Jugar sin hinchada es como bailar sin música

Giocare senza tifosi è come ballare senza musica. Le parole che avete appena letto appartengono alla penna di Eduardo Galeano, uno dei più grandi pensatori e scrittori del secolo scorso. Il suo “Splendori e miserie del gioco del calcio”, probabilmente, è la narrazione calcistica che più si avvicina alla solennità della poesia. Un autentico capolavoro, in cui il maestro partito da Montevideo, in Uruguay, porta il lettore a braccetto alla scoperta di un mondo che riesce ad alternare abilmente luci e ombre, mostrando fieramente solo le prime.

La massima di Galeano, oggi, non potrebbe essere più attuale. Sono trascorsi più di 12 mesi dall’ultima volta in cui si sono svolte partite di calcio all’interno di stadi colmi di persone. Oltre 365 giorni di silenzio, qualche voce isolata e tanta malinconia. Tanti gol che non sono stati celebrati come avrebbero meritato, emozioni al cardiopalma vissute anonimamente, senza quel sussulto che solo il tifo calcistico riesce a regalare. La mancanza di vicinanza, di passione tangibile e concreta, gli spalti vuoti e gli occhi vacui. La verità, suggerita da Galeano, è venuta finalmente a galla. Giocare a calcio senza tifosi è come ballare senza musica.

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Fonte: calciomercato.com

Uno scenario che, se prolungato ulteriormente nel tempo, diventerebbe ancora meno sopportabile. Eppure, agli albori del calcio, il contesto era concettualmente identico a quello in cui il football si è ritrovato catapultato. Il pubblico era presente, ma si trattava di una platea abituata ad altre poltrone, quelle del teatro, per esempio. La gente assiepata sulle tribune era paragonabile, per modo di vestirsi e comportarsi, agli spettatori di un’opera di Beethoven. Eleganti, in giacca e cravatta gli uomini, con abiti pregevoli e ricercati le donne. Il sostegno, non pervenuto. Il culmine del tifo, nel momento della rete, era rappresentato da applausi scroscianti e cappelli che volavano per aria per poi tornare, nel migliore dei casi, tra le mani dei legittimi proprietari. Una lezione di stile e aplomb proveniente dalla terra d’Albione, perchè ogni storia che abbia a che fare con il pallone, parte dall’Inghilterra.

LO SBARCO

Vero, anzi verissimo. Gli inglesi hanno inventato il football. La passione, però, no. Quella, il turbinio di tormento, eccitazione, pena ed esaltazione, ha origini diverse. L’amore per il gioco ha il sangue latinoamericano, trova nel cono sud del mondo le calde braccia di una mamma amorevole. L’Uruguay, per essere precisi, è l’epicentro di questa rivoluzione culturale. Un paese piccolo, un puntino nello sterminato panorama dell’America del Sud. Poco più di tre milioni di anime che ne popolano le strade, ma un amore per il futbol sconfinato. Il palmarès della celeste, considerate le dimensioni delle sue terre, è incredibile.

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Fonte: Wikipedia

Due mondiali vinti, il primo, nel 1930, e quello del maracanazo, nel 1950. Quindici Copa America, più di ogni altra nazione. Due olimpiadi, nel 1924 e nel 1928. La tradizione calcistica charrúa annovera tra le pagine del suo libro campioni del calibro di Obdulio Varela, José Nasazzi, Schiaffino, Enzo Francescoli, Cavani, Forlan e Suarez.

Il calcio sbarca alle foci del Rio de la Plata grazie alle navi provenienti dalla Manica. I tanti marinai inglesi presenti in Uruguay sentono la mancanza di quel gioco tanto popolare dalle loro parti. Decidono, quindi, di diffondere il verbo, creando le prime squadre, ovviamente completamente britanniche.

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Fonte: Wikipedia

I ragazzi del posto, incuriositi da questa sfera di cuoio, non ci stanno. Vogliono partecipare anche loro. Così, mossi dallo spirito ribelle e avventuroso che contraddistingue e delinea la storia dell’Uruguay dall’alba dei tempi, alcuni studenti universitari fondano il primo club uruguagio. Il 14 maggio 1899 nasce il Club Nacional de Football.

