«C’è un poliziotto. Occhio che, però, è bianco.»

Le coordinate spazio-temporali ci teletrasportano dritti al Kentucky del 1954, per aguzzare la precisione nella downtown di Louisville. Lo Stato dall’etimologia incerta, che per alcuni è la “terra del domani” e per altri è una semplice “prateria”, nel linguaggio degli indiani irochesi, non ha mai nascosto la sua essenza segregazionista; eppure, ogni anno, all’824 della South 4th Street, alla Columbia Gym, viene organizzata un’esigua fiera di commercianti afroamericani.

Un ragazzino smilzo, dal nome che viene da un passato a cui voltare le spalle, sfreccia sul grande viale cittadino con la sua nuova amante, una bellissima Schwinn rossa fiammeggiante. Entra nell’edificio, assiste passivamente alla fiera e si fionda sulle bancarelle, dove i popcorn, per l’occasione, sono gratis. È su di giri il piccolo Cassius, anello di congiunzione tra un lato della storia da dimenticare ed un altro, altrettanto importante, da tramandare per svariate generazioni.

L’excursus è dovuto, perché senza di esso non ci sarebbero le radici. Il primogenito di Cassius Marcellus Clay e Odessa Lee Grady prende il nome del padre, come voleva la tradizione di famiglia; tutto partiva da un politico bianco, che aveva lottato per l’abolizione della schiavitù; dopo aver liberato i suoi schiavi, uno di essi decise di chiamarsi esattamente come il suo (ormai ex) padrone. Cassius Marcellus Clay, and the rest is history. Ma torniamo ai popcorn, alla Schwinn ed allo smilzo.

La fiera è finita, così come l’appetito del ragazzo, che esce soddisfatto per tornare con i respiri del vento sulla pelle dritto al 3302 di Grand Avenue, dove lo aspettano mamma, papà ed il fratello minore, Rudolph Valentino. La sua compagna di viaggio, però, è sparita e Cassius va su tutte le furie:

«Datemi un poliziotto, voglio un poliziotto!»

La risposta, proveniente dalla voce di un qualche passante, la trovate qualche riga più in alto sul vostro schermo, ed è decisamente meno banale del consueto. A Louisville non ci sono poliziotti afroamericani, non ce ne sono come lui; ma l’unica preoccupazione che gli circola nell’anticamera del cervello ha un manubrio e due pedali. Scende, destinazione poliziotto bianco.

Fonte immagine: profilo Twitter @BoxingHistory

La furia della vittima si scaglia sull’unico uomo in cui può affidare le sue speranze; dice che avrebbe fatto di tutto pur di recuperare la sua Schwinn, che papà gli aveva regalato qualche giorno prima. Di tutto, persino usare le mani.

«Ma tu le sai far andare le mani? Sai andare di boxe?»

Forse aveva sentito parlare di Jack Johnson o di Joe Louis, ma negli insegnamenti battisti di Mama Bird i guantoni ed il quadrato non erano contemplati. Eppure, la domanda dell’agente gli aveva smosso la coscienza: dev’essere curioso questo sport. Quel dodicenne irrequieto e sensibile (ma quasi mai silenzioso) aveva appena raccolto dall’esortazione dell’agente di polizia, che all’anagrafe faceva Joe Martin, il segno che attendeva per dare un montante alla sua vita. Restate lì: il primo round è dietro l’angolo.

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VOLA

Quel poliziotto lo prende sotto la sua ala protettiva, senza necessariamente pedalare su quelle dell’entusiasmo. La parola d’ordine è “allenamento“, che per quel ragazzo assume dimensioni bibliche: lo sforzo fisico non l’aveva mai fatto impazzire, così come l’apprendimento di determinate nozioni tecniche. La boxe, però, gli permetteva di esprimersi anche nei rari momenti in cui non proferiva parola: allenarsi era un dovere che presto avrebbe assunto sempre più le forme di un diritto.

E poi guardava, guardava attentamente: ogni mossa, ogni tentativo di eludere l’avversario. Tutto con quei due grandi occhi marroni, che fosse fuori o dentro al quadrato; osservava persino suo fratello sedersi sul pullman che lo portava a scuola, quello che lui preferiva evitare per correre una ventina di minuti in più. O meglio, quello che lui doveva evitare: due biglietti, in casa Clay, non ce li si poteva permettere.

