In un’isola inframezzata da montagne e altipiani ghiacciati, fiordi e scogliere a strapiombo, e una temperatura che raramente supera i 20°, giocare a calcio, come si immagina, non è la cosa più semplice del mondo. O meglio, non lo era nel momento in cui in Europa già si parlava di grandi campioni del pallone e del calcio come dello sport più diffuso e seguito. L’Islanda racchiude un fascino estremo, con paesaggi e terre mozzafiato, simbolo di un’ultima Thule e di una comunità nata al di là del conoscibile, remota, che il nostro mite pensiero non riesce a toccare, come dice il maestro Guccini.

“…dentro il fiordo
si spegnerà per sempre ogni passione,
si perderà in un’ultima canzone
di me e della mia nave anche il ricordo”.

Il miracolo calcistico del 2016 che ha visto la Nazionale di calcio islandese partecipare per la prima volta agli Europei, è stato vissuto per questi motivi ancora di più come un avvenimento extra-ordinario. I piccoli hanno raggiunto i grandi, e hanno battuto l’Inghilterra agli ottavi, anche se poi sono stati sconfitti ai quarti di finale contro la Francia. Fu comunque qualcosa da “raccontare ai propri nipoti” come dichiarò il capitano Aron Gunnarsson. Due anni dopo la “piccola” nazionale nordica si qualificò per i Mondiali: un paese di meno di mezzo milione di abitanti che scese in campo portando negli spalti circa un sesto della sua popolazione, con la bandiera sventolata alta nel cielo o dipinta in faccia. Quei colori dovevano esser visti, per la prima volta, in tutti gli angoli del pianeta.

Fonte: profilo IG Aron Gunnarsson

 ASPETTANDO EURO 2020

La favola islandese si ripeterà ancora? Lo scorso 22 novembre sono stati sorteggiati i gironi di playoff per capire chi, a marzo, potrà festeggiare la qualificazioni agli Europei del prossimo anno. Secondo il nuovo regolamento UEFA infatti, le ultime quattro squadre a entrare nelle partecipanti alla competizione, saranno scelte in base alle vittorie dei playoff nei gruppi scelti in base alla classifica della Nations League. L’Islanda dovrà vedersela con la Romania il 26 marzo 2020, e in caso di vittoria dovrà sfidare la vincente tra Bulgaria e Ungheria il 31 marzo. Solo in caso di duplice successo potrà quindi competere nei prossimi Europei.

Le prima sfidante dell’Islanda è la Romania, squadra che la stacca undici posizioni nel ranking FIFA (i romeni sono 29°, mentre gli islandesi 40°). Sebbene la squadra dell’est Europa non conti nella sua storia tante più partecipazioni dell’Islanda, nelle competizioni internazionali ha raggiunto due volte i quarti di finale e complessivamente ha accumulato più punti rispetto ai nordici. Tra Bulgaria e Ungheria, entrambe sotto l’Islanda nella classifica FIFA (rispettivamente 61° e 50°), non sembra ci siano grandi disparità, e di fronte alla rosa di Gunnarsson e Sigurdsson, sono meno potenti. La Bulgaria nel girone di qualificazione a Euro 2020 ha infatti concluso 6 volte, e insaccato ben 17 gol; mentre l’Ungheria ha -3 di differenza reti. Guardando gli ultimi risultati l’Islanda risulterebbe quindi superiore nel girone, ma certamente poteva essere più fortunata nei sorteggi, se si considerano le alternative che potevano capitare nel suo gruppo di playoff.

Fonte: profilo IG Euro2020

LA DIVERSITÀ DELL’ISLANDA

La Nazionale islandese tuttavia, ha un alone suggestivo diverso rispetto alle altre squadre minori che lottano per la qualificazione agli Europei. Se pensiamo infatti alle partite disputate negli scorsi tornei quello che si figura nelle nostri menti, è l’immagine del forte legame con i tifosi e il tifo stesso degli islandesi. La “Geyser-dance” è stata forse la novità dentro la novità della partecipazione del Paese agli Europei 2016. Dopo ogni partita infatti i giocatori si schieravano sotto le tribune loro sostenitrici e iniziavano a battere all’unisono le mani sopra la testa, sempre più veloce, fino a risuonare a ritmo e insieme ai tifosi in un rumoroso applauso. Le vibrazioni e la potenza di quell’esibizione sono da brividi e simboleggiano un rito e un credo che contraddistingue la Nazione e ci porta a tifare volenti o nolenti per la loro favola.

E il fascino nei confronti del calcio islandese aumenta se si considera la storia stessa di questo sport, e il significato che ha avuto per il Paese, sin dalla sua origine.

Fonte: profilo IG Aron Gunnarsson

IL CALCIO COME AIUTO SOCIALE

Il calcio si è sviluppato soprattutto grazie a politiche di inclusione sociale, per rappresentare un diversivo alla perdizione giovanile tra alcol e droga, consumate moltissimo dai giovani nel freddo nordico per combattere la depressione. Si è investito molto nella costruzione di campi da calcio coperti e nelle società sportive, perché attirassero i ragazzi e fornissero un modello salutare e utile per la crescita dell’individuo. I cambiamenti, consistenti a partire dagli anni Novanta, grazie a un fruttuoso periodo economico dell’Islanda, hanno fatto sì che oggi il calcio sia lo sport nazionale. Il Paese conta poco più di 300 mila abitanti e i dati dicono che una persona su 500 sia un allenatore, mentre in totale il 7% della popolazione è registrato come calciatore.

I numeri sono alti e fanno sperare in una continua crescita del gioco del calcio islandese, che con costanza e con politiche mirate è riuscito a migliorare il suo andamento, battendo importanti record, e ritagliandosi un’immagine collettiva che fa bene e carica tutta la popolazione tifosa.

LA LEZIONE DA IMPARARE

La faccenda del gioco del pallone in Islanda quindi, ci porta un duplice insegnamento.

Da una parte è l’esempio di quanto sia fondamentale investire là dove c’è bisogno. Il campionato islandese non è ancora professionistico, e molti dei titolari della rosa della Nazionale giocano e si sono formati all’estero, soprattutto in Inghilterra. Si sta però muovendo qualcosa e la scalata nel ranking dell’Islanda, con i successivi piccoli successi, è la prova di come il percorso che si sta intraprendendo abbia conseguenze dirette sull’andamento della squadra. Il caloroso sostegno del popolo vichingo è certamente un fattore importante, che almeno dimostra l’interesse e la fame di arrivare sempre più in alto. Con questo tuttavia, c’è da restare cauti, perché servirà pazienza e tempo, e una non qualificazione a Euro 2020 potrebbe essere un piccolo passo falso nella lunga strada che la Nazione ha iniziato a percorrere.

Dulcis in fundo, la storia del calcio in Islanda e del motivo per cui si è investito in progetti e iniziative in questa attività sportiva, ci ricorda la funzione più utilitaristica del calcio, e dello sport in generale. Allenamenti, partite, una squadra… sono fin da quando si è piccoli un ottimo hobby e l’Islanda ha preso coscienza seriamente della questione e l’ha inserita in un progetto politico e sociale, considerando il calcio l’aiutante essenziale per combattere le cattive abitudini dei giovani, antagonisti della loro formazione. E ciò che rende più grati, è che dai risultati, sta venendo fuori un bel racconto.

Fonte immagine in evidenza: profilo IG Aron Gunnarsson.