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Vola, pungi, respira

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«C’è un poliziotto. Occhio che, però, è bianco.»

Le coordinate spazio-temporali ci teletrasportano dritti al Kentucky del 1954, per aguzzare la precisione nella downtown di Louisville. Lo Stato dall’etimologia incerta, che per alcuni è la “terra del domani” e per altri è una semplice “prateria”, nel linguaggio degli indiani irochesi, non ha mai nascosto la sua essenza segregazionista; eppure, ogni anno, all’824 della South 4th Street, alla Columbia Gym, viene organizzata un’esigua fiera di commercianti afroamericani.

Un ragazzino smilzo, dal nome che viene da un passato a cui voltare le spalle, sfreccia sul grande viale cittadino con la sua nuova amante, una bellissima Schwinn rossa fiammeggiante. Entra nell’edificio, assiste passivamente alla fiera e si fionda sulle bancarelle, dove i popcorn, per l’occasione, sono gratis. È su di giri il piccolo Cassius, anello di congiunzione tra un lato della storia da dimenticare ed un altro, altrettanto importante, da tramandare per svariate generazioni.

L’excursus è dovuto, perché senza di esso non ci sarebbero le radici. Il primogenito di Cassius Marcellus Clay e Odessa Lee Grady prende il nome del padre, come voleva la tradizione di famiglia; tutto partiva da un politico bianco, che aveva lottato per l’abolizione della schiavitù; dopo aver liberato i suoi schiavi, uno di essi decise di chiamarsi esattamente come il suo (ormai ex) padrone. Cassius Marcellus Clay, and the rest is history. Ma torniamo ai popcorn, alla Schwinn ed allo smilzo.

La fiera è finita, così come l’appetito del ragazzo, che esce soddisfatto per tornare con i respiri del vento sulla pelle dritto al 3302 di Grand Avenue, dove lo aspettano mamma, papà ed il fratello minore, Rudolph Valentino. La sua compagna di viaggio, però, è sparita e Cassius va su tutte le furie:

«Datemi un poliziotto, voglio un poliziotto!»

La risposta, proveniente dalla voce di un qualche passante, la trovate qualche riga più in alto sul vostro schermo, ed è decisamente meno banale del consueto. A Louisville non ci sono poliziotti afroamericani, non ce ne sono come lui; ma l’unica preoccupazione che gli circola nell’anticamera del cervello ha un manubrio e due pedali. Scende, destinazione poliziotto bianco.

Fonte immagine: profilo Twitter @BoxingHistory

La furia della vittima si scaglia sull’unico uomo in cui può affidare le sue speranze; dice che avrebbe fatto di tutto pur di recuperare la sua Schwinn, che papà gli aveva regalato qualche giorno prima. Di tutto, persino usare le mani.

«Ma tu le sai far andare le mani? Sai andare di boxe?»

Forse aveva sentito parlare di Jack Johnson o di Joe Louis, ma negli insegnamenti battisti di Mama Bird i guantoni ed il quadrato non erano contemplati. Eppure, la domanda dell’agente gli aveva smosso la coscienza: dev’essere curioso questo sport. Quel dodicenne irrequieto e sensibile (ma quasi mai silenzioso) aveva appena raccolto dall’esortazione dell’agente di polizia, che all’anagrafe faceva Joe Martin, il segno che attendeva per dare un montante alla sua vita. Restate lì: il primo round è dietro l’angolo.

Fonte immagine: profilo Twitter @NCAA

VOLA

Quel poliziotto lo prende sotto la sua ala protettiva, senza necessariamente pedalare su quelle dell’entusiasmo. La parola d’ordine è “allenamento“, che per quel ragazzo assume dimensioni bibliche: lo sforzo fisico non l’aveva mai fatto impazzire, così come l’apprendimento di determinate nozioni tecniche. La boxe, però, gli permetteva di esprimersi anche nei rari momenti in cui non proferiva parola: allenarsi era un dovere che presto avrebbe assunto sempre più le forme di un diritto.

E poi guardava, guardava attentamente: ogni mossa, ogni tentativo di eludere l’avversario. Tutto con quei due grandi occhi marroni, che fosse fuori o dentro al quadrato; osservava persino suo fratello sedersi sul pullman che lo portava a scuola, quello che lui preferiva evitare per correre una ventina di minuti in più. O meglio, quello che lui doveva evitare: due biglietti, in casa Clay, non ce li si poteva permettere.

