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La Stella (Rossa) più brillante d’Europa

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Per i più giovani, ci sono squadre che comandano i propri campionati in giro per l’Europa senza essere minimamente protagoniste nelle competizioni europee. Sono quelle squadre che puoi vedere al massimo in qualche preliminare, o magari ai gironi di Europa League come retrocesse dal playoff di Champions, ma non tutti sanno che, in un passato neanche troppo remoto, alcune di queste compagini erano capaci di giganteggiare anche nel massimo torneo continentale.

I Balcani sono molto vicini a noi, e tante delle squadre di Serie A vanno a pescare i talenti nei campionati che vi sono presenti: basti pensare che la Serbia è il 4° paese rappresentato nella massima serie italiana (4,9% di stranieri), la Croazia è 6° (4,6%), la Slovenia 11° (3%), fino ad incontrare anche Bosnia-Erzegovina, Albania etc.

La frammentazione della Jugoslavia, in seguito alle guerre e alle varie dichiarazioni d’indipendenza che hanno portato alla nascita di tanti nuovi paesi all’interno del territorio balcanico, ha scaturito anche dei cambiamenti – ovviamente secondari rispetto a quanto accaduto negli anni ’90 in quelle zone – a livello sportivo e, dunque, anche calcistico. Per svariati anni il mondo del calcio si è chiesto come fosse possibile che una nazionale come quella jugoslava non avesse mai raggiunto nessun titolo europeo o mondiale, e allo stesso modo come mai nessuna squadra di club non fosse mai arrivata sul tetto d’Europa.

Fino al 1991.

LA RICERCA DELLA DIMENSIONE EUROPEA

Stella Rossa, Partizan, OFK Belgrado, Dinamo Zagabria, Hajduk Spalato: tutte squadre che oggi militano in due campionati diversi, ma che fino al 1992 hanno disputato grandi partite nella medesima competizione, il campionato jugoslavo. Erano altri tempi, all’epoca non si vedevano i trasferimenti dall’estero come accade nei tempi attuali, per questo motivo i tanti giocatori di livello che uscivano dai settori giovanili balcanici rimanevano quasi sempre nelle proprie squadre d’appartenenza.

Ed è per questo che anche in campo europeo Il Fudbalski klub Crvena Zvezda, o più semplicemente la Stella Rossa di Belgrado, è stato uno dei club più importanti a livello continentale per almeno una ventina d’anni. Una società che nasce nel 1945, in pieno svolgimento della seconda guerra mondiale, grazie alla decisione presa da alcuni studenti universitari di Belgrado che ereditano le infrastrutture e il logo della decaduta SK Jugoslavija, ai quali aggiungono la rosa del BSK Belgrado che viene definitivamente integrata in questo nuovo progetto: l’unica aggiunta ex novo sarà la stella rossa in mezzo al logo, che diventerà anche il nome ufficiale della nuova società.

Fin dai primi anni si dimostrerà un colosso del calcio jugoslavo, infatti porterà a casa 4 titoli nazionali e 2 coppe, vincendo per 5 stagioni consecutive almeno un trofeo: il giocatore più rappresentativo dell’epoca fu Rajko Mitić, una carriera regalata soltanto alla Stella Rossa (della quale diventerà poi anche allenatore), tanto da guadagnarsi il soprannome di zvezdine zvezde, ossia la stella della Stella (Rossa). Mitić e compagni saranno anche, loro malgrado, protagonisti di una tristissima tragedia che non li riguarderà direttamente: la Stella Rossa sarà l’ultima squadra contro la quale giocherà lo United di Matt Busby (quarti di finale di Coppa dei Campioni), prima del tragico incidente aereo di Monaco di Baviera del 6 febbraio 1958.

Un momento molto importante per la storia della Stella Rossa fu la costruzione del nuovo stadio, lo Stadion Crvena Zvezda, quella fortezza che avrebbe ospitato un qualcosa di molto simile all’inferno; oggi il regolamento imposto dalla UEFA ha portato ad una riduzione massiccia dei posti all’interno dello stadio (li ha praticamente dimezzati), ma per far capire cosa significasse giocare a Belgrado basta scrivere il record di presenze per una partita della Stella Rossa: 23 aprile 1975, Stella Rossa-Ferencvaros, 110000 spettatori. Risulta quindi abbastanza semplice capire il motivo della denominazione “Marakanà“, chiaro riferimento allo storico stadio brasiliano di Rio de Janeiro.

