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Mark Iuliano: “Juve può farcela. Diversa dal 2003 ma ugualmente forte”

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Oggi, martedì 11 aprile, non è un giorno qualunque, per juventini e non solo.
Per tutti gli amanti del calcio è il giorno di Juventus – Barcellona, andata dei quarti di finale di Champions League replica della finalissima di due anni fa che vide trionfare i catalani.
Oggi però è un’altra storia, c’è voglia di rivincita e la Juventus ha le potenzialità per prendersela, come mi raccontava stamattina Mark Iuliano, difensore della Juve dal ’96 e al 2005 che di partite del genere ne ha vissute parecchie.

Ciao Mark. Prima di tutto, te come stai? Cosa fai?

Io sto bene, adesso sono un allenatore: ho frequentato Coverciano e  ho fatto della serie B con il Latina due anni fa.

Si, questo lo so. Ma cosa fai oggi?

Oggi studio, osservo, mi aggiorno, aspettando una chiamata interessante o qualche opportunità.

Ah, ecco. A proposito di opportunità, come la vedi stasera?

La Juve arriva a questo incontro molto ben preparata e molto ben attrezzata e il Barcellona lo conosciamo, sono due squadre fortissime.

Tu, tra l’altro, facevi parte dell’ultima Juve che ha battuto ed eliminato il Barcellona, nel 2003. Vedi delle analogie?

Sono due mondi diversi. Sono passati 14 anni, che nel calcio vuol dire tantissimo.
Delle due è nel Barcellona che è più facile trovare somiglianze tra ieri e oggi: la ricerca del dominio della palla, del campo e dell’avversario sono concetti ereditati dall’era di Cruijff e degli olandesi.
È da allora che il Barcellona ha acquisito l’identità che la contraddistingue tutt’oggi.

E la Juve di oggi, invece, è più forte o più debole?

È difficile da dire, era fortissima anche la Juve in cui ho giocato io nelle diverse annate.
Sono arrivato a Torino con i bianconeri Campioni d’Europa e d’Italia in carica. Nel mio primo anno abbiamo vinto Supercoppa Uefa e Coppa Intercontinentale, ci siamo ripresentati in finale di Champions per due volte di fila e di nuovo nel 2003, continuando a vincere anche in Italia.

La Juve dominava allora e domina anche oggi, ciò che è cambiato sono le avversarie.

In che senso?

Che la Serie A oggi è meno allenante alla Champions League. Quando giocavo io tutti i migliori calciatori giocavano o volevano venire a giocare in Italia, e non parlo chiaramente solo di Juventus.
Inter, Milan, Roma, Lazio, Fiorentina, Parma: ogni domenica giravamo l’Italia sapendo di incontrare squadre fortissime, il che ci allenava a giocare ai livelli della Champions con più consapevolezza.

Dici che la Juve, benchè così forte in Itali,a non sia preparata adeguatamente ad una partita del genere?

Ribadisco, la Serie A è probabilmente meno allenante ma la Juve arriva a stasera in una forma strepitosa, anche migliore di quella del Barcellona che arriva da una sconfitta in campionato e senza Busquets, che è fondamentale nell’equilibrio del suo gioco. Credo che la Juve sia anche meglio preparata.

Non voglio chiederti un pronostico secco, però deduco che secondo te la Juve ha buone possibilità.

Sì, soprattutto stasera a Torino. La Juve oggi è e si sente al livello delle altre big europee.
Il Barcellona della finale di Berlino era quasi imbattibile; questa no. Se cadono negli stessi errori che hanno fatto a Parigi, la Juve – concentrata com’è – potrebbe prepararsi ad un risultato esaltante.

Il Psg, ci stavo arrivando. Secondo te da quel confronto cosa rimane di più per il Barca: la debolezza dell’andata o l’impresa storica del ritorno?

Al ritorno il Barcellona ha disputato una prova fenomenale ma, se prendi 3 gol in 5 minuti, è soprattutto colpa tua. In più diciamo che il jolly il Barcellona se l’è già giocato: dovesse far male all’andata anche a Torino, la difesa della Juve al ritorno non ti concede così tanto e un’altra rimonta del genere non la fai.

Vero, ma la Juve segna anche tendenzialmente meno del Psg. Anche nella migliore delle ipotesi, è fisiologicamente improbabile vedere un 4-0 bianconero.

