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A cosa sono dovute le ricadute di Lukaku e Pogba?

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Lukaku

I temi del momento nell’ambito calcistico, su tutti, sono i re infortuni muscolari. I tifosi di Juventus e Inter da ormai alcuni giorni, sono su tutte le furie per le ricadute di Paul Pogba e Romelu Lukaku dopo diversi mesi di riabilitazione dai precedenti infortuni. Sono in molti ad attribuire la colpa agli staff tecnici delle due squadre, altri invece, anche piuttosto crudelmente, se la prendono con i due malcapitati calciatori. Tenteremo oggi di capire, grazie alla collaborazione del dottor Danilo Casali, cosa si cela realmente dietro questi re infortuni.

IL BACKGROUND DISFUNZIONALE ASINTOMATICO

Il primo assunto da chiarire nel corso di questa analisi è il seguente: il muscolo in cui si manifesta l’infortunio non corrisponde alle cause del problema. Per questo motivo un muscolo può subire una contrattura o una lesione, nonostante non avesse nulla fino a poco prima. Per fare un esempio coerente, nell’ambito degli infortuni i muscoli svolgono una funzione più o meno analoga a quella dei fusibili in un circuito elettrico. Se si rileva una bruciatura in uno di questi fusibili, un tecnico provvederà a sostituirlo con uno nuovo, ben sapendo però che la causa del sovraccarico elettrico è ancora presente nel circuito, e che il nuovo fusibile, per questo, potrebbe bruciarsi come quello precedente. In medicina e nella preparazione atletica, però, questa semplice considerazione viene trascurata perché gli esami diagnostici ed i test atletici hanno comunque fornito il semaforo verde per il ritorno in campo.

Ma se la causa degli infortuni e delle ricadute non risiede nei muscoli, allora a cosa può essere attribuibile? Nell’assetto muscolo-scheletrico di ognuno di noi, è presente il background disfunzionale asintomatico. Si tratta di un insieme di problematiche latenti che non sviluppano inizialmente alcun sintomo. Successivamente, quando il loro grado di incidenza è rilevante, compariranno i comuni dolori muscolo-scheletrici che inducono qualsiasi individuo ad effettuare visite e terapie. Nel fisico di un atleta, tuttavia, queste problematiche possono rimanere a lungo asintomatiche sia per la giovane età, sia per i trattamenti fisici legati alla fase di recovery post attività.

IL PARADOSSO

Il background disfunzionale asintomatico è la conseguenza di quelli che, erroneamente, sono considerati solo “semplici e comuni disequilibri posturali”, associati a restrizioni della mobilità articolare e ad accorciamenti muscolari. Si rilevano con una valutazione funzionale del singolo atleta, ma spesso le conseguenze sono visibili anche nei filmati sul campo, durante una camminata (messa in slowmotion) o in fasi della statica durante una posizione di riposo. Negli atleti tristemente noti per l’eccessiva frequenza di infortuni muscolari (come Douglas Costa o Hazard) con un adeguato occhio clinico è evidente rilevare schemi di compenso dovuti a quelle problematiche latenti delle quali abbiamo parlato. Caratteristiche come la loro preferenza di carico in fase di riposo, il disequilibrio del bacino e la deambulazione, comportano forzatamente una problematica quando lo stesso atleta corre, salta, accelera e decelera. 

La verità, però, è che nessun esame medico diagnostico può rilevare determinate “sregolazioni” muscolari che poi portano ad infortuni. Queste, piuttosto, devono essere rilevate con l’esperienza del caso e con apposita metodologia. Si tratta di competenze che purtroppo non rientrano nelle mansioni del preparatore atletico e, molto spesso, neanche nella preparazione dei fisioterapisti che eseguono la prescrizione medica per curare la sofferenza o la lesione muscolare. Ne consegue, logicamente, che tutte le problematiche di cui abbiamo parlato rimangono attive, condizionando negativamente la risposta neuro-motoria in allenamento e competizioni.

