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ESCLUSIVA - L’esperienza Mondiale con “Kickoff”: il racconto del Pengwin a Numero Diez

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ESCLUSIVA – L’esperienza Mondiale con “Kickoff”: il racconto del Pengwin a Numero Diez

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Conosciuto da tutti come Pengwin, Kristian è il tipster più seguito d’Italia. In dieci anni di lavoro sul web ha accumulato un seguito impressionante: sulle piattaforme social vanta numeri strepitosi. Infatti, Kristian conta più di 780mila follower su Instagram e quasi 120mila iscritti su YouTube; ma il numero più clamoroso riguarda gli utenti presenti sul suo canale Telegram, che ne fanno il più seguito in assoluto in tutta Italia. Il canale vanta infatti ben 640mila iscritti, ed è in continua crescita. Oltre a fornire pronostici sulle principali competizioni europee, Pengwin conduce un programma a tema sportivo, denominato Kickoff, in cui analizza le partite presenti nel palinsesto. In occasione dei Mondiali in Qatar, il famoso tipster ha organizzato un programma interamente dedicato alla competizione e ha ospitato nei suoi studi ex calciatori e giornalisti sportivi affermati. Luca Toni, Zaccardo, Vincent Candela, Trevisani, Zazzaroni e Sandro Sabatini sono alcune delle figure presenti durante la trasmissione. Kristian è intervenuto ai microfoni di Numero Diez per commentare il Mondiale appena disputato e le sensazioni personali provate durante la conduzione delle dirette.

Come e quando ti è venuta l’idea di creare Kickoff Mondiali?

“Ho sempre fatto Kickoff semplicemente analizzando le quote delle partite. L’idea di fare un programma più strutturato dedicato al Mondiale mi è venuta durante l’estate: l’idea era di abbinare un commento delle partite del giorno alle quote. L’idea era quindi di creare questo nuovo progetto sulla linea di ciò che avevo sempre fatto, coinvolgendo altri volti noti del mondo del calcio e migliorando un prodotto che già esisteva. L’ho ideato anche perché il torneo era ritenuto inutile da molti, vista l’assenza dell’Italia e le gare disputate in inverno: si trattava comunque di un Mondiale, evento sportivo sempre molto seguito”. 

Era la prima volta che ti trovavi a condurre un programma in diretta con ospiti?

“Avevo già fatto una puntata Kickoff con Fabio Caressa, ma si trattava di due ore di chiacchierata. Non avevo mai fatto un programma così lungo con cadenza giornaliera e con una tavolata di persone da gestire”. 

Cosa hai provato a relazionarti con giornalisti affermati ed ex calciatori? Che sensazioni hai provato a ospitarli nel tuo studio? 

“Dal punto di vista personale è stato motivo di soddisfazione e orgoglio, perché sono partito dal nulla e coltivando la mia passione sono arrivato a relazionarmi con questi personaggi importanti. Dal punto di vista lavorativo e professionale è stata una grande occasione per crescere. Ho 26 anni, sono molto giovane, penso che essere arrivato a condurre un mio programma sia un grande traguardo. Sono cresciuto moltissimo sotto questo punto di vista: avere al mio fianco Sabatini e ascoltare come si esprimevano i calciatori è stato un modo per entrare ancora di più in quello che amo e ascoltare le storie dei calciatori che mi hanno fatto comprendere le varie dinamiche. Trovarsi lì con loro è diverso: a camera spenta avvengono tante cose che ti permettono di crescere a 360 gradi”. 

Riesci a descrivere i minuti precedenti alla puntata di apertura e all’inizio della diretta?