Beh, dipende. Se il Barca le concede quello che ha concesso al Psg all’andata, non è che il Psg faceva gol e la Juve stasera no. Ti perdona forse una volta, ma poi ti punisce. Poi si vedrà al Camp Nou.

Il Camp Nou.

Quel campo è gigante. Quello stadio è gigante. Cambia la percezione del terreno, cambiano i punti di riferimento: è una partita per forza diversa.

Appunto, mi son sempre chiesto: per un professionista che sta per entrare in un palcoscenico del genere, è prevalente la voglia di far bene o la paura di sbagliare, là dentro?

La voglia di far bene, senza dubbio. I professionisti sono abituati a certi palcoscenici e nonostante il colpo d’occhio e tutto il resto, al fischio di inizio sei 11 contro 11 e te la giochi. 

La tua Juve al Camp Nou ci vinse addirittura ai supplementari. Come si preparano gare simili? Tattica, mentalità, emotività?

Non dico che queste partite si preparino da sole, ma non hanno bisogno di grandi accorgimenti: chi è lì non vede l’ora di giocarle.

Un’ultima cosa Mark: il tuo Diez preferito? Con cui hai giocato oppure no, che aveva ‘la dieci’ oppure no, presente o passato.

Beh per me è facile, avendoci giocato insieme. (preparo le mie orecchie al riecheggiare del nome di Alessandro Del Piero, abbiamo parlato di Juve e di Italia per mezz’ora). 
Zidane. Per me il Dieci è lui. Ho avuto la fortuna di allenarmi con lui tanto tempo e le cose che gli ho visto fare… sì sì, Zidane.

Ah. (non sono affatto deluso, ma colto in contropiede sì). Facciamo così, di lui e del Real parliamo un’altra volta che è un’altra bella storia. Grazie Mark.

Grazie a voi, a presto.

 

 

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ESCLUSIVA – Bravi: “Tecnologia nel calcio? Va moderato l’intervento”

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bravi

La nostra redazione ha avuto l’onore di poter ascoltare un’altra figura all’interno dell’AIA: Carlo Bravi. Bravi è un ex arbitro, in attività dal 1954 al 1970, e attualmente ricopre il ruolo di rappresentante AIA alla Corte Federale di Appello della FIGC ed è entrato nella Hall of Fame della Sezione Roma 1 nel 2017.

Una figura dal bagaglio di esperienze molto importante che ci ha permesso di analizzare, a 360 gradi, la figura del direttore di gara nel corso del tempo: dalla preparazione fisica alle nuove tecnologie.

Quanto è cambiata la figura dell’arbitro nel corso del tempo?

“A cambiare, in primis, è stata la carriera dell’arbitro, che adesso è più veloce: un tempo, per arrivare in Serie A ci volevano più o meno 15 anni. Io ho fatto 7 anni di Serie C e feci l’esordio in B all’età di 28 anni, il che sembrava una cosa straordinaria per l’epoca. Tutto dunque si è velocizzato oggigiorno: è cambiato anche il sistema di preparazione. Gli arbitri moderni vengono seguiti da psicologi e formati anche in sociologia. Prima era limitato ad una preparazione fisica di 4 volte alla settimana e delle volte, con noi, si allenavano dei calciatori. Un altro cambiamento radicale è stato il rapporto tra calciatori e arbitro all’interno della partita. Un tempo era il “Signor arbitro”: si è completamente rotta questa barriera, i primi cambiamenti si possono notare già da Collina“.

Parlando di tecnologie e arbitraggio: c’è stato un cambiamento radicale negli ultimi decenni. Quale era il rapporto con la tecnologia al tempo?

Innanzitutto, la classe dell’arbitro si vede se riesce a capire quale può essere il prosieguo del gioco: adesso ci sono una quantità infinita di video da consultare. Al tempo, noi non avevamo nulla di tutto ciò, ma fu Collina il precursore del rapporto tra arbitro e tecnologia: fu il primo direttore di gara in assoluto a studiarsi le squadre dalle videocassette e capire, tatticamente, dove si sarebbe dovuto posizionare se un determinato giocatore, per fare un esempio, tagliava sempre il campo centralmente. Nella fase pre-Collina i movimenti dei calciatori venivano visti direttamente in televisione, quando è stata introdotta, il giorno dopo. C’era una grande collaborazione col guardalinee e la comunicazione con loro veniva tramite dei messaggi visivi, un codice prestabilito: posizionando la bandierina in un certo modo passava un determinato messaggio”.

