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Paulo Fonseca, cosa c’è dietro la maschera

Dicembre 2017. Lo Shakhtar Donestk sta tentando in tutti i modi di raggiungere una qualificazione Champions che avrebbe dell’incredibile: Napoli, Feyenoord e Manchester City erano le avversarie, e l’allenatore degli arancioni ucraini, scherzando con gli amici, aveva proposto una scommessa. Lo Shakhtar vince l’ultima partita del girone contro la capolista City, e Paulo Fonseca, portoghese dal passato da calciatore mediocre e allenatore in rampa di lancio, si presenta in conferenza stampa vestito da Zorro, suo idolo d’infanzia.

Oggi, lo stesso Paulo Fonseca è il nuovo allenatore della Roma. La maggior parte della tifoseria giallorossa conosceva il portoghese soltanto per questo episodio curioso quanto divertente, ma adesso che si siede sulla panchina della Roma, i tifosi vorrebbero saperne di più.

Chi è Fonseca dentro il rettangolo verde?

LA CARRIERA

Il classe ‘73, nato in Mozambico – vecchia colonia portoghese – e poi tornato in breve tempo nella patria dei genitori, è stato un difensore di mediocre livello, avendo giocato soltanto nella Liga portoghese e mai in squadre di élite. Dal 2007 al 2012 inizia la sua carriera da allenatore nelle categorie inferiori lusitane, fino ad arrivare al Paços de Ferreira nel 2013, dopo la sua prima avventura in Primeira Liga con l’Aves: con i gialloverdi compie una vera e propria impresa, giocando un calcio moderno e attraente raggiunge il 3° posto e i conseguenti playoff di Champions League, un risultato assurdo per una società che mai aveva raggiunto le competizioni europee.

Proprio per questo motivo lo chiama il Porto, affascinato da questo allenatore neanche 40enne che sta stupendo chiunque in patria: il salto per Fonseca è grande, forse troppo, dato che non riesce mai ad imporsi con i Dragoes, concludendo ancora una volta 3° in classifica. Ma se per il Paços questo risultato significa impresa, a Oporto definisce un vero e proprio fallimento. Fonseca viene esonerato e torna ancora una volta al Paços, dove si limita ad un campionato tranquillo, senza infamia e senza lode, terminando all’8° posto. Nel 2016 lo chiama il Braga, con il quale ritorna in auge facendosi notare in lungo e in largo: ottiene un ottimo 4° posto in campionato alle spalle dei tre top club portoghesi, Porto, Benfica e Sporting, riuscendo a togliere ai Dragoes che lo avevano cacciato la Coppa di Portogallo; a tutto questo ci ha aggiunto anche uno strepitoso cammino europeo, arrivando ai quarti di finale di Europa League, dove verrà eliminato dallo Shakhtar Donetsk.

E, quasi sicuramente, è proprio in quel quarto di finale che gli ucraini hanno deciso su chi puntare per la stagione successiva: è proprio lo Shakhtar la nuova squadra di Fonseca, dove il portoghese dominerà per tre anni di fila nelle competizioni nazionali, ottenendo per tre anni di fila il double campionato-coppa, e perdendo soltanto due Supercoppe d’Ucraina. In Champions, detto dell’ottavo raggiunto due stagioni fa con tanto di maschera di Zorro, è arrivato terzo quest’anno nel proprio girone, andando ad affrontare – sfortunatamente – la semifinalista Eintracht Francoforte, che li ha eliminati dall’Europa League, mentre nella prima stagione di Fonseca lo Shakhtar partecipa soltanto alla seconda competizione europea, uscendo anche in quel caso ai sedicesimi contro il Celta Vigo.

Titoli, grande calcio e modernità calcistica. Come si costruisce il gioco di Paulo Fonseca?

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IL CALCIO SECONDO FONSECA

Sostituire Mircea Lucescu sulla panchina dello Shakhtar Donetsk dopo 12 anni e 22 trofei vinti non è certo cosa da tutti, eppure il coraggioso Fonseca ha preso al volo l’occasione ucraina per proiettarsi definitivamente nel calcio europeo. Fin dall’inizio il portoghese non ha voluto stravolgere lo schema tattico del suo predecessore, ma ha deciso di imporre i suoi dettami su uno scheletro tattico intatto: si parte da un 4-2-3-1 classico, che vede due centrali e un portiere capaci di dialogare anche col pallone tra i piedi, due terzini che sono veri e propri stantuffi, vista la spinta che devono offrire in fase di possesso, e due giocatori davanti alla difesa che devono sia completare la costruzione dal basso, che occuparsi del recupero palla in fase difensiva. Davanti c’è tanta corsa e fantasia, con un trequartista che si scambia ininterrottamente la posizione con i due esterni, ed un riferimento centrale fisso che sia capace di palleggiare e di finalizzare le tante occasioni che arrivano. Ma addentriamoci più nei particolari.

