L’esonero di Mauricio Pochettino e l’arrivo di Josè Mourinho sulla panchina del Tottenham sono state le notizie della settimana. La decisione presa da Daniel Levy, boss della squadra londinese, ha lasciato tutti un po’ a bocca aperta: non tanto sul piano dei risultati, perché l’inizio del campionato degli Spurs  – 14 punti in 12 partite è stato terrificante, bensì per via del forte legame che si era instaurato tra tifosi, calciatori, staff e allenatore. Mauricio Pochettino, in circa cinque anni, ha riportato il Tottenham al vertice del campionato inglese e ancor di più è riuscito nell’impresa di raggiungere la finale di Champions League lo scorso giugno, poi persa contro il Liverpool.

Insomma, il tecnico argentino ha lasciato Londra tra lo stupore generale. Ma altrettanto sorprendente è stata la scelta fatta da Levy per sostituire l’ex manager di Espanyol e Southampton: alla fine sulla panchina degli Spurs ci si è seduto Josè Mourinho, la cui ultima esperienza in Premier League con il Manchester United era terminata all’incirca undici mesi fa.

(Fonte: profilo Twitter @spursofficial)

Perché sorprendente? Beh, partiamo con l’analizzare il mero lato economico. Pochettino ha guadagnato al massimo 8,5 milioni di sterline all’anno; Mourinho, il suo successore, percepirà grazie ad un contratto fino al 2023 il doppio di quanto guadagnato da Poch, ovvero 15 milioni di sterline. Una mossa in totale controtendenza rispetto a quelle che storicamente sono state le linee guida in ambito finanziario del proprietario del Tottenham. In controtendenza anche rispetto allo storico, chiamiamolo così, del calciomercato: negli ultimi anni gli unici veri investimenti in campagna acquisti sono quelli che hanno caratterizzato l’ultima sessione di mercato, con gli arrivi di Ndombélé, di Lo Celso e di Sessegnon, per una spesa complessiva di poco più di 100 milioni di euro (dati Transfermarkt). È vero che di mezzo c’è stata anche l’onerosa spesa per la costruzione del nuovo stadio, per il quale sono stati investiti un miliardo di euro, ma è comunque evidente che i dati di cui sopra stridono fortemente con il personaggio Mourinho a cui siamo sempre stati abituati. Anzi, ad onor del vero Mourinho, nel corso della propria carriera da allenatore, ha speso 1,6 miliardi di euro per i nuovi acquisti: più di Ancelotti e Guardiola, entrambi fermi a quota 1,2.

In tal senso, però, sono state interessanti le parole pronunciate dallo Special One nel giorno della sua prima conferenza stampa da allenatore del Tottenham.

“Ho scelto il Tottenham per le enormi potenzialità che ha questo club e per la squadra, tanti calciatori che sono qui ho provato a portarli in altre società in cui ho allenato. La qualità dei giocatori in rosa e dell’Academy sono stati i motivi principali per cui ho deciso di accettare la proposta di Levy. Sarà una sfida molto eccitante”.

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È chiaro che il portoghese abbia avuto qualche rassicurazione in sede di mercato prima di firmare un contratto così a lungo termine, ma con queste parole ha dimostrato che gli ultimi mesi senza panchina lo hanno aiutato a riflettere molto di più sul materiale umano che il club, in questo caso il Tottenham, gli ha messo a disposizione. L’arrivo di Mourinho al Tottenham, e la scelta degli Spurs di affidarsi ad uno tecnici più vincenti di sempre, è un binomio tanto improbabile quanto affascinante. È come se, da un parte, Mourinho avesse deciso di rinnegare un po’ se stesso, la propria comunicazione, il proprio linguaggio e la sua visione del gioco del calcio; e dall’altra il Tottenham avesse deciso di fare quel tanto atteso salto di qualità, affidandosi ad un allenatore carismatico, preparato, esperto e che vanta una bacheca di trofei ricca almeno quanto quella del club stesso. È una sorta di piccolo compromesso che ha tutte le carte in regole per essere un cocktail micidiale del quale la Premier, l’Europa, il calcio in generale, probabilmente sentiva il bisogno.

L’EFFETTO MOURINHO

Parlare di effetto Mourinho dopo appena una settimana di lavoro potrebbe sembrare sciocco, o quantomeno fuori luogo. Eppure al Tottenham, che non vinceva in Premier in trasferta da dieci mesi, è servito Mourinho per sfatare un piccolo tabù. Gli Spurs hanno battuto nel lunch match di sabato il West Ham di Pellegrini (uno dei tanti allenatori che con Mou qualche discussione l’ha avuta) per 3-2. L’ultimo successo in campionato risaliva al 28 settembre, quando a soccombere fu il Southampton 2-1. E dunque non si può certo dire che l’approdo del “Vate di Setúbal” sia passato in sordina, anzi. La gara contro gli Hammers è stata di grande spessore, soprattutto se considerato il momento non proprio positivo. E invece gli Spurs hanno interpretato il match nella maniera corretta, aggredendo i padroni di casa sin dal primo minuto e mettendo in mostra un paio di giocate che sono l’effigie e lo specchio dell’atteggiamento voluto in campo dall’ex tecnico del Real Madrid.