Dunque quale dovrebbe essere il rapporto ideale tra tecnologia e calcio?

“Adesso c’è una preponderanza della tecnologia. Va moderato l’intervento. L’unico aspetto su cui la tecnologia dovrebbe intervenire è il gol o non gol, questo pensavamo all’epoca, che poi si è tramutato in realtà con la goal line technology. Il procedimento subito successivo è stato l’introduzione dell’orologio che in tempo reale segnala all’arbitro la marcatura. Sul fuorigioco adesso si vede la spalla o un dettaglio millimetrico: è l’eccesso della tecnologia. Tutti questi aspetti mortificano lo spettacolo e il gioco del calcio”. 

Mentre come si arbitra, adesso, in Serie A?

Abbiamo sentito parlare spesso dell‘arbitraggio all’inglese: si può anche cambiare il regolamento ma quando un fallo va fischiato è da fischiare. La figura dell’arbitro, oggi, ha perso di centralità: aveva la piena responsabilità della partita. Prima eri solo con due guardalinee, mentre oggi ad arbitrare sono in 7 tra Var e assistenti. Chi decide il metodo è la FIFA, poi succede che le varie nazioni attuino la loro sensibilità quindi avremo un arbitraggio all’italiana, alla francese e via dicendo. Nell’Europa dell’est, per fare un esempio, la concezione d’arbitraggio è molto diversa dalla nostra. Qui entra in campo la concezione di calcio che si ha nel proprio paese, che è un fatto culturale, originale di territorio in territorio. Con il ct Marco Rossi, l’Ungheria ha messo un tassello in favore della concezione italiana”.

Si ringrazia Bravi e l’AIA per la disponibilità.

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ESCLUSIVA – Caracciolo: “Giornata magica! Dobbiamo rimanere concentrati”

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Caracciolo

Al termine dell’amichevole MilanLumezzane, terminata con il successo rossonero per 3-2, abbiamo avuto l’onore di intervistare il presidente della formazione di Serie D, Andrea Caracciolo, nonché ex attaccante tra le altre di Brescia, Sampdoria e Genoa. Adesso, l’ “Airone“, dopo aver concluso la carriera da calciatore nella fila del Lumezzane al termine della scorsa stagione con la promozione in D, ha deciso di assumere la carica di presidente dei valgobbiniDi seguito, proponiamo il contenuto integrale delle dichiarazioni di Caracciolo ai nostri microfoni.

L’INTERVISTA

Come reputi la gara disputata dal Lumezzane contro il Milan? Quali sono invece gli obiettivi a breve e lungo termine del club?

La partita di oggi è sicuramente stata una giornata magica: venire qui a Milanello ad affrontare il Milan rappresenta un sogno per qualsiasi calciatore. L’obiettivo del club invece è unico: crescere come società e tornare nei professionisti. Siamo contenti per l’inizio di stagione, nonostante i tanti cambiamenti e nonostante siamo una neopromossa, però dobbiamo rimanere concentrati. Sappiamo che sarà molto lunga, cercheremo di fare il nostro meglio”.

La Serie D è un campionato che può dare molto soprattutto ai giovani. Abbiamo visto che il Lumezzane ha schierato tanti giovani: in particolare, ci ha colpito la prestazione del terzino, Regazzetti. Come reputi la loro crescita, visto che molti sono in prestito? 

Sono contento per la loro crescita. Noi abbiamo l’obbligo di far giocare quattro quote, credo che siamo stati fortunati a scegliere questi giovani: stanno dimostrando di saperci stare in una prima squadra; anzi, qualcuno merita anche qualcosa di più. Anche Tortelli, difensore centrale classe 2004, ha disputato una buona gara: ha fatto molto bene“.

Cosa potranno dare al calcio italiano questi giovani? Potranno fare bene?

Loro devono pensare al presente, continuare ad allenarsi come stanno già facendo, e a crescere. Poi, quando un giocatore è forte viene notato e qualcosa potrà cambiare“.

