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Come è cambiata l'Udinese sotto la guida di Luca Gotti

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Come è cambiata l’Udinese sotto la guida di Luca Gotti

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Gabriele Cioffi

La sconfitta contro l’Empoli, maturata al Carlo Castellani per 3-1, è stata fatale per Luca Gotti. Dopo aver assunto il ruolo di allenatore dei bianconeri per 87 partite, spalmate in tre stagioni differenti, il tecnico adriese è stato esonerato.

Tutto è iniziato nella stagione 2019/2020. L’Udinese abbandona il progetto Tudor dopo nove giornate di Serie A. Tra le alternative di allenatori liberi sulla piazza, nessuno convince. Così la dirigenza bianconera opta per una scelta interna. L’allora vice Luca Gotti diviene primo allenatore.

Per lui si tratta di un ritorno in panchina dopo ben dieci anni. È datata nel 2009 la precedente esperienza, vissuta alla Triestina.

I RISULTATI

L’esordio arriva alla decima di campionato in trasferta al Ferraris, contro il Genoa. E si conclude con una larga vittoria per 1-3. In rete Pandev per i rossoblù e De Paul, Sema e Lasagna per gli uomini di Gotti.

Quel successo può sembrare un fuoco di paglia. Soprattutto perchè, nelle due successive partite, arriva un solo punto. Un punto che può convertirsi in un nulla di fatto, se Petagna non avesse sbagliato il rigore al 98′ nel pareggio per 0-0 del turno successivo contro la SPAL. Sin da subito, l’esperienza di Luca Gotti sulla panchina dei friulani viene etichettata come percorso ponte verso una nuovo progetto tecnico. In realtà, il tecnico si assesta in corsa e riesce a trovare una quadratura del cerchio. Al fischio finale della trentottesima giornata di quel campionato, l’Udinese è ampiamente salva grazie al 13° posto finale in classifica con 45 punti. Sono ben 10 in più rispetto al Lecce diciottesimo e retrocesso.

Luca Gotti disputa 30 partite da allenatore dei bianconeri, ottenendo 10 vittorie, 8 pareggi e 12 sconfitte. Una media di vittorie pari al 33,3%, sufficiente per la sua permanenza in panchina.

Nella stagione successiva i numeri si abbassano un po’. In 40 partite totali, totalizza 11 vittorie, 10 pareggi e 19 sconfitte; anche la media vittoria cala drasticamente del 27,5%. Percentuale che, comunque, non mette in discussione né la permanenza nella massima serie dell’Udinese né tanto meno la sua sulla panchina friulana.

Nella stagione attuale, l’Udinese non parte benissimo, complice anche qualche assenza pesante nel pacchetto difensivo. La squadra subisce tanti gol ed è fragile difensivamente. Il mancato equilibrio sotto questo punto di vista causa solo 4 vittorie in 17 partite e il conseguente esonero di Gotti.

IL GIOCO DI LUCA GOTTI

Luca Gotti è un allenatore, a suo modo, rivoluzionario, in questo calcio. In un periodo in cui la costruzione dell’azione dal basso sembra essere l’unico mantra applicabile, a patto anche di scoprirsi troppo in difesa. La sua Udinese ha sviluppato un gioco diverso dalla massa.

La sua Udinese è “una piccola che gioca da piccola” ed è consapevole di esserlo. Nonostante l’11 iniziale disponga di giocatori di grande qualità tecnica, Luca Gotti ha deciso di lasciare spesso palla agli avversari. E di concentrare tutto il potenziale tecnico in attacco.

Utilizza un 3-5-2, modulo adottato anche da altri allenatori in Serie A. Tuttavia, quello di Luca Gotti è diverso sotto molti aspetti.