“Ho provato sicuramente tanta tensione. Quando affronto cose nuove, le affronto in modo diverso rispetto a quando riesco ad abituarmi ad esse. Infatti le prime puntate sono state molto diverse rispetto alle ultime due: per me è stato normale abituarmi a un contesto inizialmente nuovo. Ho capito quando intervenire e come non interrompere le persone, cose a cui non ero abituato ma che piano piano ho imparato nel corso di questo mese. E soprattutto, siamo riusciti insieme agli ospiti in studio a migliorare di puntata in puntata a seconda di cosa non era andato bene. La difficoltà stava anche nel portare un contenuto televisivo su una piattaforma come Twitch, dove di solito è tutto amatoriale. Far piacere un contenuto del genere non era semplice, ma subito ho cercato di migliorare per rendere il programma meno televisivo e favorire l’interazione con i ragazzi che seguivano la diretta”. 

Lavori sul web da dieci anni: ti saresti mai immaginato di arrivare a questo punto?

“Per me è una cosa di passaggio: non sono un tipo di persona che “immagina”, mi piace lavorare sodo giorno per giorno e avere degli obiettivi in testa. Ho sempre lavorato tanto per poter arrivare dove desidero: ad oggi vorrei traslare un programma del genere in ottica televisiva. Semplicemente, con il lavoro le persone raccolgono ciò che hanno seminato. Mi piace essere pragmatico, lavorando e cercando di dare il meglio”. 

Lato Mondiale: l’Argentina ha meritato la vittoria? Messi ha superato tutti con il Mondiale in bacheca?

“È stato un Mondiale di livello basso, non mi ha entusiasmato. Tante partite giravano su ritmi molto bassi, soprattutto nelle fasi finali. Le squadre che hanno raggiunto le semifinali, per quanto abbiano giocato bene, sono state Marocco e Croazia: nel momento in cui il livello si è alzato un pochino, sono state spazzate via da Francia e Argentina. Ho visto una Francia molto superiore rispetto alle altre per i giocatori e un’Argentina magari non brillante ma capace di essere un gruppo compatto anche dopo la sconfitta con l’Arabia Saudita”

“L’Argentina non è stata la Nazionale più forte, ma il Mondiale si vince anche con fortuna. Se guardiamo la Francia, ha avuto un percorso impeccabile e poi in finale non ha giocato per 80 minuti: stava per vincerlo grazie ai colpi di Mbappé, ma non giocandosi la finale. Il Mondiale lo vince chi ha fortuna e chi riesce ad arrivare fino in fondo”.

“Messi non è più quello di qualche anno fa, tanti ribadiscono che “cammina in campo”, ma ha saputo accettare i suoi limiti e mettersi a disposizione della squadra. Ronaldo ad esempio tutto questo non l’ha capito, vuole continuare a essere il superuomo che non può più essere. Con questo trofeo non vedo cosa possa mancare a Messi rispetto a Ronaldo, visto che ha fatto una cosa che CR7 non ha mai fatto e non potrà fare. Messi-Maradona?  Ritengo che non sia possibile fare confronti tra il calcio moderno e quello di Maradona: anche il calcio si perfeziona ed evolve, insieme alla società”. 

Ronaldo è nel momento peggiore della sua carriera: cosa faresti al suo posto? Mbappé ha raccolto la sua eredità?

Mbappé è l’unico che esce vincitore dal duello con l’Argentina, non a caso l’unica palla-gol capitata su un altro piede (Kolo Muani ndr) non è stato segnata. Ad oggi Mbappé è il miglior giocatore del mondo, ha dimostrato di essere decisivo. Haaland-Mbappé? Haaland è determinante per il numero di gol, ma Mbappé riesce a crearsi occasioni dal nulla e a giocare da solo: questo è un grande valore aggiunto”.

“Ronaldo dovrebbe capire che non può più essere il protagonista di una squadra, bensì lo spirito-guida (come Ibrahimovic per il Milan). Il carisma di Ronaldo può dare qualcosa in più ai suoi compagni, e visto che il calcio è un gioco di squadra ciò può portare a vincere ancora. Fossi in Ronaldo mi troverei una realtà più piccola per far sognare i tifosi: ma è tanto pieno di sé che difficilmente scenderà a compromessi. Anche con il Portogallo lo abbiamo visto: CR7 non ha l’umiltà per aiutare la squadra. Tanto vale che allora se ne vada in Arabia a prendere tutti quei soldi”. 

