksen. E in cui lo stesso Inzaghi adattò, nei suoi anni alla Lazio, Luis Alberto, la fonte creativa di maggior spicco dei biancocelesti in quegli anni. Un ruolo che, dunque, richiede doti uniche per un giocatore, soprattutto per quanto riguarda l’intelligenza tattica. E chi se non Henrikh Mkhitaryan poteva essere l’uomo giusto per ricoprirlo?

 

 

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L’eterno Modric contro lo scorrere del tempo

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modric arabia saudita

È ormai quasi certo il rinnovo di Luka Modric con il Real Madrid. Il centrocampista croato prolungherà ulteriormente la sua già strepitosa carriera, regalandoci il lusso di vederlo giocare anche nella prossima stagione con la camiseta blanca, quando compirà 38 anni. Quasi a non volerci concedere i commenti lusinghieri con il quale vorremmo elogiarlo al termine della sua carriera. No, lui è e continuerà ad essere il faro che illumina le notti del Santiago Bernabeu, beffandosi persino del Padre Tempo.

Certo, ormai siamo sempre più abituati a vedere le carriere dei giocatori prolungarsi fino a tarda età. Visto che siamo in un’epoca di veri e propri super atleti che, in alcuni casi, riescono a fronteggiare anche l’inesorabile scorrere del tempo. Ma per Modric bisognerebbe fare un discorso a parte, visto il ruolo peculiare che riveste, quello del centrocampista. Un giocatore che dovrebbe teoricamente essere il “motore” della squadra, sia dal punto di vista mentale che fisico. Ebbene, il diez croato ha sicuramente dovuto sviluppare un’intelligenza fuori dal comune (e non solo calcistica) per saper essere ancora così decisivo in uno dei club più prestigiosi al mondo e nelle competizioni più importanti. E soprattutto, a saper andare oltre i limiti impostigli dall’età.

UN DOMINIO CHE DURA DA UN DECENNIO

Grazie al suo imminente rinnovo con il Real Madrid, Modric si appresterà a vivere la sua undicesima stagione con le Merengues. Un traguardo assurdo se consideriamo che la carriera del Folletto di Zara in Spagna non era iniziata nel migliore dei modi. Dopo la prima stagione, molti sostenitori madridisti lo additavano addirittura come il peggior acquisto della storia dei Galacticos.

Serve l’arrivo di Carlo Ancelotti l’anno successivo per porlo definitivamente al centro del Real Madrid e a portarlo nell’Olimpo del calcio. Già dalla vittoria della Décima, propiziata proprio da un suo assist per il gol di Sergio Ramos allo scadere della finale contro l’Atletico Madrid.

Da lì inizia la mistica del Real di questo decennio, capace di dominare il calcio continentale come nessuno mai nella storia. Dopo la Décima, arriva il trittico di trionfi dal 2016 al 2018. Un three-peat che non era mai successo in epoca moderna. Modric è al centro del gioco. La stella è ovviamente Cristiano Ronaldo, ma il tempo saprà anche effettivamente svelare che, dietro al magistrale lavoro di CR7 sotto porta, si celava anche il genio tattico e tecnico del trequartista croato. Che, infatti, sopravanza il portoghese proprio nel 2018. Al Mondiale in Russia, Modric trascina la Croazia a una storica finale, che gli vale anche il Pallone d’Oro della stagione, scavalcando proprio il nativo di Madeira.

Ecco, sembrava proprio quello il canto del cigno. Dopo quell’incredibile anno, sia il talento di Modric che l’efficienza di quel Real Madrid parevano affievolirsi fino a sembrare anche anacronistici per il calcio ultra fisico di questi ultimi anni. O forse era solo una pausa scenica, prima del ritorno della scorsa stagione. In cui la Casa Blanca torna a dettare legge in campo europeo, ammantata da un alone di invincibilità che ha più a che fare con il misticismo che con le logiche sportive. Il trionfo in Champions e in Liga della stagione 2021/22, il ritorno della Croazia sul podio mondiale, tutte gesta in cui Modric è uno degli artefici massimi. Decisivo come non mai nonostante il sacrificio dal punto di vista fisico che il tirannico Padre Tempo gli chiede di volta in volta.

