Siamo agli ultimi secondi dell’Europeo, quelli che di lì a poco incoroneranno l’Italia regina d’Europa. Davanti a Donnarumma, sul dischetto, c’è il diciannovenne Saka. Com’è andato a finire il rigore lo sappiamo tutti sin troppo bene, ma in questa storia c’è un dettaglio che la rende alquanto particolare. Uno di quei dettagli in grado di intrecciare una “semplice” finale di un Europeo con una leggenda sportiva sudamericana. Per accorgersene basta spostare l’inquadratura dal malcapitato Saka ai giocatori azzurri stretti nel cerchio di centrocampo. Poco prima del tiro decisivo infatti, Chiellini urla qualcosa di non definito. Quattro sillabe: ki-ri-co-cho. All’apparenza una parola buffa e forse anche un po’ grottesca, forse frutto della fantasia di Giorgione. Eppure non è così, anzi. Kiricocho è un uomo esistito veramente, e ha dato vita ad una delle leggende di calcio argentino (e non solo) più intriganti e misteriose della storia di questo sport.

UN VOLO OLTREOCEANO E UN SALTO INDEITRO NEL TEMPO

Risalire all’origine della storia di Kiricocho vuol dire scavare a fondo nella storia del futbol. Bisogna volare oltreoceano, in Argentina, e fare un salto indietro nel tempo di quaranta lunghi anni. È il 1982. L’epicentro della vicenda si colloca a La Plata, circa 60 km a Sud di Buenos Aires, dove in quegli anni l’Estudiantes fa da padrone, dominando sul Gimnasia. Prima di cominciare a raccontare però bisogna sempre ricordare che l’Argentina non è un posto qualsiasi, soprattutto se si parla di calcio. È una terra speciale, dove certe storie sono questione di vita o di morte.

Fatta la doverosa premessa, il racconto può continuare. L’Estudiantes di quella stagione è una squadra particolarmente attrezzata. A partire dall’allenatore, Carlos Bilardo, che porterà l’Albiceleste alla conquista del titolo mondiale appena quattro anni dopo. Nonostante le ottime premesse, i pinchas hanno un problema: tra i tifosi ce n’è uno che non è esattamente un porta fortuna. Di conseguenza ogni volta che assiste agli allenamenti della squadra un giocatore si ferma per infortunio. Potrebbe essere una fatale coincidenza, ma si è già detto che l’Argentina è un luogo speciale, e quindi il misterioso uomo viene ritenuto colpevole degli incidenti sul campo e allontanato. Il nome di quel tifoso? Già lo avrete intuito: Kiricocho.

SE LA VITA TI DÀ LIMONI, FAI UNA LIMONATA

La storia però non finisce qui. Bilardo infatti decide di mandare Kiricocho ad assistere agli allenamenti delle squadre avversarie, ogni qual volta esse debbano giocare contro l’Estudiantes. Così il “fortunato” tifoso può esercitare il proprio “potere” in favore dei pinchas. Il verdetto è chiaro: i ragazzi di Bilardo vincono largamente la Primera Division. Nell’arco della stagione vengono sconfitti una sola volta, dal Boca Juniors, proprio l’unica squadra che Kiricocho non ha seguito. Sarà sicuramente una serie interminabile di coincidenze, certo, ma la “maledizione” ormai è incisa nella storia di questo sport. D’altronde nelle leggende non c’è posto per gli scetticismi, e in fondo forse qualcuno che ancora ci crede c’è. Chiellini docet.

KIRICOCHO NON È DA SOLO: ESISTONO ALTRE “MALEDIZIONI”

Quella di Kiricocho però non è l’unica maledizione, se così si può chiamare, del mondo del calcio. Senza spostarsi troppo da La Plata e riavvolgendo il nastro al 1967, ci si imbatte nella bizzarra vicenda del Racing Avellaneda. La sera del 1 Novembre i biancocelesti stanno giocando in casa il ritorno della finale della Coppa Intercontinentale (all’epoca lo scontro tra le vincitrici di Copa Libertadores e Coppa dei Campioni) contro il Celtic. Fin qui tutto normale, se non fosse che ad Avellaneda non gioca solo il Racing. Nella zona c’è un altra squadra: si chiama Indipendiente e ed è sua acerrima rivale. Il derby di Avellaneda è uno dei più sentiti in tutta l’Argentina, non stupisce quindi che i tifosi dei diablos rojos quella notte siano particolarmente preoccupati dei continui successi dei nemici di una vita. Il problema è molto più importante di quanto sembri, ricordatevi sempre che posto è l’Argentina. Questione di vita o di morte.