LA SOLUZIONE

Per una prevenzione ottimale e personalizzata, ogni atleta deve conoscere il suo codice biomeccanico per applicare quei semplici esercizi mirati al suo schema disfunzionale asintomatico, integrandolo ai programmi di gruppo. La traduzione pratica di questa necessità non è fare stretching o massaggiare quei muscoli sui quali più spesso l’atleta sente “qualcosa di fastidioso”. Riflettendo, quindi, arriveremo a comprendere come attualmente ci sia una grossa incoerenza tra le strategie. Si cercano scarpe tecniche, talvolta si addebita la colpa ai campi di allenamento e di gioco, si perfezionano le risposte neuro-motorie con la preparazione, ma vengono tralasciate le disfunzioni biomeccaniche che hanno le stesse implicazioni. E questo avviene a causa di una dissociazione culturale presente sin dai programmi di formazione dei vari professionisti.

Si ringrazia ancora una volta il dottor Danilo Casali per la collaborazione. Ulteriori approfondimenti e analisi al sito www.infortunimuscolari.it .

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ESCLUSIVA – Doveri tra arbitraggio e nuove generazioni: “Basta con la violenza sui giovani arbitri”

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La nostra redazione ha avuto l’onore di intervistare l’arbitro di Serie A, nonché Presidente della Sezione di Roma 1 dell’Aia, Daniele Doveri. Nella piacevole chiacchierata abbiamo toccato gli aspetti chiave dell’arbitraggio italiano, della sua fama all’estero e del tema preoccupante come la violenza sui giovani aspiranti arbitri nelle categorie inferiori. Non sono mancati aneddoti, curiosità e nuovi punti di vista interessanti.

Come viene considerata la qualità del nostro arbitraggio in casa e all’estero?

“Il livello del nostro arbitraggio bisogna considerarlo al top a livello internazionale. Basti pensare che il Responsabile arbitri della FIFA è italiano, Pierluigi Collina, il Responsabile arbitri della UEFA è italiano, Roberto Rosetti e Nicola Rizzoli, fino a poco tempo fa in Serie A, adesso è consulente per quanto riguarda il Nord America e l’Ucraina, prima che scoppiasse il conflitto. Questo per dire che la nostra scuola è apprezzata da istituzioni e federazioni: quando noi arbitri andiamo a dirigere una gara all’estero si sentono garantiti. Un esempio lo ha dato Daniele (Orsato n.d.r.), che nella partita inaugurale del Mondiale ha condotto una gara perfetta: non ha sbagliato un fischio. Ha gestito una gara mai banale, come quella d’apertura, dove tutto il mondo ha guardato la partita. Se Collina, insieme a Busacca, hanno designato Orsato per questa partita è perché sanno che è una garanzia, e non l’ha tradita”.

Cosa ha notato dai colleghi esteri che in Italia non si fa ma vorresti introdurre? Viceversa, cosa hai notato che hanno ripreso dall’arbitraggio italiano?

“A livello di preparazione penso che facciamo scuola verso gli arbitri esteri, proprio perché i nostri campionati sono difficili, a partire dalle categorie giovanili, serie dilettanti passando per il professionistico. C’è molta attenzione verso l’arbitro a differenza dei paesi esteri in cui la figura non è così centrale all’interno del gioco. Dunque noi siamo abituati fin da subito a gestire le pressioni in maniera molto superiore rispetto ai colleghi al di fuori l’Italia. Quando all’estero i calciatori pensano più a giocare che a protestare per noi il lavoro si semplifica poiché siamo chiamati “solo” a vedere se il fallo è da giallo o da rosso, se è rigore o meno. Un arbitro internazionale che stimo molto è Kuipers, che ha diretto la finale degli Europei vinti dall’Italia: è un arbitro forte, di carattere, anche lui formatosi sotto la scuola di Collina, al tempo designatore UEFA“. 

La figura dell’arbitro ha una funzione regolatrice. Quale è la tua filosofia di direzione e quali altri modi di arbitraggio ci sono?

“Io credo che ogni arbitro debba avere un proprio obiettivo. Vivo la funzione di arbitro come un servizio offerto alle squadre. Non mi sento protagonista della partita e credo che i protagonisti debbano essere i 22 in campo. L’arbitro è una funzione di garanzia affinché il gioco si svolga secondo le regole e quello che deve fare è sintonizzarsi con la partita: capire l’evolversi del match e il suo andamento, adeguandosi di conseguenza. Il tutto sempre seguendo l’ottica del servizio alle squadre senza arbitrare per sé. Non entro mai in campo pensando “oggi fischio poco” e la capacità è dunque capire il tipo di partita che si sta arbitrando”.

