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L’indimenticabile Senegal

Uno dei requisiti necessari ad un CT per guidare al meglio una Nazionale è sicuramente quello di essere in grado di instaurare una sinergia culturale ed emotiva con il gruppo che si ha davanti. Questa non sarà mai una legge scritta, ma in determinati casi e/o situazioni può rivelarsi fondamentale. Difatti, esser capaci di calarsi in un contesto differente dal proprio è un’abilità spesso sottovalutata, soprattutto per un ruolo delicato come quello del commissario tecnico. A maggior ragione, in un Mondiale o in qualsiasi torneo che si disputa nell’arco di poche settimane, il rapido susseguirsi di eventi e partite può scombussolare ogni piano, e la comunione di intenti tra allenatore e squadra supera il principio tecnico-tattico. Di esempi da fare ce ne sarebbero tanti ma il più emblematico riguarda la cavalcata del Senegal nella competizione iridata tenutasi tra Corea del Sud e Giappone nel 2002.

Per i senegalesi il deus ex machina di quell’irripetibile avventura fu Bruno Metsu, allenatore francese dall’aspetto anticonvenzionale e dal carisma magnetico. Metsu arrivò in Senegal all’alba del nuovo millennio, dopo un breve apprendistato con il mondo africano sulla panchina della Guinea. Il suo sbarco coincise con l’esonero di Peter Schnittger, imputato di aver sviluppato uno stile di gioco distante dalle caratteristiche dei giocatori e di aver instaurato una specie di regime del terrore nello spogliatoio. Dall’ultradifensivismo sul rettangolo verde si passava a treccine e cuffie vietate ai calciatori: un tentativo di mutazione culturale che ha avuto come conseguenza la fuga dalla Nazionale dei giocatori più rappresentativi.

Come un padre alle prese con una famiglia da ricostruire, Metsu ha faticosamente raccolto i cocci della squadra, utilizzando un nuovo codice comportamentale per risvegliare i Leoni della Teranga.

Il leone rosso ha ruggito.

Il domatore della savana

di un balzo s’è slanciato

dissipando le tenebre.

Le parole di Léopold Senghor, che assieme alla musica di Herbert Pepper compongono l’inno senegalese, vanno a braccetto con le intenzioni di Metsu: risvegliare e liberare il leone.

A GRANDI PASSI

L’impatto in termini di risultati fu piuttosto immediato: per la prima volta nella sua storia il Senegal raggiunge la fase finale di un Mondiale, superando nel girone di qualificazione le ben più quotate Algeria, Egitto e Marocco. L’aritmetica qualificazione giunse a corollario della goleada rifilata alla Namibia il 21 ottobre 2001 ma la partita che di fatto valse il viaggio in Corea si tenne a Dakar, sette giorni prima contro il Marocco. L’unico gol dell’incontro lo realizzò El-Hadji Diouf, il settimo degli otto totali che lo incoronarono capocannoniere del girone.

Prima di assaporare l’aria del Mondiale, il Senegal fece tappa in Mali per disputare la Coppa d’Africa, competizione nella quale fino al 2002 contava come massimo risultato un quarto posto ottenuto nel lontano 1965. Forte di una difesa impermeabile, la squadra di Metus galoppò fino alla finale contro il Camerun campione in carica. Il match si protrasse sino alla folle lotteria dei calci di rigore, dove i camerunensi – che indossavano una singolare canotta come divisa di gioco – sfruttarono gli errori di Faye, Diouf e Cissé per riconfermarsi campioni.

FINALMENTE MONDIALE

A queste ottime prestazioni non fece, però, seguito una riconciliazione tra squadra e federazione. Le due fazioni erano da tempo in piena guerra, e l’avvicinamento ad un evento storico come il primo Mondiale al posto di placare gli animi inasprì questi dissapori. Squadre e staff, attraverso le parole dirette e poco diplomatiche di Diouf, espressero il loro disappunto verso le amichevoli organizzate nel pre-Mondiale, ritenute troppo poco allenanti e competitive:

“Ci hanno organizzato un pre-Mondiale che è una farsa. Non sono stati capaci di trovarci avversari seri. La verità è che noi siamo una Nazionale di professionisti ma troppi nostri dirigenti sono dilettanti allo sbaraglio.”

