NEL GIORNO DEL MERSEYSIDE DERBY IN PREMIER LEAGUE, VOGLIAMO CONDURVI IN UN’IMMAGINARIA SFIDA LIVERPOOL-EVERTON PRE COVID-19. GESTI E SUONI DI UNA NORMALITÀ MANCANTE.

1.300 metri, poco più di un chilometro. Erba verde, alberi folti e un particolare profumo di cuoio che solo qui è possibile trovare. 1.300 metri, poco più di una decina di campi da calcio posti in verticale. Tanta è la distanza che divide Anfield da Goodison Park. Nel mezzo un parco, per essere precisi lo Stanley Park, ponte inconsapevole che collega le due anime di Liverpool.

Reds e Toffees. Liverpooliani ed Evertoniani. Fratelli gemelli separati alla nascita da un credo diverso.

1.300 metri, poco più di 15 minuti di passeggiata. Si saluta Anfield Road, si entra nel parco, lo si attraversa e si esce su Spellow Lane. Ad attendere il viandante è la statua di Dixie Dean, leggenda dell’Everton degli anni ‘20 e ‘30. Ancora qualche metro, svolta a destra ed ecco Goodison Road.

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Facciata Goodison Park e statua Dixie Dean, foto scattata dall’autore

Music & football, football & music. Liverpool nel mondo è famosa per queste due cose: il calcio e i Beatles. L’arte di Eupalla e quella di Euterpe. Passato, presente e futuro di una città portuale che poco altro ha da offrire alla modernità.

Partiti dal The Cavern, ventre umido e sudato posizionato in uno dei budelli di Liverpool, John, Ringo, George e Paul sono diventati uomini lontano da qui, prima dell’atteso ritorno sulle sponde del Mar d’Irlanda. Una statua nei pressi del porto celebra il noto quartetto con ‘la caverna’ che oggi è diventata meta di pellegrinaggio per l’umanità.

Alle spalle del Royal Albert Dock è stato aperto anche un museo. Decine di stanze che riassumono la vita della band più famosa della storia. Un omaggio doveroso a chi ha garantito alla città di Liverpool un flusso perenne di visitatori.

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Statua The Beatles a Liverpool, foto scattata dall’autore

Lasciando le note per tornare al pallone, 5 chilometri dividono il porto dai campi da calcio di Toffees e Reds. Circa un’oretta di camminata lungo la spina dorsale di Liverpool, risalendo dalla coda alla testa il corpo consumato della città. Lo scenario è industriale. Ditte di mattoni rossi, concessionari, pubs e shops dall’aria vissuta.

Liverpool sembra dividersi tra staticità e dinamismo. A colpire i colori, quelli del football. Più ci si avvicina ad Anfield e più si vede rosso. Più si cammina verso Goodison e tutto diventa blu.

Identità, passione, senso di appartenenza. Valori trasmessi di padre in figlio come preziosa eredità. Stili di vita e modi di essere. O si tifa Liverpool o si supporta l’Everton. Il compromesso non è consentito.

A dipingere le vie i portoni delle case. Chi ce l’ha rosso e chi blu. Chi ha il Liver bird e chi la Prince Rupert’s Tower. Simbolismo e colori si mischiano nelle strade di Liverpool, segni indelebili di un amore esibito nella quotidianità.

Il derby del Merseyside l’appuntamento più atteso dell’anno. Il campionato ne permette due, le coppe ogni tanto regalano un extra. Date cerchiate sul calendario, giornate alla quali non è permesso mancare. La città si ferma, lo stadio inizia a ballare.

Che sia a Goodison o ad Anfield non fa differenza. Nell’ora del football non esiste altro che il football, soprattutto in giornata di derby, soprattutto qui a Liverpool.

“You’ll never walk alone” vs “Johnny Todd”. Reds vs Toffees.

Se a giocare in casa è l’Everton, a colpire il forestiero è il pre-partita alla St. Luke The Evangelist Church. Chiesa a due passi dai cancelli di Goodison, luogo di ritrovo dei tifosi in maglia blu.

Una tazza di tea, un posto al caldo dove sedersi. I supporters dei Toffees si riuniscono qui, pregando magari per una vittoria del club, tra sacro e profano, uniti dalla passione. Un luogo mistico che eleva il momento, rendendo l’attesa una messa cantata.

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St. Luke The Evangelist Church fuori Goodison Park, foto scattata dall’autore

Una strada di stelle conduce poi ai portoni d’ingresso. Nomi di giocatori incisi nella pietra, tifosi che hanno scelto di fare lo stesso. Dalla chiesa al campo è una lunga processione di mattonelle intagliate. Chi lì ha giocato e chi ha tifato. Chi ha vinto e chi perso. Goodison Road accoglie i suoi figli con semplicità, calpestata da chi anche oggi è qui per tifare Everton.

Impianto di fine ‘800, Goodison concede un salto a ritroso nel tempo. L’aspetto di un ground, circa 40.000 i posti a sedere. La storia entra, si inchina e abbandona, pronta a gustarsi un po’ di buon football in uno degli impianti più vecchi del Regno.

Liverpool Memorial fuori Anfield, foto scattata dall’autore

Ad Anfield lo scenario è invece diverso. Quando a giocare in casa sono i Reds a precedere il match è il pellegrinaggio al Liverpool Memorial. 96 nomi impressi per sempre su due stele di marmo ai piedi di Anfield. Le vittime di Hillsborough, protagonisti di una delle tragedie peggiori della storia del calcio.

Sciarpe, fiori, lettere a penna. Chi se la sente lascia un ricordo. Segno indelebile di un dolore che accomuna l’intera città.

A fare gli onori di casa è un bronzeo Bill Shankly, storico manager di un Liverpool cannibale a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70. La statua in onore dello scozzese accoglie i tifosi diretti alla Kop. Mani alzate in segno di vittoria, una posa virtuosa che trasmette passione.

Statua Bill Shankly fuori Anfield, foto scattata dall’autore

Dentro allo stadio lo scenario è di festa. Sventolano le bandiere, i tifosi scaldano le voci. La Kop si anima, inizia a cantare e tutto d’un tratto il sangue dal cuore viene pompato nelle vene che si sviluppano nell’intero impianto.

Le squadre si preparano. Ultima sistemata alla maglia, bacio alla fascia e mano alzata pronta a toccare per l’ultima volta il noto cartello “This is Anfield”. Henderson entra, i compagni lo seguono. I rivali dell’Everton chiudono la processione.

Tutto è pronto. Monetina, stretta di mano e fischio dell’arbitro. Il Merseyside si ferma ad ammirare il suo derby più atteso.

Immagine di copertina: foto scattata dall’autore nelle vie di Liverpool