Kiricocho

Gli stadi di Racing e Indipendiente, distanti 300 metri l’uno dall’altro. (Fonte immagine: Avellaneda Hoy)

UNA SERA “MALEDETTA”

A questo punto la storia si intreccia con la leggenda, senza più un preciso confine tra ciò che è realmente accaduto e ciò che invece è frutto della fantasia di qualcuno. Alcuni dicono che quel giorno di Novembre alcuni tifosi dell’Indipendiente hanno deciso di intrufolarsi all’interno del Cilindro, lo stadio del Racing, per seppellire sette cadaveri di gatti neri in punti diversi del campo. Quello che potrebbe sembrare un gesto sciocco e superstizioso, si rivela essere l’esatto contrario. Da quella sera il Racing non vincerà più alcun trofeo importante fino al 2001. Trentaquattro lunghi anni. Lunghissimi, soprattutto da quelle parti. L’esasperazione del club negli anni ha portato a cercare le soluzioni più originali. Dalle messe nere, ai preti esorcisti, fino a vere e proprie spedizioni volte a trovare i resti dei sette felini. Niente è cambiato: in più di cinquant’anni il Racing ha vinto solo tre miseri campionati. Tutto così assurdo, tutto così meravigliosamente argentino.

NON SOLO ARGENTINA

Se credete però che storie del genere siano una prerogativa della terra albiceleste, dovrete ricredervi. Tutto il Sudamerica è la culla della parte più viscerale e affascinante del calcio. Qui il pallone diventa leggenda. Basta infatti spostarsi qualche migliaio di kilometri più a Nord, destinazione Rio de Janeiro, per scontrarsi in un’altra “maledizione”. Le lancette dell’orologio si muovono ancora all’indietro, stavolta l’anno è il 1937.  La squadra in questione è il Vasco da Gama, all’epoca una delle maggiori potenze calcistiche sudamericane. All’Estadio Sao Januario, la casa del Gigante da Colina, un piccolo club della zona attende per più di mezz’ora il Vasco, in ritardo a causa di un guasto al pullman. Nonostante gli ospiti possano chiedere la vittoria a tavolino, decidono di giocare comunque. Ad una condizione però: considerato il forte squilibrio tra le due compagini, i padroni di casa devono evitare un’umiliazione agli avversari. Detto fatto. A fine partita il tabellone segna 12 a 0

Kiricocho

L’Estadio Sao Januario, con le sue tipiche panchine poste dietro le porte (Fonte immagine: Wikipedia)

LA RANA, PRESAGIO DI SVENTURA

La vera vicenda inizia ora. Furioso per la gara e l’accordo, se così si può definire, non rispettato, un giocatore avversario (tale Arubinha) lancia il suo anatema.

Se esiste un Dio, il Vasco da Gama non vincerà più un titolo per tanti anni quanti sono i goal segnati oggi!

Dodici anni, quindi. Non solo, per completare il suo rito, si dice che Arubinha abbia seppellito una rana da qualche parte nel campo. Le rane nella cultura sudamericana erano associate a forze oscure e tenebrose, di conseguenza seppellirla accompagnata da una maledizione non era di certo un felice e ridente augurio per il domani. Che sia per caso o per chissà quale forza oscura, il Vasco da Gama da quel momento in poi non vincerà effettivamente più nessun trofeo. Negli anni la proprietà decide di far rivoltare il campo per ben tre volte alla ricerca della fatidica rana. Mai trovata. Così, siccome siamo in Sudamerica e le credenze sono una cosa seria, il Vasco da Gama ha solo un’opzione: trovare il giocatore avversario e far sì che spezzi la maledizione. Così è stato, e per la cronaca Arubinha la rana non l’ha mai seppellita. Però incredibilmente l’anno seguente (il 1945) il Vasco da Gama torna a vincere il Campionato carioca. Che strano sport il calcio.

CREDERCI O NON CREDERCI?

Di “maledizioni” nel calcio si potrebbe parlare ancora molto. Quante ce ne sono ancora e chissà quante non sono neanche state tramandate. Come dimenticarsi per esempio di Bela Guttman, cacciato in malo modo dal Benfica dopo la vittoria di due Coppe dei Campioni consecutive, e di quel “non vincerete più una Coppa dei Campioni per cento anni” che ancora oggi perseguita il club portoghese. Da quel momento in poi le Aquile perderanno ben otto finali europee. Coincidenze a tratti troppo perfette perché si possa essere scettici.

Il Racing è molto più che vincere o perdere: o ci credi o non ci credi (Diego Milito)

In fondo forse ha ragione Diego Milito, lui che al Racing c’è stato e sa cosa significa una maledizione da quelle parti. Inutile stare a dibattere su chissà quale evidenza scientifica, pur con il miglior senso critico di questo mondo. Il segreto è tutto lì: crederci o non crederci. A voi la scelta.

Fonte immagine in evidenza: Adnkronos