Antonio Conte, guru dei questo atteggiamento tattico, lo utilizza in modo estremamente offensivo. La difesa a tre serve per costruire dal basso, ma con la squadra spinta in avanti. I due esterni di centrocampo devono diventare ali d’assalto verso l’area avversaria anche con 5 o 6 uomini. Gli attaccanti devono completarsi a vicenda e fare tanti gol. Missione a cui contribuiscono anche le mezz’ali, spesso, da considerare come punte aggiunte.

Invece, l’Udinese di Luca Gotti blocca i tre centrali di difesa, in fase di possesso, il cui compito prende corpo in mediana. I due esterni sono chiamati più al cross, che agli inserimenti alle spalle della difesa. A centrocampo un solo uomo si stacca dalla linea, per aiutare l’attacco. E, in attacco -reparto in cui Gotti ha operato maggiormente- si predilige un bomber affidabile, capace di mettere la palla dentro attraverso pochi tocchi. In fase di non possesso, invece, la linea difensiva si infoltisce, mediante il contribuito di cinque giocatori; quest’atteggiamento induce la squadra a ripiegare nella propria metà campo per attuare una fase di pressing medio/basso.

Comprensibilmente, in questo modo sono anche cambiati gli interpreti.

LA COSTRUZIONE DELLA ROSA

La prima Udinese di Luca Gotti si basava su pochi elementi cardine in difesa, ma già centrali nel progetto. Tra i pali, Musso era una certezza. In difesa, Troost-Ekong si è trasferito in Premier dopo una parentesi positiva, lasciando “soli” Nuytinck, Samir e Becão. A centrocampo De Paul era il centrocampista di inserimento, addetto a fare gol. D’altro canto, in avanti, Lasagna e Nestorovski erano gli attaccanti di una squadra troppo poco cinica offensivamente. Tanto che, di lì a poco, diventeranno sempre più marginali nel progetto.

Nella scorsa annata, la cessione di Troost-Ekong viene compensata dall’arrivo di Bonifazi, che prolunga la “batteria” dei centrali difensivi. In mezzo al campo, il solito De Paul viene affiancato dalla sostanza e dalla sicurezza di Makengo e Arslan, due giocatori dediti più alla fase di rottura che a quella di costruzione e finalizzazione. Aspetto curato, nel frattempo, dall’arrivo di prospetti interessanti rispettivamente dall’Argentina e dall’Inghilterra. Nahuel Molina, classe 1998, pian piano, scalerà le gerarchie lungo l’out di destra con la sua energia. Invece, il Tucu Pereyra, in arrivo dal Watford, va a occupare il posto di seconda punta. Un ruolo ricoperto parzialmente da Deulofeu, che si destreggia, allo stesso tempo, da nove più leggero. Fallimentare è stato l’esperimento Llorente, di fatto mai esploso nella sua mansione di attaccante di peso.

In questa stagione, la squadra resta più o meno la stessa, eccezion fatta per tre cambi; Silvestri prende il posto di Musso, Pereyra sostituisce definitivamente De Paul e Beto viene eletto nel ruolo di centravanti di peso tanto desiderato. I risultati, però, stentano ad arrivare. L’esonero arriverà al termine di un tira e molla prolungatosi nel corso delle precedenti settimane.

ANALISI IN ATTACCO

Appare evidente che il mercato dell’Udinese sia stato fortemente influenzato dai desideri del tecnico adriese, specie negli ultimi due anni. Un attaccante come Lasagna è stato ceduto, dopo anni al centro dell’attacco dei friulani. Le sue qualità tecniche di seconda punta statica, nonché meno efficace come prima punta, lo hanno messo ai margini del progetto di Luca Gotti. Stesso discorso vale anche per il duo Nestorovski-Okaka, spesso partner offensivi dell’ex attaccante del Carpi. Al loro posto, si sono perseguite due strade diverse.

La prima -quella preferita- conduceva a una prima punta di peso. La soluzione, però, non è stata mai trovata, almeno fino a questa stagione. Llorente è stato un buco nell’acqua, mentre Beto, dopo un periodo di ambientamento, stava trovando una dimensione. L’esonero, però, ha troncato tutto sul nascere e rischia di stravolgere tutto.