ROMA

Passati i primi combattimenti, i passeggeri amori adolescenziali e gli inseguimenti al pullman per le lezioni mattutine, un giorno il caro vecchio Joe gli dà appuntamento su una panchina al Central Park di Louisville, a poco più di un miglio dalla Schwinn, dai popcorn e dal primo incontro con il poliziotto bianco.

– Si va a Roma, Cassius.
– E quante ore ci vogliono, per arrivare in treno a Roma?
– A Roma, in treno, non ci si può andare… è dall’altra parte dell’Oceano. Cassius, andiamo alle Olimpiadi in aereo!
– Io non ci vado su quell’aereo! Se Dio avesse voluto farci volare, ci avrebbe dato le ali!

Vola, ma non solo a migliaia di metri d’altitudine; vola sul ring del Palazzo dello Sport, dove non fa fatica a decimare gli avversari che gli si mettono di fronte. È oro, e luccica molto più della sua bicicletta rosso-fuoco.

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Quando attraversa per la seconda volta l’immensità oceanica, nella corsia riservata al ritorno in patria dei campioni, sensazioni di gloria lo avvolgono nell’aura mistica che si era venuta a creare nel volo in mezzo alle nuvole.

«I’m the greatest! I’m the gold Olympic Champion, and I’ll be the Heavyweight Champion of the World!»

SPLASH

L’atterraggio, però, è un gancio sinistro decisamente più violento di quelli inflitti al polacco Zbigniew Pietrzykowski, il più forte dei vinti tra i mediomassimi di Roma ’60. Lo accolgono trionfante, ma con una celebrazione fin troppo osannata per dichiararsi sincera; strane ombre fanno da sfondo alle luci della ribalta, finché l’oscurità non avvolge del tutto una Louisville dai festeggiamenti forzati, con tanto di parata e “God Bless America” intonata da papà.

Un ristoratore, nei giorni successivi al ritorno dell’eroe olimpico, si rifiuta di servirlo alla sua locanda. Il motivo ha alle spalle una guerra di secessione, i tentativi di un popolo di superarla e l’illusione che, un giorno, ci riuscirà. Cassius ha un pedale in più sulla Cadillac che lo conduce al George Rogers Clark Memorial Bridge, che prolunga la Second Street al di là del fiume Ohio: l’oro della sua medaglia finisce dritto nel fiume, simbolo di una vittoria a dir poco effimera.

«Sono andato alle Olimpiadi in Italia ed ho vinto la medaglia d’oro per gli Stati Uniti. Eppure, mi sono sentito uno straniero.»

La farfalla deve attendere per trasformarsi in ape, ma il nemico più duro da sconfiggere è quello che deve ancora essere punto. Cassius lo ha sempre saputo, ed ora ama percepire la pressione scalfire i suoi guantoni: le battaglie diventano sempre più tasselli per un puzzle da guerra. Una guerra senza vittime né carnefici.

PUNGI

Gli anni immediatamente successivi al carpiato dell’oro nel corso d’acqua sono intrisi di un’attesa spasmodica, quasi snervante: Cassius Clay non aspetta altro che un’opportunità alla cintura dei pesi massimi. Sa che dovrà, più prima che poi, essere sua: la immagina, la brama e si mette in gioco per ottenerla. Lo fa sotto i raggi di sole della Florida, a South Beach Miami; lo fa con Angelo Dundee, un italo-americano che sarà il Phil Jackson per il Michael Jordan del pugilato.

Fonte immagine: profilo Twitter @JeffreyGuterman

Ogni mattina insegue un pullman immaginario sul MacArthur Causeway Bridge: 5,6 km in solitaria, dal sobborgo malfamato della Downtown cittadina alla palestra con vista mare. E osserva, sempre: i poliziotti che lo scrutano alle prime luci dell’alba, i colleghi cubani che gli insegnano come percepire e prendere il possesso della spazialità e i criminali che cercano di corromperlo al Mary Elizabeth Hotel.

