Il 5 settembre 2017 per la Siria è un giorno speciale, uno dei pochi raggi di sole in anni cupi, carichi di paura e terrore. L’imperitura guerra civile che dal 2011 devasta il territorio siriano quel giorno subisce un importante scossone che ne condizionerà i mesi e gli anni a venire. Deir el-Zor, una delle prime città ad essere assediata dagli jihadisti islamici, dopo più di 3 anni viene liberata grazie ad un’offensiva ben congegnata dall’esercito locale. Quello stesso 5 settembre, a poche ore dalla liberazione della sua città natale, Omar Al-Somah, attaccante siriano che ha ritrovato la Nazionale da poche settimane, al minuto 93 del match contro l’Iran segna il gol che vale alla Siria l’accesso agli spareggi per il Mondiale russo dell’estate successiva.

Al-Somah quella partita non doveva nemmeno disputarla, perché nonostante fosse da anni il miglior calciatore siriano in circolazione, non veniva convocato in Nazionale dal lontano 2012. La causa è di matrice politica ed è da ricercare nel post-partita della finale di Coppa d’Asia Occidentale vinta dalla Siria 7 anni fa. Nei festeggiamenti successivi alla vittoria, Al-Somah sventolò la bandiera della rivoluzione sotto il settore dei tifosi siriani, schierandosi apertamente a favore dei ribelli e scatenando l’ira del governo. Al tempo, la guerra civile – nata da manifestazioni popolari contrarie al governo sempre più oppressivo di Assad – era ancora in fase embrionale, ed il gesto ebbe ancora più risonanza. Al-Somah fu il primo ad esporsi in maniera così esplicita, ma non l’ultimo.

Quello che al tempo era il capitano della squadra, Firas Al Khatib, decise arbitrariamente di abbandonare la selezione in segno di protesta politica e affermando che «fino a che ci sarà anche un solo cannone pronto a fare fuoco su qualsiasi zona della Siria, non vestirò mai più la maglia della Nazionale». Ancora più radicale fu la decisione del portiere Abdul Baset Al-Sarout, che nello stesso anno decise di appendere al chiodo scarpini e guanti per affiancare i ribelli nella guerra. Per lui la battaglia – che dal 2015 ha vissuto come leader del gruppo  Shuhada al-Bayada – è terminata pochi mesi fa ad Hama, in uno scontro contro le truppe filo-Assad che gli è costato la vita.

Difficile comprendere appieno quali siano stati i motivi che hanno spinto Al Somah ed altri compagni a rientrare in Nazionale, ma fatto sta che il 5 ottobre 2017 la Siria al gran completo ha disputato l’ultimo spareggio per accedere alla fase finale dei Mondiali contro l’Australia. Il match d’andata, come ormai da diversi anni, la Nazionale siriana lo ha giocato su campo neutro, precisamente a Malacca, località malesiana distante circa 8000 km da Damasco. In un ambiente tutt’altro che caldo, Al-Somah ha realizzato il rigore del definitivo 1-1, rimandando il verdetto finale ai 90 minuti da disputare in Oceania.

A Sydney, dopo soli 6 minuti con un contropiede fulminante ancora Al-Somah ha gelato gli 80.000 dello Stadium Australia, prima che il sempreverde Tim Cahill riportasse la doppia sfida in equilibrio. Il match si è poi protratto fino ai tempi supplementari, fino a quando ancora un gol di Cahill ha messo i siriani spalle al muro. Ad una manciata di secondi dalla fine però, le Aquile del Qasioun hanno conquistato un calcio di punizione da circa 25/30 metri di distanza dalla porta. Sul pallone si è ovviamente portato Al-Somah, che replicando la liturgia che segue Cristiano Ronaldo prima di calciare una punizione ha contato i passi, divaricato le gambe e inquadrato la porta. Il tiro, potentissimo e angolato, ha trapassato la barriera prima di infrangersi sul palo alla sinistra del portiere, sbarrando le porte per la Russia ai siriani.

QUASI LEGGENDA

La capacità di Al-Somah di essere così determinante non è vincolata alle sole apparizioni in maglia siriana, anzi, è limitata rispetto al dominio che mette in atto con la maglia dell’Al-Ahli, la squadra saudita di cui fa parte dall’estate del 2014.