In campo nazionale la Stella Rossa non ci mette niente ad imporsi, conquistando titoli praticamente ogni anno, ed è per questo che decide di iniziare a puntare ad un obiettivo più grande, più importante: l’Europa. A parte un paio di Mitropa Cup tra gli anni ’50 e gli anni ’60, la compagine jugoslava non era ancora riuscita a salire alla ribalta in campo continentale; qualche buon risultato in Coppa delle Fiere – l’antica denominazione dell’attuale Europa League – e la grandissima soddisfazione di essere la prima squadra ad aver vinto ad Anfield contro il Liverpool in Coppa dei Campioni, rimanendo addirittura l’unica in tutto il novecento ad esserci riuscita nella maggiore competizione continentale per club. Purtroppo però, questi record portano gloria ma non trofei. Tra il ’66 ed il ’74, sotto la guida di Milan Miljanić, la dimensione europea della Stella Rossa cresce ma non raggiunge mai le vette, mentre il primo allenatore ad avvicinarsi veramente ad un trofeo è Branko Stanković, già giocatore dei biancorossi negli anni ’50, che per la prima volta riesce a portare la squadra di Belgrado ad una finale europea: è la Coppa delle Fiere del 1979, dove fu sconfitta da una delle squadre più forti e belle di quel decennio, il Borussia Moenchengladbach.

L’EPOCA D’ORO

Una volta raggiunta una dimensione europea più che discreta, l’obiettivo diventa definitivamente uno: vincere un trofeo. Manca l’ultimo step, perchè il nome Crvena Zvezda non è più una semplice comparsa, ma una vera e propria certezza. Nel 1983 sarà la Coppa delle Coppe a vedere la Stella Rossa protagonista, sconfitta soltanto dal Barcellona di Udo Lattek – ex mister di Bayern e del Gladbach – e soprattutto di Diego Armando Maradona, uno dei pochi ad aver ricevuto una rispettosa standing ovation al Marakana, mentre il 1985 diventerà l’anno delle combine nel campionato jugoslavo: l’ultima giornata di campionato viene definita “truccata”, e per questo motivo la Stella Rossa viene privata del titolo (assegnato agli acerrimi rivali del Partizan) ed estromessa dalla Coppa dei Campioni della stagione successiva.

Nel 1987 però si decide di fare il passo definitivo verso la gloria: 5 anni, un quinquennio per provare ad arrivare sul tetto d’Europa; Dragan Džajić e Vladimir Cvetković diventano i personaggi principali dell’area tecnica, col compito di costruire una squadra che sia rappresentativa del territorio, ma soprattutto competitiva. Nei primi anni si cominciano a prendere le misure, prima un’eliminazione per mano del Real Madrid (soltanto per la regola dei gol in trasferta), poi un paio di stagioni senza partecipare alla fase finale di Coppa dei Campioni, fino alla gloriosa annata del 90/91.

L’allenatore è Ljupko Petrović, serbo che ha passato tutta la sua carriera in patria, salvo un paio di stagioni in America. Un passato da allenatore nelle giovanili della Jugoslavia, fondamentale per conoscere ragazzi giovani e dunque materiale che può essere pronto nel giro di poche stagioni, sia per i propri club che per la nazionale: la Stella Rossa del 1991 è una squadra giovanissima, ma è composta da una delle generazioni migliori della storia del calcio balcanico; sembra un 4-4-2 classico, ma sono gli interpreti che rendono questo semplice modulo una vera e propria macchina da guerra. La difesa non ha fenomeni al suo interno, ma è guidata dal capitano della squadra, il portiere Stevan Stojanović, leader della Stella Rossa e della stessa nazionale jugoslava; il centrocampo è evidentemente il fiore all’occhiello: i due centrali sono giocatori che faranno la storia anche del calcio italiano, uno è Vladimir Jugović, ex tra le altre di Juventus e Lazio, mentre il suo compagno di reparto è Sinisa Mihajlović, colui che ha soli 21 anni dominerà la mediana contro tutte le compagini d’Europa grazie al suo divino mancino e alla sua fisicità, che gli permetterà nel giro di qualche stagione di diventare uno dei difensori più forti del campionato italiano. Ai loro lati due esterni che incarnano perfettamente il concetto di “talento”, Robert Prosinečki e Dejan Savicević, due giocatori che rappresentano la qualità tecnica, tutte le caratteristiche che corrispondono al classico numero 10. Davanti, insieme a Binić, una delle meteore più grandi mai passate dalla Milano nerazzurra, Darko Pančev, che segnava a raffica con la maglia della Crvena Zvezda e che con quella dell’Inter fece poco o niente.

