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ESCLUSIVA - Una chiacchierata con Matteo Ribera dei Mkers

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ESCLUSIVA – Una chiacchierata con Matteo Ribera dei Mkers

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Matteo Ribera, conosciuto a molti come Ribell Ribera, è un proplayer della società Mkers, probabilmente la società di punta degli esports in Italia. Numero Diez l’ha intervistato soprattutto per conoscere meglio tutte le novità di Fifa 19 e approfondire di più il discorso degli esports soprattutto in chiave professionistica.

A quasi un mese dall’uscita di Fifa 19 puoi farmi un bilancio sulle novità del gioco?

“L’introduzione del nuovo schema di tattiche ha dato una vera scossa a tutto il gioco perché la sua introduzione ha chiaramente comportato il fatto che per poter reggere i diversi stili di tattiche che possono essere è preimpostati, si è dovuto potenziare molto la CPU (l’intelligenza artificiale dei giocatori non controllati). Questo per me e non solo è una grandissima peccha perché ti ritrovi a giocare con alcuni giocatori che anche se non sono forti fanno affidamento alla CPU risultando quasi insuperabili in fase difensiva. Se verrà sviluppato e migliorato in maniera differente trmite una patch potrebbe diventare una grande punto di forza. 

Riguardo al tiro la modifica è stata veramente necessaria poiché il driven shot era una bestia piuttosto odiosa: bastava girarsi in area e fare il doppio tap con il tasto del tiro per segnare. Andava leggermente diminuito invece è stato messo totalmente ko, ma questo non è un danno.

Il time finishing invece è una novità che se la si sa usare allora potrebbe essere un modo per scardinare il muro invalicabile della CPU. La soluzione potrebbe comunque essere il tiro a giro che questa volta è il tiro più efficace del gioco.Un’altra cosa che a molti non è piaciuta è invece la possibilità di muovere il portiere anche online. In un gioco come questo che attualmente è piuttosto bloccato e le possibilità di tirare sono piuttosto limitate, questa nuova possibilità può essere un nuovo ostacolo. Puoi anche arrivare finalmente davanti alla porta ma comunque non hai la certezza di segnare: basta che si muove il portiere e rischi proprio non di non segnare più.”

Il cambiamento del competitive invece è stato positivo?

“È stato qualcosa di necessario poiché Fifa era l’unico gioco di quelli maggiori Call of Duty o League of Legends per esempio, a non avere un sistema del genere. La stagione ora si struttura con i “propoints”: dalla settimana precedente fino ad Aprile si ha la possibilità di ottenere lo status di verificato ottenendo 27 vittorie su 30 in una Weekend League, una volta che li hai raggiunto lo status di verificato perdurerà per tutto il gioco. A cadenza mensile i verificati saranno invitati ad un torneo che si svolgerà online. La top 16 o 32 (si saprà in futuro) si qualificherà all’evento live mensile. Il piazzamento ad ogni torneo dà dei propoints. In base alla posizione in classifica della stagione si andranno a creare i qualificati per i playoff del mondiale. È un criterio migliore perché non si basa sulla weekend league, è capitato l’anno scorso che chi ha ottenuto ottimi risultati agli eventi poi per colpa di una prestazione deludente nell’ultima weekend league non si è potuto qualificare ai playoff. La weekend league ora è solo la porta di accesso per le qualificazioni agli eventi che possono farti qualificare al mondiale: tra le 27 e le 30 vittorie in  Weekend League si guadagneranno solo 10 propoints mentre con un buon risultato ai tornei se ne guadagnano tantissimi.”

Ora sta aumentando l’interesse in Italia per gli esports, stanno nascendo tante squadre di Serie A in questo ambito (Roma, Sampdoria, Genoa, Perugia, Empoli, Cagliari, e Parma). Si sta facendo questo fatidico passo in avanti?

 

“Sì, certamente il passo in avanti c’è ma siamo ancora indietro anni luce rispetto all’estero. Quest’anno c’è la Liga e la Premier che si aggiungono agli altri campionati già esistenti come Eredivise, Ligue 1, Bundesliga e anche l’MLS insieme a tante altre. I campionati maggiori ce l’hanno tutti tranne proprio l’Italia. Le top squadre della nostra Serie A non so se si muoveranno onestamente.”

Com’è il mondo Mkers?