Los parquenses, uno dei tanti soprannomi della squadra di Montevideo, disputa le partite interne al Gran Parque Central sin dagli albori della sua istituzione. Lo stadio, inaugurato nel 1900, è uno degli impianti più vecchi a essere ancora in funzione. Il pubblico presente, influenzato dallo stile inglese, assisteva agli incontri in modo pressochè anonimo, senza lasciarsi trasportare dalle emozioni e, soprattutto, senza sostenere i calciatori in campo.

LA NASCITA DEL TIFO

Miguel Prudencio Reyes nacque a Montevideo il 28 aprile del 1882. La domanda sorge spontanea? Chi è tale Miguel Prudencio Reyes? Soprattutto, è fondamentale saperlo? Il signor Miguel gestiva, nella capitale, una selleria, un negozio specializzato nell’equipaggiamento per l’equitazione. Il cuoio, il suo pane quotidiano. Prudencio, grazie al proprio mestiere e alla capacità di lavorare la pelle, iniziò svolgere alcune mansioni per il Nacional. Qualsiasi cosa fosse necessaria, lui era pronto e disposto a compierla. Gonfiare i palloni, però, era quello che lo contraddistingueva, il suo marchio di riconoscibilità. L’addetto a hinchar las pelotas, gonfiare i palloni, appunto, era lui.

Miguel era oroglioso di fare parte della famiglia tricolor, l’ingranaggio mancante della macchina che, anche per merito suo, vinceva titoli a ripetizione. La leggenda di Miguel Prudencio Reyes, tuttavia, si sviluppa in tutt’altra direzione. L’uomo misterioso, nella sua totale inconsapevolezza, scrisse una pagina fondamentale della storia del calcio, redigendo l’incipit del capitolo sul tifo.

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Fonte: Wikimedia

Le partite casalinghe del Nacional, al Gran Parque Central, erano ammantate da una cappa di aburrimiento, di noia. Beninteso, lo spettacolo a livello di gioco, per qualità, tecnica e risultati, era di primo livello. La cornice era il problema. Improvvisamente, però, cambiò qualcosa. A bordocampo iniziò a ergersi una figura che, una volta iniziata la partita, si sbracciava, gridava a squarciagola, sembrava intonare dei canti per dare manforte e sostegno ai ragazzi.

¡¡Nacional, Nacional!! ¡¡arriba Nacional!! ¡¡Vamo’ arriba Nacional!!

Correva su e giù per il campo con loro, faticava con loro, sudando e lasciando ogni minima parte di sé stesso sul prato verde. Era l’uomo in più. Il pubblico, stupefatto e incredulo, non capiva a cosa associare quel tipo di comportamento. Era la novità, mai nessuno aveva assistito a un partido con quel tipo di trasporto e partecipazione. La gente, conseguentemento, cominciò a chiedere chi fosse, l’uomo a bordocampo. Qualcuno, lo riconobbe e la risposta fu perentoria.

¡¡Es el hincha, el hincha pelotas de Nacional!!.

L’addetto a gonfiare i palloni, Miguel Prudencio Reyes. Il calcio e il modo di percepirlo e viverlo sulla propria pelle mutarono, prendendo una strada diversa, quella della passione. Hincha, divenne la parola ufficiale per indicare il tifoso in tutti i paesi ispanofoni, un termine utilizzato ancora oggi.

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Fonte: Nacional.uy

Il tifo, ormai, è più grande del calcio stesso. Cosa sarebbe il pallone senza l’amore delle persone? Il senso, con ogni probabilità, verrebbe a mancare. Piangere, disperarsi, versare lacrime di gioia, perdere la voce per un gol all’ultimo minuto. L’essenza del gioco racchiusa in emozioni contrastanti, diverse, ma complementari. Tutto, grazie a un uomo nato a Montevideo nel 1882, un cittadino come tanti. Miguel Prudencio Reyes.

Fonte immagine in evidenza: Nacional.uy