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L’evoluzione della “Volpe” inglese

Se nella religione sussiste un avanti Cristo ed un dopo Cristo, nel mondo del calcio, nello specifico a Leicester, esiste un prima e dopo Claudio Ranieri. Lo dice la storia, quella che hanno scritto nella stagione 2015/16, ma lo confermano anche i risultati: nelle successive due stagioni le prestazioni sono calate vertiginosamente. C’era da aspettarselo, d’altronde dopo aver toccato il cielo con un dito, è normale cadere dalle nuvole. Ma c’è modo e modo di stramazzare al suolo…

Come si è evoluta la rosa del Leicester? Il presidente dal nome impronunciabile ha investito in queste sessioni di mercato? E gli allenatori che si sono susseguiti in panchina, cosa hanno portato – o tolto – alla squadra? Sono domande che ci siamo posti più o meno tutti in questo ultimo periodo. Oggi siamo qui per dare delle risposte.

 ̶I̶M̶POSSIBILE

5000 a 1, la quota che associavano i bookmakers al Leicester vincente della Premier League. 31 milioni, il valore dell’intera rosa, circa un decimo delle big inglesi. Persino lo sbarco degli extraterrestri sulla terra ferma sembrava più probabile. Possono bastare questi esempi – numerici e non – per capire la grandezza dell’impresa compiuta dal Leicester di Ranieri.

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Se pensiamo a come tutto è nato: 20 luglio 2015, giorno della presentazione di Claudio Ranieri come nuovo allenatore del Leicester: “L’obiettivo è la salvezza e la valorizzazione dei nostri giocatori”. Parole molto pragmatiche del tecnico romano. Probabilmente neanche lui credeva nell’impresa, forse neppure lui prestava fede a quella rosa che aveva appena ricevuto in dotazione

Giornata dopo giornata, mattone dopo mattone, superata una partenza a fari bassi – dopo sette giornate all’ottavo posto in classifica -, il Leicester ha iniziato la sua cavalcata trionfale. “Ora si ferma”, pensavano tutti ogni volta che il calendario proponeva alle Foxes un avversario di un’altra categoria, di un livello superiore. La vittoria sul campo del Manchester City a metà stagione, con annessa lezione di calcio ai Citizens, poi, cambia la percezione collettiva: da “ora si ferma” a “e se ce la facesse davvero?”.

E ce l’ha fatta. Chiamatela favola, chiamatelo miracolo, chiamatelo come volete. “Forse la più grande impresa nello sport di tutti i tempi”, scriveva il New York Times. Una squadra che l’anno precedente lottava per non retrocedere, ha poi dominato il torneo più ricco e arduo del pianeta. Un ex operaio con precedenti per rissa – Vardy -, due ‘scarti’ dello United – Drinkwater e Schlupp -, un ‘avanzo’ del campionato tedesco – Okazaki -, promesse fino ad allora mancate della Serie B francese – Kantè e Mahrez – e persino uno sconosciuto panchinaro – Ulloa -. In questo mondo di esibizioni e di eccessi, la normalità ha avuto la meglio.

SUCCESSORI

La storia è stata oltraggiata, presa a schiaffi. Straordinaria è stata l’impresa, così come straordinario è stato l’esonero di Claudio Ranieri avvenuto l’annata successiva, a metà stagione: il tecnico romano nel 2015/16 ha fatto saltare il banco della Premier League, la società e il presidente hanno fatto saltare lui. Segno di ingratitudine ed irriconoscenza nei confronti di chi li ha portati nell’Olimpo del grande calcio vincendo un titolo storico – l’unica Premier League in bacheca per il club. I motivi dell’esonero? La caduta libera in campionato, con le Foxes appena un punto sopra la linea rossa della zona retrocessione e la fronda condotta dalla vecchia guardia del Leicester, in particolare il gruppo inglese, composto da Vardy, Morgan e Drinkwater, che volevano la testa dell’allenatore e che l’hanno ottenuta.

Al suo posto, nel febbraio 2017, con una stagione in corso d’opera e una salvezza da centrare, la squadra è stata affidata a Craig Shakespeare, fino ad allora vice di Ranieri alle Foxes:

“Posso fare io l’allenatore capo? Penso di sì. L’idea mi agita? No, ho fatto il vice per tanto, troppo tempo”

Con lui in panchina la squadra riesce a registrare una serie di risultati utili consecutivi in campionato, fino a raggiungere una tranquilla salvezza con il dodicesimo posto. In Europa, terreno fertile fino a quel momento per il club – primissima qualificazione in Champions League -, il Leicester giunge alla fase a eliminazione diretta – merito anche di un percorso con a capo Ranieri fino agli ottavi – perdendo poi con l’Atletico Madrid per 2-1 ai quarti di finale.