Fonte foto di copertina: profilo Instagram fclumezzane.official

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ESCLUSIVA – Momblano: “Juventus? Decisive le prime tre dopo la sosta”

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Pronostico Hellas Verona-Juventus

La Serie A è diventata ormai l’oggetto principale di molte discussioni legate al calcio in questi ultimi giorni. Quanto accaduto nel mondo Juventus sta tenendo banco anche nelle testate giornalistiche estere: il problema che ha colpito i bianconeri sembrerebbe allargarsi anche ad altre società italiane. Su questo tema, noi di Numero Diez, abbiamo avuto l’onore e il piacere di intervistare Luca Momblano, giornalista e opinionista di QSVS, TopCalcio24 e Tele Lombardia, esperto del panorama Juventus. Insieme a lui abbiamo analizzato quanto accaduto negli ultimi giorni in casa bianconera, dall’addio di Andrea Agnelli al futuro prossimo che dovrà affrontare la squadra allenata da Massimiliano Allegri. Di seguito l’intervista rilasciata ai nostri microfoni.

LE MOTIVAZIONI DELL’ADDIO DI ANDREA AGNELLI

Quali sono, secondo lei, le principali cause che hanno portato alle dimissioni del presidente Andrea Agnelli? 

“Le chiamerei più delle dimissioni del gruppo di lavoro di Andrea Agnelli. Credo sia stata la conseguenza di una presa d’atto e di coscienza, come ha spiegato in parte anche nella lettera ai dipendenti. Una presa di coscienza del fatto che la sua “ricetta” per sanare una situazione complicata e molto lontana dal poter tornare florida, non poteva più funzionare. Una ricetta che restava sostanzialmente ambiziosa ma che è stata bocciata dall’altra anima del consiglio, che negli ultimi anni era anche significativamente rappresentata da quote EXOR. Da qui lui ha preso atto, forse, che si trattava di un punto di non ritorno, probabilmente in disaccordo con le osservazioni mosse e sulla nuova ricetta che vedremo con la Juventus che verrà”.

Come valuta, in generale, l’operato durante “l’era Agnelli”? 

“L’intero decennio dell’epoca Agnelli la valuto come un’epoca che entrerà comunque all’interno dei libri della storia del calcio, man mano che ci si distanzia e ci si renderà conto delle dimensioni dei risultati ottenuti, quasi incredibili. Pochi ricordano davvero da dove sia partita quella Juve, come ripetuto anche da Antonio Conte. Andrea Agnelli non guardava indietro, voleva guardare avanti e così ha continuato a fare. Aveva tanti obiettivi, mire di grandezza, e credo che siano stati centrati almeno per l’80/85%. Per un progetto che sembrava folle all’inizio e che quasi per intero è riuscito a mettere in piedi, risultando anche un modello per il calcio internazionale. Poi qualcosa è andato storto, con diversi problemi strutturali e legati anche al Covid. Problemi che non potevano risolversi nel breve termine, culminati con dei risultati deludenti anche sul campo. Il calcio purtroppo è così: quando lavori meno bene, nonostante si tratti di un grande club come la Juventus, paghi in termini di risultati”.

LA NUOVA JUVENTUS

John Elkann ha scelto Gianluca Ferrero come nuovo presidente, un suo uomo di fiducia. Pensa che possa essere la scelta giusta per il futuro della Juventus?

“Sicuramente una figura affidabile, un uomo di fiducia di Elkann, così come lo era Andrea. Forse capire con leggero anticipo che l’era Agnelli era finita avrebbe dato maggiore dignità all’intera esperienza, cosa che è venuta meno con il gesto clamoroso della settimana scorsa. Ferrero comunque è un uomo affidabile, competente nel discorso prettamente legato ai conti. Un presidente che ha uno status completamente diverso rispetto a quello di Agnelli, con una libertà di movimento nettamente inferiore. Vedremo, secondo me, una Juventus molto più collegiale”.

DEL PIERO E LA JUVENTUS DI NUOVO INSIEME?

La Juventus potrebbe ripartire da Alessandro Del Piero come uomo immagine della dirigenza bianconera? Vede in lui una figura simile a quella che sta rappresentando Paolo Maldini per il Milan?

“La Juventus potrebbe ripartire da Alessandro Del Piero? Magari si, i discorsi non sono ancora così avanti però è anche vero che Del Piero potrebbe ripartire dalla Juventus. Mi piace pensarla anche dall’altra parte. Parliamo di un uomo che simbolicamente ha rappresentato almeno tre generazioni di juventini, che era designato già dalle cronache dei giornali, quando giocava e aveva appena 24/25 anni, come il prossimo Boniperti e quindi anche come il futuro presidente della Juventus. Sembrava un predestinato, dentro e fuori dal campo con quei colori. Poi qualcosa si è rotto, un cortocircuito e delle scelte personali che lo hanno allontanato. Ma ricordiamoci che Del Piero è fuori dal calcio da quasi 10 anni ormai. Quindi se dovesse esserci questo matrimonio per me la Juve potrebbe ripartire da Del Piero e Del Piero potrebbe ripartire dalla Juve. Tu hai citato Maldini, ma secondo me Alex accetterà solo ruoli superiori a quello che ha lui al Milan. Non vedo Del Piero tutti i giorni al campo, come un equilibrista che deve destreggiarsi tra trattative di mercato e rapporti con allenatore e squadra. Conoscendo bene la sua storia, non mi stupirei che la sua mira sia quasi più istituzionale che operativa”.