ROMA

Passati i primi combattimenti, i passeggeri amori adolescenziali e gli inseguimenti al pullman per le lezioni mattutine, un giorno il caro vecchio Joe gli dà appuntamento su una panchina al Central Park di Louisville, a poco più di un miglio dalla Schwinn, dai popcorn e dal primo incontro con il poliziotto bianco.

– Si va a Roma, Cassius.
– E quante ore ci vogliono, per arrivare in treno a Roma?
– A Roma, in treno, non ci si può andare… è dall’altra parte dell’Oceano. Cassius, andiamo alle Olimpiadi in aereo!
– Io non ci vado su quell’aereo! Se Dio avesse voluto farci volare, ci avrebbe dato le ali!

Vola, ma non solo a migliaia di metri d’altitudine; vola sul ring del Palazzo dello Sport, dove non fa fatica a decimare gli avversari che gli si mettono di fronte. È oro, e luccica molto più della sua bicicletta rosso-fuoco.

Fonte immagine: profilo Twitter @HistoryHit

Quando attraversa per la seconda volta l’immensità oceanica, nella corsia riservata al ritorno in patria dei campioni, sensazioni di gloria lo avvolgono nell’aura mistica che si era venuta a creare nel volo in mezzo alle nuvole.

«I’m the greatest! I’m the gold Olympic Champion, and I’ll be the Heavyweight Champion of the World!»

SPLASH

L’atterraggio, però, è un gancio sinistro decisamente più violento di quelli inflitti al polacco Zbigniew Pietrzykowski, il più forte dei vinti tra i mediomassimi di Roma ’60. Lo accolgono trionfante, ma con una celebrazione fin troppo osannata per dichiararsi sincera; strane ombre fanno da sfondo alle luci della ribalta, finché l’oscurità non avvolge del tutto una Louisville dai festeggiamenti forzati, con tanto di parata e “God Bless America” intonata da papà.

Un ristoratore, nei giorni successivi al ritorno dell’eroe olimpico, si rifiuta di servirlo alla sua locanda. Il motivo ha alle spalle una guerra di secessione, i tentativi di un popolo di superarla e l’illusione che, un giorno, ci riuscirà. Cassius ha un pedale in più sulla Cadillac che lo conduce al George Rogers Clark Memorial Bridge, che prolunga la Second Street al di là del fiume Ohio: l’oro della sua medaglia finisce dritto nel fiume, simbolo di una vittoria a dir poco effimera.

«Sono andato alle Olimpiadi in Italia ed ho vinto la medaglia d’oro per gli Stati Uniti. Eppure, mi sono sentito uno straniero.»

La farfalla deve attendere per trasformarsi in ape, ma il nemico più duro da sconfiggere è quello che deve ancora essere punto. Cassius lo ha sempre saputo, ed ora ama percepire la pressione scalfire i suoi guantoni: le battaglie diventano sempre più tasselli per un puzzle da guerra. Una guerra senza vittime né carnefici.

PUNGI

Gli anni immediatamente successivi al carpiato dell’oro nel corso d’acqua sono intrisi di un’attesa spasmodica, quasi snervante: Cassius Clay non aspetta altro che un’opportunità alla cintura dei pesi massimi. Sa che dovrà, più prima che poi, essere sua: la immagina, la brama e si mette in gioco per ottenerla. Lo fa sotto i raggi di sole della Florida, a South Beach Miami; lo fa con Angelo Dundee, un italo-americano che sarà il Phil Jackson per il Michael Jordan del pugilato.

Fonte immagine: profilo Twitter @JeffreyGuterman

Ogni mattina insegue un pullman immaginario sul MacArthur Causeway Bridge: 5,6 km in solitaria, dal sobborgo malfamato della Downtown cittadina alla palestra con vista mare. E osserva, sempre: i poliziotti che lo scrutano alle prime luci dell’alba, i colleghi cubani che gli insegnano come percepire e prendere il possesso della spazialità e i criminali che cercano di corromperlo al Mary Elizabeth Hotel.

È tanto irriverente da presentarsi a Wembley per il match contro Henry Cooper (beniamino di Sua Maestà) con una corona sulla testa. L’esito rispetta i pronostici della vigilia, ma il britannico riesce persino a mandarlo al tappeto in un’occasione.

«Il KO? Colpa mia: ho visto Elizabeth Taylor e mi sono distratto. Bravo lui.»

L’ha vista davvero, la Cleopatra più bella di Hollywood. Perché quel 21enne venuto da Louisville, Kentucky, aveva la capacità di scrutare il minimo dei particolari, anche oltre i confini del quadrato: la chiave di volta è sempre negli occhi. Occhi che, spesso, gridano, ma che non hanno ancora iniziato ad urlare.