Cosa nel pensi del VAR e quale aspetto miglioreresti?

“Il VAR è uno strumento di cui oggi nessun arbitro vorrebbe fare a meno. Avere la possibilità di correggere in tempo reale un errore è una soluzione che in tempo pre-VAR avrei voluto avere tante volte, invece lo capivi a fine partita, con tutto quello che ne conseguiva: turni di stop, polemiche, preclusioni verso quella squadra. Rimane solo un’analisi interna all’arbitro, con il gruppo della CAN (Commissione Arbitri Nazionale n.d.r.) e il designatore per capire come evitare in futuro quel tipo di errore. Credo sia anche uno strumento di giustizia: ristabilire la verità del campo è quello che squadre, calciatori e tifosi vogliono. Bisogna capire che il VAR non nasce per togliere tutti gli errori. Il calcio è uno sport di contatto e non esiste solo un “palla dentro o fuori” come nel tennis, per esempio, ma anche un margine interpretativo: è un fattore di sensibilità, tanto che il protocollo parla di “chiaro ed evidente errore”.

Cosa ne pensi del fatto che in Italia si tenda ad arbitrare “all’inglese”?

“La spiegazione dietro tutto questo è la filosofia che ci dà il nostro designatore: non è un arbitraggio all’inglese bensì educare le squadre ad un tipo di arbitraggio più europeo, sempre nell’ottica di servizio che dicevo prima. Fortunatamente, molte delle nostre squadre competono nelle coppe europee e trovarsi la domenica un certo tipo di arbitraggio, e il mercoledì un altro, potrebbe risultare più complicato. Il nostro obiettivo è quello di avvicinarci allo standard della Champions e degli altri campionati europei, per rendere il gioco più bello da vedere, oltre che per aiutare le squadre”.

Secondo te quale dovrebbe essere il giusto equilibrio tra tecnologia e calcio?

“Credo che la tecnologia sia assolutamente risolutiva per quanto riguarda le situazioni oggettive: fuorigioco, gol non gol, eccetera. In questi casi possiamo dire che la soluzione tecnologica sia perfetta, riesce a dirimere il 99% delle situazioni. Anche ad inizio Mondiale abbiamo potuto vedere in azione il fuorigioco automatico: anche nel campionato italiano verrà introdotto, nei primi mesi del 2023. Sono tutte situazioni che il protocollo ritiene oggettivo e lasciando, come detto prima, gli episodi interpretativi all’arbitro. Il macro errore viene corretto dal VAR mentre poi si presentano le situazione di campo: delle volte una maglia allungata non significa una trattenuta e una mano sulla schiena non è una spinta. Le immagini in alcuni episodi non riescono a trasferire la realtà di campo, per questo il protocollo vuole lasciare la sensibilità a chi di dovere giudicare l’intensità di questa trattenuta 0 della spinta di cui parlavamo”.

Cosa ne pensi di Maria Sole Ferrieri Caputi che ha esordito in Serie A quest’anno e Matteo Gualtieri, direttore di gara in Serie B?

“Sono due arbitri molto giovani e molto capaci, l’unica cosa che manca a loro è ovviamente l’esperienza. Serve pazienza e che facciano la loro gare, i loro errori: attraverso questo passa la competenza. È logico che un arbitro come me, che conta 201 presenze in Serie A, abbia una capacità gestionale migliore rispetto ai giovani, ma 199 gare fa non avevo la stessa capacità, dunque è tutto frutto dell’esperienza. Maria Sole è un grande arbitro e può contare su delle doti atletiche che fanno invidia a tanti colleghi della Serie A. È molto brava anche dal punto di vista tecnico, è una grande lavoratrice e credo che nella categoria avrà un futuro estremamente roseo. Matteo Gualtieri ha una grande passione e voglia di mettersi in discussione. Sta terminando la sua esperienza in Serie B per coronare il suo sogno di arbitrare in Serie A“.

Cosa hai provato nel tuo match di esordio in Serie A tra Chievo e Cagliari del 28 febbraio 2010?