Molti hanno criticato l’atteggiamento degli argentini durante la partita con l’Olanda. 

“Credo che lo sport sia anche un riflesso di mentalità e comportamento. Però il polverone sull’Argentina è esagerato e specchio della realtà dei nostri giorni. Tendiamo ad attaccarci a ogni cosa pur di criticare, giudicare e puntare il dito. Credo nel motto che dice “chi vince esulta e chi perde spiega”. Non è stato bello da vedere l’atteggiamento con gli olandesi, ma è normale che se l’allenatore stuzzica e provoca fin dall’inizio della conferenza stampa, poi in campo si crea tensione. Nel momento in cui vinci, viene liberata. Le reazioni degli argentini sono di chi sa che l’Olanda ha cercato di giocare sporco. La loro voglia ha fatto la differenza e dopo la vittoria ai rigori si sono sfogati, liberando la rabbia che avevano dentro per l’atteggianento degli olandesi. Sono dimaniche che in campo ci saranno sempre perché fanno parte della competizione e del voler vincere”. 

Cosa ne pensi del comportamento di Martinez durante i festeggiamenti argentini?

“La sua esultanza è stata un modo per smorzare. È molto più vergognoso vedere Messi alzare la coppa con la mantellina piuttosto che vedere Martinez fare quel gesto con la coppa. Anzi, per l’ambiente finto e superficiale quale è quello del Qatar, Martinez è andato contro a tutto rompendo gli schemi”. 

Quale squadra reputi la sorpresa del Mondiale, al di là del piazzamento finale? 

“Può sembrare strano, però non mi è dispiaciuto il gioco della Germania. Sono stati molto sfortunati per il pasticcio spagnolo con il Giappone. La Germania poteva fare un percorso simile a quello dell’Argentina: entrambe hanno perso la prima, ma la Germania alla seconda ha trovato la Spagna e non il Messico, come nel caso dell’Argentina. Poi la Spagna ha buttato via l’ultima partita e la Germania non è passata, ma non mi è dispiaciuta. Hanno fatto bene a tenere Flick dopo il Mondiale, questa è una Germania in costruzione con le possibilità di essere bella nei prossimi tornei. Oltre alla Germania mi è piaciuto il Marocco per il senso di appartenenza mostrato. Sul campo hanno conquistato un risultato storico, un’africana in semifinale capita una volta ogni cento anni. Hanno messo in campo cuore, anima, sacrificio e spirito di abnegazione: cose che oggi vediamo sempre meno”.

La più grande delusione del Mondiale?

“Sicuramente il Brasile, che arrivava al Mondiale con la stessa fame dell’Argentina. Ma il Brasile era anche più attrezzato: in un’eventuale Argentina-Brasile, sono convinto che il Brasile avrebbe vinto. Il Mondiale è cambiato in positivo per l’Argentina nella gara tra Croazia e Brasile, durante i tempi supplementari, con il gol croato arrivato al primo tiro in porta. Il Belgio? Arrivava con varie problematiche, in primis l’assenza di Lukaku. Non puoi mettere a confronto lui con Batshuayi. Contro la Croazia il gioco del Belgio è cambiato molto con Lukaku in campo, al di là dei gol clamorosi sbagliati. Poi il Belgio arrivava al Mondiale scarico e anche con la consapevolezza di poter fare poco. Non era di certo una concorrente alla conquista del titolo”. 

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ESCLUSIVA – Giaccherini non ha dubbi: che elogio al centrocampo dell’Inter!

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Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio, simbolo della dedizione e del valore della gavetta. Partito dalla leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei nel 2012. Oggi ha cambiato ruolo, ma è rimasto in questo mondo, lavorando come commentatore e opinionista su DAZN.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare alcuni aneddoti sulla sua carriera e le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale. Tra questi c’è una sua presa di posizione sul centrocampo dell’Inter e il percorso in Champions League. Di seguito le dichiarazioni di Giaccherini.