La seconda -quella poi adottata per la maggior parte dei casi- prevedeva due attaccanti molto leggeri ma, a differenza di Lasagna, molto più mobili e tecnici. Oltre a Deulofeu e Pereyra si è insistito anche con la soluzione Pussetto, duttile seconda punta.

Comprensibilmente, i risultati dell’Udinese, in zona gol, si sono rivelati scadenti. Basta un dato per reggere questa tesi. Al termine dei due campionati, portati a termine da Luca Gotti, la sua squadra ha chiuso con il terzo peggior attacco. Chi ha fatto peggio, è retrocesso.

ANALISI IN DIFESA

Tuttavia, per quanto inefficace in attacco, l’Udinese si è mostrata pronta in difesa. Il primo a beneficiare della “cura” di Gotti è stato Musso. L’argentino ha primeggiato in varie statistiche, guadagnandosi un upgrade: la chiamata di un’Atalanta formato Champions e quella più prestigiosa della Selección argentina, con cui ha trionfato in Copa América l’estate scorsa.

Il terzetto difensivo è diventato una roccaforte preparata e, soprattutto, perfettamente interscambiabile negli uomini. I due esterni di centrocampo nascono come terzini e sono chiamati a fare una doppia fase, più improntata alla difesa che all’attacco. È molto difficile vedere Molina e Larsen avventurarsi in un dribbling uno-contro-uno e in inserimenti da rapace d’area sul secondo palo. Come è più facile che dai loro piedi partano delle verticalizzazioni a premiare la profondità, dettata degli attaccanti.

Stando ai numeri, nella stagione 2019/2020, l’Udinese ha subìto 51 gol. Solo sette squadre hanno fatto meglio. La Roma (5ª) e il Verona (11°) hanno eguagliato il risultato. Il Napoli (7°) ne ha subìto uno in meno. La Juventus campione d’Italia solo 8 in meno.

Con l’avvento dell’annata 2020/21, i risultati sono stati leggermente peggiori: 58 gol subìti; questa volta sono nove le squadre ad aver fatto meglio. Però, anche stavolta, una big come la Roma ha subìto lo stesso numero di reti.

CONCLUSIONI

Appare difficile e sicuramente azzardato esprimersi sulla bontà o sulla cattiva funzionalità del progetto-Gotti. Con lui, l’Udinese ha saputo scendere a compromessi. I risultati non sono stati certamente esaltanti. Giocare per portare a casa almeno un punto, e non per vincere, ha fatto sicuramente storcere il naso a molti tifosi. Specialmente se si pensa che l’Udinese, in passato, ha calcato anche palcoscenici europei prestigiosi.

Ma dall’altro lato, è importante ricordare che questa Udinese non è più quella dei tempi d’oro. La priorità non è più quella di arrivare nella zona alta della classifica, bensì mantenere la categoria. Luca Gotti è riuscito a fare proprio questo. E lo ha fatto, dando un’identità di gioco precisa, una mentalità ben impostata e un esoscheletro solido ai bianconeri.

In un calcio che si sta europeizzando e modificando a vista d’occhio, Luca Gotti è riuscito a distinguersi in positivo. Ottenendo i risultati che si è prefisso a inizio anno e non facendosi trascinare nella calca dell’omologazione.

Solo il tempo dirà se la semina raccolta era il massimo raggiungibile o se da questa squadra era possibile puntare a qualcosa di più ambizioso.

Immagine in evidenza presa da pixabay con diritti Google Creative Commons

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Calcio Internazionale

Dove vedere Man City-Chelsea di FA CUP in tv e streaming

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Pronostico Liverpool-Chelsea

DOVE VEDERE MAN CITY-CHELSEA DI FA CUP IN TV E IN STREAMING – Finiti i mondiali, durante le feste ci sono state molte partite di Premier League, ma in questo weekend non ci saranno. In compenso c’è la FA CUP, in cui si giocheranno i trentaduesimi di finale, e tra le tante sfide ce n’è una davvero importante. Manchester City contro Chelsea.