“L’emozione è stata veramente tanta, ma l’emozione più grande la ebbi qualche settimana prima: all’epoca il designatore era Collina che a Coverciano mi prese da una parte e mi disse “hai fatto tutto quello che c’era da fare per meritare l’esordio, adesso aspettiamo la partita giusta”. Fu un momento estremamente emozionante, anche perché detto da una figura dal calibro di Collina provoca un certo effetto. Quando arrivò la chiamata del segretario il giovedì prima della partita non ho capito più niente per 10 minuti. Arrivi al match con molti pensieri per la testa e pensi al percorso: non esiste un Donnarumma del caso, che fece l’esordio molto presto, noi arbitri ci formiamo obbligatoriamente su tutte le categorie. Con il fischio di inizio, poi, il mood passa in quello della partita. Finì 1-2 e per me fu una gara positiva“.

Potresti dare un consiglio alla nuova generazione di arbitri?

“Innanzitutto vorrei fare i complimenti a tutti i ragazzi che intraprendono il percorso da arbitro. Credo che, aldilà dell’esordio in Serie B, in Serie A, sia un percorso formativo che non ha eguali per un giovane. Da presidente di Sezione vedo passare molti ragazzi alle prime esperienze. Dopo solo un anno di attività trovo dei ragazzi più consapevoli, poiché questa professione ti obbliga a formare il carattere e aiuta a prendere le decisioni. Ragazzi di 14-15 anni che nella vita di tutti i giorni sono abituati a eseguire quello che i grandi gli dicono, facendo questa attività sono loro a dover decidere e che spesso devono dire ai grandi (allenatori, dirigenti o calciatori di categoria) che cosa devono fare: sembra banale ma invece il salto è grande“.

Inoltre…

“Mi sento di lanciare un appello poiché questi ragazzi spesso sono vittima di violenza: a livello culturale questa è una macchia incredibile. Quello che non si capisce è che tutti gli arbitri giovani sono in formazione al pari dei giocatori. Vanno ad arbitrare per un piccolo rimborso spese, quelle per il viaggio, trasportati dal vivere il loro sport preferito da un’altra angolazione. Si dovrebbe dire solo “grazie” a questi ragazzi perché consentono ad altre 22 di giocare a calcio. Credo, dunque, che il tema della violenza sugli arbitri debba diventare centrale nella cultura sportiva italiana”.

Secondo te, fantasticando, quale potrebbe essere una nuova tecnologia di direzione arbitrale?

“Sono un arbitro che è passato dall’arbitrare da solo, alle bandierine elettroniche, il quarto uomo, gli addizionali, adesso il VAR. Ogni volta che arriva un’innovazione si pensa sempre che oltre quel livello non si possa andare. Secondo me nei prossimi anni ci sarà un‘apertura a livello comunicativo. Notavo, vedendo una partita di rugby,  il motivo del perché bisognava andare a vedere il VAR, di un episodio contestato, era stato spiegato dall’arbitro anche al pubblico. Ci sarà un’evoluzione della comunicazione di noi arbitri verso l’esterno in tempo reale come si fa negli altri sport. La differenza è che lì c’è una cultura verso l’istituzione arbitrale diversa, bisogna fare un passo culturale in avanti, passando proprio dalla violenza inaccettabile sui giovani arbitri”.

Si ringraziano nuovamente Doveri e l’AIA della grande disponibilità concessa.

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ESCLUSIVA-Gianluca Manganiello: “Le critiche all’arbitro fanno parte dello Show”

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Serie A

269 gare ufficiali arbitrate di cui 78 in Serie A; questo è l’invidiabile curriculum di Gianluca Manganiello, uno degli arbitri più affermati presenti nel nostro paese. Presso una scuola liceale in provincia di Torino, Gianluca Manganiello ha deciso di raccontare in esclusiva per Numero Diez la sua storia. Tante sono state le tematiche affrontate in questa piacevole conversazione, di seguito potrete trovare l’intervista.

L’INIZIO DI CARRIERA DI MANGANIELLO

Partiamo dalle radici che l’hanno portata a svolgere questo mestiere; dov’è nata la sua passione nei confronti della figura dell’arbitro?

“Ho giocato a calcio fino a quattordici anni. Con lo sfaldamento della squadra decisi di prendermi un po’ di tempo per me per riflettere sul futuro e, grazie al consiglio di un mio compagno andai a seguire un corso di formazione arbitrale. Gara dopo gara la mia passione aumentò ma non avrei mai pensato potesse diventare la mia professione. Nel mio percorso di crescita ho avuto tante piccole soddisfazioni che mi hanno portato a voler migliorare sempre di più”.

