Dove trovarci

Nba Focus on the division: The Big Apple

La Grande Mela. La città che non dorme mai. Il fascino che la metropoli atlantica esercita nel mondo è senza eguali, anche sportivamente parlando. Chi non ha mai sentito parlare degli Yankees o dei Mets per il baseball oppure dei Giants per il football, magari non seguendo affatto questi sport. Per il basket il discorso è differente. Al momento la città ha due franchigie entro i propri confini, ma non è sempre stato così. La squadra storica della città sono i Knickerbrokers, o più semplicemente Knicks, antico appellativo dei newyorkesi. La loro arena è il Madison Square Garden (quasi 20.000 posti), colossale ed iconica struttura che ospita anche l’hockey su ghiaccio, numerosi concerti (immense star hanno suonato qua da Frank Sinatra ai Led Zeppelin) ed altri eventi come la boxe. I Knicks sono affiliati alla lega dal 1946, ovvero da quando esiste, ma hanno collezionato solo due titoli  parecchio tempo orsono (nel’70 e nel ’73), e, come vedremo, sono una franchigia tutt’altro che vincente. Dall’altra parte del fiume Hudson, nel più importante dei borough, Brooklyn, sono nati nel 2012 i Brooklyn Nets. L’immenso progetto, che comprende il Barclays Center nuovo di pacca, nasce dalle ceneri dei New Jersey Nets, franchigia del vicino stato omonimo. Per ridare smalto agli opachi Nets, e per volere del co-propierietario, il produttore musicale e star del rap Jay-Z, è stato deciso di trasferirli nel multietnico e scoppiettante borgo di New York. Operazione di marketing sicuramente riuscita: ora gli scintillanti Nets stanno portando avanti un progetto molto ambizioso al contrario dei vetusti cugini che navigano a vista in acque paludose. Ma procediamo con ordine.

Riuscirà Kyrie a dimostrare il suo valore? Fonte: Instagram Kyrie Irving

NEW YORK KNICKS

Rappresentare New York nello sport professionistico americano non è mai facile, parliamoci chiaro. Le aspettative per una squadra con sede a Manhattan sono alte, sempre e comunque. D’altro canto fare peggio dei Knicks negli ultimi anni è davvero complesso. Sono 46 anni che non arriva un titolo sull’isola e vedendo la situazione odierna nulla lascia presagire niente di buono per i prossimi. I nostalgici ricorderanno le due finali negli anni ’90 con Pat Ewing. Niente titolo però. Più recentemente la corazzata composta da Anthony, Stoudemire, Chandler e Davis, con parecchie ambizioni da titolo, raggiunse, al massimo le semifinali di conference. Melo è stato l’ultimo grande giocatore sul parquet della settima Avenue, non a caso è conosciuto sì come un campione, ma anche come un eterno perdente. New York dopo Anthony ha conosciuto una crisi senza fine. Ogni anno si tenta la ricostruzione, fallendo miseramente. Nel draft 2015 è stato chiamato il promettente Porzingis come quarta scelta al draft, sembrava il primo tassello di una rinascita. Non è avvenuto niente di lontanamente simile, complici altre pessime scelte nei draft successivi. Il tutto poi è tramontato con la partenza del lettone lo scorso anno verso Dallas. Nel 2017 anche l’ex giocatore e possibile redentore Phil Jackson ha rassegnato le sue dimissioni da dirigente. La notte si è fatta sempre più nera tra i grattacieli di Manhattan, soprattutto quest’anno. I Knicks, con la partenza di Porzingis (in cambio di Jordan e Smith Jr., due contratti in scadenza) liberano lo spazio salariale per una (o due) star. L’arrivo di uno o più campioni doveva essere coadiuvato dalla prima scelta al draft. Firmare Zion Williamson, complice il gigantesco circo mediatico creatosi attorno al giocatore di Duke, avrebbe ridato appeal ai newyorkesi rendendoli di nuovo appetibili per il futuro. Serviva un po’ di fortuna nella lottery che assegna le pick, la dea bendata però non ha sorriso. Prima scelta ai Pellicans, nonostante si fossero piazzati meglio in classifica, e solo la terza agli arancioblu. Visto la scarsa attrattiva esercitata dalla franchigia sul mercato, nonostante l’immenso spazio salariale a disposizione nessun top player ha firmato. La corsa al riparo non è bastata, i Knicks sono ancora tragicamente ultimi e, cosa ben più grave, senza nessun progetto per il futuro. Julius Randle, arrivato in estate, è un buon big man d’area, ma senza un supporting cast adeguato è inefficace. Marcus Morris, importantissimo lo scorso anno nella rotazione di Boston, ha innegabili qualità da mettere in mostra sul parquet, ma è un giocatore di contorno che può avere un impatto tremendo dalla panchina, portando grinta ed energia con il giusto minutaggio, non un role player. RJ Barrett è un ottimo prospetto. Il rookie, selezionato alla terza scelta, ha le qualità giuste per essere una guardia determinante nel futuro. Buon realizzatore, dinamico ed atletico, ha tutte le carte in regola per una carriera ai massimi livelli, l’ambiente in cui si trova non è però dei più fertili in cui crescere. In rosa figurano poi il veterano Taj Gibson , il piccolo Smith Jr., più famoso per la gara di schiacciate all’All-Star Game che per le sue prestazioni in stagione;  Bobby Portis, giocatore mai esploso; Payton, buon playmaker, ora infortunato; la promessa (fino ad oggi) non mantenuta Ntilikina; Ellington, tiratore affidabile ma non decisivo e Bullock, discreta guardia. La conclusione è che dalle parti di Manhattan serva una decisa rivoluzione. Da zero. Un tabula rasa che riporti giovani talentuosi in campo e soprattutto un progetto ben strutturato negli anni. Spike Lee, il noto regista afro-americano accanito tifoso dei Knicks, e tutta la parte di città arancioblu, meritano qualcosa di meglio per questa piazza. Senza, però, un piano strutturato (e molta molta pazienza), vedendo quanto fatto fino ad oggi, più che un progetto servirà un miracolo.