“Mi sto trovando benissimo perché Mkers è l’unica società in Italia, le altre sono Asd o Multigaming. Porta con sé tutto l’apparato della società, tutto l’organigeramma. Per esempio abbiamo delle schedule di allenamento da seguire con persone come mental coach o tattici. C’è un supporto costante. Loro sono molto incentrati sullo sviluppo della figura del videogiocatore, ci tengono tantissimo ai social affinchè ogni proplayer diventi riconoscibile. ”

Tornando al discorso sull’Ultimate Team, cosa consiglieresti ad un giocatore che solo ora inizia a costruirsi la sua squadra? Meglio puntare sul team farcito dei cosiddetti “buggati” oppure su un team di giocatori di livello più alto ma non tanto affidabili?

“Ad inizio giocherei con una squadra che ti permetterebbe una spesa minima ma con un livello di gioco piuttosto buono. Per esempio andare a pagare tanto un giocatore come Immobile e poi vedere che il prezzo tra un mese sarà più che dimezzato non so quanto ne valga la pena. Magari Immobile poi avrà lo stesso rendimento di Vardy in game. Punterei su una squadra più oculata dal punto di vista economico dato la variazione drastica del mercato che si avrà tra un po’ di tempo. Al giocatore alto di valutazione che poi perderà il valore preferisco qualche buggato che ora ha già perso molto valore economico così che non si perdono molti crediti. Ovviamente questo è un discorso che vale per chi non vuole competere perché nell’altro caso ci vuole obbligatoriamente un incentivo.”

Cosa consiglieresti ad un ragazzo che vuole diventare un proplayer?

“Ho ben chiara e bene a mente la mia esperienza, io ho e avevo una grandissima  passione che non deve perdersi. La chiave è quella però allo stesso modo bisogna non perdere di vista altro. Io continuo a seguire l’università perché nonostante sia un mondo bellissimo rischia di scomparire da un momento all’altro. Oltre alla passione poi c’è bisogno di molto allenamento anche per capire ogni sfaccettatura del gioco. Bisogna però restare con i piedi per terra, ad esempio molti ragazzini che mi contattano mi dicono che dopo la scuola vogliono fare questo. È una strada molto bella quanto pericolosa.”

Estraniandoci dal discorso di Fifa, è noto che tu sia un grande tifoso della Roma, come vedi il futuro della squadra di Di Francesco? I cambi avvenuti in estate ti hanno convinto?

“Vedendo anche come ha lavorato Monchi al Siviglia, lui è uno che rimoderna molto. È chiaro che questo rimodernamento si perde un po’ di solidità che ha portato alla crisi iniziale. La colpa è anche la mancanza alcune volte di carattere, ad esempio alcun giovani presi in estate non erano abituati a queste pressioni. Però Di Francesco l’anno scorso ha fatto qualcosa di straordinario e se si trova la quadratura giusta facendo ambientare anche i nuovi allora si continuerà ad essere competitivi. L’addio che mi ha dispiaciuto di più è certamente quello di Nainggolan, per quei prezzi Alisson andava ceduto, mentre per il belga la cessione a questi prezzi e soprattutto ad una diretta concorrente come l’Inter. Mi è dispiaciuto anche per Strootman poiché io adoro i giocatori che mettono in campo tanta grinta, proprio come lui. Quelli che se ne sono andati sono tutti uomini spogliatoio e perciò all’inizio questa assenza si paga. Napoli e Juve le vedo anni luce avanti però un buon piazzamento ed un buon cammino in Champions sarebbe un’ottima cosa.”

 

 

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Calcio Internazionale

ESCLUSIVA – Nezirevic, i retroscena sul suo approdo all’Inter: c’erano altri due club interessati!

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Alem Nezirevic è un giovane terzino destro svedese che è stato acquistato dall’Inter in questa sessione di mercato per poter colmare il vuoto lasciato da Zanotti, ormai stabilmente in prima squadra. Arrivato da appena 3 settimane, il promettente difensore è stato subito messo alla prova da Chivu, allenatore della Primavera nerazzurra, che lo ha schierato titolare nel match perso contro la Sampdoria. Nezirevic è stato portato in Italia dalla Quan Sports Management: agenzia di cui Gerry Piccolillo è co-founder insieme a Daniele Piraino. Lo stesso avvocato ci ha svelato alcuni retroscena dietro il suo acquisto.

