Dalle terre che hanno dato i natali a campioni del calibro di Mandzukic, Boban e Luka Modric, l’Inter nel 2013 andò a prelevare il giovanissimo Kovacic. Cresciuto, come i suoi illustri predecessori nella Dinamo Zagabria, il talentuoso 18enne sbarca a Milano creando grandissime aspettative tra i gli addetti ai lavori. Di lui si parla un gran bene in quanto a doti atletiche e tecniche, in grado di mandare in tilt le difese con impetuosi strappi. Ma a far impazzire la folla nerazzurra è il gesto di grande personalità con cui si presenta: senza timore alcuno, eredita il numero 10 del leggendario Wesley Sneijder.

ILLUSIONE O CONFUSIONE?

“È stato tutto bellissimo. I dirigenti mi hanno salutato e subito mi hanno dato la maglia numero 10. È pazzesco, prima di me la indossava Sneijder! Mi hanno detto che merito quel numero, che lo hanno portato i più grandi calciatori dell’Inter. So che indossare questa maglia con questo numero comporta parecchie responsabilità, giocare per l’Inter è un grande onore, ma questo mi dà tanta fiducia“.

Con queste parole, Kovacic sfonda la porta del mondo Inter. Ad onor del vero, la dirigenza stessa dimostrò di voler affidare il futuro della squadra nelle mani del croato, investendo quasi 18 milioni per un calciatore appena maggiorenne. Indubbiamente i presupposti per far bene non mancavano: già 12 presenze europee raccolte fino a quel momento, 7 goal e 11 assist distribuiti nell’arco di due stagioni a Zagabria. Ma la qualità di Mateo che desta maggior interesse è il suo eclettismo, ribadito sul campo con prestazioni ad alto tasso di qualità in ogni ruolo del centrocampo.

Kovacic

Nelle due stagioni trascorse in quel di San Siro, questa peculiarità del croato diventa però la sua prigione. Sulla panchina dell’Inter si alternano Benitez, Stramaccioni, Mazzarri e Mancini ma nessuno di questi importanti tecnici riesce a individuare una zona di campo che possa diventare il regno del gioiellino. Quando viene allontanato dalla porta, si ha la sensazione che non vengano sfruttate appieno l’estro e la fantasia di Mateo; viceversa, quando i suoi allenatori provano a spostarlo nel ruolo di seconda punta, Kovacic non sembra ancora maturo per leggere la partita sul piano tattico. Spesso troppo distante dalla punta centrale, il croato partita dopo partita diventa vittima del suo stesso talento, il peso di quel 10 sulle spalle amplifica ogni critica e i continui confronti con il predecessore olandese mettono in un angolo l’ex Dinamo.

SOGNO MADRILENO

Quando nell’agosto del 2015 Kovacic si trasferisce al Real Madrid per 29 milioni più 20 di bonus, il cuore della tifoseria interista è combattuto tra soddisfazione e rimpianto. Da un lato domina la gioia per quello che fu un vero e proprio miracolo economico, un introito stellare che rinforzò quelle che al tempo erano le fragili casse dell’Inter; dall’altro però, strisciava negli abissi della coscienza la sensazione che Milano e San Siro stessero dando il loro addio ad un possibile campione. Alla fine però, la necessità di incassare denaro e la forte pressione che i tifosi della Serie A sono abituati a imprimere sulla testa dei giovani calciatori, hanno la meglio sull’autonomia di scelta di Kovacic.

Pur consapevole della straordinaria forza dei galacticos di quel periodo, il croato porta nel suo bagaglio verso Madrid il sogno di diventare un protagonista di quella leggendaria squadra, guidata al tempo da Cristiano Ronaldo. I tre anni al Bernabéu riempiono di oro il palmarès di Mateo ma non il suo orgoglio di calciatore. Come dirà più avanti, al Real non riesce a trovare la continuità necessaria per capire in quale zona del campo poter dare il suo meglio. Zidane gli concede una media di circa mille minuti a campionato e spesso subentrando a gare già decise, e infatti termina la sua esperienza nei blancos con soltanto 3 reti e 8 assist. Kovacic inizia a pensare che forse quel numero dieci all’Inter fosse stato soltanto un errore di gioventù, finché la sua strada non incrocia quella dell’allenatore che gli cambia la vita.

OASI BLUES

“Lampard è stato il più grande centrocampista goleador di sempre. Ce ne erano molti, ma lui ha segnato davvero tanti gol. Mi dice sempre che devo calciare e ora lo sto facendo di più. È solo una questione di mentalità: bisogna essere aggressivi e avere fame di far gol”

Dall’alto della sua esperienza, Frank Lampard trova le chiavi per entrare nella testa e nel cuore di Mateo. Il tecnico inglese, alla sua prima stagione da allenatore del Chelsea, gli mette in mano la tanto agognata pietra filosofale, quella continuità che ormai sembrava una chimera. Nel centrocampo a 4, all’occorrenza un tris di trequartisti alle spalle della punta, Kovacic sembra riuscire a svolgere i compiti di interdizione con i tempi giusti e a cucire alla perfezione il reparto offensivo e il centrocampo. Il tutto senza rinunciare alla sua qualità migliore, la capacità di saltare l’uomo che lo colloca ai vertici delle classifiche per numero di dribbling tentati e per la percentuale di quelli riusciti.

La scorsa stagione, il croato l’ha chiusa con soli due goal in 48 apparizioni ma ha finalmente sbrogliato quella corda che lo teneva intrappolato alla triste nomea di giocatore discontinuo. L’obiettivo ora, è quello di calcare le orme del maestro Lampard, per dimostrare a se stesso e al mondo che adesso, non sulla maglia ma sulla pelle, è inciso tutto il suo valore da numero dieci.

Fonte immagine copertina: profilo IG @mateokovacic