FAB FOUR

E poi, l’occasione tanto agognata arriva. Sonny Liston è pronto ad illudere e deludere quel pugile così atipico, unico nel suo genere; lo sfidante, però, non è solo: gli tengono compagnia quattro ragazzi di Liverpool, arrivati sul suolo americano per una serie di concerti ad inizio 1964. A Jacksonville, città storicamente segregazionista, hanno permesso a bianchi e neri di assistere assieme allo spettacolo: a Cassius piaceranno.

Fonte immagine: profilo Twitter @NME

Hanno uno strano fascino le cinque figure di cui sopra: due mondi diversi, ma tremendamente uniti da un cordone ombelicale fatto di una comunicazione tanto sfacciata quanto sincera. Parlano con due linguaggi diversi, accattivante per il quartetto britannico e violento per il ragazzo estroverso di Louisville, ma con un gigantesco asterisco in comune: dicono quello che vogliono, dicono quello che pensano. E, nella maggior parte dei casi, pensano la cosa giusta da dire.

https://www.youtube.com/watch?v=m4LlI4zoVLA

«Io non devo essere ciò che volete voi. Sono libero di pensare e dire ciò che voglio.»

Amen.

THE BIG ONE

Le settimane che hanno fatto da prologo al grande giorno sono un climax di tensione, consapevolezza di potercela fare e timore di non esserne consapevole, con una piccola dose di spettacolo. Il giorno del peso, ad esempio: Cassius è fuori da ogni grazia di Dio, sta letteralmente delirando.

Insulta ripetutamente il suo avversario, che lo snobba, cerca di colpirlo e inveisce in una filippica degna dei più grandi oratori. Lo fanno sedere e chiamano un dottore; 150 di battito e 200 di pressione: non se ne parla, non si combatte a questi valori. Mezz’ora dopo, però, gioca con dei bambini come il più tranquillo dei monaci tibetani: 50 di battito e 70/110. Aveva inscenato tutto per mettere sotto pressione il campione, per far sì che quel appellativo passasse nelle sue mani dopo qualche ora.

https://www.youtube.com/watch?v=aIsFFBEAUUU

Suona la campana. I primi due round sono una passeggiata: lo deride, e non c’è verbo migliore per definire il controllo del match da parte di Clay. La terza ripresa è un pareggio a reti bianche, ma è nella quarta che accade l’impensabile: Cassius perde lucidità, gridando al mondo un’improvvisa cecità da entrambi gli occhi. Resiste, spinto dalla carica dell’italo-americano nell’angolo:

«It’s the Big One, Daddy! Don’t give up, cut the bullshit! RUN, RUN, Daddy!»

È un francese sotto i bombardamenti tedeschi in trincea, ma qualcosa lo tiene in piedi. Finiscono i tre minuti ed Angelo gli intinge un dito nell’occhio, passandoselo subito dopo nel suo: è liquido urticante, Cassius non si era trasformato in Mr. Hyde senza una motivazione valida. Il quinto e la prima metà del sesto round proseguono la narrazione del Davide presbite e del Golia che, nonostante tutto, non riesce a spezzare il lieto fine voluto dal destino; ma Clay non molla e, grazie ad una benda che gli passano sopra agli occhi, soffia via una sconfitta amaramente controversa.

Sarebbe pronto ad entrare sul ring al suono della campanella sulla settima ripresa, ma dall’angolo opposto la codardia prende il sopravvento: Liston si arrende.

Cassius è campione, la farfalla si è trasformata in ape ed ha punto nell’orgoglio dell’avversario. La vita di quest’uomo, però, non è abituata a sceneggiature cariche d’ozio, sulla linea dell’ordinarietà; ricordate gli occhi e la volontà di dire tutto ciò che gli passasse per la testa? Il nuovo Cassius sta iniziando a respirare. O meglio, il nuovo Muhammad.

RESPIRA

https://www.youtube.com/watch?v=B6DefSfqZ4w&t

Degno di lode. Il più elevato. Muhammad. Ali.

Poco tempo dopo l’annuncio di aver cambiato nome, infila i guantoni per il combattimento più cruento della sua carriera. Non da pugile, attenzione: da uomo.

«Non ho nulla da lamentarmi con i Vietcong: nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro.»

