Il nostro viaggio sulla costa atlantica continua verso Sud, l’estremo sud.

Cambiamo division, andiamo nella South East division.

Nella soleggiata Florida, the Sunshine State, hanno sede due franchigie della Nba. Entrambe sono state aggiunte alla lega nel 1989 quando si decise di aumentare le squadre della lega a 30.

Inizialmente il piano di espansione doveva contemplare solo due team, nella corsa ad avere una franchigia Nba concorrevano però già Charlotte e Minneapolis.

Sembrava chiaro a tutti che il terzo stato più popoloso degli Stati Uniti meritasse almeno di avere una squadra di basket, altrettanto chiaro era che dovesse essere a Miami. Pat Williams ex general Manager dei 76ers e Jim L. Hewitt, imprenditore locale però avevano un’idea diversa: volevano portare una grande squadra nella Florida Centrale. Tampa sicuramente era la città maggiore della zona, ma Orlando era in piena espansione.

Una città mediamente piccola senza un aeroporto adeguato difficilmente avrebbe potuto ospitare una squadra NBA, ma ad Orlando stava nascendo e crescendo l’industria turistica legata alla Walt Disney World e agli altri immensi parchi tematici della zona. Fu cosi, grazie alla professionalità e all’insistenza di Williams che quando la lega approvò l’espansione della lega furono approvate sia Orlando che Miami, oltre che Minneapolis e Charlotte.

Il nome designato per la squadra della Florida era Heat, che andò alla più importante Miami, per Orlando si utilizzò Magic, in onore dell’atmosfera magica legata ai parchi tematici che costituiscono l’ossatura economica della zona. All’inizio l’esperienza delle due new entry fu particolarmente irta e piena di difficoltà, infatti le nuove franchigie Nba partecipano ad un Expansion Draft apposito in cui selezionano 12 giocatori che formeranno la prima rosa. Per arrivare a livelli competitivi, chiaramente, si necessita di più tempo.

MIAMI HEAT

I primi anni della squadra di Miami sanno di anonimato. Due opache apparizioni ai play-off eliminati subito al primo turno sono il massimo raggiunto dalla squadra della Southern Florida.

La musica cambia quando viene ingaggiato Pat Riley come allenatore e direttore generale. Gli Heat per fare il salto di qualità si affidando al blasonato coach ex-Lakers che con sé porta la prima vera leggenda degli Heat, Alonzo Mourning.

Assoldato anche il talentuoso Tim Hardaway arrivarono anni di gloria a Miami dove gli Heat raggiunsero le finali di conference, perdendo contro i Bulls di un certo Jordan nel 97’. I loro più acerrimi nemici di questi anni sono però i New York Knicks di Pat Ewing (ex squadra allenata da Riley) che li eliminarono in ben tre occasioni.

Quando ad Alonzo Mourning fu diagnosticata un’insufficienza renale nella stagione 00-01 Miami perse il suo miglior giocatore, quando poi se ne andò anche Hardaway a Dallas l’organico fu smantellato e si ricominciò da capo.

Nel draft 2003, forse il più stellare della storia recente, fu scelto alla quinta chiamata Dwayne Wade, fu proprio sulle spalle dell’allora giovane rookie che si è costruita la gloriosa storia dei tre titoli di Miami. Inizialmente la salita fu difficile ma l’obiettivo di Pat Riley rimaneva chiaro: bisognava vincere. Per dedicarsi unicamente al ruolo dirigenziale abbandonò il ruolo di allenatore lasciandolo al suo vice, Stan Van Gundy. Nel 2004 si annunciò l’arrivo di Shaquille O’Neal, una superstar di primissimo livello, che annunciava l’assalto al titolo da parte della franchigia della Florida.

Riley non si accontentò di lui ed aggiunse alla rinforzi del calibro di  di Gary PaytonAntoine WalkerJames PoseyJason Kapono e Jason Williams, tutti giocatori di primissima fascia. Con un Wade in crescita esponenziale gli Heat perdono le finali di conference contro i Pistons, futuri campioni, ma l’anno dopo, nel 2006, con Riley tornato in panchina al posto del dimissionario Van Gundy, raggiungono l’agognato primo anello della loro giovane storia.

Le stagioni successive furono condizionate dagli infortuni di Shaq e Wade con Miami che perde pezzi e crolla verticalmente. Si decide di ricostruire nel 2010 con la firma di due pezzi da novanta: Chris Bosh e LeBron James. Il resto si conosce, quattro finali in quattro anni e due titoli portati a casa dai leggendari Big Three. Ora Miami, dopo ben tre anelli vinti, ha visto nuovamente la sua squadra sgretolarsi e, con l’addio di Wade dello scorso anno, la fine tangibile di un’era di trionfi cestistici.

COME SONO MESSI QUEST’ANNO GLI HEAT?

