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L’Italia torna all’Olimpico 4 anni dopo: cos’è cambiato?

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“Stessa storia, stesso posto, stesso bar.”

Era con queste parole che la voce di Max Pezzali entrava nelle case degli italiani nel 1995. “Gli anni”, celebre canzone degli 883, cantava di un passato nostalgico su una melodia viva e coinvolgente che ha abbracciato così tanto i gusti dell’epoca che si è ricavata una nicchia nello spazio adibito alle canzoni più influenti degli anni ’90. Il brano narrava e celebrava un passato ormai sfuggito, evaporato a contatto con il presente. Era cambiato tutto ma allo stesso tempo nulla era mutato. La storia era la stessa, il posto lo stesso, proprio come il bar. Era cambiata solo la percezione, la storia e l’esperienza che aveva arricchito il bagaglio di vita del protagonista.

E oggi succede lo stesso con l’Italia. La Nazionale di Roberto Mancini torna a giocare allo Stadio Olimpico di Roma dopo 4 anni dall’ultima volta. In questo lasso di tempo ogni cosa è variata e si è evoluta – o è regredita – ma la sensazione è quella che nulla sia davvero diverso. La storia è la stessa. Il posto lo stesso. Lo stadio è sempre questo.

4 ANNI FA

Lo Stadio Olimpico è storicamente la casa materna della Nazionale. Lo dicono i numeri, che mettono Roma al primo posto tra le città con più partite all’attivo degli Azzurri. Staserà sarà la 59ª volta che l’Italia giocherà nella città eterna, che batte Milano ferma a 58. Negli anni sono state 34 le vittorie maturate, a fronte dei 17 pareggi e delle 7 sconfitte, con 105 gol fatti e 47 subiti. Connotati che conferiscono alla partita di questa sera contro la Grecia un quid di storico e patriottico.

L’ultima apparizione a queste latitudini è da rintracciare addirittura a 4 stagioni fa, un’era geologica calcisticamente parlando. Difatti, il tempo che ha separato “quei” 90 minuti da “questi” che ci apprestiamo a vivere stasera, ha abbracciato una miriade di eventi che hanno cambiato la storia dell’Italia pallonara.

Gli ultimi 90 minuti disputati sul prato dell’Olimpico risalgono al 13 ottobre 2015 in una partita contro la Norvegia. Sugli spalti erano in 30.000 per assistere all’ultima partita di qualificazione all’Europeo che si sarebbe svolto in Francia l’estate seguente. Un match fine a se stesso in termini di classifica: anche con una vittoria gli Azzurri sarebbero arrivati secondi nel girone, costretti a guardare dal basso il Belgio. Ma quella partita venne onorata e vinta. Dopo lo svantaggio iniziale firmato da Tettey, l’Italia graffiò nell’ultima mezz’ora di gara prima con Florenzi e poi con Pellè, salutando i propri tifosi a testa alta e petto in fuori. Un trionfo che sarebbe servito come biglietto da visita per l’estate.

L’esultanza di Florenzi al gol del 2-1. Fonte immagine: profilo Instagram Florenzi.

L’ITALIA DI CONTE

Quella era l’Italia di Antonio Conte. Il tecnico salentino è rimasto sulla panchina della Nazionale soltanto per 2 anni, giusto il tempo di prenderla per mano e portarla nell’Olimpo di quell’Europeo. Il cammino a quei campionato europei si interruppe ai quarti di finale contro la Germania. Un inciampo avvenuto solo ai rigori contro una corazzata vera come quella diretta da Joachim Löw.

Quella era un’Italia non bella ma resa brillante dalla mano di Conte. Una mano dura e determinata, organizzata e pressante che ha plasmato quella selezione a propria immagine e somiglianza. Il materiale umano a disposizione non era dei migliori – per usare un eufemismo – ma con i dettami tecnici, tattici e comportamentali del CT la melodia suonata compose un inno soave alle orecchie degli ascoltatori. Una pioggia di emozioni che ha fatto annegare tutta Italia in un mare di lacrime quando il sogno si è spezzato a 11 metri dal prosieguo.

Sono state notti magiche, a modo loro. Notti scandite dalla vittoria per 2-0 contro quel Belgio che tanto faceva paura e che ci aveva battuti nel girone; dalla vittoria in extremis con la Svezia, quando l’italo-brasiliano Éder ci ha fatto apprezzare il Brasile come mai prima e anche quando abbiamo perso l’ultima del girone contro l’Irlanda del Nord. È stata sicuramente una nottata magica quella venuta dopo la vittoria contro la Spagna, battuta per 2-0 sotti i colpi da gorilla di Chiellini e di Pellè.

