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Olympique lyonnais, un exploit recente

Il calcio è fatto di squadre che hanno costruito la propria storia e la propria fama durante tutto il Novecento, evolvendosi nel corso delle differenti decadi e vincendo titoli che hanno fatto entrare alcune rose nell’Olimpo delle proprie società. In Francia le regine sono sempre state l’Olympique de Marseille (unica squadra d’oltralpe a vincere una Champions) e il Saint-Etienne, detentrici rispettivamente di 9 e 10 titoli nazionali, con il Nantes immediatamente dietro di loro con 8; altre squadre si sono distinte, come il Monaco (una delle poche con il Marsiglia che ha mantenuto un livello simile nelle ultime stagioni), il Bordeaux e lo Stade de Reims: i girondini hanno avuto il loro picco negli anni ’80, mentre i biancorossi furono una delle squadre più forti a livello europeo negli anni ’60, diventando addirittura la prima squadra francese a raggiungere la finale di Coppa dei Campioni, poi persa contro il grande Real Madrid di Di Stefano.

La Francia però, a differenza di molti altri paesi, ha visto squadre che sono letteralmente esplose soltanto in tempi recenti: l’esempio lampante è quello del Paris Saint-Germain, che aveva vinto soltanto due titoli di Francia prima dell’arrivo del qatariota Nasser Al-Khelaifi, colui che ha dato prestigio al calcio parigino a suon di acquisti faraonici ed investimenti folli. L’altra squadra che ha avuto un exploit recente è invece l’Olympique lyonnais: nessun investitore di maggioranza straniero, ma soltanto le mani del vispo e non certo simpatico presidente Jean-Michel Aulas, che nel 1987 rilevò un club di seconda divisione, portandolo nel giro di poche stagioni nell’élite del calcio francese.

LA GENESI DI UN MITO

Nasce come Lyon olympique, polisportiva della città di Lione, nel 1896: inizialmente soltanto una squadra di rugby, poi col tempo la società si dotò anche di una sezione calcistica; nel 1910, una volta diventato Lyon olympique universitaire (LOU), iniziò a far capolino anche nelle divisioni professionistiche nazionali, seppur senza essere una delle protagoniste principali all’interno di un campionato che ancora si stava costruendo. Poco da raccogliere in questa prima fase della storia del club, fino ad arrivare al 1950, anno in cui ci fu un grande putiferio che coinvolse la sezione rugby e la sezione calcio: le due fazioni arrivarono addirittura a scindersi, con il LOU che si ritrovò costretto a dover creare una nuova ed unica sezione calcistica, a cambiare nome e a chiedere un nuovo numero di affiliazione alla Federazione francese.

Fu così che nacque l’Olympique de Lyon et du Rhône, che a sua volta diventò Olympique Lyonnais. O ancora più semplicemente, OL.

Dal 1950 fino all’inizio degli anni ’90, l’OL è una squadra di medio-basso livello per quanto riguarda la prima divisione, e un lusso all’interno della seconda; non era raro vedere in Ligue 2 la squadra del Rodano, che riuscì a portare a casa in 40 anni di storia soltanto per 3 volte la Coupe de France (1964, 1967, 1973). La prima fu vinta da Lucien Jasseron, mentre le altre due furono portate a casa da Aimé Mignot, che fu allenatore per ben 8 stagioni dei Gones, portandoli stabilmente al centro della classifica in prima divisione, che per gli standard societari dell’epoca era un ottimo risultato.

Due dei più grandi giocatori degli anni ’70 dell’OL furono Bernard Lacombe, il più grande goleador del calcio francese ed oggi consigliere speciale del presidente del Lione, e Raymond Domenech. Sì, lo stesso “burlone” che fino a poche stagioni fa sedeva sulla panchina della nazionale francese, è stato un terzino dell’OL. Furono i due sacrificati durante il periodo economico più nero della società, che a ridosso degli anni ’80 si trovò costretta a cedere i due giocatori migliori della squadra per poter abbassare il tetto ingaggi e poter far entrare una liquidità immediata nelle casse del club. Proprio in seguito a questa crisi economica, nel 1983 l’Olympique lyonnais si ritrovò nuovamente nel purgatorio della seconda divisione, dopo ben 26 stagioni di prima divisione.