L’aria, già tossica di per sé, fu resa ancor più pesante da un evento che scosse l’opinione pubblica a pochi giorni dall’esordio: Khalilou Fadiga, numero 10 e fantasista della squadra, venne accusato di aver rubato una collana d’oro da una gioielleria di Taegu, in Corea del Sud. Il giocatore, al tempo in forza all’Auxerre, tentò di lavarsene le mani affermando che si trattasse di uno scherzo. La versione convinse pochi ma tra questi vi era Bruno Metsu, che preferì ignorare l’insurrezione popolare sollevatasi contro Fadiga, tenendolo in squadra e utilizzando l’episodio come espediente per motivare il gruppo.

“L’unico modo per far sì che le persone dimentichino il tutto è battere la Francia. Se non vinciamo, questa storia continua. Ma se vogliamo salvare il nostro amico, dobbiamo vincere questa partita. Se ci riusciremo, sarà un terremoto nel mondo.”

La natura di questa decisione – criticabile per molti ma senz’altro intelligente a pochi giorni dal debutto – va ricercata nel rapporto instaurato tra CT e squadra. Metsu, ormai un senegalese acquisito, nelle ore in cui non erano impegnati in riunioni tattiche o allenamenti, concedeva ai suoi giocatori la libertà di scorrazzare tra locali e discoteche, di passare del tempo con i propri familiari e di gestirsi liberamente in funzione degli impegni. Difficile quantificare l’influenza di questo fattore sul risultato finale ma sicuramente il comportamento poco professionale dei senegalesi non si rifletteva sulle prestazioni.

Sul rettangolo di gioco, senza ricercare soluzioni astruse, Metsu schierava la squadra con un baricentro basso e composto da due linee strettissime. L’obiettivo era quello di avere più campo possibile da attaccare, al fine di assecondare l’istinto dei giocatori migliori. La conseguenza fu un calcio figlio del caos, della giocata estemporanea, della supremazia atletica sugli avversari.

Nella partita d’esordio contro la Francia tutte queste caratteristiche andarono a nozze contro una squadra colma di talento ma sazia e poco intensa. Il palo di Trezeguet svegliò i Leoni della Teranga che dopo un paio di contropiedi mal sviluppati andarono a segno a metà primo tempo. Il gol fu del centrocampista Bouba Diop, ma l’azione fu orchestrata da Diouf: il futuro attaccante del Liverpool e Pallone d’Oro africano sgattaiola sulla fascia, costeggia la linea di fondo e spedisce in area un cross teso che innesca la carambola mortale per i francesi. Da terra, Diop spinge in rete e, simultaneamente, a Dakar, ai piedi dei maxi schermi messi nelle piazze principali, impazzano i festeggiamenti. La reazione francese non arriva e l’assenza forzata di Zidane priva les bleus di quell’imprevedibilità necessaria per mandare in tilt la difesa rossoverde. Quando ormai le energie dei transalpini sono al lumicino, l’arbitro decreta la fine del match e i senegalesi possono alzare le braccia al cielo.

“Se conosci tutta la storia che è accaduta, è stata un’occasione per l’Africa, o per il Senegal, per dire sì, possiamo battere il potere coloniale”.

A tanti anni di distanza, Salif Diao sottolinea l’impatto che nella loro testa quella vittoria avrebbe potuto avere, restituendoci l’idea di gruppo caricato a molla dalle decine di fattori contingenti a quella partita.

