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Osservare, immaginare, eseguire. L’essenza di Michael Carrick

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Osservare, immaginare, eseguire. Tre azioni, infinitamente complesse nella loro semplicità. Osservare, immaginare, eseguire. Prima in campo, ora in panchina. La carriera di Michael Carrick è tutta qui. In queste tre azioni, in questo ordine programmato che per gran parte della sua vita gli ha permesso di essere un leader silenzioso all’interno del Manchester United. Da impercettibile protagonista a centrocampo a immancabile discepolo al cospetto di Mourinho. Carrick nei Red Devils è diventato un tuttofare, grazie alla sua umiltà e alla sua voglia di capire, spesso più importante anche di quella di imparare.

Ecco, capire. Il gioco, gli schemi, da che lato leggere una partita. Come motivare e gestire i calciatori, i media, l’ambiente. Carrick sta capendo, alle spalle di Mourinho. Impara a essere un buon allenatore, i panni che ha deciso di vestire per la sua nuova carriera.

DA ZERO A CENTO

A Manchester ci è arrivato nell’estate del 2006, a 25 anni. Aveva già collezionato oltre 200 presenze da professionista, distribuite principalmente sul territorio londinese.

“Un semplice ragazzo proveniente da Wallsend, nel Nord-est dell’Inghilterra. Niente di speciale, nulla di meglio o di peggio di chiunque altro”.

Così Michael ama definirsi, un semplice ‘lad’, come dicono oltremanica. Nato nella città in cui i Romani nel II secolo decisero di terminare la costruzione del Vallo di Adriano (eretto per dividere la Britannia dalla Caledonia) e cresciuto calcisticamente nella megalopoli più cosmopolita dell’intero Regno Unito, Londra. Divisione e unione, due aspetti della vita che Carrick ha conosciuto quindi molto presto, riportandoli in campo, al centro, dove il suo compito era quello di dividere gli avversari per poi riunire la propria squadra alla ricerca di un contrattacco.

I primi calci a un pallone li ha dati nel Wallsend Boys Club, la squadra cittadina. È qui che Carrick pone il primo punto di svolta della sua vita. Il piacere di giocare a calcio, la consapevolezza di potere essere un abile mestierante. Micheal è diventato qualcosa più, un campione. Grazie al West Ham che nel ’97 lo ha portato nella capitale per integrarlo alle proprie giovanili. Sette anni totali da Hammer, spezzati solamente da due rapidi prestiti nello Swindon Town e nel Birmingham City all’alba del 2000. Ferdinand, Lampard, Joe Cole. Di Canio. Carrick al West Ham è cresciuto tra grandi nomi, chi già affermato, chi ancora in costruzione come lui. Un trampolino di lancio che gli ha permesso poi di trasferirsi nel nord di Londra, al Tottenham.

Sembrava destinato a firmare con l’Arsenal, aveva anche incontrato Arsene Wenger a casa sua. Una prestazione monstre di un giovane Cesc Fabregas contro il Manchester United in Charity Shield convinse però il tecnico francese a scommettere esclusivamente sul giocatore spagnolo.

Firmò dunque per il Tottenham, i grandi rivali dei Gunners, rimanendo negli Spurs per sole due stagioni. Il motivo? La chiamata più importante della sua vita, quella di Alex Ferguson. Il Manchester United, la squadra più vincente del calcio inglese, lo voleva. Sulla spalle gli finì la casacca numero 16 di Roy Keane, il capitano da quelle parti. Un onore, un macigno. La maglia indossata da uno dei giocatori con maggiore personalità e aggressività passato per il Manchester United, sulla schiena di un ragazzo pacato e rispettoso.

Un successo, come la storia ha poi avuto occasione di raccontare. Un rapido riassunto? 5 Premier League, 6 Community Shield, 3 Coppe di Lega inglese, 1 FA Cup, 1 UEFA Champions League, 1 Coppa del Mondo per club e 1 UEFA Europa League. In definitiva, tutto. Nei suoi dodici anni nei Red Devils Carrick ha vinto qualsiasi tipo di trofeo, da gregario, da protagonista.

“Credo possa essere considerato il miglior centrale di centrocampo della storia del calcio inglese”

Ha dichiarato una volta Sir Alex Ferguson.