Eccola qui, la responsabilità di prendersi in mano un argomento più scottante di alcune ceneri vulcaniche. Non ha nessun bisogno di prendere posizione sulla guerra in Vietnam; anzi, tutto ciò che potrebbe uscire dalla sua bocca a riguardo sarebbe controproducente, vista l’attitudine. Muhammad, però, lo dice lo stesso: è un messaggio da trasmettere, un precetto da insegnare, una lezione di vita che persino Martin Luther King non può permettersi di ingaggiare.

Fonte immagine: profilo Twitter @keithboykin

«Lo scopo nella boxe è vincere una battaglia pulita. Nella guerra non si fa altro che uccidere, uccidere ed uccidere ancora persone innocenti.»

Ha mezza America alle calcagna e mezza pronta ad accompagnarlo a braccetto, ma quest’ultima non ha il potere decisionale sulle conseguenze delle sue parole. Distrugge Liston nella rivincita, ma i festeggiamenti sono virgole passeggere in un mare di punteggiatura: l’FBI gli dà la caccia e le istituzioni vogliono che si arruoli. Lui, ovviamente, rimane in posizione di guardia.

Scoppia un caso diplomatico senza precedenti, con la quasi totalità degli Stati americani che non lo vogliono far combattere; il quasi non è casuale, perché l’Illinois gli concede di scendere sul quadrato in caso di pentimento.

https://www.youtube.com/watch?v=fVHZLZVPXIo

Indovinato? Esatto: Ali non si pente, bensì rincara la dose. Chiamato con il suo nome di battesimo dal presidente della Commissione Atletica dell’Illinois, si gira e lo fulmina con cinque, semplici, parole:

«My name is Muhammad Ali.»

È finita Cassius. È finita Muhammad: ha vinto il sistema, con mamma Odessa che lo congeda con un glaciale “God bless you, son“. O forse no.

FREEDOM

Fonte immagine: profilo Twitter @oart7218

In questo scatto del 4 giugno 1967, c’è un qualche sceneggiatore venuto dal futuro di “12 anni schiavo”; idealmente, c’è Martin Luther King, che a poco meno di un anno di distanza sarà freddato al Lorraine Motel di Memphis. Non ci sono Malcolm X e Sam Cooke: il primo ha tagliato i rapporti con il suo amico fraterno dopo la sua decisione di aderire completamente alla Nation of Islam, il secondo canta “A Change Is Gonna Come” da qualche parte lassù nel cielo dall’11 dicembre 1964.

Jim Brown convoca i migliori atleti afroamericani del Paese (compresi Bill Russell e Lew Alcindor, uno che qualche anno dopo seguirà l’esempio di Muhammad Ali diventando Kareem Abdul-Jabbar) per non abbassare la guardia nei confronti dell’establishment. Il problema sta nel fatto che non la abbassano nemmeno questi ultimi, stringendo i pugni senza i guantoni della battaglia del rispetto: Ali è condannato a scontare 5 anni ed a pagare 10.000 dollari di multa, ma milioni di manifestanti si riversano nelle strade per chiedere giustizia con qualche megafono e tanta forza di volontà. Non vi ricorda niente di familiare?

«Ai bianchi non importa della nostra fede o il nostro credo. Ai bianchi importa solo bastonarci in quanto neri: non importa se siamo cattolici, battisti o musulmani. Sono sempre e solo bastonate.»

L’ingiustizia incontra la via di Damasco (o la Mecca, in questo caso) nel 1971, quando riassapora la libertà. Il ritorno sul ring, però, avviene qualche mese prima, ad Atlanta, roccaforte del segregazionismo; Leroy Johnson, primo senatore afroamericano della Georgia, riesce a convincere il governatore a fargli disputare il primo match in tre anni.

Gli recapitano un piccolo presente prima del combattimento; il pacco contiene un chihuahua nero con la testa mozzata ed un messaggio che recita “Ad Atlanta sappiamo bene come trattare i cani negri come te“. Eppure non lo scalfisce, perché sa che la testa, se l’avessero voluto, avrebbero potuto tagliargliela diverso tempo prima.

Non è più quello di una volta: è massiccio, ha perso reattività e colpi imprevedibili. Eppure vince, forse spinto dal sostegno di Coretta Scott King, compagna di vita di un grande amico.

BOMAYE

Torna all’assalto della cintura che non ha mai perso l’8 marzo 1971. Il campione è un suo vecchio fan, un toro di nome Joe Frazier; da piccolo si divertiva ad importunare il cinghiale di famiglia, finché un giorno quest’ultimo non si è stufato. Il piccolo Joe fa un volo di tre metri e si frattura il gomito che, per l’esigua disponibilità economica della famiglia, non si ri-articola più alla perfezione: è un gancio sinistro che ti tramortisce, e indovinate qual è la mossa che Muhammad ha sempre sofferto?

