Se c’è una cosa sul quale il “Proceso de Reorganización Nacional” di Jorge Videla non volle mettere mano, quantomeno ufficialmente, fu un altro tipo di “proceso“. Quello che César Luis Menotti, “el Flaco” per gli amici, stava portando avanti con la nazionale argentina. Scelta saggia, soprattutto quando a tutto il mondo apparse il fotogramma del Matador Mario Kempes con la Coppa del Mondo in mano. Ma il viaggio di Menotti nel fùtbol, prima di tirare fuori da una situazione nazionale piuttosto complicata la squadra campione del mondo, avrebbe già tanto da raccontare.

L’Argentina ante Menotti

Il Menotti giocatore, allenatore ma soprattutto pensatore è chiaramente figlio della turbolenta Argentina del post-peronismo, falcidiata da golpe di stato di provenienza militare ogni circa 36 mesi. Guardando più specificamente il calcio, i 20 anni post-Perón della Selecciòn  iniziano con una compilation di schiaffi ricevuta ad Helsingborg dalla Cecolosvacchia ai Mondiali ’58 e proseguono con una ben poco graduale rinuncia alla “nuestra” a favore di un calcio più difensivo e brutalmente pragmatico. Menotti, in breve, rappresentò l’esatto contrario di questo ventennio Argentina. Calciatore prima, allenatore poi, nel frattempo musicista, filosofo e con idee politiche non esattamente coincidenti con quelle che vi aspettereste da un regime militare. Un’idea del tutto personale di calcio:

“Sostengo che una squadra di calcio rappresenti prima di tutto un’idea e più che un’idea rappresenta un’impegno, e più che un’impegno rappresenta le chiare convinzioni che un allenatore deve trasmettere ai suoi giocatori per difendere quell’idea. Perciò, la mia preoccupazione principale è che noi allenatori non ci arroghiamo il diritto di rimuovere dallo spettacolo il sinonimo di festa, in favore di una lettura filosofica che non può essere sostenuta, cioè di evitare di prender dei rischi. E nel calcio ci sono dei rischi, perchè l’unico modo di evitare di prendere dei rischi in qualsiasi gioco è quello di non giocare affatto”

La sua nomea di “comunista” entrò nella stanza dei bottoni quando Carlos Alberto Lacoste, ammiraglio, braccio e mente della EAM 78 – l’organizzazione che si occupò del Mondiale – ma soprattutto uomo vicino ad Emilio Massera (una delle tre teste pensanti del colpo di stato che destituì Isabél Martinez de Perón assieme a Orlando Agosti ed appunto Jorge Videla) pensò se fosse il caso di “destituire” Menotti. Fortunatamente per lui, si rivolsero alla persona con la risposta giusta: Hèctor Vega Onesime, direttore di El Gráfico, il quotidiano sportivo più importante d’Argentina. Con l’ok di Onesime, la posizione di Menotti non fu più messa in dubbio. Del resto, avere in casa l’evento sportivo più importante del mondo per un regime nuovo e malvisto per i suoi modi era una gigantesca occasione per presentare un’Argentina tirata a lucido per competere con le maggiori nazioni del mondo su ogni fronte (siamo circa a 5 anni di distanza dalla guerra delle Falkland tra le altre cose) e soprattutto vincente. Prevalse quindi l’idea di non toccare nulla del “proceso” in corso sulla Selección per non creare ostacoli interni verso l’obiettivo finale.

Il “proceso”

Perchè un “proceso”? Perchè l’Argentina aveva perso il gusto artistico della “maquina” rioplatense in favore di squadre che trattavano le partite come guerre, tipo l’Estudiantes di Osvaldo Zubeldìa. La mancata qualificazione a Messico ’74 fu vivisezionata in tutte le sue parti. La diagnosi, apparsa sempre su El Gráfico, portò alla luce l’idea di lavare la “grande vergogna” – i 6 gol presi dalla Cecoslovacchia nel ’58 – con uno stile di gioco “più difensivo, facendo dimenticare il piacere di segnare un gol più degli avversari“. Lo stesso Estudiantes fu aspramente criticato da più parti dopo la condotta della gara di ritorno dell’Intercontinentale contro il Milan, con alcuni giocatori accusati di aver “disonorato uno spettacolo pubblico” come poi sintetizzò l’allora presidente dell’Argentina Juan Carlos Onganìa. Non è che però la squadra di Zubeldìa fosse una mosca bianca del calcio argentino, per citare Walter Vargas da un passo del suo libro Football Delivery:

“Il Racing di Juan Josè Pizzuti, l’Independiente del ’68, il Boca di Rattìn e tutte le altre non erano certo conventi di monaci trappisti”

Da qui, nacque la nostalgia per la “nuestra” e la spinta feroce verso un romantico ritorno all’Argentina dei Sivori, dei Maschio, degli Angelillo. L’Argentina calcistica trovò a Rosario l’uomo adatto per questa riconversione, César Luis Menotti per l’appunto. L’intera carriera del Flaco da allenatore trovò la sua chiave di volta in questa citazione:

“Credo fermamente che l’efficacia non abbia affatto divorziato dalla bellezza”