È tanto irriverente da presentarsi a Wembley per il match contro Henry Cooper (beniamino di Sua Maestà) con una corona sulla testa. L’esito rispetta i pronostici della vigilia, ma il britannico riesce persino a mandarlo al tappeto in un’occasione.

«Il KO? Colpa mia: ho visto Elizabeth Taylor e mi sono distratto. Bravo lui.»

L’ha vista davvero, la Cleopatra più bella di Hollywood. Perché quel 21enne venuto da Louisville, Kentucky, aveva la capacità di scrutare il minimo dei particolari, anche oltre i confini del quadrato: la chiave di volta è sempre negli occhi. Occhi che, spesso, gridano, ma che non hanno ancora iniziato ad urlare.

FAB FOUR

E poi, l’occasione tanto agognata arriva. Sonny Liston è pronto ad illudere e deludere quel pugile così atipico, unico nel suo genere; lo sfidante, però, non è solo: gli tengono compagnia quattro ragazzi di Liverpool, arrivati sul suolo americano per una serie di concerti ad inizio 1964. A Jacksonville, città storicamente segregazionista, hanno permesso a bianchi e neri di assistere assieme allo spettacolo: a Cassius piaceranno.

Fonte immagine: profilo Twitter @NME

Hanno uno strano fascino le cinque figure di cui sopra: due mondi diversi, ma tremendamente uniti da un cordone ombelicale fatto di una comunicazione tanto sfacciata quanto sincera. Parlano con due linguaggi diversi, accattivante per il quartetto britannico e violento per il ragazzo estroverso di Louisville, ma con un gigantesco asterisco in comune: dicono quello che vogliono, dicono quello che pensano. E, nella maggior parte dei casi, pensano la cosa giusta da dire.

«Io non devo essere ciò che volete voi. Sono libero di pensare e dire ciò che voglio.»

Amen.

THE BIG ONE

Le settimane che hanno fatto da prologo al grande giorno sono un climax di tensione, consapevolezza di potercela fare e timore di non esserne consapevole, con una piccola dose di spettacolo. Il giorno del peso, ad esempio: Cassius è fuori da ogni grazia di Dio, sta letteralmente delirando.

Insulta ripetutamente il suo avversario, che lo snobba, cerca di colpirlo e inveisce in una filippica degna dei più grandi oratori. Lo fanno sedere e chiamano un dottore; 150 di battito e 200 di pressione: non se ne parla, non si combatte a questi valori. Mezz’ora dopo, però, gioca con dei bambini come il più tranquillo dei monaci tibetani: 50 di battito e 70/110. Aveva inscenato tutto per mettere sotto pressione il campione, per far sì che quel appellativo passasse nelle sue mani dopo qualche ora.

Suona la campana. I primi due round sono una passeggiata: lo deride, e non c’è verbo migliore per definire il controllo del match da parte di Clay. La terza ripresa è un pareggio a reti bianche, ma è nella quarta che accade l’impensabile: Cassius perde lucidità, gridando al mondo un’improvvisa cecità da entrambi gli occhi. Resiste, spinto dalla carica dell’italo-americano nell’angolo:

«It’s the Big One, Daddy! Don’t give up, cut the bullshit! RUN, RUN, Daddy!»

È un francese sotto i bombardamenti tedeschi in trincea, ma qualcosa lo tiene in piedi. Finiscono i tre minuti ed Angelo gli intinge un dito nell’occhio, passandoselo subito dopo nel suo: è liquido urticante, Cassius non si era trasformato in Mr. Hyde senza una motivazione valida. Il quinto e la prima metà del sesto round proseguono la narrazione del Davide presbite e del Golia che, nonostante tutto, non riesce a spezzare il lieto fine voluto dal destino; ma Clay non molla e, grazie ad una benda che gli passano sopra agli occhi, soffia via una sconfitta amaramente controversa.

Sarebbe pronto ad entrare sul ring al suono della campanella sulla settima ripresa, ma dall’angolo opposto la codardia prende il sopravvento: Liston si arrende.

Cassius è campione, la farfalla si è trasformata in ape ed ha punto nell’orgoglio dell’avversario. La vita di quest’uomo, però, non è abituata a sceneggiature cariche d’ozio, sulla linea dell’ordinarietà; ricordate gli occhi e la volontà di dire tutto ciò che gli passasse per la testa? Il nuovo Cassius sta iniziando a respirare. O meglio, il nuovo Muhammad.