Eliminati Grasshoppers, Rangers e Dinamo Dresda, il grande salto degli jugoslavi avviene nella semifinale contro il Bayern Monaco, dove da sfavoriti riescono a vincere in Germania per 2-1 e a tenere al Marakanà pareggiando per 2-2, così da arrivare alla finale del San Nicola di Bari, da poco costruito per Italia ’90, contro l’Olympique de Marseille, altra squadra che ebbe come periodo di massimo splendore proprio i primi anni ’90. Prosinečki contro Abedi Pelé, Mihajlović contro Boli, Savicević contro Waddle, una serie di scontri tra alcuni dei migliori giocatori dell’epoca, che si concluse con uno scontato incontro tattico e abbastanza noioso, che inizia e finisce con il risultato di 0-0 fino ai fatidici calci di rigore.

La Stella Rossa è squadra giovanissima ma soprattutto balcanica, quindi l’inesperienza dovuta alla giovane età viene sovrastata dal carattere guascone e vigoroso tipico di quella terra: Prosinečki, Binić, Belodedici, Mihajlović e Pančev, nessuno dei 5 tiratori della Stella Rossa sbaglia (tutti e 5 under 30), mentre ai francesi costa caro il primo errore di Manuel Amoros: a Bari vince la Crvena Zvezda, è il primo trionfo europeo di una squadra balcanica, e tutt’oggi rimane l’unico ed inimitabile. Una generazione irripetibile, non solo dal punto di vista qualitativo, ma anche per il fatto che, anche se dovessero rinascere una serie di talenti del genere e nel medesimo periodo, non avrebbero la possibilità di giocare assieme un quinquennio per arrivare a raggiungere un obiettivo quale la Champions League. Storie ormai impossibili nel calcio moderno.

LA FINE DI UN MITO

Dopo quel trionfo e la conseguente vittoria nel ’92 della Coppa Intercontinentale contro i cileni del Colo Colo, la Stella Rossa ha subito un decadimento causato principalmente dall’inizio degli scontri all’interno del territorio jugoslavo, che hanno messo logicamente il pallone in secondo piano. La guerra portò prima la Stella Rossa a dover disputare gran parte delle sue partite in campi lontani da Belgrado, fino a quando la UEFA non bandì definitivamente le squadre balcaniche dalle competizioni continentali. Oltretutto il club più titolato di Jugoslavia riuscì a vincere soltanto un titolo (1994/95) in quel decennio, peggior risultato della storia del club.

Una volta raggiunta la dissoluzione dello stato jugoslavo, con la conseguente divisione dei paesi che facevano parte di questo grande paese dalla Serbia (inizialmente assieme a Montenegro, fino al 2006), anche il campionato di calcio jugoslavo si divise in diverse competizioni: in Serbia l’unica grande rivalità è rimasta quella tra Partizan Belgrado e la stessa Stella Rossa, che ormai si contendono soltanto i trofei nazionali e la crescita dei migliori talenti del paese, da dover poi cedere alle più alte cifre possibili alle big europee per proseguire il processo di sostentamento della società.

A livello europeo ovviamente la Crvena Zvezda non è più quel simbolo che era circa 30 anni fa, ma proprio in questa stagione è riuscita a tornare in Champions League, diventando la prima società che è riuscita a raggiungere i gironi di Champions partendo dal primo turno preliminare. Un girone proibitivo, quello con Napoli, PSG e Liverpool, dove comunque i serbi hanno battagliato contro tutte queste compagini e ottenendo ben 4 punti, pareggiando contro i partenopei e battendo clamorosamente il Liverpool (proprio come successo nel lontano 1974), in entrambi i casi dentro le mura amiche, quelle del Marakanà.

Non possiamo più parlare della grande Stella Rossa di Belgrado, ma se nel cielo del calcio europeo c’è una squadra balcanica che ha brillato più delle altre, è sicuramente quella che emanava una luce rossa, intensa, come quella delle torce che infuocano quella meraviglia che è il Marakanà di Belgrado.