La sbornia post-vittoria è intensa e duratura, ma non coincide con l’atteso senso di appagamento. Ad attendere il Senegal c’è la Danimarca di Morten Olsens, Jorgensen e Tomasson, con quest’ultimo in grande spolvero nella vittoria all’esordio contro l’Uruguay. L’avvio è traumatico per il Senegal: prima, ù Fadiga si conferma più sregolato che genio e solo per un abbaglio arbitrale il suo calcione ad Helveg non viene punito con il cartellino rosso; successivamente, un’altra ingenuità regala un cioccolatino dagli undici metri che Tomasson scarta con freddezza. Il Senegal reagisce in modo confusionario e generando qualche occasione principalmente su palla inattiva. Ad inizio ripresa però, la squadra di Metsu orchestra e conclude l’azione simbolo del suo Mondiale:

Il dribbling negato a Jorgensen, l’immediata ricerca della verticalità, la sponda di tacco di Diouf e i 70 metri di progressioni di Diao che si concludono con una goffa puntata dritta all’angolino: senza ombra di dubbio, questi 15 secondi sono il manifesto calcistico del Senegal di Bruno Metsu.

Il pareggio con la Danimarca apre al Senegal la possibilità di ragionare sul doppio risultato in vista dell’ultimo match del girone: la vittoria e il primo posto sono l’obiettivo, ma anche di un pareggio ci si può accontentare. L’avversario è l’Uruguay, che al suo ritorno al Mondiale dopo 12 anni di assenza nutre ancora fondate speranze di passaggio del turno. Nel primo tempo, però, i leoni lasciano le catene negli spogliatoi. Fadiga si redime dal dischetto e apre le danze, mentre Bouba Diop completa l’opera, prima accompagnando alla perfezione un contropiede fulminante condotto da Camara e pochi secondi dopo ripetendosi con una spaccata sul filo del fuorigioco che, se replicata adesso, farebbe penare gli arbitri in sala Var.

Il duplice fischio dell’arbitro giunge come una manna dal cielo per i sudamericani, che 15 minuti dopo rientrano in campo affamati. Richard Morales, dopo una decina di secondi, spinge in rete una corta respinta di Tony Sylva e da il via alla rimonta uruguagia. La forsennata pressione della Celeste non scalfisce il muro africano, ma a polverizzarlo ci pensa un ragazzo dalla folta criniera bionda con un destro al volo che si spegne sotto l’incrocio. Parliamo di Diego Forlan, che si presenta a quel match con alle spalle 4 partite in Nazionale maggiore ed il ruolo di quarta punta nelle rotazioni di mister Pùa. Al gol del Cachavacha fa seguito un rigore generoso concesso per un presunto fallo su Morales. Dal dischetto, il Chino Recoba, a 3 minuti dalla fine, spiazza Sylva e inietta ulteriore adrenalina nelle vene dei suoi compagni. L’assalto finale è un’altalena di emozioni: il culmine lo si tocca durante il primo minuto di recupero, quando un salvataggio sulla linea di Diatta si trasforma in un campanile che spiove a pochi metri dalla porta ancora sulla testa del Chengue Morales. Il numero 18 deve solo indirizzare la sfera verso la porta sguarnita, ma forse stupito dalla grande libertà di cui gode la spedisce sul fondo.

L’errore madornale di Morales spedisce il Senegal agli ottavi di finale, un’impresa storica per il calcio africano e che fino a quel momento solo il Camerun nel 1990 aveva raggiunto. Gli indomabili leoni si spinsero fino ai quarti di finali, il Senegal per farlo avrebbe dovuto eliminare una Svezia che aveva messo in fila Inghilterra e Argentina nel girone.

DENTRO O FUORI

Il passaggio del turno coglie tutti impreparati: lo staff, ad esempio, è a corto di scorte mediche ma la benevolenza dei colleghi francesi in partenza (che invece di scorte ne avevano a buttare) permette loro di equipaggiarsi. Tra disorganizzazione e sana trepidazione, il 16 giugno 2002 il Senegal affronta la Svezia per un posto nei quarti di finale del Mondiale.

Il teatro è l’Oita Bank Dome di Oita e il primo atteso protagonista non si fa attendere: al minuto 11 un’uscita avventurosa di Sylva permette alla versione glabra di Henrik Larsson di girare il pallone in rete per il vantaggio scandinavo. L’incornata di Larsson non intacca, però, la solidità mentale senegalese: il tridente Diouf-Thiaw-Camara comincia a carburare e proprio quest’ultimo, a 10 minuti dal termine della prima frazione, riporta in parità il match. Il gol è, ancora una volta, frutto dell’improvvisazione: lo stesso Camara ricicla una seconda palla al limite dell’area, l’addomestica e come una gazzella scatta alla sinistra del suo marcatore prima di spedire un diagonale imprendibile all’angolino.

