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La lenta risalita di Diego Falcinelli

Molto spesso ogni storia ha una metafora: la si può ricercare in quella di altri personaggi, reali o fittizi che siano, oppure in qualcosa che ci ha toccato profondamente nell’arco del nostro vissuto, o magari semplicemente in un momento, anche breve ma intenso.

Sassuolo-Inter, minuto 34′: Politano brucia letteralmente prato e avversari incontrati nel suo viaggio sull’out destro del Mapei Stadium, arriva sul fondo e crossa un pallone eccezionale. Handanovic non esce, e Falcinelli sfrutta le sue doti aeree per sovrastare Cancelo e schiacciare di testa in rete. Ovviamente ogni grande stacco di testa ha una ricaduta, e quellla dell’attaccante perugino finisce contro il palo della porta difesa dal gigante sloveno interista, lasciando malconcia la spalla dell’autore del gol del definitivo 1-0.

Morale della favola: è facile salire, arrivare fino alla vetta di un monte e sentirsi elevati su chiunque altro, ma è altrettanto semplice cadere e farsi male. E molto spesso, più alti si è, e più la caduta è dolorosa. Lo ha capito Diego Falcinelli, fulcro nevralgico dell’attacco del Sassuolo, colui che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità di Gregoire Defrel riprendendone numeri e prestazioni. Falcinelli sicuramente – almeno sulla carta – poteva offrire di più in termini realizzativi, in quanto rispetto al francese è più uomo d’area, ma anche dal punto di vista dello spirito di sacrificio e di lavoro prevalentemente tattico non ha niente da invidiare all’attaccante attualmente giallorosso. Purtroppo però, finora non è andata così.

Nulla da recriminare per quanto riguarda la voglia e la disponibilità al sacrificio, visto che si è sempre prodigato per il bene della squadra nonostante i tanti cambi di modulo di Bucchi (che talvolta lo privilegiavano, mentre altri quasi lo escludevano), ma di gol se ne sono visti pochi: soltanto 2 in 18 partite tra campionato e Coppa Italia, pochi per un giocatore che ha il compito di finalizzare le scorribande offensive di Berardi – un altro che è lontano parente dell’attaccante visto qualche stagione fa – Politano e compagnia bella. Diego non sembrava essere più quel trascinatore tecnico e carismatico che si era visto a Perugia prima e a Crotone poi: un giocatore capace non solo di segnare a grappoli, ma anche di aizzare il pubblico, di caricarlo grazie alle sue prestazioni, che giovavano sia all’ambiente che alla squadra intera.

Proprio con gli squali calabresi si era fatto notare al grande pubblico della Serie A, rendendosi protagonista di una salvezza miracolosa quanto emozionante, diventando il simbolo della squadra di Nicola, probabilmente una compagine che tecnicamente non aveva molto a che vedere con il livello della massima serie italiana, ma che aveva un cuore ed una spinta emotiva tanto grande da riuscire nell’impresa. Ben 13 le reti nella scorsa stagione, iniziata in neroverde (solo due le partite giocate) e poi svoltasi totalmente in rossoblu: solo 5 nel girone d’andata, ben 8 nel girone di ritorno, tra cui una tripletta all’Empoli – che poi retrocederà a scapito proprio del Crotone.

Tutto eccezionale, fino al ritorno in neroverde, che a dispetto di quanto tutti si aspettassero, è iniziato male ed è quasi proseguito peggio: pensare che per diverse occasioni il titolare del Sassuolo in attacco è stato Matri, giocatore che per un mese è stato ad un passo dalla cessione in Serie B, dimostra che il percorso di Falcinelli è iniziato in salita. Un solo gol al Napoli in campionato, a dispetto dei 3 del Mitra – pochi anche i suoi – prima del ritorno al gol di sabato che ha affossato l’Inter di Spalletti, costringendola alla seconda sconfitta consecutiva. La cura Iachini sta giovando sia al Sassuolo intero che al singolo Falcinelli, che con un allenatore che fa della grinta e della furia agonistica il suo credo, sembra aver ritrovato quel fuoco e quell’ardore che mancava con Bucchi, e che non sentiva dai bei giorni passati con Nicola.

Il buon Diego contro l’Inter non ha solo segnato, ma ha pressato per 95′ tutti i difensori nerazzurri, ha preso tutti i palloni che arrivavano in area neroverde sui calci d’angolo battuti da Candreva e co, facendoci rivedere il giocatore che conoscevamo e che ha dimostrato di essere nelle scorse stagioni.

Perché sul gol è arrivato tanto in alto, è arrivato alla gloria, poi si è schiantato sul palo. Come accade nella vita. Proprio per questo si è rialzato dolorante, rimettendosi in marcia verso i gol e la gloria in neroverde. 

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