Tra i pali ha sempre giocato l’esperto estremo difensore della nazionale ucraina Pyatov, non un portiere eccelso, ma importante per la sua qualità tecnica: con i piedi ha sempre avuto il dovere di giocare il pallone ai propri centrali, Khotcoclava e Kryvcov, oppure in caso di pressing alto avversario, direttamente ai suoi terzini, a sinistra Ismaily e a destra Matvienko. A centrocampo la coppia è un misto di fisicità e tecnica, dato che della parte di copertura si occupa quasi sempre Stepanenko, mentre la costruzione passa dai piedi delicati di Maycon, giovane centrocampista brasiliano; i trequartisti sono intercambiabili tra loro, e nell’ultima stagione si sono alternati ai tre titolarissimi – Marlos centrale, Alan Patrick e Taison sulle fasce – anche Kovalenko e Wellington Nem, i quali hanno dato sempre freschezza e sprint. Davanti, al posto dell’ex Facundo Ferreyra, è arrivato Junior Moraes dalla Dynamo Kiev, un calciatore da 20 gol stagionali.

Abbiamo detto del grande possesso e della voglia di Fonseca di obbligare l’avversario a subire l’impeto ed il gioco della sua squadra, ed il tutto è facilmente visibile dal posizionamento dello Shakhtar in fase di controllo del pallone: Stepanenko si abbassa sulla linea dei due centrali per diventare un vero e proprio regista difensivo, mentre Maycon si alza leggermente sulla stessa linea del suo compagno di reparto; si alzano tantissimo Ismaily e Matvienko, arrivando quasi a ridosso della linea del sopracitato centrocampista brasiliano, davanti al quale si stringono i tre trequartisti, dando vita ad una specie di 3-3-1-3 in stile Bielsa.

Cerchiati i due centrocampisti che giocano su due linee diverse, e in alto segnalata la spinta costante di Ismaily, che arriva quasi alla stessa altezza dei trequartisti

Talvolta, quando lo Shakhtar ha incontrato degli avversari più coperti, Stepanenko non si è abbassato sulla linea dei centrali, affiancandosi in fase di regia al compagno di reparto Maycon, così da creare una sorta di 2-4-3-1. Quel che sicuramente è chiaro, è che i terzini spingono tantissimo, occupando la linea laterale che viene liberata dai due esterni d’attacco che convergono verso il centro, per dare sia un appoggio più comodo ai centrocampisti, che per dialogare con i terzini che arrivano in corsa.

Ismaily in questo è un maestro, è stato il punto di riferimento del calcio di Fonseca, dato che il suo doppio ruolo di terzino marcatore (grazie alla sua velocità in marcatura) e ala offensiva (qualità tecnica e corsa da vendere) gli ha permesso di sfruttare al meglio la sua idea di calcio. La volontà di alzare così tanto i laterali difensivi nasce anche dalla ricerca ossessiva del recupero palla una volta che viene perso il possesso: Fonseca è uno dei fautori del calcio fatto di transizioni veloci e letali, non a caso il suo diktat è sempre stato quello di portare il più alto numero possibile di giocatori in zona palla. Per questo il suo Shakhtar ha avuto così tanto il pallone tra i piedi.

Il terzino destro porta palla già sulla trequarti avversaria, e l’esterno attacca immediatamente lo spazio. Sono ben 8 i giocatori nella metà campo avversaria, tutti ben posizionati per un’eventuale riconquista palla

La vicinanza tra i trequartisti porta non solo i due terzini a salire e a occupare le fasce in fase offensiva, ma favorisce gli scambi ravvicinati: il calcio dello Shakhtar in questi ultimi 3 anni è nato molto spesso dal dialogo continuo tra i giocatori a supporto della punta, con Marlos, Bernard, Taison e oggi anche Alan Patrick, Kovalenko e Wellington Nem che sfruttavano lo spazio lasciato dall’attaccante – che nel frattempo allunga la difesa attaccando la profondità – per scambiarsi la palla e cercare quasi ossessivamente l’uno-due.

Detto di sovrapposizioni e dialoghi stretti, importante anche il lavoro del centrocampista più tecnico, prima Fred – oggi allo United – e oggi Maycon, che non solo accompagnano l’azione, ma quando il tutto si sviluppa sulle fasce, sono molto spesso coloro che devono ricevere il cross, arrivando a rimorchio in zona centrale. Più si accompagna, più appoggi liberi ci sono per il portatore di palla, e soprattutto più giocatori possono avere un’occasione per andare in gol.

In fase di non possesso abbiamo già detto che la volontà è sempre stata quella di recuperare palla il più velocemente possibile, portare uomini in zona palla ha anche un vantaggio quando il pallone non lo si ha più, perchè è molto più semplice rinchiudere l’avversario in una zona “morta” del campo. 