GIACCHERINI SUL CENTROCAMPO DELL’INTER E IL PERCORSO IN CHAMPIONS LEAGUE

Ad agosto una tua dichiarazione a DAZN che ha fatto discutere: “Il centrocampo dell’Inter per me è il più forte d’Europa”. Ad oggi, sei ancora d’accordo?

Sono ancora d’accordo: per me Barella, Çalhanoglu e Mkhitaryan stanno dimostrando di essere un gran centrocampo. Ho detto il primo d’Europa, se togliamo Bellingham al Real Madrid lo riconfermo, è un giocatore che da solo riesce a fare cose incredibili. La forza dell’Inter, però, sta nel centrocampo: possiamo parlare di Lautaro e Thuram o della difesa, ma per me quel reparto è il fulcro di quella squadra. Nei risultati che sta ottenendo l’Inter c’è tanto merito nel centrocampo“.

Come ne pensi del percorso in Champions League dell’Inter?

“Mi aspettavo che l’Inter arrivasse prima nel girone, per me era la squadra più forte. La Real Sociedad sta facendo vedere anche in campionato di non essere quella grande squadra che ha affrontato l’Inter, sia all’andata che al ritorno hanno fatto delle ottime partite contro i nerazzurri, ma per me si portavano dietro l’entusiasmo della scorsa stagione e ora l’hanno un po’ perso”.

L’Atletico Madrid, invece, è una grande squadra ma c’è una distanza di valori: all’Inter è andato stretto quel risultato, se avessero avuto più cattiveria avrebbero potuto vincere 2/3-0, non lo dico io ma i numeri della partita. La qualificazione ora le devono conquistare a Madrid, ma sicuramente andranno con lì con personalità, senza guardare l’1-0 ma cercando di vincere”.

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ESCLUSIVA – Giaccherini: “Sento ancora Conte. Futuro? Lo vedo in due squadre”

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Conte Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio: simbolo di gavetta e sacrificio. Partito dalle leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei con la Nazionale italiana.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare degli aneddoti sulla sua carriera e le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale: il futuro di Antonio Conte è stato uno di questi. Nel corso della chiacchierata l’ha definito come un suo “padre calcistico”, è stato proprio il tecnico salentino a portare Giaccherini alla Juventus, per poi farlo diventare un giocatore chiave della sua Nazionale.

EMANUELE GIACCHERINI SU ANTONIO CONTE

Antonio Conte è stato un allenatore importantissimo per te, tra Juventus e Nazionale. Come descriveresti il rapporto che hai avuto con lui?

Un rapporto di amicizia, lo sento tutt’ora, l’ultima volta è stata tre giorni fa. Per me è stato come un padre calcistico, mi voleva già l’anno prima quando allenava il Siena, ma io ho preferito giocarmi le mie carte in Serie A dopo aver vinto la B con il Cesena. Poi è andato alla Juve e mi ha voluto fortemente anche lì, gli devo tanto per la carriera che ho avuto. Lui, però, è uno che non ti regala niente: gioca solo chi merita e io mi sono conquistato il posto, nonostante i grandi campioni che c’erano alla Juventus”.

“È sempre stato un rapporto schietto e di sincerità, lui sicuramente apprezzava i miei lati umani oltre che calcistici. Un rapporto vero, a me lui piace molto soprattutto dal lato umano: noi vediamo un Conte sempre arrabbiato e teso, ma c’è un Conte anche fuori dal contesto calcistico, una persona con cui si parla benissimo di qualsiasi cosa”.

Dove lo vedresti bene il prossimo anno?

“Lo vedrei bene in un club con organizzazione, programmazione e mentalità vincente. Se dovessi fare dei nomi di grandi squadre, con panchine libere, direi Bayern Monaco e Liverpool. Sono due società abituate a vincere e se non riesci a farlo è un problema, per la storia che hanno alle spalle; un po’ come quando in Italia si parla tanto se la Juventus non vince”.