Le sensazioni della vigilia vengono ampiamente confermate in quello che è il vero e proprio match del secolo: Frazier, sostenuto da chi appoggia il conflitto vietnamita, è troppo forte per l’idolo dei detrattori. E infatti Frank Sinatra, fotografo d’eccezione, immortala la prima sconfitta da professionista per un campione che, ormai, ha perso il pelo. Fortunatamente, però, non ha smarrito il vizio.

La rivincita, ovviamente, ribalta il risultato. L’esito, però, non è quello che ci si aspetta: Ali vince, ma la cintura, nel frattempo, è passata nelle mani di George Foreman; e qual è il problema? Si va in Zaire, dove il dittatore Mobutu ospita “The Rumble in the Jungle“.

Il suo popolo lo stringe attorno a sé al suono di “Ali, bomaye! Ali, bomaye!”. Vogliono che lo uccida, vogliono che si prenda ciò che gli spetta; vogliono giustizia per un passato sanguinosamente incriminato. Con la stessa ovvietà del secondo match con Frazier, il campione si riprende la sua cintura in un complesso strategico con pochi precedenti: si fa inseguire vicino alle corde per quasi tutto il combattimento, aprendo il fuoco negli ultimi venti secondi. Il destro finale è la ciliegina sulla torta preparata nell’infanzia del Kentucky. Ali è vittorioso, ma quanto ancora può durare?

I CAN’T BREATHE

Ormai ha mosso i primi passi sul viale del tramonto, che osserva definitivamente su una spiaggia di Manila. Le Filippine ospitano il match finale della trilogia con Joe Frazier: un vero e proprio massacro, per entrambi i partecipanti; un inferno, con lo sfidante che va a segno 440 volte sul volto del campione, che grazie a qualche congiunzione astrale riesce a mantenere. Basta.

Combatterà ancora, probabilmente perché non riesce a capacitarsi che sia arrivata una fine, ma è solo un’ombra del guerriero di una volta. La voglia di affrontare un avversario ideale, però, lo abbandona solo il 3 giugno 2016, quando uno shock settico scrive la parola fine alle sofferenze patite per il morbo di Parkinson, sopraggiunto per la prima volta nel 1984. Fa in tempo a visitare il Vietnam, ad accendere la fiaccola olimpica ad Atlanta ’96 e ad aprire uno spiraglio nel cuore del peggiore dei nemici.

https://www.youtube.com/watch?v=Y67KjKfUZ-o

La sua eredità, però, rimane accesa ancora oggi come in quella notte. In particolare, si potrebbe incidere negli annali di storia una frase, che ha poco a che vedere con api e farfalle:

«Le mani non possono colpire ciò che gli occhi non possono vedere.»

Lo ripetono in molti, da una settimana a questa parte, in ogni città degli Stati Uniti. Muhammad Ali ha avuto la meglio sul pregiudizio, sulla malizia e sulla crudeltà di pochi osservando le loro mosse, scrutandoli dalla testa ai piedi. Beh, è stato tutt’altro che ininfluente: l’America si è stufata di chiudere gli occhi.

Si può volare e pungere, ma senza gli occhi ed il respiro non si supera nemmeno il primo round. Suona la campana, si svegliano le coscienze.

Fonte immagine: profilo Twitter @zellieimani

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Mondiali, quali sono le scaramanzie più particolari della storia?

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Mondiali

Nel mondo del calcio, e non solo, sono celebri alcuni episodi scaramantici che gli sportivi fanno prima o durante le partite. Possono essere le cose più disparate: oggetti o riti. Ognuno ricorda qualcosa di particolare. Per esempio al Livorno era celebre il presidente Spinelli che andava a vedere gli incontri della sua squadra sempre col cappotto giallo. Ma quali sono gli episodi più particolari nella storia dei mondiali di calcio?

SCARAMANZIE AI MONDIALI

Nella storia dei mondiali se ne sono viste di ogni. Probabilmente gli italiani ben ricordano Giovanni Trapattoni, quando nei mondiali in Corea del Sud e Giappone del 2002 portava con sé dell’acqua santa che versava sul campo prima delle partite.

