L’apertura della politica calcistica cinese verso le naturalizzazioni potrebbe dar vita ad un importante scossone agli equilibri del calcio asiatico. L’uomo più chiacchierato al momento è Oscar. Dal momento in cui Xi Jinping è Capo di Stato della Repubblica Popolare, il “football” ha acquisito una vertiginosa importanza nell’attenzione riversata al movimento autoctono. Ragion per cui, il governo centrale sta agendo con impegno per far crescere un movimento capace di competere per la vittoria dei Mondiali entro il 2050.

Partire dalle basi

La Chinese Super League, espressione massima del calcio cinese, sta vivendo un momento di abnorme espansione tecnica ed economica. Con venti squadre di proprietà dei maggiori colossi industriali e finanziari cinesi (situazione simile alla J-League negli anni ’90) ed una base di pubblico fuori portata per qualsiasi altra nazione, gli ultimi 10 anni testimoniano come molti giocatori europei e sudamericani di ottimo livello vedano la CSL come step di arrivo per la loro carriera. Le motivazioni economiche sono sicuramente importanti ma la serietà con cui il “sistema Cina” sta sviluppando una cultura calcistica ha una sua precisa valenza. Al di là dei corposi investimenti sulle infrastrutture, dagli stadi CSL fino ai centri di allenamento per i più piccoli, si punta molto su background di origine straniera inseriti lungo tutta la piramide per “insegnare il mestiere”. Sul campo il rapporto di forze è però invertito. La conformazione delle rose tende, in accordo alla mission del progetto, a privilegiare l’esperienza ed il minutaggio ai giocatori locali. Per questa ragione, le limitazioni sugli acquisti e le tasse sui prezzi dei cartellini di giocatori esteri sono piuttosto stringenti.

Questione passaporti

Al momento attuale, le squadre possono far scendere in campo un massimo di un giocatore nato nel continente asiatico più due nati fuori. Alcuni giocatori stranieri possono, secondo le leggi in vigore, richiedere la cittadinanza cinese dopo 5 anni trascorsi in squadre della nazione a patto di non aver mai vestito la maglia di altre nazionali. Qui, sebbene l’ultimo paletto sia ancora valido, si inserisce la volontà di Oscar di ottenere la cittadinanza cinese. Un po’ di storia: John Hou Stæter, Nico Yennaris (inglese nato da padre cipriota e madre cinese) ed Elkeson sono stati primi a ricevere il passaporto dal governo di Pechino, seguiti poi da un nutrito gruppo di giocatori come Alan, Ricardo Goulart, Tyias Bowning, Alexander N’Dombou, Fernando Conceiçao. Altro possibile “import” dal Brasile potrebbe essere l’ex Shakthar Donetsk Alex Texeira. Oltre a liberare uno slot da straniero ai club proprietari, non hanno presenziato in nessuna nazionale maggiore quindi sono tranquillamente convocabili nella nazionale dei Dragoni. Elkeson e Yennaris sono, ad esempio, scesi in campo rispettivamente 4 e 5 volte.

Gli impatti sulla Nazionale: Oscar è quasi impossibile

Rotta la prima barriera sulla naturalizzazione, è però ai limiti dell’impossibile vedere Oscar con la maglia della nazionale cinese. Avendo già ben vestito la casacca verdeoro in 48 occasioni, la FIFA dovrebbe consentire un’eccezione alla regola secondo la quale si può giocare con una sola nazionale in partite ufficiali. Non è quindi assimilabile al caso di Diego Costa, conteso da Brasile e Spagna a causa di un’amichevole giocata con il suo paese d’origine. Rimane comune uno spunto di sviluppo estremamente interessante a breve-medio termine per il movimento cinese, sopratutto in vista delle prossime qualificazioni a Qatar 2022. A proposito del Qatar, la nazionale degli Emirati ha vinto la Coppa d’Asia 2019 convocando 6 calciatori naturalizzati. Un esempio, corretto o meno che sia, comunque significativo di come questa pratica sposti i valori in campo piuttosto notevolmente.

(Fonte immagine in evidenza: profilo Instagram di Oscar)