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ESCLUSIVA – Giaccherini: “Il gol al Belgio è stato il punto più alto della mia carriera”

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Giaccherini

Emanuele Giaccherini è stato un giocatore importantissimo dello scorso decennio, simbolo della dedizione e del valore della gavetta. Partito dalla leghe minori, è arrivato a vincere due Scudetti con la Juventus e a raggiungere una finale degli Europei nel 2012. Oggi ha cambiato ruolo, ma è rimasto in questo mondo, lavorando come commentatore e opinionista su DAZN.

L’abbiamo intervistato, in esclusiva, per farci raccontare degli aneddoti della sua carriera e conoscere le sue opinioni su alcuni temi caldi del calcio attuale: il futuro di Conte, l’Italia di Spalletti e il cammino dell’Inter in Champions League. Di seguito l’intervista completa a Emanuele Giaccherini.

L’INTERVISTA A EMANUELE GIACCHERINI

Per cominciare vorrei partire da una frase di Antonio Conte che descrive benissimo la tua carriera: “Emanuele Giaccherini è l’esempio di come un giocatore che ha fatto la gavetta in provincia, può meritarsi la Juventus”. Quanto pensi sia stato importante partire dal basso per il tuo percorso di crescita, come calciatore e come uomo?

“È  stato fondamentale, ci sono calciatori che hanno la fortuna di avere grandi doti sin da subito, iniziare la loro carriera in Serie A e giocare a vent’anni in grandi squadre. Ci sono calciatori come me che, invece, ci sono arrivati dopo con lavoro, sacrificio, e passione. Anche tanta sofferenza, negli anni in cui non vedevo la possibilità di arrivare in Serie e realizzare il mio sogno: ho fatto quattro anni di C2, quelle stagioni mi sono serviti per capire da dove venivo. Mi sono conquistato la Serie A sul campo, vincendo campionati con il Cesena, arrivando dalla Serie C alla Serie A. Poi c’è stata la chiamata della Juve di Conte, una volta arrivato lì non volevo farmela scappare, ricordando sempre da dove venuto e da dove sono passato”.

Negli anni hai vissuto tante esperienze, tra club e Nazionale, se dovessi elencarmi a caldo i tre momenti che ricordi con più piacere della tua carriera, quali sarebbero?

L’esordio in Serie A con il Cesena, due partite di fila contro Roma e Milan: la prima all’Olimpico e poi il gol contro il Milan di Ibrahimovic. Il secondo ricordo è sicuramente la chiamata di un grande club come la Juventus, con il gol al Catania. Infine la Nazionale: io ho fatto due Europei e una Confederations Cup, nel 2012 siamo arrivati in finale e abbiamo perso, ma non ero ancora consapevole a pieno delle mie possibilità. Nel 2016 ero più maturo, forse nel pieno della carriera, quell’Europeo è stato importantissimo e il gol al Belgio è stato il punto più alto della mia carriera“.

GIACCHERINI SU ANTONIO CONTE

Ho nominato prima Antonio Conte, un allenatore che è stato importantissimo per te, tra Juventus e Nazionale. Come descriveresti il rapporto che hai avuto con lui?

Un rapporto di amicizia, lo sento tutt’ora, l’ultima volta è stata tre giorni fa. Per me è stato come un padre calcistico, mi voleva già l’anno prima quando allenava il Siena, ma io ho preferito giocarmi le mie carte in Serie A dopo aver vinto la B con il Cesena. Poi è andato alla Juve e mi ha voluto fortemente anche lì, gli devo tanto per la carriera che ho avuto. Lui, però, è uno che non ti regala niente: gioca solo chi merita e io mi sono conquistato il posto, nonostante i grandi campioni che c’erano alla Juventus”.