Famoso poi è anche il bacio di Laurent Blanc sulla testa di Fabien Barthez prima del fischio d’inizio, ai mondiali di Francia 1998. Rimanendo sempre coi francesi, nel 2008 il CT Raymond Domenech ammise che si fidava dell’astrologia quando doveva schierare la formazione. Così è stato per gli europei di quell’anno, ma anche nei mondiali del 2006 e 2010. Così bene però non gli ha portato in entrambi i casi l‘astrologia.

Andando ancora più indietro nella storia, l’attaccante inglese Gary Lineker, capocannoniere dei mondiali del 1986 in Messico, disse che nel riscaldamento non tirava mai in porta, proprio per non sprecare i gol prima dei 90 minuti. Celebre è anche il caso di Eusebio, vincitore della medaglia di bronzo nei mondiali del 1966 in Inghilterra, il quale giocava sempre con una monetina nella scarpa. Sempre nei mondiali giocati in terra britannica, il padrone di casa Bobby Moore era sempre l’ultimo a indossare i pantaloncini.

Anche il portiere belga Michel Preud’homme aveva la sua scaramanzia, ovvero sotto la divisa di gioco indossava la maglietta dello Standard Liegi, suo primo club. Fa specie però che ha abbandonato questa pratica solo nei mondiali di USA 1994, quando paradossalmente fu votato come miglior portiere della competizione.

NON SOLO NEL CALCIO

Non è solo una cosa propriamente del calcio. Uno dei casi più celebri è Rafael Nadal, che prima di ogni battuta si mette i capelli dietro le orecchie e sistema pantaloncini o mutande. Questa è la più nota, ma in realtà il tennista spagnolo è uno degli sportivi più scaramantici in assoluto e fa anche molte altre cose, come una doccia ghiacciata di 45 minuti prima di ogni partita, o il salto prima del lancio della monetina, solo per dirne alcune.

Ce ne sono di particolari anche nel basket. Infatti solo per citarne uno, Jason Kidd, leggenda dei New Jersey Nets e Dallas Mavericks, ora allenatore degli stessi texani, prima di ogni tiro libero si toccava il sedere con una mano e poi con la stessa mandava un bacio verso il canestro.

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Formula 1, arriva la sanzione ufficiale alla Red Bull: i dettagli

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Verstappen

La tanto attesa decisione della FIA sul caso Red Bull è arrivata e non farà felici i rivali della casa austriaca. La Federazione si è pronunciata sullo sforamento del Budget Cap da parte del team di Chris Horner, comminando una sanzione tarata sull’ammontare di tale irregolarità. Ma vediamo i dettagli.

IL TITOLO È SALVO

La violazione in termini di budget da parte della scuderia è di circa 1,7 milioni di euro, verificatasi ufficialmente per un errore degli addetti alla distribuzione delle risorse in denaro della squadra. La pena comminata dalla FIA, di conseguenza, è una multa di 7 milioni e una riduzione del 10% del tempo disponibile per fare test aerodinamici in galleria del vento.

Dunque, il titolo piloti e quello costruttori – entrambi appena conquistati – rimarranno in mano a Max Verstappen e a Christian Horner, scontentando le altre scuderie della griglia; le quali, però, potrebbero comunque trarre vantaggio dalla sanzione tecnica inflitta alla Red Bull.

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Il caso sul budget cap in Formula 1: cosa rischia la Red Bull?

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Verstappen

Max Verstappen è per la seconda volta campione del mondo. Il numero 1 della Red Bull con quattro gare di anticipo ha chiuso il discorso mondiale piloti. Lo ha fatto nella maniera più rocambolesca possibile, viste le decisioni arrivate a gara finita in quel di Suzuka. Infatti Charles Leclerc ,che ha concluso in seconda posizione, è stato penalizzato, chiudendo quindi la corsa dietro a Sergio Perez. Durante l’intervista Max Verstappen ha quindi scoperto. senza poi realizzare anche durante il podio. di aver vinto il suo secondo titolo.

“Vincere il Mondiale qui è incredibile. Oggi la macchina volava in ogni condizione, sono contento di aver potuto correre e di aver vinto. Questo titolo è anche più bello del 2021 per il lavoro di squadra che c’è dietro”.

