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Metamorfosi

Cambiare non è cosa da tutti. Cambiare non è cosa così semplice e scontata. Cambiare non implica né un’accezione positiva né una negativa. Però talvolta, cambiare è necessario.

E capita anche di fare di necessità, virtù. Chiedetelo all’ambiente granata di Torino, che è dovuto – abbastanza a sorpresa – passare da un allenatore come SinisaMihajlovic, ad un gradito ritorno nel calcio italiano come quello del toscano WalterMazzarri. Due idee di calcio diverse, ma neanche troppo; due caratteri diversi, ma neanche troppo. Eppure, a sorpresa, le cose sembrano già essere cambiate molto, sia per il Toro che per alcuni dei suoi interpreti.

Un nome su tutti è quello di M’Baye Niang.

LA CHUTE

M’BayeNiang è da anni uno dei talenti più contraddittori del calcio italiano, se non europeo. Arrivato al Milan poco più che ragazzino, non ha mai espresso totalmente quelle innate capacità fisiche e tecniche che tutti gli riconoscono: poco e niente al Montpellier, ottimi sprazzi al Genoa, in modo troppo altalenante al Milan, e quasi per nulla nei sei mesi al Watford. Classe 1994, ha sicuramente il tempo dalla sua parte, ma si sa, il calcio non lascia mai troppe occasioni; ma una molto interessante il giovane senegalese l’ha incontrata quest’estate, quando proprio nell’ultimo giorno di mercato viene espressamente richiesto dal suo ex allenatore al Milan SinisaMihajlovic:

“M’Baye, vieni al Toro e ripartiamo da dov’eravamo rimasti ai tempi del Milan”.

Già, perché quel che di buono aveva mostrato in rossonero lo aveva fatto al suo ritorno dal Genoa, quando il tecnico serbo lo schierò con continuità sulla fascia sinistra del suo tridente (nel 4-3-3): Niang in quella stagione segnò e fece segnare i suoi compagni, realizzando 8 gol e 5 assist nelle 21 partite disputate tra campionato e Coppa Italia. Niente male per un 21enne. Poi la panchina di Miha saltò e a concludere la stagione ci pensò Brocchi, mentre nell’annata successiva prima gli screzi e le panchine con Montella, poi i 6 mesi da comparsa al Watford proprio di Mazzarri.

Prestito con obbligo di riscatto, 12 milioni di euro. Mica poco, specialmente in un reparto che già contava nell’ordine Belotti, Ljajic, Iago Falqué, Berenguer, Boyé, Edera e Sadiq. Una grossa responsabilità presa dal Sergente Sinisa, che non è stata ripagata; in tutte le competizioni solo 1 gol e 2 assist in 17 partite, il pubblico che non apprezza la sua indolenza in campo e soprattutto quei maledetti 12 milioni che pesano come un macigno, sia nelle casse societarie che sulle spalle del ragazzo. Ma poi succede quello che non ti aspetti, proprio quando la caduta sembrava inesorabile.

LA REMONTÉE

Il 3 gennaio viene esonerato Mihajlovic dopo la sconfitta nel derby di Coppa Italia contro la Juventus. Sembra l’inizio della fine per Niang, ormai oggetto estraneo di una squadra che sembra poter fare tranquillamente a meno del suo carattere schivo e all’apparenza menefreghista, e soprattutto delle sue qualità inespresse ormai da troppo tempo. Però il caso vuole che l’allenatore che sostituisce il suo “padre calcistico” sia una persona che ha già avuto modo di conoscere: WalterMazzarri da San Vincenzo.

Mazzarri è lo stesso allenatore che lo aveva voluto al Watford, in quanto sicuro di poterne sfruttare la prestanza fisica ed atletica, abbinata a doti tecniche che si addicono perfettamente ad un campionato come la Premier League. Purtroppo per Niang però non c’è stata la scintilla che ha fatto scattare il giusto feeling, ed è per questo che la sua esperienza in quel di Londra è durata soltanto 6 mesi; e proprio con l’addio di Mazzarri agli Hornets è coinciso quello del senegalese.

Oggi il caso li ha ricongiunti, e la fortuna ha iniziato a brillare per il giovane talento ex Milan: proprio nel momento in cui arriva Mazzarri si infortuna Belotti. Una bella gatta da pelare per Walter, che però crede nel destino e offre l’opportunità di rilancio a Niang, che risponde presente. Eccome. 3 partite, 2 gol, tanta voglia, corsa e servizio per la squadra. Il Toro si è rilanciato grazie ai gol dell’uomo che non ti aspetti, e Mazzarri si è già preso gli apprezzamenti della tifoseria granata; per ora niente 3-5-2, di partenza ha mantenuto l’ossatura creata da Mihajlovic cercando di metterci qualcosa di suo: ci sta che ci sia un lento passaggio ad un 3-4-3/3-4-2-1, nel quale per adesso Niang ha occupato il ruolo di punta centrale.

UN TORO CON IL GALLO

Rimane un punto interrogativo. E ora che rientra il Gallo? Probabilmente sarà il punto chiave di questo momento di carriera per M’Baye Niang: dovrà capire se è realmente maturato, se ha finalmente capito che senza la continuità di rendimento non si va da nessuna parte, e dunque nel caso in cui Mazzarri dovesse chiedergli di spostarsi, oppure magari di accomodarsi temporaneamente in panchina, dovrà accettarlo.

In questo momento Mazzarri ha l’imbarazzo della scelta: sta rientrando Ljajic, Berenguer e Iago sono in forma smagliante e come detto, Niang sta finalmente valendo quei 12 milioni. Difficile pensare ad una coppia d’attacco Belotti-Niang, in quanto il Gallo sembra essere più adatto a fare reparto da solo; più probabile invece che debba essere il senegalese a spostarsi sull’esterno, proprio come faceva con Miha al Milan, relegando in panchina – o quantomeno alternandosi – lo spagnolo Alejandro Berenguer (peraltro in grande spolvero). Se invece dovesse tornare a sedersi e ad occupare il ruolo di riserva, poco importa, fa parte del gioco; è importante sapersi far trovare pronti nel momento del bisogno, visto che la concorrenza è grande e agguerrita.

Niang si è aggrappato alle corna del Toro per non farselo scappare e per non cadere, per l’ennesima volta. Sta a Mazzarri tirarne fuori le qualità, ma sta a lui dimostrare di non essere più il ragazzino che è stato finora, ma di essere diventato finalmente uomo, completando quella metamorfosi che lo potrebbe rendere un talento cristallino.

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