RESPIRA

Degno di lode. Il più elevato. Muhammad. Ali.

Poco tempo dopo l’annuncio di aver cambiato nome, infila i guantoni per il combattimento più cruento della sua carriera. Non da pugile, attenzione: da uomo.

«Non ho nulla da lamentarmi con i Vietcong: nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro.»

Eccola qui, la responsabilità di prendersi in mano un argomento più scottante di alcune ceneri vulcaniche. Non ha nessun bisogno di prendere posizione sulla guerra in Vietnam; anzi, tutto ciò che potrebbe uscire dalla sua bocca a riguardo sarebbe controproducente, vista l’attitudine. Muhammad, però, lo dice lo stesso: è un messaggio da trasmettere, un precetto da insegnare, una lezione di vita che persino Martin Luther King non può permettersi di ingaggiare.

Fonte immagine: profilo Twitter @keithboykin

«Lo scopo nella boxe è vincere una battaglia pulita. Nella guerra non si fa altro che uccidere, uccidere ed uccidere ancora persone innocenti.»

Ha mezza America alle calcagna e mezza pronta ad accompagnarlo a braccetto, ma quest’ultima non ha il potere decisionale sulle conseguenze delle sue parole. Distrugge Liston nella rivincita, ma i festeggiamenti sono virgole passeggere in un mare di punteggiatura: l’FBI gli dà la caccia e le istituzioni vogliono che si arruoli. Lui, ovviamente, rimane in posizione di guardia.

Scoppia un caso diplomatico senza precedenti, con la quasi totalità degli Stati americani che non lo vogliono far combattere; il quasi non è casuale, perché l’Illinois gli concede di scendere sul quadrato in caso di pentimento.

Indovinato? Esatto: Ali non si pente, bensì rincara la dose. Chiamato con il suo nome di battesimo dal presidente della Commissione Atletica dell’Illinois, si gira e lo fulmina con cinque, semplici, parole:

«My name is Muhammad Ali.»

È finita Cassius. È finita Muhammad: ha vinto il sistema, con mamma Odessa che lo congeda con un glaciale “God bless you, son“. O forse no.

FREEDOM

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In questo scatto del 4 giugno 1967, c’è un qualche sceneggiatore venuto dal futuro di “12 anni schiavo”; idealmente, c’è Martin Luther King, che a poco meno di un anno di distanza sarà freddato al Lorraine Motel di Memphis. Non ci sono Malcolm X e Sam Cooke: il primo ha tagliato i rapporti con il suo amico fraterno dopo la sua decisione di aderire completamente alla Nation of Islam, il secondo canta “A Change Is Gonna Come” da qualche parte lassù nel cielo dall’11 dicembre 1964.

Jim Brown convoca i migliori atleti afroamericani del Paese (compresi Bill Russell e Lew Alcindor, uno che qualche anno dopo seguirà l’esempio di Muhammad Ali diventando Kareem Abdul-Jabbar) per non abbassare la guardia nei confronti dell’establishment. Il problema sta nel fatto che non la abbassano nemmeno questi ultimi, stringendo i pugni senza i guantoni della battaglia del rispetto: Ali è condannato a scontare 5 anni ed a pagare 10.000 dollari di multa, ma milioni di manifestanti si riversano nelle strade per chiedere giustizia con qualche megafono e tanta forza di volontà. Non vi ricorda niente di familiare?

«Ai bianchi non importa della nostra fede o il nostro credo. Ai bianchi importa solo bastonarci in quanto neri: non importa se siamo cattolici, battisti o musulmani. Sono sempre e solo bastonate.»

L’ingiustizia incontra la via di Damasco (o la Mecca, in questo caso) nel 1971, quando riassapora la libertà. Il ritorno sul ring, però, avviene qualche mese prima, ad Atlanta, roccaforte del segregazionismo; Leroy Johnson, primo senatore afroamericano della Georgia, riesce a convincere il governatore a fargli disputare il primo match in tre anni.