Max Verstappen nel post gara di Suzuka

Quello ancora più incredibile però è stato il contesto generale della situazione. Tanta confusione. Pilota compreso che continuava a non capire. Forse anche per la tensione extra-mondiale del 2022. Si, perché i riflettori di tutta la Formula 1 sono tutti puntati su altro, quasi come se la vittoria del Mondiale del pilota olandese passasse in secondo piano. Il fatto incredibile che tutto questo collega sempre Verstappen ed un suo mondiale. Ma quello dello scorso anno. Proprio quello vinto all’ultimo giro ad Abu Dhabi a discapito di Lewis Hamilton. Perché il campionato del mondo del 2021 di Formula 1 non è ancora stato chiuso. A riaprire tutto è stato il “Budget gate“. Un caso importantissimo, che potenzialmente potrebbe influenzare tantissimo anche il Mondiale 2023. Quindi se per il momento, non ci sono essere dubbi per quello di quest’anno, dobbiamo capire e scoprire perché il titolo del 2021 è una battaglia “politica” ancora aperta.

LA DURA POSIZIONE DI MERCEDES E FERRARI

Il tutto nasce nella settimana del Gran Premio di Singapore, corso circa 2 settimane fa. Nel paddock e nel mondo della F1 iniziano a circolare voci e indiscrezioni pesantissime: due team avrebbero violato il budget cap dopo le verifiche effettuate sui bilanci del 2021. Si parla di Aston Martin in maniera lieve e, in maniera incredibile, della Red Bull. Il team austriaco inoltre avrebbe sforato il budget cap con alcuni milioni di differenza che, per gli addetti ai lavori, possono valere una stagione. A parlare in maniera forte e decisa sono stati i team principal delle due squadre più forti (politicamente parlando) con interessi riguardo al mondiale dello scorso anno, di quello presente e quelli a venire:

“Si parla di milioni di dollari, la differenza tra vincere e perdere. Noi abbiamo fiducia nella leadership e nella trasparenza della FIA, perché quello dei costi è uno dei fattori più importanti del regolamento di questa nuova Formula 1. Siamo preoccupati, il regolamento era molto chiaro. E non riguarda solo la stagione 2021, ma anche quella in corso e la 2023, visto che la macchina per la prossima stagione è già pronta”.

Toto Wolff, Team principal della Mercedes a Sky Sport

“Se uno legge il regolamento, questo budget cap ha l’obiettivo di rendere questo sport corretto. Noi per stare dentro al tetto abbiamo fatto uno sforzo incredibile, limitando sviluppi e organizzazione, prendendo del margine al primo anno. Abbiamo interagito con la FIA da sempre. C’è del ritardo e il fatto che c’è vuol dire che ci sono discussioni aperte su cui nascono speculazioni. Parlare oggi del 2021 però è un peccato, perché ha implicazioni su due mondiali. Se si parla di qualche milione, anche fossero 4, non sono pochi. Sono 70 persone in un ufficio tecnico. È un mezzo secondo. Anche rientrare nella penalità minore, non sono noccioline. Il tema è importante. Ne va della credibilità. Aspettiamo. Sarebbe un problema grosso da gestire”.

Mattia Binotto, Team principal delle Scuderia Ferrari

LA RISPOSTA RED BULL E LA FIA

“A meno che non ci sia un chiaro ritiro di queste dichiarazioni, prenderemo la cosa incredibilmente sul serio e valuteremo le opzioni a nostra disposizione. È assolutamente inaccettabile fare commenti come quelli di ieri totalmente diffamatori per la squadra, per i marchi e anche per la Formula 1. Si tratta di una comunicazione privata tra il team e la FIA. Come può una squadra conoscere i dettagli della nostra richiesta? Come può un team sapere se una squadra è in violazione o meno?”.

Christian Horner, Team principal della Red Bull

Chiaramente Horner cerca di prendere dure posizioni dopo le parole di Ferrari e Mercedes, ma lascia sfuggire un dettaglio che fa intuire che qualcosa di profondamente vero ci sia. Infatti non smentisce le voci che riguardano la Red Bull, ma indirettamente conferma che c’è un dialogo tra FIA (la federazione che controlla il mondo degli sport motoristici, lato automobilistico) ed il team, probabilmente in trattativa per trovare un compromesso in modo da non far pesare così tanto le possibili penalità. In tutto questo, la FIA e la Formula 1 comunicano che dopo queste importanti indiscrezioni (che forse non sarebbero dovute uscire così facilmente) verrà rilasciato un comunicato riguardo il caso Aston Martin e Red Bull il 5 ottobre.

Arrivati alla fatidica data, per tutto il giorno si attende un sussulto o qualche comunicato, ma verso la sera ecco che la FIA rinvia ancora una volta le questioni al 10 ottobre, quindi un giorno dopo quella che sarebbe stata la conquista del secondo titolo da parte di Verstappen. Ed è qui che ci ricolleghiamo alla confusione e alla quasi indifferenza da parte del contesto generale della Formula 1 sul concentrarsi più sul giorno dopo che alla celebrazione del Mondiale del pilota olandese, cosa che ormai era scontata anche per Leclerc.

