“Gli inglesi hanno inventato il calcio, ma gli argentini hanno inventato l’amore per il calcio” (Federico Buffa)

Se esiste un posto dove convergono le origini del tifo viscerale e romantico per i propri colori, quel posto è l’Argentina. In Europa l’attaccamento alla squadra del cuore è un fenomeno presente, soprattutto in Italia, ma limitato a poche realtà. In terra albiceleste invece il calcio è quasi equiparabile a una religione: un culto fatto di nomi, soprannomi, colori, camisetas, gioie e dolori. Un amore profondo e ineffabile che non ha eguali in nessun angolo della terra. I motivi di una differenza così marcata possono essere diversi, ma uno è certo: per chi ha poco il calcio rappresenta tutto. Quella sfera magica può determinare la salvezza, la fuga da un contesto non facile come quello argentino.

(Fonte: gianlucadimarzio.com)

UNA STORIA FUORI DALL’ORDINARIO

Sono gli anni ’80 quando nella geometria di La Plata, a circa sessanta chilometri da Buenos Aires, vive un ragazzino dai capelli biondi e l’innata capacità di tenere il pallone tra i piedi. Anzi no, tra le mani. La storia di Martin Palermo infatti comincia proprio in mezzo ai pali. Il talento per portare i guantoni è discreto, ma il destino volle che un giorno il numero uno venisse spostato in attacco per mancanza di giocatori. Bastò una partita perché sulla schiena dell’undicenne comparisse per sempre il nove. Con la maglia dell’Estudiantes de La Plata i goal saranno 54, poi verranno le (poche) reti europee e infine la storia d’amore con il Boca Juniors e con la nazionale.

Nel 2011 Martin Palermo ha segnato il suo nono gol nel Superclasico contro il River Plate. Una rete che ha condannato i Millionarios alla loro prima retrocessione.

I più lo ricordano soltanto per il record negativo dei tre rigori sbagliati in un Colombia-Argentina del 1999: una macchia rimasta indelebile sulla sua carriera. Eppure Martin Palermo è stato da sempre un predestinato. Il suo cammino inizia nel 2000, quando si fa conoscere al mondo per la prima volta. In finale di Coppa Intercontinentale realizza una doppietta che stende il Real Madrid di Hierro, Raul e Guti: le prime pagine sono per lui. Soltanto un anno prima invece aveva esordito con l’Albiceleste in Copa América realizzando in totale tre goal nella competizione. Le strade di Palermo e dell’Argentina si incroceranno soltanto dieci anni più tardi, con Maradona sulla panchina della nazionale. Dopo la fallimentare esperienza in Spagna, El Titan, così lo chiamano in patria, fa ritorno a casa al Boca. Da quel momento in poi metterà a segno 236 reti (considerando anche la prima parentesi con gli xeneizes) diventando il marcatore più prolifico del club. Un monumento vivente per il club di Buenos Aires.

Meteora in Europa, eroe in Argentina, leggenda tra le mura della Bombonera. I tifosi lo soprannominano El Loco, il pazzo. Solo pochi, mitici personaggi hanno l’onore di essere chiamati così in Argentina. Nel suo caso però mai nome fu più azzeccato: Martin Palermo è un giocatore fuori dagli schemi. In un Boca-Colon del ’99 gioca con un crociato rotto, perché il mister ha finito i cambi. Non solo finisce la partita, ma segna anche. Pazzo, appunto. Talmente folle da realizzare un goal di testa da 40 metri di distanza. Indubbiamente Palermo non è un giocatore dalle spiccate doti tecniche, però quando scende in campo la Bombonera diventa un cerchio infuocato nel caldo sudamericano. Non potrebbe essere altrimenti: El Titan è l’incarnazione in campo della famosa garra argentina. Grinta, cuore e animo al servizio della squadra: la storia d’amore con i tifosi del Boca passa anche e soprattutto da qui.

DA SEMPLICE CALCIATORE A SEMIDIO

Da una parte l’indimenticabile esperienza in gialloblu, dall’altra quella meno intensa con la Seleccion. La parabola di Palermo con la casacca albiceleste sul petto inizia nel 1999 per mano di un altro Loco, Marcelo Bielsa, e tocca il suo punto più alto dieci anni più tardi, nel 2009. Il terzo mondiale del nuovo millennio è alle porte e l’Argentina si deve qualificare nel girone del Sud America per accedere alla kermesse sudafricana. La Seleccion è in un periodo non molto proficuo: sono finiti i fasti dei tempi di Veron e Riquelme e devono ancora venire quelli dei vari Aguero e Messi che quattro anni più tardi ne faranno le fortune. Maradona, ct per due anni, decide di riportare il trentacinquenne Martin Palermo tra le fila della nazionale.

Alla penultima giornata l’albiceleste si gioca la qualificazione, dopo aver deluso nelle precedenti partite. Al Monumental di Buenos Aires arriva il Perù, che concluderà ultimo nel girone. La panchina del pibe de oro traballa, ma fino al novantesimo i ragazzi di Maradona sono avanti 1 a 0. A due minuti dal termine gli avversari pareggiano: così si va fuori dal mondiale. Lo sanno i tifosi, i giocatori, l’impietrito ct e anche i muri dello stadio fradici per il diluvio che impazza sulla capitale argentina. Lo sa soprattutto Martin Palermo, entrato nel secondo tempo di quel match maledetto. Al 92′ le speranze di un popolo sono tutte nell’area di rigore peruviana. El Loco si piazza sul secondo palo, di solito il pallone lì casca sempre. Un rimpallo, due, palla di nuovo in mezzo e il numero diciotto si ritrova sull’interno del piede la gioia di un popolo. È rete.

La rete più importante della sua carriera Martin Palermo l’ha segnata al Monumental, la casa del River Plate.

Nell’abbraccio dei giocatori si vede in realtà la coesione dell’intera Argentina, che ha appena assistito a un vero e proprio miracolo sportivo. San Martin Palermo: da quel momento il numero nove originario de la Plata sarà rinominato così. Non c’è da stupirsi quindi se El Titan in patria è considerato un idolo. Un giocatore che ha saputo lasciare un’impronta indelebile nella storia del calcio argentino e del Boca Juniors.

(Fonte immagine in evidenza: www.gianlucadimarzio.com)