Il bomber di razza Bernard Lacombe

Proprio in questo momento storico entra in gioco il presidente già citato in precedenza, colui che ha risollevato le sorti del club di una delle più importanti città di Francia. Aulas acquista nel 1987 l’OL, con l’obiettivo di rilanciare la società e riportarla in prima divisione: curioso che ad allenare la squadra bianca, rossa e blu sia proprio il lionese doc ed ex giocatore dell’Olympique Raymond Domenech; assieme a lui entrerà in società anche l’ex bomber Lacombe, che assumerà invece un ruolo dirigenziale. La scelta di Aulas è chiara, affidare il Lione ai lionesi, trasmettere il sentimento di una città attraverso chi la conosce realmente, e far sì che la squadra possa essere una valida rappresentazione di tale sentimento.

Il progetto vede una rapida risalita in Ligue 1, che avverrà nel 1989, dopo due anni dall’insediamento di Aulas, che si era preposto di voler raggiungere la prima divisione. Conseguentemente, l’obiettivo successivo diventa il raggiungimento di un piazzamento europeo: anche in questo caso Aulas vorrebbe farlo in sole tre stagioni, e dopo un paio di stagioni tribolate nei bassifondi della classifica ed una progressiva crescita che li ha visti stazionare a metà classifica, il Lione raggiungerà la Coppa UEFA nel 1995/96, permettendosi anche di eliminare una squadra celebre come la Lazio.

Una crescita graduale tra il 1997 ed il 1999 vedrà il Lione raggiungere finalmente le posizioni di alta classifica, e grazie all’aumento di capitale dovuto all’apporto economico fornito dalla compagnia cinematografica Pathé, si può permettere anche il primo grande colpo della sua storia: Sonny Anderson, attaccante brasiliano ex Barcellona, pagato ben 18 milioni di euro (un’enormità all’epoca).

È l’inizio di un’era storica per l’OL.

Sonny Anderson in azione in una delle prime battaglie d’alta classifica per l’OL

LA DECADE DEI RECORD

Nel 2001 l’OL arriva ad un soffio dal titolo di campione di Francia, arrivando secondo soltanto alle spalle dell’ultimo grande Nantes, ma in compenso torna a vincere un titolo che mancava dal lontano 1973, la Coupe de la Ligue contro il Monaco.

Il primo squillo di una lunga serie. L’anno 2002 entra nella storia dell’Olympique lyonnais, perchè arriverà il primo titolo di Francia, con tanto di brivido che diventerà gioia soltanto all’ultima giornata: il Lens non riuscirà a recuperare il distacco sulla capolista guidata da Jacques Santini, e così Anderson e compagni riusciranno a sollevare il primo di una lunga serie di titoli. Il grande capolavoro di Jean-Michel Aulas non è stato tanto quello di riportare il Lione sulle vette nazionali e ai vertici d’Europa, ma il mantenere il club a questo livello per moltissimi anni.

7 i titoli consecutivi in Francia, diventando più o meno quello che è attualmente la Juventus in Italia: chiunque fosse l’avversario – quando ce n’erano di avversari… – veniva asfaltato, ed il trofeo di campione lasciava Lione soltanto per tornarci a fine stagione. In porta l’idolo incontrastato della tifoseria Grégory Coupet: 11 anni con le maillot rouge et bleu, un portiere fuori dall’immaginario comune, dato che arrivava a fatica ai 180 cm; balzi felini, esplosività, carisma e soprattutto un carattere molto estroso gli permettevano di sopperire ai deficit fisici.

Davanti a lui due centrali brasiliani che hanno fatto la storia del club, Claudio Caçapa prima e Cris poi, entrambi dotati di grande fisicità e di una tecnica insolita per un difensore, ma allo stesso tempo tipica del giocatore brasiliano; ai loro lati una bandiera del club, Anthony Réveillère, terzino destro e capitano per anni del club e quasi una carriera intera dedicata a questi colori. Dall’altro lato un terzino di qualità, destinato poi a squadre più ambiziose, come Éric Abidal: colonna della retroguardia dell’OL prima, e della nazionale francese e del Barça poi.