I fuochi d’artificio del primo tempo non sono seguiti da una ripresa altrettanto scoppiettante. Nemmeno l’ingresso di un Ibrahimovic dai tratti ancora efebici scuote lo status quo della gara e, così, il match travalica il muro dei 90 minuti e sfocia nei tempi supplementari, dove vige la regola del Golden Gol: un’idea probabilmente frutto della mente del Diavolo in persona. In questa occasione, però, il Diavolo condanna gli svedesi ad un’atroce eliminazione: la combo ruleta-destro potente di Svensson si infrange sul palo e, pochi minuti dopo, un’altra serpentina di Camara si conclude con un tiro strozzato che bacia il palo prima di spegnersi in rete. Il conto che la Svezia si ritrova a dover pagare è salatissimo, ma questo Senegal sembra aver fatto carte false per conquistarsi il benestare della dea bendata.

Anche il successivo accoppiamento, con la Turchia, non sembra proibitivo per i senegalesi, che dall’alto del loro spirito libertino si apprestano a sfidare nuovamente la storia. Il primo tempo è di marca senegalese, con Diouf in versione tuttofare che cuce il gioco e si catapulta in area con encomiabile costanza. Più passano i minuti, più le squadre patiscono le fatiche delle settimane precedenti, ed il secondo tempo scivola via con colpi da KO nemmeno abbozzati. Ad attendere Turchia e Senegal ci sono i 30 minuti di roulette russa aka tempi supplementari prima della lotteria dei calci di rigore. Il minuto chiave è il 94, quando il Senegal capitola dinanzi ad un rapido ribaltamento di fronte inaugurato dal portiere Rustu, alimentato da Umit Davala e trasformato in gol da Ilhan Mansiz, eroe per una notte che si porta a casa lo scalpo dei leoni.

ICONICI MA SENZA LIETO FINE

Al termine di ogni coinvolgente avventura, il ritorno sulla Terra o, più semplicemente, alla vita di tutti i giorni può rivelarsi traumatico. Nel caso della Nazionale senegalese l’esaltazione e la gratitudine per i risultati ottenuti vengono rapidamente sostituiti dallo smembramento del gruppo. Il primo ad abbandonare la nave è proprio Bruno Metsu, che pochi mesi dopo cede al fascino irresistibile del denaro e si trasferisce negli Emirati Arabi. L’addio dell’anello di congiunzione del gruppo si traduce in deludenti risultati sportivi: le buone prestazioni in Coppa d’Africa (quarti di finale e quarto posto nelle successive due edizioni) vengono oscurate dalla mancata qualificazione ai Mondiali 2006, manifestazione in cui ben figura il Ghana che, quattro anni dopo, replicherà le imprese di Camerun e Senegal.

Il Senegal ai Mondiali ci è tornato la scorsa estate, con in panchina uno degli eroi di Corea-Giappone: Aliou Cissè. Con un proposta di gioco simile a quella che lo vide protagonista in campo quasi vent’anni prima, Cissè ha messo la nuova florida generazione di talenti del calcio senegalese nelle condizioni di rendere al meglio. La singolare regola dei cartellini ha estromesso i Leoni della Teranga dalla competizione, ma la finale raggiunta quest’inverno in Coppa d’Africa è un’ulteriore dimostrazione del bel lavoro fatto fino ad ora.

A quasi due decenni di distanza, l’esperienza asiatica è ancora viva nello staff e nello spirito del gruppo senegalese come un promemoria da consultare e rispettare. Pur provenendo da un contesto diverso, Metsu tracciò un percorso da perseguire basato sul concetto di libertà d’azione e sul rispetto mostrato verso una cultura al tempo ancora incompresa. Seppur il cinismo calcistico che storicamente si abbatte sulle Nazionali africane non sembra placarsi, il Senegal avrà sempre un’ideale a cui aspirare, ovviamente, senza scendere a compromessi.

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