18 maggio 2014: questa è la data del suo esordio da direttore di gara in una partita di Serie A. Un Chievo Verona-Inter che è anche stata l’ultima partita da professionista della straordinaria carriera di Javier Zanetti; ci può raccontare le emozioni che lei ha provato all’ingresso in campo? A chi è stato rivolto il suo primo pensiero?

” Era venuto a vedermi mio padre, il quale mi ha sempre accompagnato ad ogni singola partita; anche quando andavo ad arbitrare fuori regione. La sensazione più bella al mio esordio in Serie A è stata mettere un punto, il mio punto d’arrivo. Nella mia testa ho pensato “Bene, ora posso anche smettere”. Quando sono entrato in campo ho pensato a tutti i miei sacrifici, i viaggi e le rinunce svolte in passato che mi hanno portato ad arrivare a quella serata. Solo attraverso la costanza e l’impegno puoi raggiungere determinati tipi di traguardi, nessun professionista arriva a calcare i più grandi palcoscenici per caso. Per quanto riguarda Zanetti, invece, mi fece i complimenti per il mio esordio ed io con una battuta risposi: “Speriamo di non festeggiare insieme l’ultima!” “.

LA FIGURA DELL’ARBITRO IN ITALIA

La figura dell’arbitro, soprattutto in Italia, viene spesso e volentieri criticata dal “Tifoso medio” a priori. Inoltre, molti quotidiani sportivi, per effettuare il commento su una partita, si soffermano più sulle decisioni arbitrali piuttosto che andare ad analizzare quanto successo in campo. Pensa che questo sia un problema culturale? Se sì, come si può contrastare?

“Non se sia effettivamente un problema culturale, la critica all’arbitro fa parte dello show. Dietro ad ogni partita vive un mondo dentro al quale ci sono giornalisti che analizzano più nel dettaglio le gare ma esistono anche addetti ai lavori che giocano sull’ingenuità del tifoso medio stesso. Ogni persona deve essere in grado di scegliere cosa leggere e cosa no ma penso sia normale trovarsi di fronte a commenti di questo genere nel momento in cui siamo immersi in un sistema dove la polemica arbitrale attira più click rispetto ad un’analisi tecnica “.

INNOVAZIONI PER IL FUTURO

La Conmebol, all’interno del proprio canale ufficiale di Youtube, posta al termine di ogni partita le discussioni che avvengono all’interno della sala Var in modo da far capire al pubblico le motivazioni di una determinata decisione presa riguardo ad uno specifico episodio come può essere ad esempio l’assegnazione di un calcio di rigore. In Italia ed in Europa, secondo il suo punto di vista, si potrà mai arrivare in un futuro ad avere dei simili contenuti? Lei crede che possano essere utili?

” Si sta andando verso quella direzione. I vertici dell’AIA hanno discusso proprio in merito a questo e, nei canali Twitter della UEFA, vengono già spiegate ed analizzate qualche situazione dubbia. Il problema vero delle comunicazioni è il modo in cui vengono veicolate perché, nel momento in cui vado a dare una comunicazione ad una rete e lui le storpia a suo piacimento per interessi personali, alimenterebbe la polemica più che spegnerla. L’Obiettivo per il bene del calcio è fare uscire questi dialoghi per far capire alla gente il modo in cui opera una squadra arbitrale. Nessun tifoso sa effettivamente quanto lavoro ci sia dietro sia una squadra di calcio che ad un arbitro”.

I CONSIGLI DI MANGANIELLO PER GLI ARBITRI DEL FUTURO

In conclusione, che consiglio si sente di dare a tutti i giovani aspiranti arbitri che sognano un giorno di dirigere un incontro dentro i palcoscenici più importanti d’Italia?

Il mio consiglio è quello di vivere la giornata. Nessuno può pensare di iniziare questa attività con l’obiettivo di arrivare in Serie A. Arbitrare è molto difficile, devi essere in grado di gestire migliaia di pressioni. La costanza, in questo mestiere, è tutto: se riesci a fare bene, gara dopo gara, verrai notato e sarai più forte degli altri. Il rischio di imporsi un percorso mentale è quello di saltare delle tappe e farsi del male da soli“.

