Buon compleanno Nazionale!

Esattamente il 13 Gennaio del 1910, per merito dell’allora presidente della Federazione Giuoco Calcio Luigi Bosisio, nasceva la Nazionale italiana di calcio. L’ambiente ad oggi conosciuto era agli antipodi del suo cammino, mentre il mondo in sé appariva come un velo da spiegare. Nel nostro articolo si intrecceranno eventi della Storia, tragedie e successi, nonchè emozioni. La Nazionale d’altronde non rappresenta soltanto l’onore di una bandiera, bensì il racconto di un mare generazionale che la avvolge. A partire dagli strumenti più spartani, dalle prime radioline, alla televisione fino al mondo delle PayTv, la partita dell’Italia esprime ancora oggi il sentore tipico di un ritrovarsi. Per questo motivo noi di Numero Diez ci affianchiamo alla sacralità del discorso e commemoriamo la storia di una delle Nazionali più vincenti di sempre.

LA NAZIONALE DI VITTORIO POZZO

La Nazionale di Vittorio Pozzo non nasce nei rusticani spogliatoi degli anni ’30, come non si accende alle prime conoscenze col mondo calcistico azzurro. L’animo vittorioso del protagonista fu coltivato nel dramma della Grande Guerra, quando, nelle vesti di Tenente del 3° Reggimento Alpini, conobbe la sofferenza delle trincee. Quelle gabbie umane, apparentemente protettrici ma allo stesso modo incubatrici di angoscia e affanno, furono il principio di uno spirito solido. Tale aspetto, ravvisabile in una molteplice esperienza alla guida della Nazionale italiana, esprime ancor oggi il profilo di una delle figure più rispettabili del passato. Pozzo stesso, memore dei dispiaceri bellici, a proposito del lavoro dell’allenatore era solito appuntare sul proprio taccuino:

“Lavorare in modo schietto, chiaro, lineare, in tono e sostanza tale da dare al giocatore la sicurezza assoluta dell’onestà e della dirittura di condotta nei suoi riguardi. Dividere col giocatore lavoro e sacrificio, non abbandonarlo mai, essere con lui cordiale e gioviale, in modo che esista, senza che quasi la si senta, la distanza che sempre deve intercorrere tra superiore ed inferiore.”

Fonte immagine: profilo ufficiale IG @azzurri

I Mondiali del 1934 e del 1938, seppur combacianti con l’idea di assolutismo imposta dal Fascismo, denotano un discorso ancora più solido: la nascita di una prima realtà connessa al pallone. Quegli anni difatti, nonostante fossero macchiati dall’ombra disgustosa della discriminazione razziale, hanno proposto una delle squadre più forti di sempre: dai giocatori parte del quinquennio d’oro della Juventus, al preludio del Grande Torino sconfitto solo dal destino. Quel manipolo di eroi che Pozzo, il quale aveva avuto l’onore di seguirli due decadi prima, dovette riconoscere tra le macerie di Superga.

1968: CAMPIONI D’EUROPA

L’astinenza dai successi, condita inoltre da una pessima mole di risultati nonchè dalla mancata qualificazione del 1958, svanisce quasi come per magia dieci anni più tardi. Il 1968 è l’apice del disordine sociale, in cui rivoluzione e timore nucleare si intrecciano al fine di comporre un mosaico irripetibile. Sono gli anni delle rivoluzioni proletarie, studentesche oltre che culturali, le quali con l’aiuto della poesia e della musica innescano una nuova linea di pensiero. La medesima condivisione di animi pare essersi profilata all’interno dello spogliatoio italiano. Si gioca in casa d’altronde, quale occasione fu più limpida per tornare tra le regine? Anche l’organico ci avvantaggia: abbiamo Facchetti, Gigi Riva, Mazzola, oltre che Gianni Rivera, Pallone D’Oro nel ’69. L’Italia, ai danni di una saccente Jugoslavia vinse l’Europeo del 1968, il primo e unico della storia.

I due capitani, Giacinto Facchetti e Yuri Istomin si stringono la mano prima della semifinale degli Europei del ‘68 tra Italia e U.R.S.S.

Il cammino fu arduo, ma fummo comunque altezzosi, consci del nostro valore quanto rispettosi della sorte. Quest’ultima infatti, dopo un ostico doppio incontro con la Bulgaria, ci baciò in semifinale contro l’Unione Sovietica. Gli avversari, campioni del 1960 e finalisti nel ’64 misero in difficoltà l’Italia, terminando l’incrocio sul pareggio. All’epoca non esistevano i tempi supplementari quanto i calci di rigore, per questo motivo si decise al lancio della monetina: la Dea Bendata ci fu lieta, il modo è singolare, ma andammo in finale.