La rete del vantaggio di Son: prima il passaggio in verticale di Winks, poi l’assist decisivo di Alli.

Il primo gol, quello realizzata da Son, è emblematico del “sistema Mourinho”. Che non è stilisticamente ed esteticamente bello e attraente come poteva essere quello degli ultimi anni di Pochettino – ma non quello degli ultimi mesi – ma è assolutamente efficace. Il calcio tipicamente conservativo delle squadre di Mourinho è stato rivisitato in chiave Tottenham, proprio per venire incontro alle esigenze e alle caratteristiche dei calciatori, da anni abituati al gioco propositivo, frenetico e di palleggio impostato da Mauricio Pochettino. Gli Spurs sono andati in vantaggio grazie a due verticalizzazioni, quelle di Winks e di Alli, e al sinistro secco del coreano Son, giocatore di uno spessore davvero incredibile, calcisticamente e umanamente. Contro il West Ham, abulico e fumoso per buona parte del match prima di svegliarsi l’ultimo quarto d’ora, Son è stato il giocatore di movimento della squadra ospite ad aver toccato meno palloni di tutti: 43. Ma alla fine del match ha messo a referto un gol e un assist, contornati dal’88% di passaggi completati, 2 tiri in porta e 3 passaggi chiave. Determinante come pochi.

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(Fonte: profilo Twitter @spursofficial)

L’effetto Mourinho lo si è visto anche dal punto di vista tattico: gli Spurs sono scesi in campo con un 4-2-3-1 che almeno in teoria non aveva nulla di diverso rispetto a quello che ha caratterizzato l’era Pochettino. Eppure sul terreno di gioco qualche dettaglio non è sfuggito. Ad esempio la posizione dei due terzini: Davies, sulla sinistra, è rimasto bloccato limitando al minimo sindacale le discese sulla fascia, garantendo copertura ad Alderweireld e Sanchez. Aurier, al contrario, ha agito sostanzialmente da ala destra a tutto campo. E non è casuale che sia arrivato dal suo piede destro il cross sul quale si è avventato Harry Kane nei primi minuti del secondo tempo, portando il risultato sullo 0-3 e firmando il gol numero 175 in maglia Tottenham, terzo top scorer della storia del club del nord est di Londra.

In fase di costruzione il pallone è spesso stato affidato a Winks, un ragazzo molto interessante e sul quale già Pochettino stava lavorando parecchio. Metronomo e incontrista allo stesso tempo: ed è per questo che il suo nome potrebbe essere uno dei 23 che Southgate inserirà nella lista delle convocazioni del prossimo Europeo. Competizione alla quale, invece, non è detto partecipi Eric Dier. Mourinho ha rispolverato Dier titolare: lui che grazie a Pochettino aveva partecipato al Mondiale in Russia, e sempre lui che lo stesso Pochettino aveva piano piano iniziato a considerarlo solo una semplice riserva. La partita di Dier contro il West Ham è stata solida, attenta e precisa: 73 tocchi totali, dietro solo ad Aurier, e ben 8 duelli aerei vinti. Ecco una delle prerogative della visione di Mou: fisicità in mezzo al campo, perché è in questa porzione di terreno che spesso si decidono le partite. E Mourinho, che di partite in carriera ne ha vinte molte, lo sa bene.

DA CHI RIPARTIRE?

La rosa della squadra londinese è indubbiamente di altissimo valore. Toccherà a Mourinho capire come gestire un organico così ricco di elementi qualitativi ma al tempo stesso pieno di “situazioni calde”, come quelle di Eriksen, Vertonghen o Alderweireld, tutti in scadenza di contratto. Se c’è, però, un giocatore su di tutti al quale il portoghese non rinuncerà facilmente, quello è Dele Alli.

“Ho trascorso con lui alcuni minuti in allenamento e fuori dal campo. Stavamo parlando del fatto che il miglior Dele Alli deve tornare. Alli è troppo bravo per non essere un giocatore fondamentale per gli Spurs ed è troppo bravo per non essere uno dei più forti al mondo. Oggi ha dimostrato che giocatore fantastico è”.