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ESCLUSIVA – Vergara si racconta: “Mi ispiro a Zielinski”

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Vergara

Antonio Vergara è un giovane centrocampista che sta facendo molto bene alla Pro Vercelli, squadra attualmente militante in Serie C. Il classe ‘03, nato a Frattaminore, ha mostrato le sue qualità già nella Primavera del Napoli.

In questa stagione in prestito ha collezionato 13 presenze, condite da 3 gol e 2 assist. In esclusiva ha voluto raccontare il suo percorso ai microfoni di Numero Diez.

GLI INIZI DI VERGARA

Ti sei avvicinato al mondo del calcio da bambino. In famiglia c’è qualcuno che ti ha fatto appassionare a questo sport?

“In realtà no, è una passione nata da piccolo ma nessuno in famiglia seguiva il calcio. Ma i miei genitori mi hanno raccontato che all’età di 2-3 anni calciavo i mandarini e le arance”:

Hai mosso i primi passi alla Fratelli Lodi di Frattaminore. Raccontami un po’ di questa esperienza.

“Ancor prima della Fratelli Lodi ho iniziato nel Crispano, una società dove stetti per 9 mesi. Poi è fallita e sono approdato nel nuovo club”.

Le tue qualità si notano subito, tanto che a 11 anni entri nelle giovanili del Napoli, seguendo le orme di quale mito?

“Il mio idolo è sempre stato Messi. È nato con un talento pazzesco, ha grande tecnica e visione”.

L’ESPERIENZA DI VERGARA AL NAPOLI

Come raccontato dal tuo agente Davide Pinto, tra i 15 e 16 anni eri più basso rispetto ai tuoi compagni di squadra. Ma poi sei cresciuto e hai confermato le tue qualità. Come hai superato questo momento difficile, c’è stato qualcuno che ti ha aiutato?

“In quei momenti vedevo tutti più alti di me e non la vivevo bene. Il calcio e gli allenamenti erano l’unico modo per stare bene, mi facevano divertire ed essere spensierato. Ho fatto alcune visite per vedere se c’era qualcosa che non andasse ma poi sono cresciuto. La mia famiglia mi è rimasta sempre vicino”.

Ti ha scoperto Gianluca Grava, attuale responsabile tecnico del settore giovanile del Napoli. Quanto è stato importante nel tuo percorso professionale?

“Si può dire che siamo arrivati insieme al Napoli. Mi ha sempre trattato come un figlio. Ogni volta che andavo da lui c’era sempre”.

Entri poi a far parte dell’Under 17, scalando presto le gerarchie e giocando in primavera. Come sono stati questi anni di crescita?

“Ho giocato due anni nella Primavera del Napoli. Il primo anno entravo da subentrato, mentre nel secondo ho giocato da titolare e mi sono trovato benissimo”.

L’ESORDIO DI VERGARA AL DIEGO ARMANDO MARADONA

Mister Spalletti il 6 settembre 2021 ti fa esordire in prima squadra al Maradona contro il Benevento. Che emozioni hai provato?

“È stata un’emozione indescrivibile. Ai tempi facevo il raccattapalle e sapere di poter indossare le scarpette, calcare l’erba di quello stadio e sentire il boato dei tifosi nelle azioni più belle è assurdo”.

L’APPRODO ALLA PRO VERCELLI

Ora sei alla Pro Vercelli in prestito e stai facendo benissimo: hai collezionato 13 presenze condite da 3 goal e 2 assist. Ti aspettavi questo inizio così florido?

“Sì, me lo aspettavo. Sono il primo ad avere fiducia nelle mie qualità. Ho sempre sperato e creduto in me stesso e in ciò che posso fare”.

Come ti stai trovando a Vercelli?

“Benissimo”.

Quest’anno qual è il tuo obiettivo e quello della squadra?

“Il mio obiettivo è quello di salire di categoria e di fare sempre bene, senza pensare ai gol e agli assist, spero solo di farne il più possibile per aiutare la squadra. Mentre l’obiettivo della Pro Vercelli è quello di giocarsi il campionato ai playoff.

Posso chiederti chi è il compagno col quale ti trovi di più?

“Mi trovo benissimo con tutti i compagni di squadra, ma passo molto tempo insieme a Corradini”.