Il classe ’04 è stato prelevato a gennaio dal Motala, club di terza divisione svedese, con il quale aveva già raggiunto diverse presenze in prima squadra. A scoprirlo è stato un membro dell’agenzia di Piccolillo, Daniele Bozzo, che lo ha poi successivamente proposto allo scouting dell’Inter. Il terzino, dopo essere stato visionato tramite video e di persona, ha svolto una prova presso Interello che ha avuto esito positivo. Come riferitoci dallo stesso procuratore, oltre ai nerazzurri anche altri due club avevano messo gli occhi sul talento svedese: ovvero Milan e Sassuolo. Tuttavia, le due squadre non sono riuscite a battere la concorrenza dell’Inter, che ha fortemente voluto il giocatore.

 

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Calciomercato

ESCLUSIVA – Parma, il punto su Franco Vazquez: il rinnovo non è così scontato!

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Il contratto di Franco Vazquez, centrocampista argentino del Parma, è in scadenza questo giugno. L’ex Palermo è diventato ormai un pilastro del club crociato e, per questo motivo, tutto lascerebbe presagire ad un rinnovo del contratto, che terminerà alla fine di questa stagione. Tuttavia, secondo quanto riferitoci da Gerry Piccolillo, procuratore del giocatore e founder della Quan Sports Management, il prolungamento non sarebbe così scontato. 

Infatti, nonostante la volontà del calciatore sia chiara, ovvero quella di rimanere a Parma, le ultime dichiarazioni del direttore sportivo Pederzoli hanno lasciato presagire altri scenari. Infatti, proprio qualche giorno fa, ha affermato che il rinnovo del Mudo avverrà in automatico, grazie ad una clausola, in caso di Serie A. Il club, però, in questo momento si trova ad oltre 10 punti ed otto posizioni dalla promozione diretta. Dunque, nonostante l’armonia che c’è tra Vazquez e l’ambiente parmense, la permanenza del giocatore in Emilia-Romagna non è così scontata.

 

 

 

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Calciomercato

ESCLUSIVA – Kargbo-SPAL: il motivo per cui è saltato l’affare!

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Augustus Kargbo, giovane attaccante sierraleonese del Crotone, è stato fortemente ricercato durante questa sessione di mercato dalla SPAL di Daniele De Rossi. Addirittura, negli ultimi giorni di mercato, sembrava fatta per il suo passaggio agli estensi, salvo poi saltare tutto nelle ultime ore. La nostra redazione è entrata in contatto con Gerry Piccolillo: procuratore del giocatore e founder della Quan Sports Management. Grazie a lui ha scoperto i motivi che hanno ostacolato il passaggio di Kargbo alla SPAL.

Come raccontatoci dallo stesso avvocato, Kargbo era fortemente voluto dall’allenatore dei biancoazzurri De Rossi e, per questo motivo, 7-10 giorni prima della fine del mercato sono iniziati i colloqui tra l’entourage del giocatore e la società ferrarese. Poi, a causa degli impegni delle due squadre, la trattativa è slittata protraendosi fino alle ultime ore del mercato invernale. Nonostante ciò, tutte le parti hanno lavorato sodo per trovare un accordo che permettesse al sierraleonese di approdare alla corte di De Rossi e, a poche ore dalla chiusura del mercato, i due club erano riusciti a trovare la quadra. Tuttavia, il deposito del contratto in lega è arrivato oltre il tempo limite e per questo motivo l’affare è saltato.

Nonostante i club avessero trovato un accordo, quest’ultimo non sarà sicuramente confermato per la sessione estiva. Infatti, come riferitoci dal suo stesso procuratore, le esigenze di club e giocatori mutano velocemente e, per questo motivo, non è detto che la trattativa si protragga fino a giugno. Adesso Kargbo è concentrato solamente a far bene con il Crotone, giocandosi le sue carte e tentando di raggiungere la Serie B col club calabrese.

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ESCLUSIVA – Massimo Carrera: “Vi svelo il segreto della vittoria della Champions!”

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Massimo Carrera

Behind The Mask è il nuovissimo ed esclusivo format di Numero Diez. Tramite le interviste che contraddistingueranno il genere, disponibili anche in formato video sulla nostra app, andremo a esplorare il lato umano e personale dei nostri ospiti, che si cela dietro la maschera del professionista.

