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Nelle ultime stagioni della Roma c’è una costante.

Lo scorso marzo, durante la seconda gestione di Luciano Spalletti, la Roma compromise quasi tutti gli obiettivi della stagione in poche partite. L’anno precedente dopo un buon avvio di campionato seguì un crollo drammatico che portò poi all’esonero di Rudi Garcia. Quest’anno, con Di Francesco, la storia è più o meno la stessa. Per i tifosi romanisti è diventata ormai una triste abitudine: c’è sempre un momento della stagione in cui le premesse iniziali, più o meno grandi, crollano, e gli obiettivi annuali scivolano via.

GLI INIZI

Quest’anno l’inizio è stato un po’ difficoltoso, ma del resto è comprensibile. La Roma doveva ancora assorbire i principi di gioco del nuovo tecnico. Poi l’allenatore abruzzese è riuscito ad applicare i suoi metodi, andando incontro alle caratteristiche dei giocatori e così la squadra ha iniziato a ottenere risultati, anche grazie alle qualità degli uomini migliori, come Nainggolan e Perotti. Un gioco basato sull’intensità e la compattezza. Un 4-3-3 con una manovra verticale in fase di possesso palla, perché “due passaggi orizzontali sono già troppi” e un avanzamento lungo il campo attraverso le catene laterali costituite da terzino, mezzala ed esterno offensivo. E poi il marchio di fabbrica: il pressing alto, continuo e aggressivo. Probabilmente l’aspetto del gioco che ha funzionato meglio fino ad adesso.

Così la Roma è finita incredibilmente al primo posto nel girone di Champions composto da Qarabag, Chelsea e Atletico Madrid. Un girone che alla vigilia sembrava quasi impossibile, considerando anche che il club sembrava essersi indebolito alla fine dello scorso mercato, dopo la partenza di uno dei suoi migliori giocatori: Salah. Inoltre, anche i dubbi sul nuovo allenatore e sul passaggio da Luciano Spalletti a Eusebio Di Francesco, nel giro di poche partite, sono stati cancellati. L’attuale allenatore della Roma ha impiegato meno tempo del previsto a disegnare la sua squadra e ad affinare i meccanismi del gioco. Non era facile prevedere un momento così positivo, considerando che il primo impatto di Di Francesco con la Serie A era stato tutt’altro che facile. A Lecce era stato esonerato dopo 14 partite e 25 gol subiti dalla sua squadra, poi dopo essere tornato in serie A con il Sassuolo è stato nuovamente esonerato alla 21esima giornata.

Sulla panchina giallorossa invece, in un arco temporale piuttosto ristretto, Eusebio Di Francesco ha mostrato un percorso simile a quello avuto quando era tornato alla guida del Sassuolo. Le prime partite della stagione avevano lasciato un po’ di perplessità. La stessa che aveva accolto il tecnico nel momento del suo arrivo alla guida della Roma. Ma con volontà e lavoro, e con la qualità della rosa a disposizione, Di Francesco ha limato i difetti e esaltato i pregi della sua squadra. Ha provato a migliorarla costantemente, anche sotto l’aspetto della mentalità, provando a superare quei crolli improvvisi a metà partita che spesso la Roma aveva, anche contro avversarie minori.

EQUILIBRIO PRECARIO

Ma come detto all’inizio, la costante si è ripresentata puntuale anche quest’anno. E le cose hanno iniziato ad andare per il verso sbagliato intorno alla metà di dicembre. Tutto è cominciato con una vittoria tirata ottenuta in casa contro il Cagliari all’ultimo secondo. Nella partita successiva è arrivata l’eliminazione in Coppa Italia contro il Torino e da lì in avanti una striscia di partite deludenti, con appena tre vittorie (Benevento, Verona e Udinese) nelle ultime dieci giornate. Tutto con tanto di immancabile ciliegina sulla torta: la sconfitta contro il Milan di Gattuso, arrivata pochi giorni dopo quella in Champions League contro lo Shakhtar. Una partita nella quale i giallorossi hanno confermato tutte le proprie contraddizioni, giocando 45 minuti ottimi e rovinando tutto nel secondo tempo. Esempio di quel crollo di cui si parlava e sul quale Di Francesco ha tanto lavorato. Ma evidentemente ancora non basta.