L’esultanza di Pellè e Chiellini, mattatori della partita contro la Spagna.
Fonte immagine: profilo Instagram Pellè.

Poi c’è stato l’1-1 ai tempi regolamentari con la Germania e la provocazione di Pellè a Neuer dal dischetto, la deleteria rincorsa di Zaza e il flemmatico tiro di Darmian. Ma quella sarà per sempre l’Italia delle emozioni e di Conte, di Giaccheriño e dell’anomalo tandem d’attacco Pellè-Éder, del solito Buffon e della solida BBC. Niente cancellerà mai quel ricordo.

L’INCUBO

Poi l’inizio dell’incubo o forse semplicemente della cruda realtà che si è spianata davanti ai nostri occhi. Prima ancora che iniziasse l’Europeo era già noto che Conte sarebbe andato sulla panchina del Chelsea e che il nuovo CT italiano sarebbe stato Gian Piero Ventura. Era già stato tutto reso noto tramite un comunicato ufficiale nel quale il presidente della FIGC, Carlo Tavecchio, dipingeva Ventura come “un maestro di calcio”. Parole che, col senno di poi, sanno di beffa.

Un allenatore che passerà alla storia. Sarà per sempre “quello che non ci ha portati ai Mondiali”. Fonte immagine: profilo Instagram Nazionale

La Nazionale ereditata dall’allenatore ex Torino era la stessa di Conte, ma di Conte nella squadra di Ventura non è rimasta neanche l’ombra. L’obiettivo del tecnico pugliese era quello di portare l’Italia al Mondiale di Russia 2018 e provare a dire la sua alzando la voce il più possibile. Ma quella squadra è sempre stata afona. Anche in questo caso è stata lo specchio dell’allenatore, ma il risultato non è stato quello previsto.

Il girone G con Spagna, Albania, Macedonia e Liechtenstein era abbordabile, ma arrivare alle spalle delle Furie Rosse non sarebbe stato considerato fallimento. E così quando al Bernabéu la Spagna ha vinto con un secco 3-0 costringendo l’Italia a disputare i playoff tra le migliori seconde per accedere al Mondiale, qualche brivido ha pizzicato la pelle dei tifosi. Ma la lacerazione doveva ancora arrivare.

Ed è arrivata, puntuale, contro la Svezia. Arrivata seconda nel girone A, la nazionale dei Vichinghi aveva preparato la doppia sfida andata e ritorno seguendo concetti primari, quasi primitivi, ma chiari e metabolizzati: baricentro basso, fisicità, qualche tentativo di ripartenza e una manciata di preghiere affinché l’Italia non segnasse.
L’Italia invece non aveva idee. Confusionaria, acefala, impantanata a metà nelle sabbie mobili di una vecchia generazione ormai passata e una gioventù che stentava a germogliare.

E l’eliminazione finale è stata una somma di tutti questi fattori. L’andata finì 1-0 per loro nelle fredde lande svedesi. Un brutto colpo che pareva però non essere mortale, perché dopo 3 giorni, in casa, a Milano, davanti a 74.000 tifosi pronti a dare tutto per la Nazionale, il destino poteva e doveva essere invertito. Ma in quella serata non tese la mano agli Azzurri neppure la storia: l’ultima sconfitta a Milano risaliva addirittura al 1925 e quella precedente al 1911. Da quel momento in poi solo pareggi e vittorie.

E in effetti anche in quella maledetta sera del 13 novembre 2017, l’Italia non perse. Si era semplicemente dissolta. A nulla sono servirono le coreografie imponenti che campeggiavano per tutto lo stadio, a nulla il tifo incondizionato e a nulla neppure i tentativi tattici del mister e tecnici dei giocatori. La rete svedese non si gonfiò e con un tragico 0-0 l’Italia non si qualificò al Mondiale di Russia. L’ultima volta che un evento analogo si era abbattuto sul Belpaese era il 1958. Battiti accelerati, fiato corto, mani che tremano e che cingono la testa nella speranza che tutto si riveli nient’altro che un incubo. Ma non era un incubo, era la realtà: l’Italia non avrebbe partecipato ai Mondiali.