Per un inizio con il botto, si sa, servono però i fuochi d’artificio, e a quelli ci ha pensato Massimo Carrera, special Guest della prima puntata. Massimo al calcio ha dato tutto, prima da calciatore e poi da allenatore, ma ha anche ottenuto altrettanto. Ha indossato le prestigiose maglie di Juventus, Bari, Atalanta e Napoli, ha esordito in Nazionale, conta quasi 300 presenze in Serie A e ha calcato i campi più importanti d’Europa. In carriera ha vinto tutto, letteralmente tutto: con la Juve ha alzato al cielo uno Scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e, dulcis in fundo, una Coppa Uefa e una Champions League, quella storica del 1995-1996. E siccome non gli bastavano la Coppa Mitropa e la Serie B conquistate con il Bari, Massimo ha deciso anche di vincere un Campionato Russo e una Supercoppa di Russia da allenatore dello Spartak Mosca.

Insomma, per palmares e carriera, Carrera ha tutte le carte in regola per essere il primo perfetto ospite di Behind The Mask.

GAVETTA

Non pensiate, però, che a discapito dei titoli conquistati la vita calcistica di Carrera sia stata tutta rose e fiori. Dopo anni di purgatorio in Serie D, C2, e B con le maglie di Pro Sesto, Russi, Alessandria Pescara, Massimo accede alle porte del paradiso della Serie A a 25 anni grazie alla promozione nella massima serie del suo Bari.

Il primo vero grande, grandissimo salto della sua carriera arriva però due anni più tardi, quando la Juventus di Giovanni Trapattoni lo chiama in squadra. Quando a Massimo mostriamo una sua foto scattata durante la stagione d’esordio in bianconero, non gli serve nemmeno una domanda per fargli illuminare gli occhi e iniziare a parlare.

“Questo sono io che dopo anni di gavetta riesco ad arrivare dove sognavo giocando alla Juventus, club per il quale sono tifoso. Era un qualcosa a cui ambivo fin da bambino e dopo tanti anni sono arrivato a giocare in un club importante come la Juventus”.

Passare dal Bari e la Juventus è un passo importante, il più grande della tua carriera. Ci racconti le sensazioni provate nell’entrare per la prima volta nello spogliatoio della Juventus? Cosa si prova a condividere lo spogliatoio con campioni del calibro di Baggio e Del Piero?

“Ho provato grandi emozioni, ma non soggezione. Vestivo la maglia della Juventus, una maglia gloriosa e importante, e in me c’era la grande emozione di poter giocare insieme ad altri campioni”.

Sei arrivato alla Juventus a 27 anni, a questo proposito per te è meglio compiere i grandi salti del genere da più giovani? O in base alla tua esperienza credi che sia meglio che queste occasioni arrivino più in avanti?

Dipende dalla testa che hai. Se da giovane non hai la testa sulle spalle rischi di bruciarti, quindi potrebbe essere pericoloso. Ma se sai quello che vuoi fare della tua vita e sei disposto a fare tanti sacrifici, allora da giovane avrai qualche chances in più“.

TRIONFO EUROPEO

La grande gemma di Massimo Carrera, come abbiamo già anticipato, è il trionfo in Champions League Nel 1995-96. In una squadra stracolma di campioni, lui riesce comunque a ritagliarsi il suo spazio mettendo a referto sette presenze nella competizione. Non potevamo non parlare anche di questo.

“La vittoria della Champions penso sia stato il trionfo più importante della Juventus di quegli anni. Era una coppa che mancava da tanti anni e che manca tutt’ora, io sono stato l’ultimo ad alzarla e quindi credo che sia una cosa molto molto bella“.

Diciamo che in campo europeo, considerando che qualche anno prima avevi vinto anche la Coppa Uefa, sei un esperto! Qual è il segreto che si cela dietro questi successi internazionali e perché secondo te la Juve non è più riuscita in imprese del genere?

“Questo non lo so, in quel periodo eravamo un gruppo molto affiatato ed eravamo quasi una famiglia. Abbiamo avuto la fortuna di arrivare a questi appuntamenti nelle condizioni fisiche e mentali migliori. Non c’erano infortunati ed eravamo tutti al 100% e penso che questo sia il grande segreto. Una volta che arrivi in finale poi devi avere la fortuna di essere nelle condizioni migliori”.