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Esonerato nell’ottobre 2017 Shakespeare, Claude Puel prende il suo posto, che tutt’ora conserva. La sua gestione, principalmente come le precedenti, è stata contornata da alti e bassi: 17 punti nelle prime 8 partite, 17 nelle successive 15, 4 vittorie nelle ultime 15 giornate e poi nono posto finale nella stagione 2017/18. Costanza di risultati: una peculiarità sconosciuta qui nella contea del Leicestershire.

Il gioco di Puel, allievo del credo calcistico di Guardiola, non ha tuttavia convinto giocatori e tifosi, al contrario del calcio conservativo proposto da Ranieri prima e Shakespeare poi, che ha dato i suoi frutti. Un calcio tutto compattezza e verticalizzazioni: il Leicester raramente dominava, anzi, concedeva spesso palla e territorio ai rivali, per poi colpire con ripartenze veloci. I recuperi di Kantè, i muscoli di Morgan, i dribbling di Mahrez e le corse negli spazi di Vardy: ogni giocatore rendeva al meglio poiché messo nelle condizioni di poterlo fare.

RIMASTI

I risultati sono sulla bocca di tutti, le statistiche sono ben impresse nei manuali della Premier League e alcuni giocatori sono sempre in campo ogni domenica a difendere le sorti del Leicester. Dai pilastri Schmeichel, Vardy, Morgan, Albrighton, Fuchs e Simpson fino a Okazaki, il primo rincalzo utilissimo tre stagioni fa, passando per giocatori da turnover come Gray, Amartey e Benalouane.

Tutti calciatori che al momento vestono la maglia delle Foxes, in parte ridimensionate rispetto a qualche stagione fa. Nel 2016/17, subito dopo aver scritto la storia, la società inglese ha investito pesantemente sul mercato: Slimani dallo Sporting – pagato 35 milioni, l’acquisto più caro nella storia del Leicester-, Musa, Ndidi e Mendy, per un totale di 53 milioni di passivo.

Allo stesso tempo, nella medesima finestra di mercato, hanno fatto le valigie giocatori chiave del trionfo storico come Kantè, direzione Chelsea per 35 milioni di euro e Schlupp, passato al Crystal Palace per 14 milioni, oltre ai vari Kramaric – all’Hoffenheim – e vari giocatori di minor rilievo.

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La stagione scorsa il Leicester ha nuovamente speso in fase di mercato. Gli arrivi di Iheanacho, Adrien Silva, Iborra e Maguire a cifre tra l’altro da squadra benestante economicamente – 80 milioni erogati dal presidente Vichai Srivaddhanaprabha -, hanno ulteriormente alzato il livello della squadra, nonostante la cessione di Drinkwater al Chelsea per l’enorme cifra di 38 milioni di euro.

Alzare il livello, già, come in questa sessione estiva da poco conclusa, che ha visto gli arrivi di Maddison – che ha scelto la maglia numero 10 -, Ricardo Pereira e Söyüncü, difensore centrale per ora relegato in panchina. Il tutto, bilanciato dalla cessioni di Mahrez al Manchester City per 67.8 milioni e di Musa, che alla gloria della Premier League ha preferito la ricchezza dei club arabi.

SUL CAMPO

Il guizzo, la fantasia e l’agilità di Mahrez negli ultimi 30 metri erano il pane quotidiano del Leicester di Ranieri, una pedina fondamentale per sviluppare un gioco fatto di ripartenze veloci per sorprendere in contropiede l’avversario.

Partito in direzione Manchester City, l’allenatore Puel ha chiesto un rimpiazzo alla società, un giocatore che sapesse ricalcare almeno in parte quelle qualità basilari per poter saltare l’uomo: perfetto l’identikit di Ricardo Pereira, giovane esterno arrivato dal Porto, che all’occorrenza può ricoprire anche il ruolo di terzino destro, che nel 2015 era il ruolo prediletto di Simpson.

Lo spettacolo offensivo è offerto dagli attori – gli attaccanti – ma allo stesso tempo è garantito da chi lavora dietro alle quinte con mediani e difensori: non ci potevano essere le sgaloppate dell’algerino senza il lavoro sporco di Kantè, ciò che manca di più all’attuale Leicester: corsa, fitta e insistente per 90 minuti, sostanza, in termini di presenza fisica e prestanza – come recupera palloni. Il suo compito, più che ruolo, è stato soltanto in parte rimpiazzato da Ndidi e Mendy: i due attuali mediani nel classico modulo delle Foxes, il 4-2-3-1, non assicurano ancora quel lavoro che potrebbe garantire molti più punti al Leicester in classifica.

Il bilancio, tra cessioni e acquisti delle varie stagioni, è perlopiù alla pari – in termini finanziari. La qualità tecnica della rosa sembra aver quasi subito un upgrade, con i risultati che si sono abbassati; anche se, non calare di prestazioni e quindi riconfermarsi campioni d’Inghilterra – o comunque nelle prime posizioni di classifica – era pressoché impossibile.

Il passato è stato glorioso, ma ora c’è da scrivere la storia, partendo proprio dall’annata 2018/19 (D.R., Dopo Ranieri).

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