ITALIA 4-3 GERMANIA OVEST, LA PARTITA DEL SECOLO

Il 17 Giugno del 1970, di fronte a 102mila spettatori dell’Azteca di Città del Messico andò in scena una delle partite più memorabili di sempre: non a caso, giornalisticamente etichettata come “La Partita del Secolo”. A discapito di ciò, la squadra volteggia nell’incertezza, poiché quasi come uno scolaretto mediocre incanala la propria qualificazione col minimo sforzo. Una vittoria con la Svezia, più un doppio pari a reti bianche con Uruguay e Israele ci portano ai quarti, dove la causa azzurra si infiamma finalmente per 4-1 contro i padroni di casa del Messico.

Le cronache del tempo raccontano la semifinale con la Germania in uno scenario dettato da un clima torrido, secondo una umidità opposta alla freschezza del fuso orario italiano. Una vivacità simile al cammino dei nostri rivali, vittoriosi a punteggio pieno nel girone, ma soprattutto esecutori del destino dell’Inghilterra caduta ai quarti.

LA SPERANZA È L’ULTIMA A MORIRE

Dopo otto minuti passiamo in vantaggio con Boninsegna e chiudiamo i lucchetti. I tempi regolamentari scorrono, arriva il 90′ minuto e il pensiero ricade già sulla finalista, su chi incontreremo tra Uruguay e Brasile per tornare sul tetto del mondo. Il caldo massacrante, quasi come se si abbattesse su un’anima in pena definisce gli ultimi scampoli del match, ma è solo apparenza.

Una effimera apparenza che si scontra in questo caso con la residua speranza. La speranza difatti, quell’elemento verso cui confidiamo, ma che talvolta tradisce le attese, ripesca la Germania dal burrascoso mare della sconfitta per riconsegnarlo ai lidi della sfida. Effettivamente manca davvero poco: Grabowski fa partire un cross dal lato mancino del campo, il pallone volteggia verso il centro ad un calcione dall’epilogo, ma arriva il difensore Schnellinger che, senza troppi complimenti anticipa la retroguardia azzurra e definisce in rete.

Andiamo ai supplementari. Gli animi si stagliano in una pennellata di sguardi, cosicché in un battito un’altra incomprensione difensiva ci porta sotto. Pareggiamo con Tarcisio Burgnich, un difensore dal mestiere lontano dal gol, per poi affidarci a chi il gol lo sperimenta spesso, Gigi Riva, abile a ricevere e concludere magistralmente per il 2-3. Rombo di Tuono non parla spesso, come un artigiano di bottega preferisce lavorare disgiunto dal clamore popolare, ma è lui a suonare la carica. La Germania si affida ad un altro maestro, il quale ha un fisico di un fabbro ma l’agilità di una gazzella, Gerd Müller. I pantaloncini corti tipici dell’epoca rivelano la grossa muscolatura dell’attaccante, che, inscenando le fatiche ercoliane, assume di sé il peso di riprendere il risultato.

Il gol di Gigi Riva in Italia Germania a Messico ’70.

Il pareggio di Müller fu propiziato da un errore di Gianni Rivera, che, gelato dagli sguardi dei suoi compagni, alza la testa per rimediare. In questo momento comincia l’ultimo capitolo di Italia-Germania, all’ammontarsi dei tiri corrispondono gli errori concessi, ma il centrocampista del Milan non replica alcun danno, al contrario ha un rigore in movimento e spiazza Maier: siamo in finale.

1982, ANCORA CAMPIONI DEL MONDO

Il Mondiale del 1982 è un flipper di combinazioni quali l’esordio di Bergomi, l’ordine di Bearzot oltre che la rivalsa di Paolo Rossi. Una cospicua fetta del successo azzurro potrebbe essere nata intorno al 1980, quando l’attaccante del Milan venne squalificato per lo scandalo Calcioscommesse. Le condanne sono dure, i rossoneri vanno in Serie B con la Lazio, Albertosi viene radiato, Rossi allontanato per 24 mesi.

Troppe volte il destino, dopo aver ingarbugliato lo spirito azzurro, dorme serenamente sicuro del proprio lavoro. Poche volte il destino stesso si capacita però dell’animo italiano, quel fattore inimitabile che risale dalle disgrazie. I 6 gol di Pablito Rossi riconsegnano lo scettro a una delle pedine più prolifiche del calcio italiano, il titolo mondiale agli Azzurri, più il lustro di una indimenticabile epoca. Giorgio Tosatti, noto personaggio del giornalismo tricolore definì Rossi come «un impasto di Nureyev e Manolete», un giocatore con «la grazia del ballerino e la spietata freddezza del torero».