NAPOLI

Nel ping pong tra Nord e Sud Italia, un’altra tappa importante per il percorso di Carrera è stata Napoli. Massimo arriva ai piedi del Vesuvio nel 2003, in un contesto calcistico e sociale molto differente rispetto a tutti gli altri assaporati in precedenza.

“Dopo sette anni a Bergamo mi arriva la proposta del Napoli a settembre e decido di accettarla. Era una piazza importante con obiettivi importanti, peccato che poi quell’anno la società è fallita e quindi non siamo riusciti a perseguire quello che ci eravamo prefissati (la promozione in Serie A ndr.)“.

Da Bergamo e Torino, quindi, passi a Napoli, città sia territorialmente che calcisticamente, secondo molti, agli antipodi: ma è davvero così? Ci sono differenze nel modo di vivere il calcio?

“Ci sono differenze soprattutto per quanto riguarda i tifosi. Al Sud se ti riconoscono è finita, perché ti vogliono invitare a bere un caffè o a parlare con i loro amici. Al Nord invece puoi anche passare inosservato, se qualcuno non è ferrato può non riconoscerti, al Sud è quasi impossibile perché tutti sanno chi sei“.

ATALANTA

Come avrete potuto leggere in precedenza, Carrera passa sette anni all’Atalanta. La parentesi di Bergamo è forse la più importante per Massimo perché è lì che conosce sua moglie e diventa idolo indiscusso dei suoi tifosi, che addirittura gli dedicano una canzone.

“Considerando che vivo tutt’ora a Bergamo, potremmo dire che ormai sono quasi bergamasco! L’Atalanta è stata una parentesi importante per me perché sono diventato capitano della squadra e insieme abbiamo ottenuto alcune promozioni importanti. Sono arrivato a 32 anni e mi sono ritrovato a giocare con dei ragazzi che venivano quasi tutti dalla Primavera, quindi mi son messo a disposizione facendo da chioccia e dimostrando la mia volontà di continuare a vincere“.

I tifosi si affezionano talmente tanto a te che addirittura ti dedicano una canzone. Mi racconti com’è nata la vicenda? Sapevi che ti sarebbe stata dedicata una canzone?

“No, è nato tutto per caso. Io l’ho scoperto quando ero a Treviso, dopo aver giocato una partita contro l’Albinoleffe: c’era l’autista del pullman che mi conosceva e mi portò questa cassetta con sopra incisa la canzone, è lì che ho conosciuto Bepi (l’autore della canzone ndr.). Dopo la canzone spesso sono andato con lui a fare qualche spettacolo nei teatri e a cantare, è stata una cosa molto divertente e piacevole.

Insomma ti piace cantare?

“Sì, ma non sono tanto intonato! La mia grande passione è sempre stata il calcio, ora mi sono avvicinato agli scacchi. Si basa tutto su tattica e strategia quindi ci avviciniamo comunque al mondo del pallone”.

IN NAZIONALE

Carrera in Nazionale ci è passato due volte a distanza di anni: prima da calciatore, disputando un’amichevole contro il San Marino e poi da collaboratore tecnico di Antonio Conte. Ne abbiamo parlato insieme.

“Sono arrivato in Nazionale con Conte. È uno spiraglio che si è aperto dopo aver lavorato e giocato con lui alla Juventus. Quando Antonio è tornato a Torino da allenatore io collaboravo con il settore giovanile, quando ho saputo che sarebbe tornato l’ho chiamato e gli ho detto che se avesse avuto bisogno io sarei stato disponibile. Alla fine con il suo staff ho fatto tre anni alla Juve e due in Nazionale, ho imparato tantissimo ed è stato come fare una nuova gavetta con dei professori del settore“.

La tua prima volta in Nazionale è datata 1992. Quando hai esordito condividevano lo spogliatoio con te campionissimi del calibro di Baresi, Maldini e Baggio. Una volta tornato con Conte, però, i campioni erano decisamente meno e c’erano calciatori molto più modesti. A cosa è attribuibile questo ridimensionamento secondo il tuo parere?