COME STANNO LE SQUADRE?

Le due squadre si sono appena affrontate giovedì 5 gennaio, nel match valido per la diciannovesima giornata di Premier League, l’ultima del girone di andata. Giovedì si è giocato a Stamford Bridge e Guardiola è riuscita a vincerla con i suoi cambi decisivi. Grealish e Mahrez entrano al 60′ e solo 3 minuti dopo il fantasista inglese serve un assist per l’algerino che concretizza in gol. Nella sfida di FA CUP invece, che si giocherà domani pomeriggio, 8 gennaio, alle ore 17:30, il campo ospitante sarà l’Etihad Stadium. City e Chelsea in questa stagione si sono affrontate però anche in un’altra competizione, la Carabao Cup, in cui sempre i Citizens hanno sconfitto i Blues nei sedicesimi di finale, grazie ai gol di Julian Alvarez e Riyad Mahrez. Riuscirà il Chelsea a non farsi sconfiggere dal City per la terza volta consecutiva, in tre competizioni differenti?

Il Chelsea inoltre non gode nemmeno di una gran forma. Infatti hanno raccolto 4 punti sui 9 disponibili nelle ultime 3 giornate di Premier League, ovvero quelle dopo il mondiale. Al contrario invece il City ne ha raccolti 7 su 9, inceppando solo in casa in un pareggio contro l’Everton. Prima ancora di queste 3 partite però i Citizens hanno sconfitto il Liverpool agli ottavi della Carabao Cup, con gol decisivo di Haaland.

DOVE VEDERE MAN CITY-CHELSEA IN TV E STREAMING

Manchester City-Chelsea sarà trasmessa su DAZN in streaming live domani, 8 gennaio, alle ore 17:30. Il commento sarà affidato a Dario Mastroianni ed Emanuele Giaccherini.

 

 

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Calcio Internazionale

ESCLUSIVA – Finlay Stark, Assistant Club Secretary del Brighton: “Mac Allister? Siamo convinti di una cosa”

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Finlay Stark è membro dello staff del Brighton, club di Premier League, come Assistant Club Secretary. La preziosa chiacchierata ci ha permesso di ampliare gli orizzonti calcistici arrivando in Inghilterra, 75 km a sud di Londra, per parlare di uno dei club più rilevanti delle ultime stagioni di Premier. Inoltre, abbiamo approfondito sul ruolo parlato del ruolo ricoperto da Stark, una mansione sempre più richiesta dai club. Non sono mancati, infine, curiosità e aneddoti inediti.

Lavori in un ruolo particolare all’interno del club, e ti sei mosso recentemente dall’Hibernian, club che milita in Prima divisione scozzese, al Brighton. Puoi raccontarci qualcosa di più sulla tua professione?

La mia figura professionale si occupa del trasferimento dei calciatori e, più in generale, tutto quello che riguarda la “football administration“, curando anche i dettagli burocratici dei calciatori che vengono trasferiti da un club all’altro. Mi occupo, quindi, dei contratti che un nuovo calciatore firma appena arrivato al club e dei rinnovi. Il mio ruolo all’Hibernian era simile, solo che mi occupavo in gran parte dell’aspetto logistico: organizzare i viaggi della squadra, prenotare gli hotel e fare in modo che, dal lato organizzativo, fili tutto in maniera ottimale. L’opportunità di trasferirmi in Premier League è stata molto importante: mi sono specializzato nella parte contrattuale. Quello che ne consegue, è che le cifre sono aumentate così come le relazioni pubbliche con più agenti e club di tutti i paesi: il grande mondo della Premier League”.

Sedendoti in panchina ogni match che idea ti sei fatto di De Zerbi? E, siccome hai vissuto anche gli ultimi mesi da manager di Potter, qual è, e quale è stato, il rapporto con questi due allenatori?