“È sempre stato un rapporto schietto e di sincerità, lui sicuramente apprezzava i miei lati umani oltre che calcistici. Un rapporto vero, a me lui piace molto soprattutto dal lato umano: noi vediamo un Conte sempre arrabbiato e teso, ma c’è un Conte anche fuori dal contesto calcistico, una persona con cui si parla benissimo di qualsiasi cosa”.

Dove lo vedresti bene il prossimo anno?

“Lo vedrei bene in un club con organizzazione, programmazione e mentalità vincente. Se dovessi fare dei nomi di grandi squadre, con panchine libere, direi Bayern Monaco e Liverpool. Sono due società abituate a vincere e se non riesci a farlo è un problema, per la storia che hanno alle spalle; un po’ come quando in Italia si parla tanto se la Juventus non vince”.

GIACCHERINI, L’ESPERIENZA IN NAZIONALE E I PROSSIMI EUROPEI

Passando alla Nazionale, tu hai esordito con la maglia azzurra direttamente agli Europei del 2012. Un grande cammino culminato con l’amara sconfitta con la Spagna in finale. Com’è stato per te, che all’epoca eri un esordiente per la Nazionale italiana, vivere subito un’esperienza simile e qual è il momento più iconico che ti viene in mente?

“Per me inserirmi in quel gruppo non è stato complicato, giocando nella Juventus conoscevo già 7/8 giocatori. All’esordio contro la Spagna non pensavo nemmeno a dove fossi, forse è stata anche l’incoscienza. Mi ricordo che prima c’era stata un’amichevole contro la Russia, dopodiché Prandelli ha cambiato tutto e ho giocato titolare nel 3-5-2. Io già non mi rendevo conto della chiamata nei 23, ma penso che lui abbia guardato la mia stagione e la mia attitudine a interpretare più ruoli”.

“Quella partita l’ho giocata spensierato e anche bene, un buon pareggio contro una squadra fortissima. La cosa che mi ha colpito più di tutte è stata proprio che prima della prima partita, contro la Spagna, era più teso Buffon di me. Quando hai tante presenze e manifestazioni alle spalle, sei il capitano e uomo simbolo della Nazionale, hai più responsabilità. Quella sensazione io l’ho provata più avanti mentre all’epoca ero tranquillo”. 

Quest’estate toccherà a Spalletti guidare la Nazionale agli Europei, quali sono le tue previsioni?

È un’incognita, dobbiamo ritrovare quella Nazionale che ha vinto la scorsa edizione. Sono certo che Spalletti farà un grande lavoro, è un allenatore molto preparato e che sa dare i giusti valori. Io credo che questa Nazionale abbia tanti valori nei giocatori, a livello individuale ci sono elementi importanti, penso che se Spalletti riuscirà a incastrare tutte le loro caratteristiche vedremo una bella Italia. Non è facile perché è un girone complicato, anche l’Albania è una squadra forte: ci sono tanti calciatori che sono titolari nel nostro campionato. Non sarà una passeggiata, ma siamo sempre l’Italia, siamo campioni in carica e anche per le altre non sarà facile affrontarci”.

IL COMMENTO DI GIACCHERINI SULL’INTER

Vorrei chiudere con una tua dichiarazione a DAZN che ha fatto discutere, ad agosto hai detto: “Il centrocampo dell’Inter per me è il più forte d’Europa”. Ad oggi, sei ancora d’accordo?

Sono ancora d’accordo: per me Barella, Çalhanoglu e Mkhitaryan stanno dimostrando di essere un gran centrocampo. Ho detto il primo d’Europa, se togliamo Bellingham al Real Madrid lo riconfermo, è un giocatore che da solo riesce a fare cose incredibili. La forza dell’Inter, però, sta nel centrocampo: possiamo parlare di Lautaro e Thuram o della difesa, ma per me quel reparto è il fulcro di quella squadra. Nei risultati che sta ottenendo l’Inter c’è tanto merito nel centrocampo“.