Sei un trequartista che può giocare anche come centrocampista e ala di destra. Attualmente chi ti ispiri?

“Mi ispiro a Piotr Zielinski, centrocampista del Napoli. Mi sono allenato un anno con lui in prima squadra ed è troppo forte”.

Quale qualità gli vorresti rubare? 

“Le sue sterzate”.

Un tuo pregio e un tuo difetto in campo.

“Essendo un trequartista, sono bravo ad inventare delle giocate, mentre vorrei migliorare la fase difensiva per aiutare la squadra”.

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ESCLUSIVA – Tempo effettivo e recuperi lunghi? La soluzione di Walter Zenga

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Walter Zenga

Walter Zenga è intervenuto ai microfoni di Numero Diez. Due settimane fa l’ex portiere dell’Inter e della Nazionale, sul suo canale Youtube, ha offerto una soluzione al problema delle troppe perdite di tempo e del ridotto tempo effettivo durante le partite. In questi giorni di polemiche per gli interminabili minuti di recupero assegnati ai Mondiali siamo tornati con lui su questo argomento, oltre ad aver chiesto un suo parere personale sulla competizione.

In questi giorni si sta parlando tanto dei lunghi recuperi assegnati durante il Mondiale, cosa ne pensi di questa soluzione?

“A mio modo di vedere, come ho già detto nel mio canale Youtube prima dell’inizio dei Mondiali, la cosa più logica sarebbe passare al tempo effettivo. La soluzione però non sarebbe calcolarlo durante tutta la partita, ma solo negli ultimi 5/10 minuti del finale. Se dall’ottantesimo minuto si calcolasse il tempo effettivo per ogni volta in cui la palla si dovesse fermare per un rinvio del portiere, una sostituzione o un calcio di punizione, si guadagnerebbero 10 minuti netti. Ci sono due problemi fondamentali: il primo è che ci vorrebbe tanta collaborazione tra arbitro, quarto uomo e sala VAR. Il secondo riguarda gli stadi delle categorie inferiori, dalla Serie C a scendere, non essendoci il tabellone elettronico probabilmente ci potrebbe essere della confusione. Ritengo comunque che questa possa essere la soluzione più logica, credo che dando dieci minuti di recupero aumenti la quantità ma si abbassi la qualità”.

Questi recuperi potrebbero essere allargati anche alla Serie A e alle competizioni italiane, darebbero un valore aggiunto al nostro calcio?

“In questo momento il loro obiettivo è cercare di diminuire le perdite di tempo gratuite: se un giocatore è consapevole che l’arbitro darà nove minuti di recupero invece che cinque, sicuramente, eviterà di perdere tempo. A me, però, piacerebbe vedere una statistica su quanto si gioca effettivamente nei dieci minuti di recupero. Ogni soluzione è logica e valida, ma l’unico modo per stabilire quanto tempo si gioca è il tempo effettivo”.

 

Contro la Polonia ha stupito ancora una volta Ochoa, il portiere del Messico. Da ex grande portiere, cosa pensi di lui?

“Lui è al suo quinto Mondiale, ha già fatto il suo. Pensare che vada a parare un rigore a Lewandowski, alla prima partita, è un bel modo di guardare le cose da un punto di vista ottimistico e bello dello sport. Dall’altra parte c’è un Lewandowski che non ha mai segnato al Mondiale, ci sono quindi le due situazioni: una positiva e una negativa, guardiamo quella positiva. Ochoa è un portiere di grande esperienza che si è ritagliato una grande vetrina”.

In questi primi giorni di Mondiali c’è una squadra che ti ha sorpreso? Oppure sta andando tutto secondo le tue aspettative

“Mi piacerebbe rivedere l’Inghilterra con tutto il suo potenziale offensivo, basti guardare le sostituzioni che ha fatto Southgate, anche in panchina ci sono tanti giocatori di grandissimo talento. La Francia là davanti è spettacolare. L’Arabia Saudita ha fatto il botto, ma l’Argentina perse la prima partita anche nel 1990 e poi arrivò in finale. Mi ha sorpreso in maniera positiva la Tunisia: ha fatto una grande partita dal punto di vista tattico, con grande partecipazione. Bisognerà vedere se resisteranno oppure se è stata solo la Danimarca ad essere in una giornata negativa, ma queste sono le mie sensazioni”.

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