Credo che sono stato sfortunato sotto un certo punto di vista, perché mi sarebbe piaciuto molto lavorare di più con Graham (Potter, n.d.r.) e con tutto il suo staff, che reputo eccezionale. Ho lavorato con lui per tre mesi ed essendo scozzese avevo costruito un rapporto solido con l’Assistant Coach Billy Reid, di Glasgow, e altri ragazzi membri dello staff che poi hanno seguito Potter al Chelsea. Quando è arrivato Roberto ( De Zerbi, n.d.r.) mi sono dunque seduto a tavolino con lui e il nuovo staff per capire ciò che richiedeva. De Zerbi ha portato con sé la sua equipe, tutta italiana. Il Team Manager, che è anche un traduttore, ha fatto da mediatore linguistico tra le parti. Questa è stata la chiave affinché il lavoro potesse cominciare bene e fin da subito: è emerso tutto il suo carattere, è un ragazzo molto competente e simpatico. I calciatori sono sempre più trasportati dalla sua passione per il calcio e dalla sua figura, così come per i nuovi membri dello staff. È proprio vero che il calcio è una lingua universale.

Il Brighton ha una grande capacità nel reclutare i giovani. Da Enciso, preso in Paraguay, alle grandi prestazioni mostrate da Mac Allister questo Mondiale.

C’è un grande lavoro dietro: il Brighton ha una struttura unica nel suo genere, in termini di Academy e recruitment. La società sta raccogliendo i frutti di un lavoro iniziato molti anni fa. La storia di Mac Allister è semplicemente fantastica e rappresenta esattamente la filosofia del club. Il Brighton lo ha prelevato nel 2019, quando era ancora sconosciuto, ed è finito al Boca Junior. Il club ha atteso il momento giusto affinché avesse il bagaglio di esperienza per arrivare in Premier. Il Brighton accoglie i calciatori, dato il grande passo che andranno a fare, cambiare continente in certi casi, e ti offre tutti gli strumenti necessari per sentirti a casa. Lavorato l’aspetto psicologico, il calciatore sentirà meno pressione, per quanto possibile. È un rapporto basato sulla fiducia: il Brighton sa che quel determinato giocatore ha le capacità da top e i calciatori ripagano in campo“.

Parlando più nello specifico di Mac Allister: come avete vissuto i momenti del pre e post Mondiale?

“Ecco, quello che ho appena detto spiega nel migliore dei modi questa situazione: con tutti i calciatori del Brighton che hanno giocato il Mondiale, ci si è sentiti uniti. Sicuramente sapere che tutto il team ti supporta allevia le pressioni. Alexis (Mac Allister, n.d.r.) è davvero un bravo ragazzo anche fuori dal campo e tutti i compagni lo hanno sostenuto durante il Mondiale. Per il club era solo questione di tempo prima che compiesse il grande salto di qualità a livello di prestazioni, per questo ha rinnovato il suo contratto prima del Mondiale, affinché si tratti a paro livello con chi interessato. Ci sarà un grande interesse, ma siamo forti di questo aspetto“.

Torniamo alla tua storia. Come è iniziata la tua carriera all’interno del calcio?

“Dopo essermi laureato in scienze dello sport. Successivamente, con il master in “sport management” ho iniziato ad allenare, non a calcio bensì uno sport tipico in Scozia. Dopo alcuni lavori part time ho avuto un contatto con un club amatoriale di Edimburgo, il mio primo lavoro nel calcio. Ho deciso che quello sarebbe diventata la mia professione. Essendo anch’essa part time, ho avuto modo di studiare per richiedere un lavoro all’interno di club professionistici in Scozia e ho cominciato a mandare mail su mail. Un club mi ha risposto dopo poche ore, l’Hibernian, facendomi sapere che avrebbe organizzato un colloquio.  Di lì ho fatto un periodo di prova che mi ha portato ad ottenere la fiducia del club, che mi ha proposto un lavoro full time. Ogni giorno è un’opportunità in cui imparo sempre qualcosa di nuovo, soprattutto in Premier League”.