Un’investitura, soprattutto perché pronunciata dall’uomo che da tutti è considerato come uno dei migliori manager della storia di questo sport. Da lui Carrick ha imparato molto, a lui si ispira per quella che vuole sia la sua nuova vita da allenatore. Da assistente di Mourinho nella sua prima stagione di apprendistato, un’annata complicata per il suo United, un periodo di magra che Michael vuole contribuire a rendere nuovamente glorioso.

NEW LIFE

Un problema al cuore lo ha costretto ad appendere gli scarpini al chiodo in estate. Un’aritmia emersa in una sfida contro il Burton e ripropostasi poi negli allenamenti successivi. Un lungo stop, il ritorno in campo. La riflessione sul dire basta e l’offerta di Mourinho. Carrick ha deciso di lasciare lo United da capitano, dopo aver ereditato la fascia da Wayne Rooney, e di accettare la proposta del portoghese. È diventato un suo assistente. Ha lasciato il campo per sedersi in panchina, dove ora da dietro il magico muretto di mattoni rossi di Old Trafford passa i weekend a dialogare con lo Special One. Osservando, immaginando, eseguendo.

“Credo che un giorno potrà allenare il Manchester United”

Ha detto Mourinho. Per il momento Carras, come lo chiamano da quelle parti, si accontenta di imparare. Ascolta, dispensa consigli. Si confronta con giocatori e assistenti.

Da Sir Alex ha appreso l’arte di saper mantenere una mentalità vincente per quasi un trentennio e di riuscire a gestire un gruppo di fenomeni. Di saperli motivare, smuovendo le corde giuste per portarli a renderli al meglio in ogni situazione. Come faceva con lui, quando gli diceva che poteva giocare solo al freddo e con la pioggia, perché era in quelle condizioni che rendeva al meglio. Serviva a farlo spingere di più in allenamento fin dall’inizio della stagione.

Da Mourinho ha imparato come proteggere la squadra, come gestire i media. Come attirare su di sé tutte le attenzioni, con parole forti e toni accesi se necessario.

Di Van Gaal ricorda invece le visioni gioco, gli schemi elaborati. La ricerca del possesso palla e la capacità di saper attendere prima di colpire.

Da Redknapp ha ereditato il coraggio di credere nei giovani, di scommettere su di loro e di supportarli incondizionatamente nei primi anni di carriera.

Influenze tecnico-tattiche, lezioni importanti su come parlare agli uomini prima che ai calciatori. Una carriera passata a imparare, potendo ora riutilizzare ciò che chi lo ha allenato gli ha permesso di conoscere.

Lui, Carrick, potrebbe verosimilmente essere un manager più cerebrale che sanguigno. Razionale, ordinato, con la mente predisposta alla ricerca della perfezione. Grazie al suo ruolo di centrocampista ha potuto vivere il gioco dove questo si sviluppa. Ha osservato la difesa, ha fatto lo stesso con l’attacco. Ha unito i reparti capendo quando frenare e quando accelerare. Una fortuna, in previsione di una carriera da allenatore. Un bagaglio importante che per caratteristiche personali potrebbe portarlo a sviluppare un’idea di gioco più simile a quella di Van Gaal che a quella di Mourinho.

AL SERVIZIO DEGLI ALTRI

“Non gioco per l’onore. Gioco per i miei compagni e per il manager”

Un motto, una dichiarazione della sua essenza. Ciò che è e ciò che vuole essere. Pronto un giorno a sedere sulla panchina dei Red Devils. Magari anche per poche partite, come fatto dall’ex compagno e amico Ryan Giggs dopo l’esonero di Van Gaal. Magari per più di vent’anni, come il già citato Ferguson.

La voglia di farsi trovare pronto e di dare una mano. Come sta facendo ora con la sua Foundation, raccogliendo e distribuendo scarpini da calcio per i bambini che non se li possono permettere. Come sta facendo con il progetto ‘Carrick’s Street Reds’, mettendo a disposizione sempre dei più giovani la sua competenza per allenare gratuitamente chi non può permettersi una scuola calcio.

In una delle annate più complicate della storia recente del Manchester United, Michael Carrick sta continuando a imparare. A capire, a comprendere. Perché osservando e immaginando, verrà anche il tempo in cui eseguire. In cui prendere un taccuino in mano, camminare per l’area tecnica e spingere la squadra dal quel piccolo dugout così vicino al centrocampo. Al suo centrocampo, come quando in maglietta e calzoncini era chiamato a dettare i ritmi alla squadra, a dare ordine, a indicare la via. Come in campo, così in panchina. Osservando, immaginando, eseguendo.