Ma il Mondiale dell’82 è anche il successo di Enzo Bearzot, scomparso nel 2010, il tacco di Scirea per l’urlo di Tardelli, la revanche col Brasile, fino alla gioia di Pertini. L’evento ha segnato la tappa generazionale citata all’inizio, offrendosi come garante di un rifugio per un Paese scosso socialmente dagli Anni di Piombo, le BR e la Strage di Bologna occorsa solo due anni prima.

Tardelli sull’amico Scirea:

«Io e lui avevamo caratteri completamente opposti, ma stavamo bene insieme. Una volta venne a trovarmi al mare e giocammo insieme a nascondino. Una cosa strana per dei professionisti di Serie A, invece faceva parte del nostro modo di stare insieme e di divertirci in maniera semplice.»

NOTTI MAGICHE, ITALIA 90

Forse non sarà una canzone a cambiare le regole del gioco, ma voglio viverla così quest’avventura, senza frontiere e con il cuore in gola.

Recitava così l’incipit del testo di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, Un’estate italiana.
Non sarà stata la canzone a cambiare le regole del gioco bensì il nuovo assetto politico-sociale che andava da lì a poco a costituirsi. Il Mondiale del 1990 veniva avvolto da temi come la fine vicina dell’URSS, l’esaurimento del Miracolo Economico col conseguente benessere sociale, fino alla mascotte “Ciao”, estranea dal contesto ma simpatica da aggiungere. Nonostante ciò, chiunque ricordi le Notti Magiche di Italia ’90 rivela la lucidità di quegli istanti, per conto di una convinzione lontana da qualsiasi presunzione ma vicina ai protagonisti effettivi in campo.

Fonte immagine: profilo ufficiale IG @azzurri

La quotidianità, liberandosi dai contorni di una noiosa routine recitava una nuova primavera. Si giocava in casa, il fermento accompagnava gli aromi estivi della competizione, persino il cappuccino del mattino sembrava assumere un significato del tutto inedito.

Il medesimo rifacimento avviene anche a livello edificabile: nacquero il Delle Alpi di Torino e il San Nicola di Bari. Sotto questo aspetto, i presunti appalti truccati oltre allo sperpero di soldi pubblici condussero l’opinione generale verso una idea di corruzione che sarebbe esplosa con Mani Pulite pochi istanti più tardi.

Ma in campo rispettavamo le caratteristiche di un perfetto soldato, eravamo giovani (età media di 26 anni), nonchè forti. Siamo l’Italia di tutti, dal presidente della Prima Repubblica prossima al termine, alla semplicità degli strati più agiati della società. Siamo la classe di Baggio, il genio di Vialli e Mancini, siamo la favola di Totò Schillaci. Nato nel CEP, un quartiere povero di Palermo, Totò, mediante lavoro e sacrificio diventa inaspettatamente l’eroe degli Azzurri: 6 gol come Paolo Rossi.

L’Italia di Azeglio Vicini terminò solamente terza, la nostra favola cadde in semifinale dinanzi al muro dei calci di rigore, un epilogo che si sarebbe presto instaurato come nemico principale dei sogni azzurri.

MALEDETTI RIGORI, USA 1994

Usa 1994 è ornato, guarda caso, ancora una volta dagli scandali extracalcistici. Dall’urlo di Tardelli, seppur condizionato da tutt’altro frangente si passa all’urlo di Maradona. La gioia dell’argentino, accusato di doping, divampa davanti alla telecamera in mondovisione dopo un gol alla Grecia, ma è una pace passeggera. Al termine del successivo match con la Nigeria, El Pibe de Oro viene trovato positivo ad una sostanza proibita, è la fine di una avventura.

Ma generalmente, anche sul fronte italiano pare essere un Mondiale ostile, in primis per le temperature elevate, ma anche per il calcio espresso. La squadra, forse memore delle lacrime di quattro anni prima, macina risultati ma non brilla. Perdiamo all’esordio con l’Irlanda, pareggiamo la seconda sfida col Messico e ci qualifichiamo con un successo di misura ai danni della Norvegia.

La Nazionale italiana troverà nuova linfa durante la fase ad eliminazione diretta. È l’evento dell’estremità, all’interno della quale la causa azzurra trova il successo agli ultimi strappi degli ottavi con la Nigeria, più i quarti con la Spagna. Roberto Baggio, Re Artù della squadra, estrae dalla roccia la spada per annientare il caldo e le paure. Quest’ultima difatti non c’è più, l’incomprensibile timore delle prime battute ha ormai assunto un carattere marginale. La parabola di Baggio d’altronde allude al Nino di De Gregori, quel ragazzetto di provincia che non doveva avere alcun timore di presentarsi dal dischetto.