LA FIGURA DI ALLEGRI NELLA NUOVA JUVENTUS

Da tempo il bersaglio di tifosi e testate giornalistiche, Massimiliano Allegri alla fine è “sopravvissuto” e continuerà ad essere l’allenatore della Juventus. Giusto secondo lei rifiutare le sue dimissioni prima dell’addio del presidente Agnelli? Lo vede come l’uomo adatto soprattutto in questo momento di difficoltà?

“Dobbiamo prendere atto di una cosa: oggi la maggior parte dei tifosi indecisi, come si direbbe in politica, ha cambiato sponda. Cioè, con una Juve in aria a livello societario, secondo me, una grande fetta dei tifosi pensa che tutto sommato vedere ancora Allegri in panchina non sia un male. Con un allenatore con più idee ma improvvisato risulterebbe molto più rischioso. La sua capacità di gestire questo momento a livello psicologico potrebbe essere fondamentale”.

UN CAMPIONATO ANCORA DA GIOCARE

Crede che tutta la questione legata al caso Juventus si possa ripercuotere sulla squadra alla ripresa del campionato?

“Abbiamo tanti esempi nella storia di squadre che sono andate a tracimare in negativo, sono collassate di fronte a questioni societarie ballerine. Ma ci sono stati anche casi opposti, basti pensare al Parma di Donadoni. Indagare il lato psicologico è molto complicato, io sono un giornalista di calcio e ti posso dire che, secondo me, le prime tre partite dopo la sosta segneranno la stagione della Juventus. La psicologia non è oggi sui giocatori, ma va sommata a quelli che saranno i risultati delle prime tre partite del 2023, contro Cremonese, Udinese e Napoli. Sono convinto che in quei dieci giorni avrò la risposta su quale sarà la stagione della Juventus”.

UN MESSAGGIO AI TIFOSI JUVENTINI

Tante le voci legate ad eventuali squalifiche, ammende o penalizzazioni per la Juventus, spesso infondate e piene di odio verso la società torinese. Cosa si sente di dire ai tifosi bianconeri?

“Credo che ci sia molto l’influsso di Calciopoli sia nelle parole degli haters, sia nelle parole di coloro che prevedono quello che potrà accadere. La verità oggi non la conosce nessuno, ma che tutto questo dibattito sia alimentato dal fatto che c’è un precedente storico che in tanti hanno ancora negli occhi, credo influisca molto. Parlare di Serie B, di penalizzazioni oppure di architettura contro la Juve a prescindere, rappresentano due fazioni alimentate dai ricordi di Calciopoli. Io personalmente sono convinto e speranzoso del fatto che, prima di tutto ogni verità e questione venga acclarata, ma che dall’altro lato sia gestita meglio a differenza del passato, soprattutto perché la società della Juve è molto più presente e il contesto in questione mi sembra molto diverso”.

 

 

 

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ESCLUSIVA – Ravarelli: “A Monza ho vissuto emozioni indelebili”

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Monza

ESCLUSIVA – Gianluca Ravarelli è un giovane portiere classe 2003 del Legnano, che attualmente milita nel girone A della Serie D. Autore di una buona stagione fin qui, la prima tra i grandi, condita da 15 presenze, 3 clean sheet e un rigore parato.

Fino all’anno scorso faceva parte della Primavera del Monza e ha vissuto molto da vicino la scalata verso la Serie A. Oggi ha deciso di raccontarsi in esclusiva ai microfoni di Numero Diez, per spiegare il suo percorso dando un occhio al futuro.

Quando hai capito che saresti diventato un portiere e cosa ti ha portato a scegliere questo ruolo?

Fare il portiere è una passione che ho dentro da quando sono piccolo, tramandata da mio nonno e poi da mio padre che hanno giocato in questo ruolo. Posso dire di averlo nel sangue. Anche prima di incominciare a giocare a calcio, quando avevo 3/4 anni, andavo al campetto la domenica con mio padre per incominciare a fare qualche tuffo tra i pali”.