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Calcio Internazionale

Il Messico saluta i Mondiali dopo i gironi: non accadeva dal 1978

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Negli ultimi decenni si era diffusa la convinzione che la Nazionale del Messico fosse perseguitata dalla cosiddetta “maldiciòn del quinto partido“, ossia “la maledizione della quinta partita”, che, ai Mondiali, coincide con i quarti di finale, e che il Tricolor non raggiunge dal lontano 1986.

Dopo la mancata qualificazione a Italia ’90, dunque, ebbe inizio per il Messico una lunga serie di eliminazioni agli ottavi di finale, protrattesi per ben 7 edizioni del torneo: la serie è partita da Usa ’94 ed è terminata a Russia 2018. La vittoria di stasera contro l’Arabia Saudita, la prima per la squadra del Tata MartinoQatar 2022, non ha tuttavia evitato la precoce eliminazione ai gironi di Ochoa e compagni. Nonostante avessero gli stessi punti della Polonia, i messicani non hanno potuto prolungare la propria avventura in Qatar in virtù della differenza reti inferiore a quella dei biancorosssi.

Se consideriamo che ai Mondiali del 1982 il Messico non si è qualificato, l’ultima eliminazione in cui gli Aztecas non hanno superato i gironi di un Mondiale risaliva a più di quarant’anni or sono: parliamo dei Mondiali del 1978 in Argentina.

 

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Calciomercato

Guarnieri esamina la Cremonese: “Peccato di inesperienza”

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Nicola Guarneri, direttore responsabile di CuoreGrigiorosso.com, in un’intervista rilasciata a TuttoMercatoWeb, ha analizzato la prima parte di stagione della Cremonese. I lombardi sono attualmente al terzultimo posto, con 7 punti.

La situazione attuale è molto chiara, sicuramente ha pesato molto l’inesperienza dell’allenatore e della rosa di fronte all’approdo nella massima categoria. Al resto ha contribuito la sorte, che ha privato la squadra di un giocatore come Chiriches ormai a metà settembre.

Guarneri ha preso le difese di Alvini, rimproverando invece, qualche giocatore in più.

In assenza di giocatori la Cremonese proverà a salvarsi con le idee del suo allenatore. La dirigenza è rimasta soddisfatta del gioco espresso dalla squadra, in fin dei conti non si può ottenere molto se non si hanno giocatori di qualità che possano fare l’ultimo passaggio dalla trequarti in su. Lo stesso Dessers col passare delle partite si è un po’ spento, sbagliando anche un rigore.

Non mancano infine informazioni su quello che potrebbe essere la strategia di mercato del club lombardo in vista della finestra di gennaio.

Credo che arriverà almeno un acquisto per reparto. Servirebbe un portiere di riserva, un difensore esperto, un centrocampista di qualità e un attaccante abituato alla Serie A. In uscita qualche giovane come Ndiaye Milanese verrà mandato in prestito in Serie B. Mentre qualcun altro come Radu Baez potrebbe lasciare definitivamente Cremona. Mi auguro più che altro che rimanga Castagnetti, a mio avviso il miglior centrocampista della rosa.

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Calciomercato

Bologna, Sansone e Vignato avrebbero chiesto di andare via

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Secondo “La Gazzetta Dello Sport“, in casa Bologna si respira aria d’addio per due giocatori.

Emanuel Vignato e Nicola Sansone avrebbero chiesto la cessione per cercare più minutaggio altrove dato lo scarso utilizzo sotto la guida di Thiago Motta.

Per Vignato, il Bologna starebbe pensando ad una cessione in prestito, dato che non vorrebbe privarsi totalmente del classe 2000.

Per Sansone, la cessione sarebbe definitiva, data anche la scadenza di contratto che risulta a giugno 2023.

