Lo scorrere del tempo è da sempre causa di cambiamento, variazione, trasformazione. Come scritto da Charles Darwin nel suo L’origine delle Specie, a sopravvivere più a lungo saranno quelle specie che, prima e meglio delle altre, sapranno adattarsi. Adattarsi al nuovo corso, al nuovo ambiente: per estensione, al nuovo andamento della società. Bussando alla porta del pianeta fútbol, può essere interessante sviscerare parallelamente la mutazione della figura dell’allenatore, talvolta data per scontato ma la cui presenza è, in molti casi, il motivo principe dei successi di una squadra.

 

L’ALLENATORE DEL PASSATO: IL GESTORE

In tempi più arretrati, la figura dell’allenatore aveva contorni ben definiti e delimitati. Pensiamo, per esempio, a Carlos Bilardo, nome che forse a qualcuno rimbomba nella testa come uno sconosciuto. Lo storico commissario tecnico argentino è stato il CT dell’albiceleste dal 1983 al 1990, protagonista della vittoria al Mondiale del 1986.

Ecco, nel 1986 Bilardo era poco più di un burattino, che talvolta si alzava dal suo seggiolino e poi si risedeva. L’unico suo grande merito – non che sia poco, anzi – è stato quello di aver saputo gestire al meglio le potenzialità del gruppo di cui disponeva, in cui spiccava indiscutibilmente un leader tecnico, carismatico e calcistico inenarrabile: Diego Armando Maradona.

Si può tranquillamente affermare che “El Diez” per antonomasia abbia vinto quel Campionato del Mondo sostanzialmente da solo. Senza, cioè, essere ingarbugliato in uno schema diverso dal palla a Lui e correre per Lui, nell’attesa che inventi qualcosa. Tattica che ha fruttato molto in passato, e non solamente all’Argentina (sempre restando in tema Nazionali, si può pensare ai Mondiali del 2002, cannibalizzati da Ronaldo Il Fenomeno).

Anche in quel caso – sebbene quel Brasile fosse ancora più devastante, nel complesso, rispetto all’Argentina dell’86 – la figura del CT Scolari assumeva un ruolo quasi marginale. Tante stelle nello stesso spogliatoio possono sempre rivelarsi un’arma a doppio taglio, ma è lì che subentra la mano del tecnico.

In passato, infatti, l’allenatore-vincente ha saputo quasi “farsi da parte”, senza tuttavia lesinare un costante impatto positivo sul gruppo squadra, contribuendo a mantenerlo ben saldo e, allo stesso tempo, permettendo alla sua luce più splendente di brillare alle proprie condizioni.

 

I RIVOLUZIONARI

Se nel passato la figura di un allenatore-gestore-spettatore era la consuetudine, oggi non è decisamente più così. Restano alcuni superstiti, primo fra tutti Massimiliano Allegri (anche se la sua seconda avventura in bianconero non è proprio iniziata nel migliore dei modi). Ma, di certo, non si ha più una superiorità schiacciante a livello numerico.

La rivoluzione del modo di allenare parte da lontano, da quando Johan Cruijff dedica anima e corpo affinché le sue squadre interpretino un calcio totale.

“Ogni allenatore parla di movimento, dice di correre sempre. Io dico: non correte molto. Il calcio è un gioco in cui si gioca con il cervello. Bisogna trovarsi nel posto giusto nel momento giusto, né troppo tardi, né troppo presto”

È la svolta. Da quando la Nazionale olandese inizia ad interpretare così il calcio – selezione di cui Cruijff era ancora giocatore – molti allenatori ne seguono l’esempio, primo su tutti Arrigo Sacchi. Si tratta di un modo di intendere questo sport come un continuo scambio di posizione in cui, tuttavia, il collettivo mantiene sempre la stessa disposizione tattica. I due allenatori saranno anche tra i primi a sfruttare a proprio vantaggio la trappola del fuorigioco, oltre che un pressing sistematico.

Ad aggiornare queste idee avanguardistiche ci penserà, qualche anno dopo, Pep Guardiola, con una genialata corrispondente al ruolo del falso nueve, un attaccante estremamente mobile che crea varchi per i suoi compagni.

“Non mi serve un centravanti, il mio calcio non ne ha bisogno. Nel mio calcio, il centravanti è lo spazio”.

CHE COSA PREVALE OGGI?

Più che un certo tipo di allenatore, è strabiliante poter notare come oggi i grandi gruppi siano prevalentemente compattati sulla collettività, rinunciando ad un’individualità di spessore. Basti pensare all’Italia vincitrice all’Europeo o al Chelsea trionfante in Champions League.

Due squadre che, alla vigilia delle rispettive competizioni, in pochi davano per grandi favorite per la vittoria finale, e che invece hanno saputo smentire i detrattori grazie alla forza di un collettivo plasmato ad immagine e somiglianza dei rispettivi allenatori. Due gruppi che sapevano sempre che cosa fare, organizzati tatticamente in maniera impeccabile e quasi legati con un filo rosso agli illustri predecessori.

Geometrie, ricche trame di gioco, palleggio estremamente efficace e una valanga di occasioni da gol create. Quali cambiamenti riserverà il futuro al mondo del calcio ancora non lo sappiamo. Sicuramente c’è chi oggi – prendendo spunto da un illustre passato – non ha perso tempo e ha saputo adattarsi. E lo ha fatto più velocemente degli altri.

 

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