Non c’è stato il ricambio generazionale. Quando giocavo io qualsiasi squadra aveva calciatori di livello assoluto perché quella fu una generazione molto fortunata. Erano gli anni nei quali in Italia c’erano pochi stranieri e anche un ragazzo giovane poteva mettersi in mostra. La Nazionale di una volta aveva quindi più scelte, ora è tutto diverso. Quando andavo con Antonio (Conte ndr.) a vedere le partite per scegliere i giocatori da convocare, a volte le squadre avevano anche solo due italiani in campo. Capisci che in quelle condizioni è difficile anche solo costruire una squadra a differenza delle epoche precedenti”.

E i settori giovanili hanno responsabilità?

“Sì, ma non si può dare tutta la colpa a loro. Con l’avvento degli stranieri le società preferiscono dare una chance a loro piuttosto che a ragazzi italiani giovani o che giocano in Serie C che magari sono anche più bravi. Sono dei meccanismi societari che io non capisco“.

L’INIZIO DI UNA NUOVA ERA

È il 2016 quando Massimo decide di staccare il cordone ombelicale che fino a quel momento aveva legato la sua giovane carriera da allenatore ad Antonio Conte. Carrera decide di mettersi in proprio e il primo ruolo da tecnico di ruolo glielo offre lo Spartak Mosca. In Russia fa en plein e in due anni conquista una Supercoppa di Russia insieme ad un titolo da allenatore dell’anno del campionato sovietico, soprattutto, però, Massimo riesce a riportare a Mosca il titolo di Campioni di Russia, che a quelle latitudini mancava da moltissimi anni.

“Dopo la Nazionale, lo Spartak mi chiamò per andare a collaborare con il primo allenatore aiutandolo nella fase difensiva. Siccome Conte stava andando al Chelsea e non sapeva se avrebbe potuto portare tutto lo staff che aveva in Nazionale, io decisi di accettare subito la proposta“.

Quali sono i pro e i contro del vivere un’esperienza del genere in un paese come la Russia?

“Sicuramente vivere lontano da casa è un sacrificio, ma per fortuna le mie figlie erano già grandi e mia moglie si è trasferita con me. I pro invece sono stati tantissimi: mi sono trovato molto bene, si vive una bella vita e fortunatamente ho vinto. È vero che fa freddo, ma alla fine a dicembre il campionato si ferma e riprende a marzo, quindi il freddo vero in realtà non lo abbiamo mai sentito. Nel complesso sono stati sicuramente più i pro che i contro“.

Tutto sommato quindi è un’esperienza che ti sentiresti di consigliare agli allenatori più giovani?

“Sì, è stata un’esperienza fantastica e non avrei mai potuto immaginare di trovarmi così bene. Pensa che tutt’ora i tifosi mi scrivono, loro mi sono rimasti nel cuore. È stata un’esperienza molto importante anche dal punto di vista della mia carriera da allenatore“.

LONTANO DAGLI OCCHI

Dopo l’esperienza estremamente positiva allo Spartak, però, nessun club italiano ti chiama nell’immediato e tu decidi di fare un’altra esperienza lontano da casa, stavolta in Grecia. Come mai secondo te le squadre del nostro paese sono così restie nel valutare profili che, come te, si formano all’estero? Penso anche a Stramaccioni o altri allenatori italiani.

“Questo sinceramente non lo so, forse credono che non abbiamo abbastanza esperienza nel calcio italiano. Anche io non riesco a capire i motivi, come hai detto te dopo la Russia ho aspettato una squadra in Italia per un anno, ma poi sono finito in Grecia. Anche dopo Atene ho aspettato e l’unica proposta che ho avuto è stata quella del Bari in Serie C, lì non ci ho pensato due volte. Per me è stata più una scelta di cuore, considerando che a Bari ci ho giocato anche cinque anni. Volevo restituire alla città e ai tifosi tutto quello che avevo ricevuto da giovane”.

FUTURO

Concludiamo con una domanda semplice. Visto che abbiamo parlato di passato e di presente mi piacerebbe esplorare anche il futuro. Dove ti vedi tra 5 anni e quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Il primo obiettivo è sicuramente quello di tornare ad allenare. Mi piacerebbe mettermi alla prova in Italia, partendo possibilmente da inizio stagione. Alla fine sono sempre subentrato, quindi ho sempre ereditato una squadra costruita da altri”.

 

 

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