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I 5 peggiori acquisti dell’era Agnelli

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Peggiori Acquisti Agnelli

Sì è conclusa l’era più gloriosa non solo della storia della Juventus, ma del calcio italiano: il presidente Andrea Agnelli e tutto il CdA bianconero hanno rassegnato le dimissioni. Dopo nove Scudetti, cinque Supercoppe Italiane, cinque Coppe Italia e due finali di Champions League, la Juventus dice addio al presidente che è riuscito a portarla ai vertici del calcio mondiale dopo gli anni bui di calciopoli. Sì chiude così un’era vincente e senza precedenti, in cui grandi campioni hanno scelto di vestire la maglia bianconera, per una spesa totale di oltre 1.7 miliardi di euro. Sono molti gli acquisti che si sono rivelati fondamentali per la causa bianconeri, ma sono altrettanti quelli che hanno deluso le aspettative. Di seguito vi proponiamo i 5 peggiori acquisti dell’era Agnelli.

MARKO PJACA

Era l’estate del 2016 quando la Juventus prelevò dalla Dinamo Zagabria il 21enne Marko Pjaca. Sigla il suo primo gol in bianconero il 22 febbraio 2017, nella partita vinta per 2-0 sul campo del Porto nell’andata degli ottavi di finale di Champions League. Un mese dopo, però, subisce un infortunio al ginocchio destro e da lì ha iniziato il suo calvario. Dopo vari prestiti in giro per l’Europa e diversi infortuni che lo hanno costretto a saltare molte partite, è ancora parte dell’organico bianconero e milita in prestito all’Empoli. Nella sua esperienza alla Juventus, Pjaca ha collezionato solo 5 presenze ed un gol.

JORGE MARTINEZ

Tra i peggiori acquisti dell’era Agnelli, non possiamo dimenticare Jorge Martinez. Dopo 3 ottime stagioni con la maglia del Catania, nel 2010 la Juventus acquista l’uruguaiano per 12 milioni di euro. Complici infortuni e scelte tecniche, però, l’esperienza dell’uruguaiano con la maglia bianconera si rivelerà particolarmente sfortunata: in 5 stagioni totalizza 2 reti in 20 presenze: 6 milioni di euro per ogni gol realizzato.

NICOLAS ANELKA

Nel gennaio 2013 la Juventus mette a segno il colpo Nicolas Anelka, attaccante francese acquistato a parametro zero dopo l’esperienza cinese allo Shanghai Shenhua. Come possiamo ben immaginare, il suo sì può essere considerato a tutti gli effetti uno degli acquisti peggiori della Juventus degli ultimi anni. Al momento dell’arrivo a Torino pe aspettative nei suoi confronti erano molto alte, tant’è che i bianconeri lo seguivano da diverse stagioni e lo inserirono subito in lista Champions. Inutile dire che la sua esperienza a Torino si rivelò totalmente fallimentare: scese in campo solo 3 volte e dopo 6 mesi si trasferì al West Bromwich a parametro zero.

ELJERO ELIA

Nella stagione 2011/12, sul fotofinish del calciomercato estivo, Agnelli porta in bianconero Eljero Elia, ala olandese acquistato dall’Amburgo per 9 milioni di euro più bonus. Nonostante le aspettative fossero abbastanza dopo le prolifiche stagioni in Germania, non convinse per nulla l’allora allenatore bianconero Antonio Conte, che lo relegò in panchina per tutta la stagione. Al termine dell’annata, Elia collezionò solo 4 presenze e venne ceduto al Werder Brema.

MILOŠ KRASIĆ

Quando si parla dei peggiori acquisti dell’era Agnelli, non si può certamente omettere Miloš Krasić. Giunse a Torino nel 2010, prelevato per 15 milioni di euro dal CSKA Mosca. Per le sue caratteristiche tecniche e fisiche venne etichettato come il nuovo Nedvěd. È evidente, però, che non avesse nulla in comune con la Furia Ceca. Dopo una serie di partite saltate per infortuni e per squalifiche, conclude la sua prima stagione alla Juventus con 7 reti in 33 presenze. La sua seconda annata, però, si rivelerà ancora più negativa. Il serbo non riesce ad imporsi nelle gerarchie del nuovo tecnico, Antonio Conte, e verrà spesso lasciato in panchina per scelta tecnica. Nella stagione 2011/12 totalizzerà solo 7 presenze e una rete, prima di trasferirsi al Fenerbahçe. Sì rivelerà uno degli acquisti peggiori di Agnelli, se non il peggiore, considerando l’etichetta con cui era sbarcato all’ombra della Mole.

 

 

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