Molto, molto bene. Al contrario di quanto ci si possa aspettare dalla fine di queste ere di successi che solitamente portano con loro anni mediocri di ricostruzione, Miami è riuscita in pochi anni a trovare la quadratura del cerchio. Sotto la guida sapiente del giovane, ma già navigato coach Spoelstra (allenatore dei due titoli) Miami gioca un basket spumeggiante, coinvolgente e davvero molto efficace. Niente più superstar sotto gli aranceti della Florida, ma tanta voglia di giocare di squadra. L’arrivo del vulcanico Butler quest’estate ha cambiato un po’ le carte in tavola.

Nonostante il carattere guascone della guardia coach Spoelstra ha saputo trovare lo spicchio giusto in cui inserirlo, sfruttando le sue immense doti su entrambi i lati del campo e mitigandone il temperamento fumantino. Butler è il leader carismatico e realizzativo della squadra ad oggi, ma non oscura i compagni con la sua aura, anzi li motiva a pieno.

La sua tendenza ad accentrare il gioco prendendo la maggior parte dei possessi è stata messa a freno, lo testimoniano le statistiche, dove sono calati sia i tiri presi che i punti, ma non la percentuale di canestri realizzati che è anzi aumentata. Questo vuol dire solo una cosa: Butler gioca di più per la squadra.

Coach Spoelstra è un mago in questo, nel trovare il giusto assetto, è forse uno degli allenatori con più talento della lega. Ha saputo gestire tre tenori come i Big Three (non facile) e riesce a far rendere al meglio una squadra “operaia”, ad oggi seconda ad Est. Le energie risparmiate da Butler in attacco vengono riconvertite in difesa, il difensive rate (punti concessi per 100 possessi difensivi) infatti recita un ottimo 107.9.

Guardando le statistiche poi balza all’occhio come la squadra sia quarta come percentuale realizzativa complessiva e addirittura seconda come percentuale realizzativa da oltre l’arco dei tre punti, tutti numeri che vanno a rimarcare la concretezza del gioco di Spolestra.

Dietro a Butler, leader combattente, c’è una squadra di giovanotti pronti ad esplodere. Hierro ha incantato in Summer League e sta dimostrando, a sprazzi, capacità di tiro fuori dalla norma: con quella velocità di esecuzione abbinata alla precisione, se migliorano le scelte di tiro, siamo davanti ad una futura stella. La vera rivelazione però è il rookie Nunn: bistrattato al draft dove non è stato scelto da nessuno (undrafted), è stato scippato da Miami che gli ha offerto un contratto prima dell’inizio della stagione.

Ora la giovane guardia viaggia a 16 punti di media a partita ed è pienamente in lizza per il premio di Rookie of the Year, un’intuizione incredibile dell’immarcescibile presidente Pat Riley. L’imprevedibile esplosione di Nunn ha tolto minuti a Dragic. Il play sloveno era il tassello da cui Miami è ripartita nel post Big Three, giocatore dalla tecnica sublime, anche se poco forte fisicamente. Ora Dragic parte dalla panchina ma ha comunque un lauto minutaggio e porta alla causa la sua qualità nel playmaking e nel tiro. Un’altra inaspettata esplosione che sta portando Miami su vette altissime è quella di Bam Adebayo, ad oggi uno dei candidati più forti per il MIP (Most Impoved Player). I miglioramenti del centro sono stati sensazionali, l’anno scorso era oscurato da Whiteside e appariva molto grezzo tecnicamente, quasi sgraziato. Quest’anno invece è uno dei centri più dominanti della lega, una presenza costante in difesa, oltre che un realizzatore strepitoso grazie alle sue impareggiabili doti da sotto canestro.

A Miami sono passati due centri leggendari come Shaq e Mourning, se Bam dovesse continuare cosi il paragone potrebbe reggere, un giorno, le premesse però da quest’anno sembrano esserci tutte. Dalla panchina escono Duncan Robinson, incredibile tiratore capace, se in giornata di sfornare prestazionipirotecniche da dietro l’arco; Meyers Leonard, ala-centro di puro atletismo e furore agonistico, molto utile nella rotazione; Kelly Oynyk, esperto centro dalle inaspettate doti di tiratore e molto funzionale al gioco; Derrick Jones, altra rivelazione, schiacciatore formidabile dalle lunghe leve, giocatore alto veloce e dinamico, ancora da sgrezzare ma sulla buona strada. Da citare anche l’ultra veterano Haslem, storico giocatore, oramai prossimo alla fine della carriera ed il buon play Wislow, perseguitato dagli infortuni (che hanno permesso l’esplosione di Nunn) ed ora relegato ad un ruolo marginale.

Nonostante l’ottimo piazzamento Miami ha ancora una bella parte di spazio salariale libero che gli permetterà di firmare una (o due) star nelle prossime stagioni, che aggiunte a questo organico già molto competitivo potranno iniziare un nuovo ciclo vincente. Pat Riley è il Re Mida della Nba, Spoelstra lo Special One (per dirla con un termine calcistico) della Lega, aspettarsi un’altra era vincente sulle spiagge della Florida è, perciò, tutt’altro che utopia.

Immagine di copertina dal profilo Instagram NBA