Il centrocampo del Lione è stato per anni una fucina di talenti che hanno spiccato il volo verso i top club europei: Michael Essien incarnava perfettamente il concetto di centrocampista moderno nel primo decennio del 21° secolo, grande dinamismo, capacità di palleggio e un buon rapporto con gli inserimenti dalle retrovie. Mahamadou Diarra è stato il faro di quella mediana, con il suo fisico statuario, le scorribande in area avversaria sui calci piazzati e un carisma che gli permise di entrare senza problemi in uno spogliatoio glorioso come quello del Real Madrid. Il più talentuoso però era ovviamente un brasiliano, capace di dare i ritmi alla squadra e di saper fare da collante tra il centrocampo e l’attacco: Juninho Pernambucano è stato insieme a Pirlo il più grande battitore di calci di punizione dei primi anni 2000, dovendo aggiungere oltretutto che proprio l’ex Milan e Juve ha sottolineato più volte di aver preso spunto dal tipo di calcio della leggenda gones.

Govou e Malouda sono state le due frecce che hanno lasciato i solchi sul prato della Gerland, con il secondo che poi ha avuto addirittura la chance di affrontare da protagonista grandi battaglie in Premier League ed in Champions League con la maglia del Chelsea. Davanti invece Fred, un brasiliano che non dava mai l’impressione di essere un giocatore all’altezza della situazione;  non era veloce, non era molto tecnico, non sembrava capace di dialogare con costanza con i compagni. Eppure, i gol li segnava sempre.

Una rosa di grande qualità, arricchita dai prodotti di un vivaio fiorente e riconosciuto come uno dei migliori del mondo: in quegli anni stavano nascendo due stelle pronte a scintillare per i campi francesi, uno era Hatem Ben Arfa, un numero 10 dalle capacità tecniche strabilianti ma dal carattere difficile (per usare un eufemismo), mentre l’altro era un certo Karim Benzema, l’attaccante perfetto che racchiudeva dentro di sé velocità, tecnica, senso del gol e fisicità. E non è difficile capire perchè sia da ormai una decina di anni l’attaccante titolare del Real Madrid.

Santini, Le Guen, Houllier e Perrin sono gli artefici delle sette sinfonie consecutive, mentre sarà Claude Puel a raggiungere il miglior risultato del club in Champions League, nel 2010 quando l’OL cadrà soltanto in semifinale dinanzi al Bayern Monaco, che uscirà poi sconfitto in finale contro la grande Inter del Triplete.

Nella seconda decade del nuovo millennio il Lione vive un momento di transizione, legato anche al grande investimento che porta alla costruzione del nuovo Parc OL, gioiellino che verrà creato per gli Europei del 2016: per questo motivo, in un’epoca in cui le liquidità disponibili per il calciomercato non sono molte, si sceglie la via interna per migliorare la squadra; una crescita graduale del settore giovanile, che inizia a dare nuova linfa alla prima squadra regalando gioielli di caratura continentale. Nabil Fékir, Maxime Gonalons, Samuel Umtiti, Alexandre Lacazette, Clinton Njie, Corentin Tolisso, Jordan Ferri e Anthony Lopes sono stati i giocatori dai quali il Lione è ripartito per tornare al vertice del calcio francese, cresciuti nel vivaio con la mentalità di rappresentare al meglio Lione e la sua gente, per ripartire da quel senso d’appartenenza cittadino che Jean-Michel Aulas volle utilizzare per rilanciare il calcio in una delle città più importanti di Francia.

A tal punto che nel giro di soli 15 anni l’OL passò da un budget che vedeva un deficit di un milione di euro (1987), a uno che è arrivato a sfondare senza problemi i 100 milioni.

Perchè costruire in casa può essere ancora fonte di guadagno non soltanto economico, ma anche sportivo e culturale. E Lione ha rappresentato tra il 2002 ed il 2008 proprio un’élite a livello nazionale ed europeo sotto ciascuno di questi punti di vista, mentre oggi cerca di risorgere con i propri ragazzi guidati dalla OL Foundation, nella speranza di ritoccare l’apice di poche stagioni fa.

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