L’Al Ahli e l’Arabia Saudita sono state l’ultima tappa di un percorso cominciato sempre in Siria, precisamente nelle giovanili dell’Al-Futowa, squadra che successivamente lo ha lanciato nel mondo dei grandi. L’avventura si è però conclusa precocemente, a causa dello scoppio della guerra e della conseguente sospensione del campionato. Dopo un triennio passato in Kuwait alla corte dell’Al-Qadisiya, per 2 milioni di euro Al Somah è sbarcato in Arabia Saudita, catapultato in un contesto calcistico totalmente diverso da quello che parallelamente viveva con la maglia della Nazionale. Difatti, l’Arabia Saudita, spinta dalla volontà del ministro dello sport Turki Al Sheikh, ha investito fortemente sul settore calcistico, sviluppando infrastrutture, attirando pubblico grazie all’acquisizione di importanti eventi sportivi e – Giovinco docet – acquistando calciatori non unicamente intenzionati a godersi il pre-pensionamento tra il porto di Gedda e i grattaceli di Riyad.

In questo contesto incessantemente in via di sviluppo, la figura di Al-Somah si è stagliata come quella trainante, riuscendo a far parlare di sé anche se lontano dal più reclamizzato calcio europeo. I numeri in questo caso specifico ci vengono in soccorso per quantificare l’impatto del classe ’89 sul calcio saudita: dalla stagione 2014/15 a quella 2016/2017 ha vinto il titolo di capocannoniere del campionato, trascinando la squadra alla vittoria di campionato e Supercoppa nel 2016, mentre con 108 gol in 113 partite è per distacco il calciatore straniero più prolifico nella storia del campionato saudita.

L’impressionante sfilza di primati è sì dopata dal livello di un campionato in via di sviluppo ma non ancora competitivo, ma è allo stesso modo specchio di un realizzatore a 360 gradi. Le collection dei suoi gol sono un viaggio tra i più disparati modi di buttare il pallone in rete: si passa nel giro di pochi secondi da un destro (ma anche un sinistro) a giro che muore sotto l’incrocio ad un colpo di testa a sovrastare un difensore, da una punizione infilata sul palo del portiere ad una ad aggirare la barriera. Il suo fisico imponente (190 cm) non lo limita nei movimenti, appare discreto tecnicamente e piuttosto in linea con quella che ad oggi è l’idea di centravanti moderno. Per i tifosi dell’Al-Ahli ha ormai preso le sembianze di un essere mitologico più che di un calciatore e il suo modo di giocare viene costantemente paragonato a quello di colleghi ben più prestigiosi. Il Cristiano Ronaldo siriano, l’Ibrahimovic del Medio-Oriente, o addirittura contributi video in cui il suo gioco viene analizzato e messo a confronto con quello di Karim Benzema: manifestazioni d’amore iperboliche che Al-Soma fa di tutto per legittimare.

PROFETA IN PATRIA O IN EUROPA?

La carta d’identità di Omar Al-Somah conta ormai 30 anni, un’età nella quale dal punto di vista tecnico e mentale si è all’apice o in procinto di incanalare la via del tramonto. Nel suo caso le possibilità di testarsi in un campionato più probante andranno via via diminuendo, quindi ogni sessione di mercato potrebbe essere quella giusta per vederlo sbarcare nel Vecchio Continente.

Le ambizioni di Omar però, non si riducono al solo desiderio di scalare le gerarchie del calcio internazionale, ma si estendono anche agli impegni con la Nazionale siriana. Da qualche settimana è cominciato il lungo girone qualificatorio per i Mondiali di Qatar 2022, e l’ariete di Deir el-Zor ha inaugurato questo percorso realizzando 7 reti nelle tre gare vinte dalla Siria, dimostrando come il palo contro l’Australia non lo abbia minimamente scalfito. L’avversario più temibile è e sarà la Cina di Marcello Lippi, che Le Aquile del Qasioun affronteranno proprio nel prossimo turno. Un avversario ostico, sulla carta sicuramente superiore, ma che se superato regalerebbe alla Siria un effimero ma intenso momento di gloria e ad Al-Somah una grande possibilità. La possibilità di confutare quella celebre locuzione latina che recita “Nemo propheta in patria”, fino a 2 anni fa perfettamente combaciante con la sua parabola calcistica.

(Fonte immagine in evidenza: profilo Instagram Omar Al-Somah)