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Milan-Liverpool, una sfida che entra nella leggenda

Milan-Liverpool, una sfida che entra nella leggenda

La nuova stagione di Champions League è alle sue prime battute. Nel palinsesto della prima giornata dei gironi ci sono diverse sfide interessanti e storiche, ma una in particolare: Liverpool-Milan. I Reds e i rossoneri si sono incontrati soltanto due volte in competizioni ufficiali, ovvero nel 2005 e nel 2007. Entrambe le sfide erano delle finali di Champions League, terminate con esiti opposti. Tutti, infatti, ricordano il 3-3 di Istanbul, una delle partite più iconiche e paradossali della storia del calcio. L’altro confronto, quello del 2007, vittorioso per i rossoneri, passa quasi in secondo piano rispetto alla famigerata finale del 2005. Eppure, l’ultimo atto della Champions del 2007, per il Milan, ebbe un sapore particolare, una vendetta progettata e riuscita, un nuovo paradiso dopo esser caduti negli inferi.

LA ROSA DEL LIVERPOOL

Gli inglesi, dopo aver terminato la stagione 2005-06 con più ombre che luci, decisero di intervenire sul mercato per migliorare la rosa. Furono investiti oltre 35 milioni sugli esterni, per 3 calciatori: 18 per Kuyt, 9 per Pennant e 9 per Bellamy. Fu anche acquistato in prestito un 22enne mediano argentino dal West Ham: Javier Mascherano, che si rivelò di fondamentale importanza per l’equilibrio della squadra. Pensiero esposto a più riprese dall’ex allenatore del Liverpool, Rafa Benitez:

“Mascherano è un grandissimo giocatore. Non ha prezzo e non si muove. La nostra intenzione è quella di trattenerlo con noi.”

La struttura dell’XI titolare era ben definita con Reina in porta, Finnan, Carragher, Agger e Riise a comporre il quartetto difensivo.

Nel 4-2-3-1 del tecnico di Madrid, deus ex machina di quel Liverpool, i due mediani svolgevano un compito decisivo, ed il tecnico spagnolo aveva degli interpreti perfetti: Xabi Alonso e Mascherano, o all’occorrenza Momo Sissoko. La trequarti era dominata da un certo Steven Gerrard, mentre le fasce erano percorse da Kuyt e Pennant, o Bellamy. Il pivot era un vero attaccante vecchia scuola, ovvero Peter Crouch, che con i suoi oltre 200 cm era fenomenale di testa, ma non solo, visto che lavorava molto con e per la squadra.

IL PERCORSO STAGIONALE

Il club inglese, nella stagione 2006-07, riuscì a vincere la FA Community Shield, e in Premier League arrivò nuovamente terzo, con oltre 20 punti di distacco dalla capolista Manchester United. Nei gironi della Champions, il Liverpool fu sorteggiato con PSV, Bordeaux e Galatasaray, ma i Reds passarono come primi senza troppi patemi d’animo, con 13 punti. I britannici pescarono agli ottavi i Campioni d’Europa in carica, il Barcellona, ma riuscirono a passare non senza difficoltà. Ai quarti la situazione fu più favorevole, visto che gli avversari erano gli olandesi del PSV, già incontrati e battuti nel girone. Il passivo tra andata e ritorno fu di 4-0 per Gerrard e compagni, che conquistarono le semifinali. Nel penultimo atto gli avversari designati furono i londinesi del Chelsea, un club, ai tempi, in forte ascesa. La doppia sfida si decise solo ai rigori, con i Reds vincenti grazie al penalty decisivo di Kuyt.

LA ROSA DEL MILAN

I rossoneri, dopo la tempesta di Calciopoli e il declassamento al terzo posto, iniziarono la stagione 2006-07 non al meglio. Il mercato, infatti, aveva portato via Shevchenko e il processo calcistico più importante della storia aveva lasciato le sue cicatrici, 8 punti di penalizzazione. L’ucraino fu inoltre mal sostituito con Ricardo Oliveira, acquisto che si aggiunse ai vari Oddo, Gourcuff e Bonera, innesti per puntellare la rosa.

Ancelotti, mister di quel Milan, dopo un periodo di appannamento, rispolverò il famoso albero di Natale, il 4-3-2-1. Davanti a Dida la linea dei quattro era composta da Cafù, Nesta, Maldini e Jankulovski. I tre equilibratori del centrocampo erano Pirlo in cabina di regia, e ai suoi lati Ambrosini e Gattuso. Kakà, Seedorf e Inzaghi formavano un trio offensivo di tutto rispetto. Soprattutto l’olandese svolgeva un ruolo fondamentale perché doveva fare da raccordo tra centrocampo e attacco, con una grande propensione al sacrificio.

IL PERCORSO STAGIONALE

Il Milan ovviamente partì con l’handicap, ma in campionato riuscì ad ottenere l’obiettivo prefissato ad inizio stagione, ovvero rientrare tra le prime quattro. In Coppa Italia i rossoneri uscirono contro la Roma in semifinale, mentre in Champions dovettero affrontare i preliminari, superati senza problemi. I Diavoli passarono, come il Liverpool, agevolmente il girone, lasciando le briciole ad Aek Atene, Anderlecht e Lille. Agli ottavi la storia non cambiò, la vittima sacrificale questa volta furono gli scozzesi del Celtic. Nel turno successivo il tabellone mise di fronte due tra le possibili favorite,  il Bayern Monaco e i rossoneri. L’andata si concluse 2-2 a S.Siro, ma al ritorno Inzaghi e Seedorf coronarono una prestazione sontuosa che valse l’accesso al turno successivo. La doppia sfida in semifinale contro il Manchester United è rimasta negli annali del calcio, 3-2 per i Red Devils ad Old Trafford e 3-0 per il Milan in casa, grazie ad un Kakà da Pallone d’oro.

LA FINALE

L’ultimo atto si giocò ad Atene, nello stadio Olimpico Spyros Louis. Le due compagini arrivarono alla finale con l’11 tipo, senza grosse assenze o defezioni. Il primo tempo fu essenzialmente di marca inglese, con un paio di occasioni interessanti, ma nel calcio la differenza la fanno i dettagli nei momenti giusti. E fu proprio la spalla di Inzaghi, che impattò volontariamente o no quella punizione di Pirlo,  ad indirizzare la finale sul binario rossonero. Il secondo tempo seguì la falsariga del primo, ma ancora Superpippo, su imbeccata di Kakà, siglò il raddoppio a pochi minuti dalla fine. Eppure quella finale l’attaccante ex Juve rischiò di non giocarla, parola di Adriano Galliani:

“La sera prima della finale, Inzaghi non si teneva in piedi, dissi a Ancelotti che forse era meglio far giocare Gilardino che stava meglio. Lui mi rispose ‘si ma Pippo anche se non sta in piedi, domani è capace di farne due’.”

Il gol di Kuyt, quasi su gong, fece rivivere a tutti gli istanti di due anni prima, ma il triplice fischio del sig. Fandel spazzò via le paure e sancì la vendetta milanista.

 

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