Infine, quali sono gli obiettivi futuri del club?

La scorsa stagione abbiamo ottenuto uno storico nono posto in Premier. Questo non fa di noi automaticamente un club da primi dieci, dobbiamo lottare ogni stagione per farlo accadere e questo è quello per cui lavoriamo. Nel calcio, in generale, si vuole terminare ogni stagione meglio della scorsa. Occupare uno slot per le coppe europee è decisamente l’obiettivo: un risultato incredibile se pensiamo che sette anni fa vincevamo la Championship“.

Si ringraziano ancora Finlay Stark e il Brighton per l’opportunità concessaci.

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Flash News

Le partite del giorno – Lunedì, 19 dicembre 2022

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le partite del giorno

Il calcio, si sa, non si ferma mai: ogni giorno, da ogni angolo del pianeta, giocatori di tutto il mondo sono pronti, con le proprie giocate sul rettangolo verde, a regalare emozioni ai tifosi. Numero Diez vi presenta quindi le principali gare che ci attendono nella giornata di oggi.

AMICHEVOLI

Ore 15:30 Sampdoria Dinamo Dresda (DAZN)

Ore 20:00 Roma-Casa Pia (DAZN)

SERIE B

Ore 20:30 Perugia-Venezia (DAZN, Sky Sport Uno, Sky Sport Calcio, Sky Sport (canale 251) e Helbiz)

SERIE C

Ore 2o:30 Cerignola-Juve Stabia (Rai Sport + HD, Eleven Sports)

 

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Calcio Internazionale

Teófilo Cubillas, la storia del Diez che ha incantato una nazione

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Il 10 è il numero che per antonomasia viene associato ai più grandi fuoriclasse sudamericani, sinonimo di tecnica, qualità ed eleganza. Tutte caratteristiche che possono, e devono, essere associate a un nome che sempre più viene scordato all’interno del grande libro della storia del calcio, ovvero Teófilo Cubillas. El Nene (Il bambino), così soprannominato dal compagno d’attacco Perico Leon per i lineamenti puerili e il fisico esile, nacque l’8 marzo 1949 a Chincha Alta, una città a circa 200 km da Lima, la capitale del Perù, nazionale per il quale viene ricordato come il miglior giocatore di sempre.

Gli inizi e la prima avventura dell’Alianza Lima

Il giovane Teófilo inizia a giocare con il pallone per le strade di Puente Piedra, la classe sublime, la visione unica e il tiro letale non possono essere trascurati, tantoché, a 14 anni, l’Alianza Lima, club di cui diventerà una bandiera, lo nota e lo chiama nelle proprie giovanili. Solo 2 anni più tardi gioca la sua prima partita in prima squadra e, in breve tempo, riesce a far breccia all’interno dei cuori dei tifosi e convincere l’allenatore. Cubillas militerà nelle fila dell’Alianza Lima dal 1966 al 1972, apparendo sul tabellino dei marcatori più di 200 volte. L’8 marzo 1949 era nata una stella in Perù e 20 anni più tardi il mondo intero se ne sarebbe accorto, grazie all’intuizione del CT della nazionale, Waldir Pereira, meglio noto come Didì, che nel 1968, in occasione di una partita di qualificazione ai mondiali di Messico 1970, lo convocò per la prima volta