Come ne pensi del percorso in Champions League dell’Inter?

“Mi aspettavo che l’Inter arrivasse prima nel girone, per me era la squadra più forte. La Real Sociedad sta facendo vedere anche in campionato di non essere quella grande squadra che ha affrontato l’Inter, sia all’andata che al ritorno hanno fatto delle ottime partite contro i nerazzurri, ma per me si portavano dietro l’entusiasmo della scorsa stagione e ora l’hanno un po’ perso. L’Atletico Madrid, invece, è una grande squadra ma c’è una distanza di valori: all’Inter è andato stretto quel risultato, se avessero avuto più cattiveria avrebbero potuto vincere 2/3-0, non lo dico io ma i numeri della partita. La qualificazione ora le devono conquistare a Madrid, ma sicuramente andranno con lì con personalità, senza guardare l’1-0 ma cercando di vincere”.

 

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ESCLUSIVA – Condò si racconta tra viaggi, social e carriera

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Condò carriera

Paolo Condò ha parlato ai microfoni di Numero Diez, all’interno del format Behind The Mask, e ha raccontato la sua vita, la sua carriera e diversi aneddoti riguardanti le sue esperienze passate. In particolare, il giurato italiano che ha il compito di votare al Pallone d’Oro, ha toccato in una lunga chiacchierata diversi temi: personali ma non solo. Queste le sue parole.

GIOVENTÙ A TRIESTE

“Trieste è un porto, luoghi dove solitamente avvengono scambi non solo commerciali. Nei porti solitamente c’è gente che arriva da lunghe navigazioni e quindi ha piacere di trovarsi sulla terraferma e poter scambiare le proprie culture. Questo mi ha aiutato, anche perché ho sempre avuto una mentalità aperta, per merito della mia famiglia, che poi in una città come Trieste si riflette nelle scuole, nelle amicizie, nelle prime esperienze lavorative. Questo fa sì che io mi senta un po’ a casa dappertutto. Non ci ho messo mai tanto a trovare punti di riferimento e di appoggio in ogni luogo che ho visitato per questo”.

GLI INIZI DA GIORNALISTA

“Sento di aver raccontato tante esperienze nella mia carriera. Se fossi ancora attivo sui social, cosa che non sono più per scelta, cambierei la mia frase di profilo con ‘Ho realizzato tutti i miei sogni, ma adesso ne ho di nuovi‘. Per me sognare porta a sognare, non c’è solo il detto ‘Vincere aiuta a vincere’. Quando tu sogni di superare una collina per vedere quello che c’è dall’altra parte e ti soffermi a guardare l’orizzonte, ti rendi conto che c’è un’altra collina e quindi ti viene la curiosità di vedere cosa c’è. Questo è un processo che può andare avanti all’infinito: professionalmente ho avuto due vite, ne sogno almeno una terza“.

LE FIGURE DI RIFERIMENTO

“L’influenza familiare e la figura di mio padre sono state molto importanti. La prima botta di fortuna è avere una famiglia che supporti le tue speranze e aspirazioni. Poi lavorando a “Il Piccolo” di Trieste, dove ho avuto la mia prima esperienza lavorativa, lì ho avuto la fortuna di trovarmi in un momento di passaggio, che sono molto preziosi. In questi periodi ci sono dinamiche che non si sono realizzate in anni, ma che cambiano dal pomeriggio al mattino dopo. In quella fase mi sono trovato dei maestri abbastanza insperati: dei giornalisti triestini che avevano avuto esperienze a livello nazionale e che, trovando un gruppo di giovani che vogliono spaccare il mondo, hanno qualcosa da insegnare.

Arrivando a Milano, come non ricordare Candido Cannavò: per me è stato decisivo perché la sua bravura giornalistica e l’umanità, che per me in una persona deve essere sempre la prima cosa, sono caratteristiche che mi hanno fatto piangere molto il giorno del suo funerale“.