Gli recapitano un piccolo presente prima del combattimento; il pacco contiene un chihuahua nero con la testa mozzata ed un messaggio che recita “Ad Atlanta sappiamo bene come trattare i cani negri come te“. Eppure non lo scalfisce, perché sa che la testa, se l’avessero voluto, avrebbero potuto tagliargliela diverso tempo prima.

Non è più quello di una volta: è massiccio, ha perso reattività e colpi imprevedibili. Eppure vince, forse spinto dal sostegno di Coretta Scott King, compagna di vita di un grande amico.

BOMAYE

Torna all’assalto della cintura che non ha mai perso l’8 marzo 1971. Il campione è un suo vecchio fan, un toro di nome Joe Frazier; da piccolo si divertiva ad importunare il cinghiale di famiglia, finché un giorno quest’ultimo non si è stufato. Il piccolo Joe fa un volo di tre metri e si frattura il gomito che, per l’esigua disponibilità economica della famiglia, non si ri-articola più alla perfezione: è un gancio sinistro che ti tramortisce, e indovinate qual è la mossa che Muhammad ha sempre sofferto?

Le sensazioni della vigilia vengono ampiamente confermate in quello che è il vero e proprio match del secolo: Frazier, sostenuto da chi appoggia il conflitto vietnamita, è troppo forte per l’idolo dei detrattori. E infatti Frank Sinatra, fotografo d’eccezione, immortala la prima sconfitta da professionista per un campione che, ormai, ha perso il pelo. Fortunatamente, però, non ha smarrito il vizio.

La rivincita, ovviamente, ribalta il risultato. L’esito, però, non è quello che ci si aspetta: Ali vince, ma la cintura, nel frattempo, è passata nelle mani di George Foreman; e qual è il problema? Si va in Zaire, dove il dittatore Mobutu ospita “The Rumble in the Jungle“.

Il suo popolo lo stringe attorno a sé al suono di “Ali, bomaye! Ali, bomaye!”. Vogliono che lo uccida, vogliono che si prenda ciò che gli spetta; vogliono giustizia per un passato sanguinosamente incriminato. Con la stessa ovvietà del secondo match con Frazier, il campione si riprende la sua cintura in un complesso strategico con pochi precedenti: si fa inseguire vicino alle corde per quasi tutto il combattimento, aprendo il fuoco negli ultimi venti secondi. Il destro finale è la ciliegina sulla torta preparata nell’infanzia del Kentucky. Ali è vittorioso, ma quanto ancora può durare?

I CAN’T BREATHE

Ormai ha mosso i primi passi sul viale del tramonto, che osserva definitivamente su una spiaggia di Manila. Le Filippine ospitano il match finale della trilogia con Joe Frazier: un vero e proprio massacro, per entrambi i partecipanti; un inferno, con lo sfidante che va a segno 440 volte sul volto del campione, che grazie a qualche congiunzione astrale riesce a mantenere. Basta.

Combatterà ancora, probabilmente perché non riesce a capacitarsi che sia arrivata una fine, ma è solo un’ombra del guerriero di una volta. La voglia di affrontare un avversario ideale, però, lo abbandona solo il 3 giugno 2016, quando uno shock settico scrive la parola fine alle sofferenze patite per il morbo di Parkinson, sopraggiunto per la prima volta nel 1984. Fa in tempo a visitare il Vietnam, ad accendere la fiaccola olimpica ad Atlanta ’96 e ad aprire uno spiraglio nel cuore del peggiore dei nemici.

La sua eredità, però, rimane accesa ancora oggi come in quella notte. In particolare, si potrebbe incidere negli annali di storia una frase, che ha poco a che vedere con api e farfalle:

«Le mani non possono colpire ciò che gli occhi non possono vedere.»

Lo ripetono in molti, da una settimana a questa parte, in ogni città degli Stati Uniti. Muhammad Ali ha avuto la meglio sul pregiudizio, sulla malizia e sulla crudeltà di pochi osservando le loro mosse, scrutandoli dalla testa ai piedi. Beh, è stato tutt’altro che ininfluente: l’America si è stufata di chiudere gli occhi.

Si può volare e pungere, ma senza gli occhi ed il respiro non si supera nemmeno il primo round. Suona la campana, si svegliano le coscienze.

Fonte immagine: profilo Twitter @zellieimani