 Le qualifiche per Messico ‘70

Fino a prima del 1970, l’unica volta che la nazionale biancorossa vi prese parte fu la prima edizione del 1930 in Uruguay, quando però non esistevano le qualificazioni. Al Sud America spettavano solo 3 posti, che venivano assegnati alle vincitrici dei 3 gironi, uno composto da 4 squadre e i rimanenti due da 3. Se nel girone B, quello di Brasile, Paraguay, Colombia e Venezuela, e nel girone C, con Uruguay, Cile ed Ecuador, la Seleção e La Celeste rispettarono i pronostici senza mai rischiare, nel girone A, quello di Argentina, Perù e Bolivia le sorprese non mancheranno. Giunti al 31 agosto 1969, rimaneva solo una partita da giocare, l’esito avrebbe deciso chi l’Estate seguente sarebbe volato in Messico con l’ambizione di portare la Coppa Rimet nel proprio paese. La classifica, fino a quella mattina recitava Perù e Bolivia a 4, invece, ferma a 2, l’Argentina, che, però, con una vittoria contro Cubillas e i suoi si sarebbe qualificata. Quel giorno, come anche affermato dagli stessi giocatori, le menti dei nazionali peruviani volgevano i pensieri verso ogni direzione, dalla tragedia del terremoto di Yungay, accaduto esattamente 4 mesi prima, alle centinaia di connazionali giunti fino alla Bombonera, anche a costo di vendere la casa, lasciare il lavoro e altri sacrifici compiuti per i propri beniamini, passando per quello sfortunato autogol di Chumpitaz che portò al trionfo della Bolivia. Quella sera, si verificò l’impensabile. Nel giro di 15 minuti ci saranno 4 gol, al 70’ Ramirez insacca, ma dopo dieci minuti, con un rigore trasformato da Albrecht, gli argentini agguantano il pareggio. Neanche il tempo di pensare che Ramirez vola verso la porta Cejas e insacca nuovamente il pallone, che vale il momentaneo vantaggio peruviano. All’85’, a rimettere in dubbio l’esito ci pensa Rendo, anche se ciò si rivelerà utile, in quanto il Perù riuscirà a difendere il pareggio per i minuti restanti. Il campo ha parlato: Los Incas giocheranno i mondiali messicani del ‘70

La consacrazione del Diez

Alle porte della competizione, non si nutrono grandi aspettative per il Perù, capitato nel girone D con Germania Ovest, Marocco e Bulgaria. Proprio contro quest’ultima si aprirà il mondiale della nazionale del CT Didì. L’inizio potrebbe non sembrare dei migliori, infatti dopo 50 minuti Dermendzhiev e Bonev portano in vantaggio gli europei, ma il carattere non manca ai peruviani che non vogliono assolutamente tornare in patria subito, tanto che, dopo 6 minuti dal raddoppio bulgaro, si torna allo stato di parità, 2-2. Il Perù continua a creare e ben presto raccoglie i frutti di ciò. Ѐ il minuto 73 quando la classe sublime di Teófilo Cubillas si palesa davanti agli occhi di tutto il mondo, eludendo la marcatura di due difensori, libera il tiro. Il pallone si insacca sul fondo della rete, è 3 a 2. Si tratta della prima storica vittoria del Perù ai mondiali. Il Diez peruviano, però, è solo all’inizio, infatti nella seguente partita incanterà ancora di più. In seguito, Nene annichilisce il Marocco, partecipando attivamente a tutte e tre le reti della propria nazionale, segnando una doppietta e sfornando un assist per Challe, portando la nazione ai quarti. Nell’ultima partita del girone, nulla può il trequartista dell’Alianza Lima, che, davanti alla potenza tedesca guidata dal suo bomber Gerd Müller, si limita a segnare il gol della bandiera. L’avversario ai quarti è probabilmente una delle migliori squadre che la storia del calcio abbia mai visto, la nazionale brasiliana, composta da stelle del calibro di Pelè, Rivellino, Tostão, Jairzinho, Carlos Alberto e molti altri. Nonostante l’impegno e il buon gioco proposto, come da previsione, il Brasile è uno schiacciasassi, che si impone per 4 a 2, ma, ancora questa volta, la firma di Cubillas non manca sul tabellino dei marcatori. Cubillas poté tornare in patria col sorriso, in quanto gli fu riconosciuto il premio di miglior giovane del torneo. La stella di Cubillas iniziava a splendere più luminosa che mai.

