L’ideale supremo di tutti gli artisti dovrebbe essere: diventare anonimi

La frase appartiene alla penna di Massimo Bontempelli, uno dei principali esponenti del realismo magico in Italia. Un nome piuttosto raro nei libri di letteratura del liceo, ma il cui pensiero è fondamentale per introdurre uno dei Diez più talentuosi degli ultimi 30 anni.

L’anonimato come stile di vita, il genio assoluto, la magia che incontra l’amore sconfinato per il pallone, l’irresistibile richiamo verso il nido, Southampton, senza la necessità di migrare altrove. Matthew “Le God” Le Tissier è stato questo e tanto altro. Un fenomeno improvviso, un regalo divino mai apprezzato pienamente, una manna celeste rimasta fedele ai Saints nonostante il richiamo di lidi più blasonati.

 

BENVENUTI NELLA CASA DI DIO

“Benvenuti nella casa di Dio”. Un cartello al di fuori del The Dell, la storica casa del Southampton prima che venisse sostituita dall’attuale St Mary’s Stadium, accoglieva con queste parole i tifosi biancorossi. Una religione cittadina, con un luogo di culto e un Dio da venerare. Le God è stato per la città dell’Hampshire un sogno avverato, una possibilità di redenzione e una continua dimostrazione di cosa significhi fare arte applicata al gioco del calcio.

Non ha mai vinto un trofeo, alzato coppe o trofei individuali. Paradossalmente, ha collezionato appena otto presenze in nazionale, subentrando cinque volte e senza mai partecipare a Mondiali o Europei. Ha vissuto nell’oblio, sinonimo di libertà, respirata ogni volta che gli scarpini calpestavano il terreno di gioco.

Fonte: Dailyecho

Matthew Le Tissier nasce nell’Isola di Guernsey, a Saint Peter Port, il 14 ottobre 1968. Un lembo di terra circondate dalle acque del Canale della Manica, davanti alle coste francesi, sotto il controllo della Corona Britannica. Come si evince dal cognome, le origini sono franco-normanne. Gli ingredienti per una storia assurda, unica e irripetibile ci sono tutti.

L’approccio di Matthew allo sport è con il cricket. Presto, però, si rende conto che il fascino del cuoio è irresistibile. Innamorarsi del pallone è facile, fare innamorare il pallone di lui, ancora di più. Nel 1981, durante un camp alla Saints Soccer School, il suo talento viene notato dall’Oxford United. Il provino, tutto sommato, non convince i dirigenti e Matt rimane sull’isola. Nel maggio 1985, finalmente, la chiamata della vita. Il Southampton decide di puntare su quel ragazzino poco aggraziato e morbido nelle forme.

 

DESTINAZIONE SOUTHAMPTON

Fonte: The Guardian

Il Southampton non ha vinto quasi nulla nella sua storia, eccezion fatta per la F.A. Cup del 1976. Tante promozioni, salvezze, retrocessioni e buoni piazzamenti. I tifosi, assiepati sulle storiche tribune del The Dell, hanno avuto pochi momenti di ebbrezza calcistica. L’arrivo di Le God cambia tutto, provocando un terremoto epocale. La bacheca dei Saints rimane intatta, ma le emozioni aumentano esponenzialmente, la goduria si moltiplica e il ricordo delle gesta del ragazzo sbarcato dall’isola sopravvivranno al tempo.

Per certificare il suo status di futuro monumento basta poco. L’esordio è datato 4 novembre 1986. La partita, di Coppa di Lega, è contro il Manchester United, a Old Trafford. Le Tissier firma una doppietta nel 4-1 finale, inaugurando la sua leggenda in biancorosso. Nonostante l’inizio folgorante, Matthew non gioca con continuità. I suoi 18 anni spingono Chris Nicoll, manager della squadra, a utilizzarlo a spizzichi e bocconi. Il campo lo vede poco, raramente. Le opportunità, però, le capitalizza nel miglior modo possibile. Il 7 marzo 1987 è il giorno in cui sceglie di gridare al mondo del calcio d’oltremanica il proprio nome, realizzando la sua prima tripletta in un 4-0 inflitto al Leicester City.