I VIAGGI

Quelli più avventurosi sono sicuramente quelli in Sudamerica. Anche una Coppa d’Africa in Sudafrica me la tengo stretta comunque. La seconda volta che sono stato con il Milan, a Tokyo per l’Intercontinentale, ma anche la prima quando seguii la squadra nel volo. Nel 1990 feci il giro del mondo, perché andai a fare i servizi sulle avversarie. Rimasi una settimana in Paraguay per studiare l’Olimpia Asunción e da lì presi un volo per il Giappone: fu l’unica volta che feci il giro del mondo”.

SOCIAL

Le informazioni sui social si fanno sempre di meno adesso, non sempre di più. Io parlo soltanto di Twitter, dato che è l’unico che ho frequentato e anche con un certo successo dati i followers (220k, ndr). La deriva che ha preso negli ultimi anni ti portava, non solo per gli insulti – anche perché sono sempre stato trattato bene – a chiederti: ma perché devo stare qui a farmi massacrare? E comunque credo che i social ti mettano di malumore, perché sono frequentati soprattutto da persone incazzate, che protestano – magari anche con ragione. Una volta i social trasmettevano molta bellezza, potevi incontrare molte persone interessanti.

Da quando l’ha preso Elon Musk credo che gli argomenti siano fatti scientificamente per creare questo clima di insoddisfazione e rabbia. Io invece lavoro bene quando sono di buonumore, mentre Twitter è un covo di malanimo e di rabbia e quindi non è più un posto per me. L’algoritmo mi manda della gente orrenda. Poi ti confesso che, vivendo in un periodo triste e pericoloso, trovare nella stessa pagina notizie di morti a Gaza, sotto una foto di Monica Bellucci, poi sotto Putin che uccide Navalny e ancora ‘Basta con questo Pioli, mandiamolo via’, stanca. Non c’è più una gerarchia di capire quali sono le cose gravi e quelle fatte per divertirsi. I miei figli sono comunque liberi di frequentare i social, ma faccio sempre presente loro che c’è una gerarchia nelle notizie. Poi, i tanti vituperati mezzi di informazione, dai giornali alle televisioni, hanno ancora l’ambizione di mettere in gerarchia le notizie”.

LA PASSIONE PER TUTTI GLI SPORT

“Adesso è tornato prepotente il tennis. Il ciclismo è un amore sconsiderato. Ho fatto due Olimpiadi dal vivo: Barcellona 1992 e Pechino 2008 e conservo ancora le due cerimonie d’apertura come momenti pazzeschi, perché ti senti al centro del mondo. Per me il sogno lo raggiungi con i Mondiali, anche se le Olimpiadi sono meravigliose. Il 90% di coloro che vanno in gara sono lì per partecipare. La mistica del villaggio olimpico è meravigliosa perché c’è la gioventù più bella del mondo, non a caso i distributori di preservativi vanno esauriti in qualche minuto, ma quelli che vogliono vincere vanno in albergo. Invece al Mondiale di calcio c’è più competizione: quando inizia la fase a eliminazione diretta – io ne ho fatti diversi – vai allo stadio con la valigia già fatta, perché se la squadra perde vai a casa. A me il ‘Vinci o muori’ piace tantissimo.

Io lo vedo come un duello rusticano questa cosa del dover sopravvivere e andare avanti. Un ricordo fantastico dell’Italia che ho mi riporta al ’94, quando perse in finale, ma sembrava sempre sul punto di dover tornare a casa. Invece aveva una fibra tale da riuscire ad andare avanti, che era Baggio ma non solo. La partita in cui Baggio viene sostituito con Pagliuca espulso e sei sullo 0-0 dopo aver perso la prima… lì pensi ‘È finita’. E invece riesci a vincere in 10 contro 11. Quelli sono ricordi epici. Oppure quando Baggio contro la Nigeria pareggia all’ultimo minuto e dice ‘Eravamo tutti in pista e vi ho tirato giù tutti dall’aereo’. È così davvero“.

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