Come hai reagito quando è arrivata la chiamata del Monza? Ti sei sentito appagato o l’hai presa come un punto di partenza?

“Dopo aver fatto una grande stagione negli allievi B con la Masseroni, ho avuto la fortuna di avere qualche proposta da squadre professionistiche, tra cui il Monza. Ora che ci penso non ero consapevole dell’importanza della squadra e della società in cui stavo andando, solo successivamente me ne sono reso conto. Ero ovviamente molto contento, fu la mia prima volta in una squadra professionistica e non sapevo bene cosa aspettarmi, anche se non ho avuto nessun problema a fare gli allievi A, anno in cui ci siamo fermati per Covid”.

Tre anni nel settore giovanile, con un occhio sulla prima squadra: come hai vissuto la proprietà Berlusconi e la scalata della Prima Squadra?

Io ho incominciato a vivere la Prima Squadra al mio secondo anno di Monza, subito dopo aver fatto l’U17 (allievi A). L’estate successiva sono stato chiamato a fare la preparazione con la Prima, erano appena saliti dalla C alla B. Per me era qualcosa di straordinario vedere tutto ciò che c’era dietro ad un allenamento, tutto il personale a completa disposizione, le strutture stupende e soprattutto i compagni di squadra che mi sono trovato davanti. C’era gente che, oltre ad aver fatto la Serie A, aveva partecipato pure alla Champions. Quell’anno sono stato molto fortunato perché mi hanno convocato in campionato contro il Pisa, un’esperienza che mi rimarrà per sempre impressa nella mente. Purtroppo la stessa stagione non siamo riusciti a conquistare la serie A perché siamo usciti ai playoff contro il Cittadella”.

Una convocazione tra i grandi per il match di Coppa Italia contro il Cittadella nella scorsa stagione: come ti sei sentito? Com’è andata la scelta del numero di maglia?

L’anno dopo, ad agosto è arrivata la convocazione in Coppa Italia contro il Cittadella. Un’emozione da mettere nel bagaglio delle cose che non dimenticherò mai, a partire dalla riunione tecnica e tutto l’avvicinamento alla partita, fino ad arrivare al riscaldamento e al fischio d’inizio. Tutto ciò rappresentava una grande emozione anche per la mia famiglia che mi seguiva anche da lontano in questa meravigliosa esperienza. Purtroppo la scelta del numero non è stata così entusiasmante dato che per comodità fu la società a scegliere per me. Nel primo anno del Monza in B ho avuto il 64, il secondo il 66. Avere la maglia con il proprio nome è molto emozionante: ovviamente queste maglie le ho già messe in bacheca e regalate ai nonni”.

Ora un’esperienza formativa e da titolare in Serie D con il Legnano: come ti stai trovando? Pensi che sia utile per un giovane scendere di categoria per fare esperienza?

“Penso che sia importantissimo fare esperienza fin da subito in questa categoria, giochi con persone più grandi che ti fanno capire l’importanza di ogni singolo particolare. Inoltre, credo che la Serie D sia una categoria molto sottovalutata, potessi tornare indietro probabilmente ci sarei andato prima. A Legnano mi trovo molto bene, giocare per una piazza così importante è stupendo. Abbiamo la fortuna di avere una grande tifoseria che ci segue ovunque e farebbe di tutto per la maglia lilla”.

Qual è l’arma segreta di un portiere per restare sempre concentrato per 90 minuti?

“Non è semplice per un portiere rimanere sempre concentrato, soprattutto quando la tua squadra attacca molto e devi farti trovare preparato in quelle poche occasioni che capitano. Io cerco di parlare molto con i miei compagni, chiamando le varie marcature e preventive anche in fase di possesso nel momento in cui la squadra è nella metà avversaria”.

Dove ti vedi tra 5 anni?

“Io so sicuramente che cercherò di sfruttare ogni occasione per poter salire di livello, voglio giocare al massimo dei livelli che le mie qualità mi permetteranno. Detto ciò penso che l’anno prossimo intraprenderò un percorso universitario perché penso che il mio cammino scolastico debba continuare e completarsi con ciò. Non posso avere la sicurezza di sapere dove sarò ma ho la consapevolezza che tutte le sfide che intraprenderò le affronterò con tutto me stesso dando il 200%”.

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