Fonte: Footyfair

La consacrazione è vicina. Il 1989/90 è la stagione del volo definitivo. Venti reti totali in stagione e premio di PFA Young Player of The Year, miglior giovane giocatore dell’anno. Le grandi squadre d’Inghilterra iniziano a fare la corte al ragazzo di Saint Peter Port. La prima a presentarsi alle porte del The Dell è il Liverpool. Le God dice no, rifiutando per la prima volta le avance di una super potenza. Southampton è casa sua e da lì non vuole muoversi.

 

ARTE APPLICATA AL CALCIO

La stagione 1991/91 è transitoria. Un ponte che collega la vetusta First Division alla nascente Premiership. I Saints cambiano allenatore, Jan Branfoot, e Le Tissier vede la propria posizione di star indiscussa indebolirsi. I risultati sono deludenti, salvati parzialmente dalla finale di Coppa di Lega raggiunta e persa per mano del Nottingham Forest. L’annata successiva, la prima della nuova divisione, è ricordata per un fatto curioso, unico e irripetibile. Non è retorica, bensì verità.

Il 24 marzo 1993 a Southampton arriva il Forest. Una partita come le altre, un normale incontro di un mercoledì sera qualunque. Calcio di rigore, sul dischetto si presenta Le Tissier. Mark Crossley, estremo difensore del Nottingham, si tuffa alla sua destra e intercetta il pallone. Il The Dell ammutolisce, è incredulo. Le God ha appena sbagliato il primo rigore della sua carriera. Incredibilmente, sarà anche l’unico. A fine carriera ne avrà segnati 48 su 49.

Fonte: Calciovecchio

Il 1994/95 è la stagione che lo rende immortale. Segna trenta volte tra campionato e coppa. Le reti sono tutte, o quasi, di una bellezza abbacinante. Trova la via della porta con una facilità estrema, fuori dal comune, da ogni posizione e nei modi più incredibili.

L’emblema è il gol con cui, il 9 dicembre 1994, punisce il Blackburn di Alan Shearer, campione d’Inghilterra a fine maggio. Matthew, partito da centrocampo, salta due avversari, inebriandoli con un dribbling maestoso e concludendo con un tiro da oltre trenta metri che si infila sotto l’incrocio dei pali. Il gol viene premiato come migliore della stagione.

 

IMMORTALITÀ

Gli anni passano, gli acciacchi aumentano e la parabola di Le God inizia a conoscere la fase discendente. La magia e il prodigio, fortunatamente, non scemano, regalando ancora momenti di estasi calcistica, come quando, il 26 ottobre 1996, segna con un pallonetto da fuori area contro lo United.

L’apoteosi, l’attimo esatto in cui Matthew Le Tissier si consegna ai posteri, innalzandosi a un livello celestiale, irraggiungibile per gli altri, è in un pomeriggio del 19 maggio 2001. Il campionato è giunto al termine, manca una sola partita. Il Southampton sta giocando per l’ultima volta tra le mura del The Dell, che presto sarà abbattutto. Il risultato è fermo sul 2-2, Le Tissier è in panchina.

Fonte: Premier League

A pochi minuti dal termine, finalmente, Stuart Gray, subentrato in panchina a Glen Hoddle, lo butta nella mischia. Non ha ancora segnato in campionato, ha giocato appena sette partite. Il 90′ scocca e la storia si scrive da sola, in maniera automatica. Su rinvio del portiere, il pallone finisce nell’area di rigore dell’Arsenal, rotolando tra i piedi di Le Tissier. Le God controlla di destro, si gira e calcia di contro balzo con il sinistro. Pallone sotto l’incrocio e stadio in delirio. Chi altro avrebbe potuto dire addio alla casa di un popolo follemente innamorato di quei colori? Solo lui, il proprietario.

Matthew Le Tissier è stata una manifestazione improvvisa, un inno alla bellezza calcistica, un rivoluzionario che ha fatto del talento cristallino l’arma prediletta. Un Don Chisciotte contemporaneo, visionario, consapevole di vedere un mondo diverso, percepito solo parzialmente dagli altri. Un fenomeno anonimo, dimenticato, ma presente negli occhi e nel cuore di chi ne ha apprezzato le gesta.

Fonte: giocopulito

Fonte immagine in evidenza: Esquire