“Il titolo di Max era solo questione di tempo. Ci aspettavamo vincesse il titolo di campione. Dobbiamo sfruttare queste ultime gare per migliorare come team e fare meglio l’anno prossimo”.

Charles Leclerc a Sky Sport nel post gara di Suzuka

IL COMUNICATO

Ecco che quindi si arriva al 10 ottobre. Questa volta nessun rinvio o particolare attesa. La Formula 1 e FIA comunicano che l’Aston Martin e la Red Bull hanno violato il regolamento per quanto riguarda il budget cap.

Tutto confermato secondo quindi le indiscrezioni dei giorni e delle settimane prima. Ma quello che è stato lasciato passare è il termine che viene utilizzato dalla stessa FIA per annunciare le penalità ancora da comunicare. Perchè, come tutto il regolamento della F1, ci sono grandi variazioni per quanto riguarda le penalità sulle violazioni al budget cap.

All’Aston Martin viene assegnata una “Procedural Breach”, mentre alla Red Bull la medesima della casa motoristica inglese con in più una “Minor Financial Overspend”. Tradotto, la Red Bull ha commesso una violazione finanziaria minore del 5% del Cost cap. A primo impatto leggendo il comunicato si pensa subito ad una penalità lieve che non avrà grosse conseguenze. Invece, a fare il punto della situazione per spiegare ancora meglio la situazione, ci ha pensato il telecronista di Sky Sport F1 Carlo Vanzini:

“La questione è più complessa del solito. In Italia leggo di penalizzazione lieve. No, Minor Bridge sta per il nome che è stato dato dal regolamento della FIA per questa penalità sotto al 5%. Questo 5% di 145 milioni sono circa 7 milioni. Non si sa quale sia la cifra precisa. In questi giorni sicuramente Red Bull ha lavorato con la federazione per dimostrare che alcune voci non erano dentro al budget cap. La Red Bull quindi è riuscita a rientrare in questa percentuale. Ma questo non significa che sia meno grave”.

PRECISAZIONI

“Parliamo di violazione di regolamento. La sanzione prevista dal regolamento è quella di una multa. Per vizio procedurale (Procedural Breach) significa che una delle voci non sono state inserite all’interno del budget cap. Come se alcune spese non siano state presentate. Il problema è che le sanzioni possono essere molteplici. Una reprimenda pubblica o una multa. Oppure l’esclusione dalle sessioni, un limite sull’utilizzo della galleria del vento o una limitazione sul budget cap in futuro”.

“Ho voluto lasciare da parte le sanzioni sulla detrazioni di punti sul campionati costruttori e quella sul campionato piloti. Guardando queste ultime posso dire che il mondiale 2021 è messo pesantemente in discussione. E tutto questo sarà importante perchè andrà a creare un precedente per i prossimi anni. I tempi per le penalità potranno essere di 3/4 settimane. Adesso possiamo dire quindi che Verstappen è campione del mondo nel 2022? Oppure dobbiamo aspettare ancora un anno come per il 2021?”.

Carlo Vanzini, report dal profilo Instagram del commentatore.

La cosa più importante, o meglio, la prima conseguenza del comunicato FIA è stata la reazione Red Bull.

Evidentemente non c’è alcuna voglia di patteggiare da parte di entrambe le parti. E chi sa che questa volta la FIA non possa arrivare fino in fondo, mettendo quindi tutto in discussione. Non ci resta che attendere l’attesissima penalità definitiva.

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Ciclismo, presentato il Giro d’Italia 2023: si parte il 5 maggio

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Oggi è stato annunciato il calendario e il percorso del Giro d’Italia 2023. 21 le tappe totali, di cui 8 per velocisti, tre contro il tempo, altre 7 con arrivi in salita e 4 tappe mosse. Si presenta così l’edizione numero 106 del Giro d’Italia che partirà per la seconda volta dall’Abruzzo il 5 maggio con una prova cronometrata individuale, per poi terminare il 28 maggio a Roma con la passerella finale ai Fori Imperiali con il vincitore della maglia rosa. Un passaggio per l’intera penisola che comprenderà anche una tappa in Svizzera, in Crans Montana, corrispondente alla tappa numero 13 del giro.

Dopo l’unveiling del calendario, adesso inizia la lotta per la maglia rosa . Chi sconfiggerà Jai Hindley?

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