Il Feyenoord cerca il riferimento offensivo che viene immediatamente pressato dai centrali difensivi e orientato verso la fascia: Jorgensen ha soltanto due compagni vicini – e non sono appoggi facili – mentre i giocatori dello Shakhtar sono 6. Il 6 contro 3 favorisce chiaramente gli ucraini

A squadra schierata, nella maniera più ovvia, visto lo schieramento iniziale, il 4-2-3-1 di Fonseca si trasforma in un più compatto 4-4-2, dove l’attaccante è il primo giocatore a pressare, il trequartista centrale lo affianca per dividersi nel compito di attaccare l’altro centrale e di coprire la prima linea di passaggio, mentre i due esterni offensivi si abbassano sulla linea dei centrocampisti, stringendosi a loro per dare maggior densità al centro del campo.

Uno dei difetti della squadra di Fonseca, per ovvi motivi, è sempre stata la tanta mole di occasioni concessa agli avversari: il gioco del portoghese è dispendioso e molto coraggioso, motivo per il quale si deve sapere che il rischio di subire contropiedi e occasioni avversarie è più che concreto. Come vale per molti degli allenatori che praticano questo tipo di calcio, bisogna che i giocatori siano convinti al 100% delle idee del proprio mister, perchè sarà fondamentale credere fermamente nei diktat basilari del gioco proposto, per accettare a sua volta anche i rischi che comportano tali diktat. 

E quando un allenatore come Guardiola dice che lo Shakhtar di Fonseca è una delle squadre più divertenti ed organizzate che abbia mai incontrato, forse un calciatore può iniziare a convincersi.

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FONSECA E LA ROMA

La Roma avrà da rifondare la propria rosa: tra chi se ne andrà per la mancata qualificazione Champions, chi lascerà i giallorossi contro la propria volontà – De Rossi su tutti – e chi lo farà perchè oggettivamente non all’altezza del progetto, ci saranno molti giocatori che dovranno rimpolpare la squadra del neo allenatore lusitano.

Tra i pali, detto delle necessità di Fonseca, il più volte nominato Cragno potrebbe essere il profilo ideale: bravo tecnicamente, coraggioso sia tra i pali che fuori, e soprattutto ancora abbastanza giovane per inculcargli delle idee come quelle del nuovo mister giallorosso. In difesa se ne andrà certamente Manolas, un difensore che parrebbe perfetto nella struttura difensiva di Fonseca, sarà dunque necessario trovare un’alternativa simile. Purtroppo per la Roma, due profili perfetti sarebbero stati Demiral o Romero, ma tanto per cambiare la Juventus ha anticipato la concorrenza. Fazio, nonostante venga da una stagione tra molti bassi e pochi alti, potrebbe essere un giocatore adatto, vista la sua propensione nel giocare la palla. I terzini sono due stantuffi, e sia Florenzi che Kolarov incarnano la filosofia di Fonseca: pare che il serbo possa andarsene visto i dissidi con la tifoseria, ma il sostituto ideale la Roma lo ha in casa, ed è Luca Pellegrini, che per fisico, tecnica e duttilità è un giocatore che sembra costruito per il gioco di Fonseca.

A centrocampo sicuramente non ci sarà spazio per il fisico e la lentezza di N’Zonzi, che pare troppo poco dinamico per il calcio di Fonseca: sicuramente Pellegrini può avere il ruolo di centrocampista tecnico, mentre Cristante può ricoprire più o meno quello che Stepanenko faceva con lo Shakhtar, sempre che si velocizzi maggiormente nella fase di giropalla. Sulla trequarti è scontata la conferma di El Shaarawy, Kluivert sembra ancora utilizzabile, mentre molto più complicata sembra la possibilità di poter “riciclare” due giocatori poco dinamici come Perotti e Pastore; Zaniolo sarà il faro sulla trequarti, con la sua capacità di dialogare con i compagni, di strappare in campo aperto e di aggredire l’avversario non appena la Roma perde palla.

Davanti Dzeko è sicuro partente, e con lui Schick. Servirà un attaccante d’area di rigore, che non disdegni la battaglia con i centrali avversari e che riesca a lavorare tanto sulla linea dei difensori, cercando di allungarli e di lasciare spazio per dialogare ai trequartisti: il nome ideale sarebbe quello di Andrea Belotti, ma c’è da capire quanto Cairo sia disposto a vendere il suo gioiello alla società che già gli ha preso il direttore sportivo – Petrachi.

Fonseca ha voglia, l’occasione che stava aspettando è finalmente arrivata. Ha chiesto coraggio ai suoi giocatori, ha promesso massimo impegno, richiedendo quel supporto che solo la tifoseria giallorossa può dare. Ha chiesto la stessa unità di intenti che vede nella sua squadra quando tenta di riprendersi il pallone nel minor tempo possibile, perchè l’entusiasmo si ricrea divertendosi. Fonseca lo farà col pallone tra i piedi, la tifoseria cantando a squarciagola per far sì che questo accada.

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Foto di copertina tratta dal profilo Instagram @paulofonseca_oficial

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