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Il fallimento del Qatar al Mondiale ai raggi X

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Qatar

“Il successo consiste nel passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo”. Diceva così Winston Churchill, primo ministro britannico durante la Seconda Guerra Mondiale. Non sarà un testo motivazionale, anche perché il tema centrale sarà proprio l’antitesi di ciò che diceva il leader inglese: l’insuccesso, quello del Qatar.

Con “Qatar” non si intende la regione che affaccia sul Golfo Persico e nemmeno l’intera competizione. L’unico vero fallimento è quello della Nazionale, diventata la prima squadra ospitante a perdere l’esordio e anche la prima a essere eliminata dal Mondiale dopo soli due turni.

LA COSTRUZIONE DEI SOGNI

Pensando al cammino della Nazionale mediorientale, bisognerebbe cancellare la parte sul successo nella frase di Churchill. Prima del Mondiale, però, avremmo pensato cose ben diverse se ci fossimo informati bene sul Qatar. Gli Al-Annabi partivano con grandi aspettative, in quanto campioni dell’ultima Coppa d’Asia.

Il loro percorso, lì, era stato perfetto: erano riusciti a imporsi sull’Arabia Saudita (0-2), la Corea del Sud ai quarti (0-1) e il Giappone in finale (1-3). Il primo titolo della loro storia sembrava dare la spinta necessaria per affrontare al meglio questo Mondiale. Le tre Nazionali appena citate, però, sono riuscite ad affrontare questa competizione molto meglio del Qatar che le aveva sconfitte.

La vittoria in Coppa d’Asia aveva effettivamente dato un bel boost di adrenalina e le prestigiose amichevoli di preparazione ne erano la prova (Brasile, Portogallo, Serbia e addirittura Lazio e Fiorentina). Le prime avvisaglie del fallimento erano già arrivate, ma “il dado è tratto” come avrebbe detto qualcuno.

I successi, che in questa parte della storia sono ancora presenti, partivano da ben più lontano. Nel 2004, infatti, si decise di investire sul calcio tramite la creazione dell’Aspire Academy, un’accademia nata per volere della famiglia reale Al Thani con l’obiettivo di reclutare giovani talenti.

A partire dal 2007 ebbe inizio anche il progetto Football Dreams”, che ha il compito di scovare i migliori talenti anche dall’estero. Questi verranno poi naturalizzati tramite l’utilizzo di una regola FIFA, secondo cui sono eleggibili calciatori che per cinque anni consecutivi hanno giocato nel paese interessato dopo il compimento dei 18 anni e che non hanno mai preso parte a partite ufficiali con la nazionale d’origine.

Dopo un lungo processo di selezione, i ragazzi più talentuosi vengono trasferiti nelle varie società europee appartenenti alla famiglia reale del Qatar.

IL CROLLO MONDIALE

Il vero tasto dolente, la caduta rovinosa dopo la (troppo) rapida ascesa. Se vinci l’Europeo ma non ti qualifichi al Mondiale, è ben noto che le critiche non mancheranno. Se vinci la Coppa d’Asia ma esci dopo due giornate alla Coppa del Mondo, essendo anche la nazione ospitante, allora verrà ritenuto un fallimento.

Le difficoltà iniziano presto, al 5′ dell’esordio con l’Ecuador. Nonostante la difesa a 5 e l’atteggiamento conservativo, i sudamericani erano riusciti a passare in vantaggio: gol poi annullato per fuorigioco di Enner Valencia. Non è bastato questo episodio per dare la scossa, probabilmente l’emozione era troppo forte. La doppietta di Valencia ha chiuso il match sullo 0-2.

La solfa non è cambiata nelle gare successive contro Senegal e Olanda, perse rispettivamente 1-3 e 0-2. L’unica piccola soddisfazione è rappresentata dal gol realizzato da Mohammed Muntari, che aveva quasi rimesso in piedi la partita contro i campioni della Coppa d’Africa.

I record negativi e gli insuccessi sono troppi, però, perché la piccola fiaccola rappresentata dal gol possa rappresentare la luce che porta avanti un paese. Il Qatar, infatti, oltre a quanto detto prima, è diventata anche la prima Nazionale ospitante a chiudere il girone del Mondiale con meno di 4 punti. Record che, adesso, non potrà più essere superato.

È DA CONSIDERARE UN FALLIMENTO TOTALE?