Trovare una giustificazione a quella famosa costante, non è facile. Soprattutto quando non ci sei davvero dentro alle cose. Ma forse neanche in quel caso lo è. L’unico modo per uscirne è quello di concentrarsi esclusivamente sul campo e su quello che tutti possono realmente osservare. Perché a Roma si cerca sempre (e inutilmente) di razionalizzare questo ciclico scioglimento di ambizioni, attribuendo la colpa a forze esterne. L’ambiente, la piazza, i tifosi, la città, la preparazione fisica, il carattere dei giocatori e così avanti all’infinito. Storie mitologiche su cui si discute da decenni e che ancora non hanno prodotto nulla di buono.

INTRECCI

Adesso la Roma, dopo la grande vittoria per 4 a 2 al San Paolo, sembrerebbe aver ripreso la giusta strada. Lo ha fatto con il Napoli, con il Torino, con lo Shakhtar in coppa e infine con il Crotone. La quinta vittoria consecutiva potrebbe arrivare già sabato contro il Bologna. Perché la lotta per un posto in Champions è ancora aperta, con i giallorossi al terzo posto a 59 punti, l’Inter a 55 e la Lazio a 54. Una corsa ad ostacoli lungo il campionato ma che si intreccia con gli impegni della Champions. La trasferta a Barcellona è prevista per il 4 aprile e pochi giorni dopo i giallorossi sfideranno in campionato la Fiorentina. Il ritorno invece si giocherà all’Olimpico il 10 aprile e forse (se le cose al Camp Nou andranno davvero male) con la testa e soprattutto il cuore già proiettati verso il derby della capitale. Una partita che vale tanto e non serve spiegare il perché, ma che quest’anno assume un significato maggiore considerando la posizione in classifica di entrambe le squadre.

A Roma sognare il passaggio del turno contro il Barcellona non costa nulla, ma il vero obiettivo non è la Champions attuale, ma quella del prossimo anno. Un messaggio che Di Francesco avrà sicuramente trasmesso forte e chiaro ai suoi giocatori, che inevitabilmente già pensano almeno un po’ al prato del Camp Nou. Una qualificazione quindi che comincia già sabato alle 12.30 contro il Bologna, in un momento delicato in cui la Roma non può più sbagliare. Tutto passa da lì, considerando anche che i giallorossi non hanno subito reti nelle ultime tre partite, dopo la gara contro il Napoli. Una partita che andrà gestita anche sul piano mentale, come se davanti ci fossero già Messi&co.

E sul campo? Come gestirà il doppio impegno Di Francesco? Probabilmente farà turnover. Ad esempio tra Dzeko e Schick, dato che entrambi sono stati impegnati con le rispettive nazionali. Ma il bosniaco ha giocato due partite su due ed è tornato a Roma un po’ stanco, mentre Schick è tornato ancora più carico, grazie al gol segnato contro la Cina con la Repubblica Ceca. Così il giovane attaccante classe ’96 potrebbe partire titolare sabato, per far riposare Dzeko che invece sarà in campo contro il Barcellona. Altra rotazione riguarda la difesa con Fazio (titolare con l’Argentina contro l’Italia ma in panchina contro la Spagna) e Juan Jesus. E poi a centrocampo: la fortuna di Di Francesco è quella di avere un uomo in più quindi Pellegrini ruoterà con Nainggolan o con Strootman. Un mini turnover tra le due trasferte, Bologna e Barcellona. Per arrivare al Camp Nou con la migliore formazione possibile, in una partita chiaramente complicata dove la Roma proverà a contenere il più possibile i danni in vista poi del ritorno all’Olimpico.

Con la certezza che sarà tutto tranne che facile. Con la voglia di provarci e la consapevolezza di essere comunque arrivati lontano. Ma soprattutto con la testa che rimane fissa al campionato. Dove la futura Champions non va giocata ma conquistata.

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