 L’Europa e la Copa America del 1975

Nel 1972, Cubillas vinse il premio di miglior giocatore del Sud America, terminando avanti rispetto a calciatori del calibro di Pelè e Perfumo. Questo, insieme alle ottime prestazioni in patria e il ricordo, ancora fresco, del Mondiale del 1970, gli valse la chiamata in Europa. Il club che riesce a mettere le mani su Cubillas prima di tutti è il Basilea, col quale, a causa del clima e del campionato, non scattò mai il feeling giusto, tantoché, dopo diverso tempo, in un’intervista dichiarò: “Quante volte rimasto solo, la sera, mi è venuta voglia di scappar via. Era un ambiente impossibile, per me: gente estranea per la quale è assurdo occuparsi dei problemi degli altri. Poi il freddo, terribile. Mi è passata non solo la voglia di giocare, ma anche quella di ridere”. L’avventura nel vecchio continento, però, non termina qua, nel 1974 il Porto lo acquista e riesce a far vedere nuovamente tutte le sue qualità, venendo eletto “miglior straniero” dopo la prima stagione in Portogallo. Il Diez della Blanquirroja continuerà a fare le fortune dei lusitani, anche se non vincerà nulla a livello europeo, e della propria nazionale, con la quale nel 1975 si laureerà campione dell’America latina. Esatto, avete letto bene, dopo il primo successo del 1939, 36 anni più tardi il Perù torna ad alzare al cielo la coppa continentale. Infatti, dopo aver agevolmente passato il proprio girone, gli Incas sconfiggono la Colombia nello spareggio, grazie alla rete del compagno di reparto di Cubillas, Hugo Sotil.

Il ritorno in Perù e Argentina 1978

El Nene decide di far coincidere l’anno del rientro in patria con quello dei mondiali del 1978, torneo al quale c’è l’obbligo di qualificarsi e di fare bene, soprattutto a fronte dell’eliminazione negli spareggi precedenti di 4 anni prima. In questa occasione, Cubillas stupirà nuovamente tutti e, insieme al portiere Quiroga, contribuirà in gran parte a portare il Perù alla seconda fase del torneo. Infatti, nelle prime tre partite del torneo, mette a segno 5 gol e un assist. Sicuramente da incorniciare la prestazione con la Scozia, divenuto celebre per la punizione insaccata al 77′. Il portiere scozzese Alan Rough così commentò il meraviglioso piazzato: “Secondo me, il pallone è venuto da qualche altra parte, non è partito dal piede di Cubillas”. Le speranze dei peruviani si infrangono nel secondo girone, quello che li pone contro ad Argentina, Brasile e Polonia, che si dimostrano essere di un livello parecchio superiore. Nonstate ciò, Cubillas termina la competizione secondo nella classifica cannonieri, dietro al solo Kempes, vincitore del mondiale e autore di 6 reti.

L’ultimo palcoscenico importante

Dopo il ’78, Cubillas militerà nel campionato degli Stati Uniti, pur sempre tenendosi pronto, con un solo obiettivo: giocare i mondiali di Spagna 1982. L’età e il fatto che sia lontano dalle luci della ribalta, non gli impediscono di partecipare anche in quell’occasione, diventando l’unico giocatore peruviano a prendere parte a 3 mondiali. A differenza delle altre volte, però, il Nene non riesce a incidere come soleva e il Perù abbandonerà subito la competizione, pareggiando con Camerun Italia e venendo schiacciati per 5 a 1 dalla Polonia. Non certamente l’epilogo dei sogni, ma a lui va bene anche così. Così Cubillas, in un’intervista a El Mundo Deportivo, ha espresso senza rimorsi il suo percorso di vita: “Se dovessi rinascere, sceglierei il Perù come Paese, il calcio come professione e l’Alianza Lima come squadra”

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