Nino cammina che sembra un uomo,
con le scarpette di gomma dura,
dodici anni e un cuore pieno di paura.

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio,
dall’altruismo e dalla fantasia.

Fonte immagine: profilo Twitter @FourFourTwoUsa

Il Divino Codino, oramai stella conclamata, cammina con le scarpette di gomma dura dinanzi a Taffarel: il pallone però prende quota, il destino è atroce. Ma un giocatore, soprattutto della qualità di Baggio non si giudica certamente da questi dettagli.

GERMANIA 2006, CAMPIONI DEL MONDO

L’estate del 2006 è stata una rappresaglia generale che, innescata dallo scandalo Calciopoli ha partorito una delle note meno liete del movimento italiano. Un blocco dell’organico azzurro, col corpo in Germania ma con la mente in tribunale, partì ignota circa il proprio futuro. Ma ogni successo ha il suo perché, ed è esattamente per questo motivo che la rovente temperatura delle aule giudiziarie non fu solamente una preoccupazione di tarda serata, bensì uno stimolo a dare il massimo.

Sarebbe meraviglioso pensare che la porzione di rosa citata in precedenza fu talmente ferita nell’orgoglio da cogliere l’occasione per dimostrare il valore di quei titoli messi in discussione. Fu la forza di Buffon, Cannavaro, Del Piero, Zambrotta, Camoranesi, oltre che Pirlo, Totti e Luca Toni, i quali, nel momento di massima instabilità sportiva del Paese hanno portato l’Italia sul tetto del mondo.

È la vittoria del gruppo, il trionfo di un popolo intero, di una cultura che ancora oggi riesuma i fasti dell’evento mediante similitudini, frasi epocali oltre che racconti di chi ha vissuto quelle serate. È la storia di un percorso tortuoso, cominciato con l’esordio col Ghana all’autogol di Zaccardo, dalla Repubblica Ceca di Nedved al rigore all’ultimo istante di Totti contro l’Australia, dall’agevole sfida con l’Ucraina di Shevchenko alla semifinale con i padroni di casa. La convinzione del Bel Paese probabilmente si consolidó proprio negli ultimi due minuti del Westfalenstadion di Dortmund, in ricordo delle lacrime di Italia ’90 e Usa 1994.

4 Luglio 2006: Germania 0-2 Italia, andiamo a Berlino.

Grosso segna e urla per il campo incredulo, la Germania non ci sta e si butta in avanti con la forza della speranza del noventesimo di Messico ’70. Ma questa volta no, stavolta la storia è diversa, perché per due volte prende il pallone Cannavaro, il quale dà il via al contropiede azzurro siglato dal 2-0 di Del Piero: si chiudono le valigie, vinceremo a Berlino in finale ai rigori con la Francia, saremo Campioni del Mondo per la quarta volta.

PRESENTE E FUTURO

La Nazionale del 2020 si accoda alle esperienze testimoniate per glorificare la nostra storia. Il cammino di Roberto Mancini fino a questo momento, grazie ad un girone per Euro2020 concluso meritatamente a punteggio pieno, è stato l’esempio perfetto per abbattere le devianze del passato.
La progettazione della nuova era italiana riparte quindi a pochi mesi dall’evento, da un decennio ricco di idee.  L’ideazione azzurra rispetta il cambio generazionale di calciatori, l’ingresso di nuovi talenti al servizio degli elementi più maturi, in più ad una nuova motivazione internazionale e progresso sociale.

«Il kit segna una nuova era per la Nazionale nel momento in cui un gruppo di giovani calciatori sta conquistando un ruolo importante nella rosa Azzurra (12 calciatori tra quelli in raduno da oggi a Coverciano hanno 25 anni o meno). Con motivi ispirati ai tessuti e all’architettura del Rinascimento, il colore verde del kit risale alla “Maglia Verde” indossata per un’unica volta dall’Italia durante la vittoria per 2-0 contro l’Argentina nel dicembre 1954 allo Stadio Olimpico di Roma.»

Le pessime cadute di stile occorse sul problema del razzismo in Serie A non annebbiano gli ottimi risultati che, combinati alla prima quanto storica performance delle ragazze di Milena Bertolini al Mondiale transalpino di qualche mese fa, denotano ancor di più il lavoro svolto. D’altronde siamo la Nazione della svolta, siamo il Paese che quando tocca il fondo risale a galla quasi come se nulla fosse: siamo l’Italia che risponde alle critiche, la squadra che accolla qualsivoglia di crisi, impariamo dal fallimento per tornare più forti, l’abbiamo sempre fatto.

Fonte immagine in copertina: profilo ufficiale IG @marcotardelliofficial