Eppure Modric è sempre lì, all’apice, quasi come se anche il tempo, oltre che lo spazio sul terreno di gioco, si pieghino al suo volere. A un passo dall’ennesima semifinale in Champions League con il suo Real Madrid, che prima di accantonarlo deve prima scontrarsi sempre con il fatto che il croato è sempre e comunque fondamentale.

COME FA A SFIDARE IL TEMPO?

Purtroppo c’è da dire una cosa importante. Non sarà il nativo di Obrovac a sconfiggere il Padre Tempo e continuare a giocare all’infinito. Per il semplice fatto che questo è un avversario al quale, prima o poi, ogni mortale è costretto a piegarsi. E, infatti, anche a veder giocare Modric adesso, nel Real Madrid o nella Croazia, si può notare come il suo dominio tecnico e fisico nelle partite va via via affievolendosi.

Si deve purtroppo constatare come Modric non ha più la corsa, la resistenza, il fisico per poter illuminare ogni singolo momento della stagione. Il Padre Tempo, che gli ha dato la gloria, sta pian piano chiedendogli il conto, togliendogli la dinamicità dei giorni migliori. Ma è proprio qui che risiede l’immensa intelligenza di Modric. Anche lui ha capito che non può sconfiggere l’avanzare inesorabile dell’età. Ma grazie alle sue doti intellettive fuori dal comune ha anche capito come dilatare il più a lungo possibile i suoi giorni di maestosità.

Non riuscendo più a rendere al 100% sul lungo periodo, non gli resta che rimanere quasi dormiente, anche per lunghi tratti della partita e della stagione. Ma scegliendo accuratamente i momenti clou, in cui riversare, anche se per un periodo limitatissimo di tempo, tutta la sua classe. È così che nei big match della scorsa fase finale della Champions League o al Mondiale in Qatar, è risultato ancora una volta determinante. Mutuando un’espressione del basket NBA, Modric è diventato il giocatore clutch per eccellenza. Magari non sempre ai suoi massimi livelli in stagione, ma ingigantendo il peso specifico delle sue giocate in proporzione alla crucialità del momento.

È IL MIGLIOR CENTROCAMPISTA DI SEMPRE?

Che Modric sia già nel Pantheon dei grandi del calcio è un fatto assodato da tempo. Ciò che rimane da chiedersi è se non sia addirittura il migliore del suo ruolo in ogni epoca. Può sembrare un’affermazione forte, divisiva, ma probabilmente non lontanissima dalla verità.

Ovviamente, lungi da noi sbilanciarci in questo modo in suo favore, visto che, nella quasi totalità dei casi, è impossibile rispondere a certe domande. L’unico dato che possiamo analizzare è però questa sua abilità nel poter dilatare il tempo, che in pochissimi hanno avuto in passato. Parliamo di una ristrettissima élite di centrocampisti, come Iniesta, Pirlo, Xavi e Zidane. Probabilmente gli unici che hanno vinto quanto Modric in carriera e che hanno spinto il loro fisico nell’impresa di duellare con i limiti imposti dall’età.

Pirlo e Xavi, per esempio, hanno smesso di giocare ad altissimi livelli lo stesso giorno, dopo la finale di Champions League fra Barcellona e Juventus del 2015, rispettivamente a 36 e 35 anni. L’ultimo atto della carriera di Zizou è stata l’indimenticabile finale del Mondiale 2006 contro l’Italia, lasciando il calcio da trascinatore della sua nazionale a 36 anni. Iniesta (che comunque è ancora un giocatore del Vissel Kobe, in Giappone) lascia il Barça a 34 anni da Campione di Spagna. E poi c’è Luka Modric che, in realtà, sulla carta, ha solo un anno meno di Don Andres, ma che sa ancora regalare emozioni ai più alti livelli di questo sport. E lo farà anche l’anno prossimo, quando compirà 38 primavere. Almeno questo possiamo tranquillamente affermarlo: nessuno ha saputo duellare con il Padre Tempo più a lungo di lui.

 

 

 

 

 

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