RINASCIMENTO

Dopo il freddo più crudele, però, c’è sempre un tepore al confine tra delusione e speranza. E allora dopo quella notte maledetta l’Italia del calcio ha cambiato pelle: fuori il CT, fuori il presidente della FIGC e via all’inizio di un cambio generazionale inevitabile.

Fonte immagine: profilo Instagram Nazionale italiana

In sella è salito Roberto Mancini, che ha accettato una sfida che non tutti avrebbero potuto accogliere e ha iniziato subito a creare, creare un gruppo unito, sia a livello umano che calcistico. Un’idea di gioco definita, anche se non brillante come nei tempi migliori, un’identità affermata e una programmazione e progettazione lodevole.

E stasera tutti questi puntini saranno uniti e daranno il quadro nitido di chi è oggi l’Italia. Rispetto a 4 anni fa, dall’ultima partita contro la Norvegia all’Olimpico, sono solo 6 su 27 i convocati presenti in entrambe le circostanze: Sirigu, Bonucci, Florenzi, Verratti, El Shaarawy e Insigne sono il ponte tra il passato e il presente, prima ancora che il trampolino per il futuro. Sono i superstiti della profonda metamorfosi culturale e ideologica che è avvenuta in questi anni. Sono il ricordo vivo degli errori compiuti da non commettere più.

Federico Chiesa: forse il volto che meglio rappresenta la nuova primavera dell’Italia.
Fonte immagine: profilo Instagram Chiesa

Il cambio di passo rispetto al passato è identificabile nella fioritura di tanti giovani che nel presente o nell’immediato futuro potranno rimpolpare la storia della nostra Nazionale: Donnarumma, Sensi, Barella, Tonali, Pellegrini, Zaniolo, Chiesa, sono tutte impronte di un’Italia che prova a riemergere dopo il grande abisso. E in questo discorso si incastra perfettamente la nuova maglia lanciata da Puma in questi giorni. Il nome della maglia è Rinascimento e due sono i motivi che hanno portato a questa scelta: uno è costituito dalla decorazione della maglia che ricorda i motivi architettonici dell’epoca rinascimentale; l’altro è la celebrazione del Rinascimento della Nazionale italiana che sta risorgendo dalle sue stesse ceneri grazie alla sua gioventù. Il colore scelto, il verde, rimanda alla vittoria dell’Italia sull’Argentina nel 1954, proprio allo Stadio Olimpico.

E la rotta presa da Mancini sembra essere quella giusta, perché stasera, con 3 giornate di anticipo, gli Azzurri potranno assicurarsi la qualificazione aritmetica all’Europeo 2020. Un Europeo particolare in quanto itinerante, che nascerà proprio a Roma, con la prima partita della competizione. I 18 punti guadagnati dall’Italia nelle 6 partite giocate contro Finlandia, Liechtenstein, Grecia, Bosnia, Armenia e Finlandia, sono il simbolo di una lenta risalita verso l’alto.

Fonte immagine: profilo Instagram Nazionale.

E oggi si può chiudere il cerchio. Contro la Grecia storicamente il risultato tende ad essere positivo date le 6 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta in tutta la storia, con 20 gol fatti e 3 subiti. Inoltre il 3-0 dell’andata in terra greca è un ulteriore iniezione di positività. Stasera, 4 anni dopo l’ultima volta, l’Italia torna a giocarsi una fetta di destino a Roma. Nel mezzo ci sono state emozioni in ogni sfumatura, trionfi e cadute, ma alla fine la storia è sempre la stessa. Il posto è lo stesso. E lo stadio anche.

(Fonte immagine di copertina: profilo Instagram Nazionale italiana)

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Brasile in apprensione, si ferma anche Alex Sandro per infortunio

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Alex Sandro

Continuano i problemi in casa Brasile, dopo gli infortuni di Neymar e Danilo, si aggiunge un altro calciatore alla lista, si tratta di Alex Sandro. La notizia è stata riportata dal medico della Selecao, Rodrigo Lasmar, che ha fatto il punto sui recuperi di Neymar e Danilo, aggiungendo alla lista il neo infortunato, Alex Sandro.

Queste le parole del medico del Brasile circa le condizioni del terzino sinistro della Juventus:

Alex Sandro ha avvertito dolore all’anca sinistra e non ha potuto proseguire la partita. Questa mattina è stato rivalutato. Abbiamo fatto fare una risonanza magnetica che ha mostrato una lesione muscolare all’altezza dell’anca sinistra. L’atleta non potrà giocare la prossima partita contro il Camerun e continuerà a essere curato in modo da poterlo recuperare il prima possibile”.