Un’investitura in piena regola potremmo definirla. Josè Mourinho stravede per Dele Alli, chiarissimo, ma aldilà del fatto che possa diventare uno dei giocatori più determinanti nel mondo, oggi il Tottenham non può semplicemente farne a meno. All’esordio in panchina Mourinho ha schierato Alli nel ruolo che un paio di stagioni fa lo hanno reso uno dei golden boy più acclamati del continente. Da trequartista in teoria, da secondo attaccante in pratica. La qualità nell’attaccare lo spazio, la visione periferica, il dribbling nello stretto e la straripanza atletica sono tutte caratteristiche che fanno di Alli il classico giocatore per il quale lo Special One stravede. Contro il West Ham ha dato un saggio delle proprie innate abilità con il pallone tra i piedi e, cosa più importante, pare aver ritrovato quella lucidità, l’istinto e la brillantezza che solo a tratti si era vista negli ultimi mesi, contraddistinti da un infortunio al tendine del ginocchio che ne ha ovviamente influenzato le prestazioni. Josè Mourinho gli aveva chiesto esplicitamente una partita da vero Dele Alli. E lui ha risposto alla grandissimia.

Tutti i grandi cicli di vittorie di cui Josè è stato artefice hanno visto tra gli attori principali centrocampisti come Deco, Ozil, Sneijder, Oscar, Lampard. Un mix tra inventori di gioco e finalizzatori letali al quale Alli può tranquillamente ambire: serve fiducia e consapevolezza nei propri mezzi, oltre che una dose di lavoro non indifferente. Il tutto, ovviamente, in attesa di capire che ne sarà di Christian Eriksen, calciatore apparso completamente assente con la testa in questi primi mesi di campionato per i motivi che abbiamo già accennato.

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(Fonte: profilo Twitter @spursofficial)

Dele Alli non è l’unico che sotto la guida dell’ex allenatore dello United e del Chelsea può risorgere. Abbiamo già detto di Dier e Winks, ma a centrocampo troviamo calciatori di talento come Ndombélé e Lo Celso, due ragazzi – entrambi classe ’96 – dai quali è lecito aspettarsi qualcosa in più. L’approccio con la Premier di Tanguy Ndombélé è stato positivo, testimoniato dalle 2 reti realizzate fin qui. Ma per entrare con regolarità nelle rotazioni del nuovo allenatore dovrà, per forza di cose, imparare a lavorare sulla fase difensiva: il francese è un gran bel giocatore, dotato di un ottimo tiro anche da fuori e di accelerazioni da paura, ma lascia un po’ a desiderare quando si parla di concentrazione. Giovani Lo Celso, al contrario, ha faticato non poco nell’ambientarsi ad un mondo, quello inglese, che corre e va veloce. Lo Celso, calciatore che ha un sinistro sublime e che ha fatto faville al Betis negli ultimi due anni, ha bisogno dei suoi tempi, dei suoi ritmi. Può diventare una ottima alternativa a Alli o a Eriksen nel ruolo di trequartista; più complicato vederlo relegato sulla fascia o in una linea mediana a due. L’anarchia delle sue giocate lo rende un calciatore squisito e ammaliante, come l’altro argentino presente in rosa, Lamela. Entrambi sono chiamati ad una riscossa.

Giovani Lo Celso, arrivato in prestito con diritto di riscatto dal Betis, ha trovato il suo primo gol in maglia Spurs contro lo Stella Rossa in Champions League. (Fonte: profilo Twitter @LoCelsoGiovani)

Dulcis in fundo Harry Kane. E non è affatto scontato, anche perché secondo quanto riportato dal Telegraph pare che il capitano degli Spurs abbia passato un intero pomeriggio in casa di Pochettino, evidentemente sconvolto dall’esonero dell’allenatore che lo ha reso tra gli attaccanti più completi del mondo. Ha realizzato in Premier 7 reti, ma tira mediamente meno rispetto alle ultime stagioni: 2.67 tiri a partita, il dato più basso dal 2014/2015, ovvero da quando è effettivamente al centro dell’attacco del Tottenham.

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(Fonte: profilo Twitter @SpursOfficial)

IL FUTURO

Il Tottenham è ora atteso dal quinto turno di Champions League, competizione nella quale la squadra londinese – nonostante la clamorosa debacle casalinga contro il Bayern Monaco – ha spesso ottenuto buoni risultati. E poi Bournemouth e Manchester United all’Old Trafford, nel vero primo big match della stagione per Mourinho. Che per costruire il proprio presente deve battere il suo passato.

Possiamo dire, a questo punto, di aver assistito ad una scelta particolare, affascinante, eccitante addirittura. Josè Mourinho riparte dagli Spurs e gli Spurs ripartono da Josè Mourinho. Difficile, tra l’altro, non pensare a quelle che sono state le panchine passate del portoghese: scegliendo il Tottenham è come se Mourinho avesse deciso di ritornare a mettersi in gioco così come in questo “gioco” ci era entrato. Con il Porto, il Chelsea, l’Inter. E ora il Tottenham. Come se volesse tornare a vincere così come ci era riuscito la prima volta, da underdog. Mourinho al Tottenham ha un sapore speciale. Un sapore Special One.

(Fonte immagine in evidenza: profilo Twitter @premierleague)