Senza dubbio, perché il Qatar resterà per molto tempo nell’immaginario comune come la peggior Nazionale ospitante di sempre. La preparazione, le aspettative, i grandiosi progetti sono stati spazzati via insieme agli undici che sono scesi in campo nelle tre gare di questo Mondiale. Oltre alla qualità tecnica è mancato anche lo spirito giusto per affrontare una competizione di questo tipo.

Anche Xavi, che in Qatar ci ha vissuto e lavorato come giocatore e allenatore dell’Al-Sadd, si era espresso in modo positivo riguardo la squadra di casa:

Il Qatar non è solo la nazione ospitante, può davvero diventare la mina vagante del torneo. Il progetto del Mondiale ha portato miglioramenti non solo nelle strutture, ma anche in campo. Oggi il Qatar ha una nazionale in grado di competere sulla scena più prestigiosa del calcio mondiale, una nazionale in grado di dire la sua al Mondiale“.

A dimostrazione che era stato fatto tutto il possibile e, dunque, a dimostrazione del fallimento.

Era la prima partecipazione nella loro storia, questo è da tenere in considerazione, ma la fiamma che contraddistingue le grandi squadre non è mai stata presente. E allora, dopo aver analizzato la parte sul successo e quella sul fallimento, non resta che guardare l’ultima parola della frase di Churchill: l’entusiasmo.

I dubbi riguardanti questo Mondiale c’erano e ci sono ancora, ma ciò che sembrava non mancare, almeno al paese ospitante, era proprio la componente emotiva. Quando si è spenta questa, allora, restando coerenti con quanto detto da Churchill, si sono spente anche tutte le possibilità di arrivare al successo. Ancora una volta, i soldi non hanno fatto la felicità.

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Svizzera, Yakin si gode la qualificazione: “È stato molto emozionante”

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Svizzera

Dopo la vittoria nella partita decisiva contro la Serbia, che ha qualificato la sua Svizzera agli ottavi di finale dei Mondiali in Qatar, il commissario tecnico elvetico Murat Yakin ha esternato i suoi sentimenti alla stampa:

È stato molto emozionante. Nei primi minuti siamo stati protagonisti in campo, con un forcing molto organizzato, poi però ci siamo fatti sorprendere e siamo andati addirittura in svantaggio. La squadra però ha reagito e dopo il match ho sentito dentro di me un enorme senso di soddisfazione per quanto fatto dai ragazzi: mi sono seduto nello spogliatoio, mi sono goduto il momento e ho lasciato soli i giocatori“.

Ora gli elvetici, martedì sera, affronteranno il Portogallo di Cristiano Ronaldo per sognare i quarti di finale.

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Il ct della Serbia Stojkovic sul suo futuro: “Certo che resto”

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Nel post-partita della gara contro la Svizzera, il commissario tecnico della Nazionale della Serbia, Dragan Stojkovic, è intervenuto ai microfoni di Sportal.rs:

“Prima di tutto vorrei congratularmi con la Svizzera per la vittoria, che direi è meritata. Noi non siamo ovviamente soddisfatti del nostro cammino, ma dobbiamo considerare tutti i problemi che abbiamo avuto da quando siamo arrivati ​​qui, tenendo conto della preparazione fisica e dei vari infortuni rimediati dai nostri giocatori chiave. I ragazzi però hanno lottato, hanno dato il massimo, anche se non basta per questo livello”.

In seguito, il selezionatore ha tenuto a sottolineare che proseguirà l’impegno con la Nazionale delle Aquile bianche:

“Certo che resto. A marzo inizieremo le qualificazioni per Euro 2024 e abbiamo una grande voglia di battagliare: sarò molto soddisfatto se i miei giocatori saranno sani e al top della forma in quel momento”. 

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Flash News

Juve, approvato un nuovo progetto di bilancio: la perdita è di 239 milioni

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Chi è Gianluca Ferrero, il prossimo presidente della Juventus

Si aggiungono ulteriori dati che delineano la complicata situazione finanziaria della Juventus: come riportato nel comunicato pubblicato sui canali ufficiali del club, il dimissionario Consiglio d’Amministrazione della società bianconera ha approvato un nuovo progetto di bilancio d’esercizio e un nuovo bilancio consolidato al 30 giugno scorso, in cui emerge una perdita di 239,3 milioni di euro (226,8 al 30 giugno 2021).

Il bilancio d’esercizio sarà sottoposto all’approvazione dell’Assemblea degli Azionisti del 27 dicembre.

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