“Il primo giorno del resto della mia vita”.

È questa la didascalia che accompagna una foto pubblicata da Javier Mascherano ventiquattr’ore dopo aver dato l’addio al calcio. Uno degli ultimi pezzi di quel Barcellona onnipotente rimasti in attività, uno degli ultimissimi reduci del Liverpool targato Rafa Benitez. Un giocatore le cui qualità sopraffini sono state spesso oscurate dai suoi interventi ai limiti della legalità.

È stato da alcuni definito “macellaio”, uno di quelli con l’abbonamento al cartellino rosso. Evidentemente, chi etichetta in questo modo El Jefecito, in vita sua lo avrà al massimo visto in quei classici video presenti su YouTube, in cui vengono mostrate le giocate peggiori del giocatore in questione.

Javier Mascherano è stato infinitamente più di un ruvido centrocampista difensivo. È stato un leader, un capitano silenzioso, collante imprescindibile di tutti gli spogliatoi che ha abitato in carriera, dagli albori della sua lunga esperienza professionale alle ultime battute.

IL (DOPPIO) ESORDIO

Una carriera ricca di emozioni, per se stesso e per chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare, iniziata… due volte.

Sì, perchè il club con cui esordisce El Jefecito è il River Plate, durante un afoso pomeriggio del mese di agosto del 2003. Tuttavia, il vero esordio tra i professionisti arriva circa un mese prima, quando Marcelo Bielsa decide di spedirlo nella mischia, senza alcuna gara ufficiale tra i grandi alle spalle, in un Argentina-Uruguay in scena all’Artemio Franchi. Mascherano dimostra subito di avere una marcia in più rispetto agli altri, nonostante i 19 anni compiuti poco prima dell’esordio con l’Albiceleste: piccolo di statura, ma con grande grinta e voglia di spaccare il mondo. Da Loco a loco, per intenderci.

Il suo soprannome è dovuto alla somiglianza simbolica con un altro idolo in casa River, ovvero Leonardo Astrada, detto El Jefe, “il capo”. In effetti, il nativo di San Lorenzo ci mette poco a dettare legge sul terreno di gioco: i primi tocchi al pallone sono da attaccante, ma per fortuna il padre lo convince a scalare di una posizione. Mascherano vede calcio: più che depositare la palla in porta, ha un’abilità incredibile nel consegnarla sui piedi dei compagni con una precisione goniometrica. Inoltre, gioca con la maturità di un veterano. Il vestito da centrocampista gli dona, ma non sarà l’unica evoluzione tattica della sua meravigliosa carriera.

L’APPRODO IN EUROPA

Le prime prestazioni monstre tra Argentina e Brasile – con la maglia del Corinthians – lo catapultano in Premier League: la prima occasione gliela concede il West Ham, ma l’esperienza dura solo qualche mese. La prima, vera svolta della sua carriera arriva con il Liverpool. Rafa Benitez gli affida le chiavi del centrocampo dei Reds, con cui ha immediatamente la possibilità di alzare la Champions League ad Atene contro il Milan. Quella sfida, sappiamo tutti come sia andata poi a finire. La classe di Mascherano, se non altro, a questo punto non è più una sorpresa. Dopo il KO in Grecia prolunga il suo contratto con il Liverpool, con cui raggiunge una semifinale di Champions ed un secondo posto in Premier nei quattro anni successivi.

Nel 2010 arriva la chiamata che cambia, ancora una volta, la vita del Jefecito: a volere l’argentino è un altro allenatore spagnolo, Pep Guardiola, che vede in lui un tassello per perfezionare lo splendente mosaico del Barcellona. Ed è proprio in maglia blaugrana che compie un altro passo indietro sul campo: l’ultimo, che gli permetterà di farne due in avanti sul piano tattico. Un po’ per esigenza- i problemi fisici di Carles Puyol e la malattia di Eric Abidal – un po’ per la sua voglia di “giocare” con l’assetto della sua formazione, l’allenatore catalano sperimenta una nuova sistemazione per il classe ’84: al centro della difesa, al fianco di Gerard Piqué, con cui farà coppia fissa col passare del tempo.

L’ULTIMA EVOLUZIONE

Da questa nuova posizione, Javier Mascherano può addirittura svolgere più compiti rispetto al suo vecchio ruolo: dà fosforo al reparto arretrato, mettendo pezze agli errori che il gigante in maglia numero 3 si concede; non ha problemi a giocare con sessanta metri di campo alle spalle – uno dei marchi di fabbrica in casa Barcellona – potendo contare sulla sua notevole velocità. E poi, in più, gli viene permesso di realizzare la prima costruzione di gioco, in una squadra che vanta elementi dall’elevanto quoziente intellettivo calcistico. Lui stesso dirà:

“Prima di venire al Barcellona, pensavo ad un solo lato del gioco: distruggere. Le mie qualità erano unicamente rivolte alla difesa e non avevo alcuna responsabilità in fase di impostazione“.

El Jefecito si adatta rapidamente ai tempi di gioco dei colleghi: la sua visione totale del campo sembra essergli stata donata per poter condividere lo spogliatoio con quei magnifici artisti del pallone. Il popolo catalano si affeziona presto a lui, lo trasforma meritatamente in uno dei beniamini del Camp Nou e lo difende con la spada sguainata: nulla di meno del trattamento che una tifoseria calda come quella riserva a chi si batte fino all’ultima goccia di sudore per la maglia che indossa.

Col passare degli anni, viene consolidato inoltre il suo status di leader: lui e Leo Messi si conoscono bene, Mascherano sembra essere l’unico in grado di fare da filtro tra la Pulce e il resto della squadra, sia al Barcellona che con l’Argentina. Non si tira mai indietro quando c’è da metterci la faccia, specie quando le cose non girano per il verso giusto. Emblematica la sua citazione:

Vincere è un’eccezione. Normalmente perdiamo”.

Fonte foto: account Twitter UEFA

Prima di tornare in Argentina, tappa iniziale e finale del suo percorso, ha donato sprazzi del suo talento ai cinesi dell’Hebei Fortune. Durante l’arco della sua carriera è stato anche vicino alla nostra Serie A, precisamente al Napoli, che lo ha corteggiato a lungo. Eppure l’Italia, tralasciando il palcoscenico nel quale ha esordito con la casacca dell’Albiceleste, nel suo destino c’è: i suoi bisnonni, siciliani di origine, hanno permesso al giocatore di ottenere il passaporto italiano.

Javier Mascherano è stato uno di quei giocatori per cui vale il detto “o lo ami, o lo odi”. Quelli che hanno avuto la fortuna di amare il suo stile in campo e fuori, il suo modo di concepire il gioco del calcio, oggi probabilmente fanno molta fatica a riconoscere le sue qualità in altri giocatori. Perchè in effetti El Jefecito, a modo suo, è stato unico: un mix di corazón y cabeza, un cervello calcistico malleabile come pochi altri nel corpo di un guerriero col fuoco dentro.

Fonte immagine di copertina: profilo Instagram di Javier Mascherano