Spike Lee, forse non completamente soddisfatto dalla prestazione dei suoi (?) (fonte: Instagram Spike Lee)

 

BROOKLYN NETS

Dall’altra parte del Brooklyn Bridge, invece, si respira aria di primavera. I Nets hanno provato sulla loro pelle cosa voglia dire una squadra costruita senza avere fondamento. Quando, dopo il trasferimento, sull’onda dell’entusiasmo si cercò di creare una franchigia da titolo, i risultati furono nefasti. Arrivò il duo Garnett-Pierce, già in fase calante, ad affiancare la star Joe Johnson, anch’egli sul viale del tramonto. I risultati sperati non arrivarono, e la squadra vide fallire i suoi sogni di gloria e a dovette ricominciare da zero, liberandosi dei pesanti ingaggi dei suoi Big Three. La rinascita è stata lenta, ma sta procedendo: il nuovo impianto, il marketing fatto alla perfezione (sappiamo che gli americani sono maestri in questo) come il nuovo parquet grigio scintillante, per fare un esempio, tutta una serie di elementi studiati che hanno portato il team di Brooklyn ad aumentare esponenzialmente la sua fan base e dunque il suo valore sul mercato. Per rendere la squadra competitiva non basta creare appeal, servono i numeri. Dalla rinascita (stagione 2014) sono arrivate stagioni di insuccessi, ma che hanno contribuito a creare una base di giovani molto talentuosi. Jarrett Allen, tentacolare centro insuperabile in difesa grazie alle sue lunghe leve; Caris LaVert elettrica ed energica ala, limitata, ahinoi, dagli infortuni; Joe Harris, glaciale ed infallibile cecchino (vincitore della gara da tre dello scorso All-Star Game). Supportati da Dinwiddie, impressionante realizzatore puro dotato di un incredibile talento, ma relegato per anni in G-League (lega di sviluppo dell’Nba). La base era solida ed in estate è arrivato il carico da novanta. Kevin Durant, nonostante la consapevolezza di dover saltare una stagione per il terribile infortunio al tendine d’Achille, ha scelto Brooklyn per l’ultima avventura a massimi livelli della sua carriera. Non servono presentazioni per KD, semplicemente il giocatore più immarcabile della lega. Tanto dipenderà dalle sue condizioni al rientro, ma le aspettative sono già al massimo. Insieme a lui sul palco, con ruolo di protagonista, ci sarà Kyrie Irving. Il funambolico playmaker, dopo la sfortunata esperienza a Boston, deve dimostrare di essere il campione che tanti si aspettano. Le sue doti realizzative sono sbalorditive, niente del genere si era visto dal dopo Iverson in quel ruolo. Con la canotta bianconera ha il dovere di prendere le redini della squadra in mano, dimostrando leadership e carisma. Per completare il quadro ha firmato pure DeAndre Jordan, il vulcanico centro porterà centimetri e muscoli, fondamentali sotto canestro. In attesa del ritorno di KD ci sarà una stagione di rodaggio nella quale trovare la giusta alchimia di squadra. Una volta tornato easymoneysniper (nickname Instagram di Durant), ci sarà la resa dei conti. Riusciranno lui ed Irving a convivere in uno schema di gioco congeniale ad entrambi? Oppure lasceranno prevalere la loro vena di accentratori di gioco? Il supporting cast sarà in grado di esprimersi all’altezza? Tutto le risposte sono rimandate all’anno prossimo. Inutile dire che le aspettative sono già incredibilmente alte.

 

 Immagine di copertina: lo stilosissimo nuovo parquet dei Brooklyn Nets

Lascia un commento

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Altro in Basket