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Superbia in proelio

Quando all’Old Trafford si è vista la neve, qualche fiocco neanche troppo spagliato ma ben visibile addirittura in diretta televisiva, si è capito che probabilmente la metafisica aveva preparato qualcosa di speciale per il derby di Manchester. Non la solita pioggia (806,6 mm di pioggia all’anno nella Great Contea of Manchester) ma una scenografia diversa, che per quanto suggestiva e innovativa per un big match non ha saputo ingarbugliare le righe del copione iniziale. Manchester United-Machester City non è stata affatto una partita diversa da quello che le persone credevano di vedere; le cronache dei pronostici e le considerazioni della vigilia si sentivano di eleggere il Manchester City come definitiva vincitrice e così è stato, al pari di uno United che in fin dei conti meglio di un gol non avrebbe potuto fare. Gli equilibri della stracittadina non si sono rotti: sono iniziati con una netta separazione tecnico tattica dei valori del gioco, e la squadra di Guardiola fin da subito ha iniziato un morboso tiki taka che tuttavia non ha trovato impreparato Mourinho, già saggio nel riconoscere le qualità dell’avversario e disporsi di conseguenza. Per completare l’epos classico di questa sfida, quella dei rossi contro i blu, quella tra i più forti della classe, sono mancati due personaggi di spessore non secondario che avrebbero potuto scrivere righe importanti nel romanzo della gara. Il ragazzino John Stones per Guardiola e Paul Labile Pogba, e con tutto rispetto per l’inglese, con l’ex Juve in campo i fotografi probabilmente avrebbero guadagnato tutti di più a fine partita.

MANCHESTER CITY

Guardiola ha ribadito fin dall’inizio della settimana che la sua squadra avrebbe dovuto giocare secondo i propri termini di palleggio e di impostazione del gioco: in sostanza si sarebbe anche potuto pareggiare con lo United ma facendolo nel modo che ha contraddistingue il Manchester City da settembre a questa parte. La vitalità del sistema di Guardiola ha imprigionato lo United volutamente nella propria area, costringendo Mourinho a scegliere dei duelli in uno contro uno per la copertura degli spazi e non lasciando che i Red Devils potessero contare su riferimenti laterali in fase di ripartenza. Un mistico David Silva si è caricato il City sulle spalle segnando il primo gol della gara e andando a cercare il pallone in qualsiasi metro quadrato della sua area di competenza, ma non solo: Guardiola ha invertito le posizioni di interni e ali più volte durante la gara, tutto volto a eliminare ogni pensiero fisso di stabilità spaziale nella mente dell’avversario Mouirnho e dei suoi giocatori. Con Pogba probabilmente lo United ci avrebbe guadagnato in fisicità e De Bruyne, inesorabilmente l’equazione più valida del centrocampo del City, non avrebbe magari avuto tutto questo spazio davanti a se. Per tanto gli ospiti non hanno smesso un minuto di assediare la porta del Manchester, che seppur ben difesa non ha potuto far nulla su alcune giocate strepitose di Sterling e Silva, aiutati entrambi dall’ottimo gioco di gestione dello spazio di Gabriel Jesus che il catalano ha preferito a Aguero. Il Kun è rimasto in panchina per tutti i 90′: proprio lui che allo United ha segnato cinque gol in carriera. Di fatto il City è stato decisamente più coraggioso dello United e quello che ha sorpreso sono stati i momenti in cui gli Sky Blues hanno saputo sotterrare il fioretto e rimboccarsi le mani per andare a vincere dei duelli sporchi in mezzo al campo contro Matic e Smalling, in sostanza, reggendo lo scontro all’arma bianca contro una squadra ben più fisica dell’undici di Guardiola. Anche posizionare Fernandinho al posto di Kompany (sostituito da Gundogan) è stata una mossa astuta che ha permesso a Guardiola di guadagnare in equilibrio tecnico a centrocampo riserbandosi qualche rischio tecnico nella fase difensiva. In tutto questo Fernandinho non si è mai fatto superare nell’uno contro uno. Di fatto il Manchester City ha vinto meritatamente la partita attentando alla porta di De Gea ben quattordici volte, sei in più dei cugini in maglia rossa che a parte il gol (viziato da un erroraccio di Delph, il peggiore dei suoi) e un doppio miracolo di Ederson nell’area piccola (prima Lukaku poi Mata) il Manchester United non ha avuto sussulti offensivi degni di nota. Di fatto, il City ha reso onore al suo vecchio motto.

MANCHESTER UNITED

La massima del vecchio logo del City recitava superbia in proelio. Siate superbi nello scontro e avremo in mano la gara: in sostanza, il concetto di Mourinho nello spiegare la gara ai suoi giocatori è stato questo, ma non aveva calcolato quanto la scienza tante volte possa superare la fede. L’ex Special One aveva preparato una partita basandosi sul dato realistico che il City sarebbe giunto all’Old Trafford per fare risultato giocando il suo calcio e così è stato, ma evidentemente, la difesa serrata e ostinata della propria porta non è stata la scelta migliore. Gli avversari hanno avuto più difficoltà del solito ad aprire delle brecce nel fortino difensivo dei Red Devils, eppure, a forza di attaccare spesso ce l’hanno fatta. Le pessime prestazioni di Matic e Lukaku hanno deluso un po’ tutta la “Sir Alex Ferguson Stand” dello stadio, e Mourinho contava parecchio sia nel lavoro di interdizione del sebo che nella rapacità offensiva del belga. Al contrario si è distinto il solito De Gea per delle ottime parate e la nota sicurezza, e sorprendentemente di positivo c’è stato anche Rashford, che davanti oltre al gol è stato l’unico a creare la superiorità numerica grazie al dribbling. Quello che ha colpito in negativo del Manchester United è stata l’assenza di mordenza e di spirito “bellicoso” in un buon numero di azioni della partita, in quei momenti dove bisognava non togliere la gamba e aggredire alti. Invece il pressing isolato degli attaccanti e un conseguente “nove dietro la linea della palla” ha reso la prestazione del Manchester di Mourinho un po’ un pallone sgonfio, in cui se non ci pensavano degli svarioni avversari difficilmente Lukaku e Martial avrebbero visto da vicino l’area piccola di Ederson. Certo va detto che i Red Devils giocavano contro quella che al momento è la migliore squadra del mondo ma loro, i diavoli rossi, erano l’anticristo che si doveva frapporre fra Guardiola e il +11 in classifica. Al contrario hanno dato maggior consapevolezza agli avversari delle loro capacità visto che alla fine hanno vinto con merito una partita giocata per 90′ come volevano loro. L’abbraccio finale fra Mourinho e Guardiola ha dimostrato nei suoi termini come i due siano definitivamente un po’ meno nemici ma sempre rivali storici, e che sta volta, nel confronto fra il pragmatismo fiducioso di Mou e il palleggio scientifico di Pep, consci di come il secondo abbia avuto la meglio sul primo. Lo United è scivolato a -11 in classifica, e se Mourinho non avrà ortiche mediatiche da gettare a Guardiola per mettergli pressione, la Premier League rischia di avere un re annunciato già a dicembre.

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