Oltre ad informare i media circa le condizioni fisiche di Alex Sandro, è stato fatto un report anche su Neymar e Danilo:

“Sono ancora in fase di recupero dall’infortunio alla caviglia, ognuno con un approccio diverso, in quanto infortuni diversi. Questo è importante da sottolineare. Neymar ha avuto un episodio di febbre che ora è sotto controllo e questo non interferisce con il processo di recupero della caviglia. Nel nostro incontro quotidiano con lo staff tecnico, abbiamo detto che questi tre atleti non saranno disponibili per la nostra prossima partita contro il Camerun”.

Sicuramente non è una situazione facile per il Brasile, che continua a perdere dei titolari inamovibili per infortunio. Al momento tutti e tre salteranno la sfida contro il Camerun, nella speranza di recuperare per gli ottavi di finale.

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Onana saluta il Mondiale: “Non mi è stato permesso di giocare”

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Onana

Dopo la sorprendente esclusione dall’undici titolare di Camerun-Serbia, André Onana ha definitivamente lasciato il ritiro della sua nazionale a causa di una discussione con il CT camerunese Rigobert Song. Il portiere dell’Inter ha voluto fare chiarezza attraverso una lettera pubblicata sui suoi profili social:

Voglio esprimere il mio affetto per il mio Paese e per la Nazionale. Ieri non mi è stato permesso di aiutare il Camerun, come sempre fatto. Mi sono sempre comportato in modo da condurre la squadra al successo. Ho messo tutto il mio impegno e le mie energie per trovare soluzioni a una situazione che un calciatore spesso si trova ad affrontare, ma non c’è stata la volontà dall’altra parte. Alcuni momenti sono difficili da assimilare. Tuttavia rispetto e sostengo sempre le decisioni delle persone incaricate per il successo della squadra e del Paese. I valori che promuovo come persona e come giocatore sono quelli che mi identificano e che la mia famiglia mi ha trasmesso fin dall’infanzia. Rappresentare il Camerun è sempre stato un privilegio. La Nazione prima e per sempre”.

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Le formazioni ufficiali di Senegal-Ecuador

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DOVE VEDERE LA CERIMONIA DI APERTURA DI QATAR 2022 IN TV

Le formazioni ufficiali di Senegal-Ecuador, sfida decisiva per le sorti del Gruppo A dei Mondiali di Qatar 2022. I sudamericani sono al secondo posto a quota quattro punti, mentre gli africani sono a quota tre. Sarà dunque un vero e proprio spareggio per il passaggio del turno.

LE FORMAZIONI

Senegal; (4-3-3): E. Mendy; Sabaly, Koulibaly, A. Diallo, Jakobs; I. Gueye, Ciss; P. Gueye; I. Sarr, Dia, Ndiaye.

Ecuador; (4-3-3): Galindez; Preciado, Torres, Hincapie, Estupinan; Franco, Gruezo, Caicedo; Plata, Valencia, Estrada.

 

 

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Olanda-Qatar, formazioni ufficiali: Depay titolare

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Olanda

Olanda-Qatar ed Ecuador-Senegal, entrambe le partite in programma alle ore 16, chiuderanno il girone A del Mondiale ed emetteranno i primi verdetti definitivi. La squadra di van Gaal deve centrare la vittoria per garantirsi il passaggio del turno agli ottavi di finale e il primo posto per sperare in un accoppiamento più morbido, mentre il Qatar vorrà evitare di lasciare la competizione con zero punti.

L’Olanda, dunque, conferma Noppert in porta e Timber in difesa al posto di de Ligt, mentre a centrocampo sarà de Roon ad affiancare l’inamovibile Frankie de Jong. In attacco ci sarà l’esordio dal primo minuto in questo Mondiale per Depay, supportato da Gakpo e Klaassen.

Olanda (3-4-2-1): Noppert; Timber, Van Dijk, Ake; Dumfries, De Roon, De Jong, Blind; Klaassen; Gakpo, Depay.

Qatar (5-3-2): Barsham; Mohammad, Pedro Miguel, Koukhi, Hassan, Ahmed; Al Haydos, Madibo, Hatem; Almoez Ali, Afif.

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