Quattro anni di fuoco

Da allenatore dell’Huracàn vinse il Metropolitano del 1973 presentando uno stile di gioco vincente e capace di acuti di bellezza e spietatezza calcistica da applausi da teatro dell’opera. L’anno successivo si trovò al timone della Selección. I 4 anni di lavoro vennero condensati in un fluido 4-3-3 con Fillol in porta, Olguín-Galván-Passarella-Tarantini davanti all’estremo difensore e talento a volontà negli altri 6 posti disponibili. Gallego unico “volante” a proteggere le geometrie di Ardiles ed un Kempes un po’ mezzala, un po’ trequartista, un po’ attaccante ombra. Davanti spazio ad Ortiz, Luque e Bertoni. Super-sub, o più propriamente 12esimo titolare, il genio di Renè Houseman, ex-dell’Huracàn di Menotti e preferito ad un certo Diego Armando Maradona che, sebbene ancora giovanissimo, aveva già ricevuto l’onore della maglia albiceleste. Per uno strano incrocio del destino, Diego fece le fortune della vincente selezione dell’86, allenata dall’antitesi calcistica del Flaco: Carlos Bilardo. Quel che fece più rumore di tutte fu la mancanza di un altro giocatore. Non uno qualsiasi, il Gran Capitàn della nazionale argentina non partecipò di sua spontanea volontà per protesta verso la parte sommersa dell’iceberg fatta di torture, repressioni e desaparecidos delle quali il governo di Videla si stava macchiando le mani. Jorge Carrascosa quindi, anche lui titolare di quell’Huracàn, rifiutò di partecipare

“Fisicamente e dal punto di vista tecnico stavo benissimo: ma è dentro di te, che devi essere in forma. E quello che stava accadendo mi faceva stare male. Non avrei potuto giocare e divertirmi, non sarebbe stato coerente.”

Da quel momento la fascia andò sul braccio sinistro di Daniel Passarella.

Calcio dentro, l’inferno fuori

In un poco meno che pioneristico incontro tra romanticismo e scienza in salsa calcistica, Menotti curò sia la parte tecnica che quella fisica della squadra in una preparazione fatta di dieta e calcio. Gli ungheresi, contro i quali giocavano per primi, dissero che correvano “come disperati“. L’epica del mondiale argentino in casa si arricchì poi di un paio di “spin-off” a natura politica / popolare. La partita contro il Perù, anche per le varie dietrologie rimbalzate tra verità e smentite, passò alla storia come “marmelada peruviana“. L’ultima partita del Gruppo B del secondo girone si rivelò decisiva per le sorti dell’Argentina. Con la vecchia schedulazione a doppio girone, dalle classifiche del secondo sarebbero uscite le finaliste (le prime del Gruppo A e del Gruppo B) più le due candidate al terzo posto (le seconde dei due gironi). Per la Selección, tra le due ipotesi ballava la vittoria contro il Perù con almeno 3 gol di scarto per sopravanzare il Brasile attualmente primo. Il Perù si rivelò un avversario non certo irresistibile, tanto da uscire dal Gigante de Arroyito di Rosario con un passivo di 6 reti. Per qualche voce, il Perù fu “meno che irresistibile”. In soldoni, il governo argentino avrebbe comprato la partita per una partita di 35 tonnellate di grano ed un prestito da 50 milioni di $. Sebbene il Perù giocò con orgoglio il primo tempo, colpendo anche un palo con Muñante, il monologo argentino del secondo tempo allargò a dismisura la forbice tra le due squadre come comunque i valori in campo potrebbero giustificare. Se questa “trattativa laterale” sia o non sia successa non è purtroppo un argomento risolvibile in queste righe ma rende bene l’idea di come fosse considerata una questione di Stato vincere questo Mondiale. Non da meno fu il popolo argentino, in particolare prima della finale contro un’Olanda orfana di Cruyff. Già dal trasferimento hotel-stadio per gli Oranje cominciò a tirare brutta aria. L’autobus sul quale viaggiavano fece una strada improbabile per raggiungere il Monumental dando modo ai tifosi argentini di far sentire il loro “affetto” agli occupanti del mezzo. Arrivato allo stadio, l’autista sbagliò il punto di scarico e lasciò i giocatori sotto la gradinata della tribuna popolare. In campo non andò meglio. Le intimidazioni ricominciarono dal riscaldamento fino al prepartita, dove gli argentini si lamentarono anche del gesso applicato sul polso destro di Renè Van der Kerkhof. In questo clima di tensione, i 90 minuti produssero un 1-1 che Rensembrink rischiò di risolvere senza appello al 90′ quando il palo si sostituì a Fillol. Ai supplementari Kempes e Bertoni chiusero i conti per il 3-1 finale.

A serrande abbassate

Il post-Mondiale non fu comunque facile. L’Argentina, finita la sbornia Mondiali tornò sotto il regime dittatoriale che fece vittime illustri anche nel calcio. Le Madri di Plaza de Mayo, ancora oggi a mantenere il ricordo di una generazione letteralmente scomparsa. Menotti stesso, che dovette giustificare l’essere di fatto un rappresentante del potere nel calcio pur essendo un uomo di ideali diametralmente opposti. A cominciare dalle foto con Videla.

Luis l’ha spiegata così:

Oggi non le rifarei. Ma è facile parlare adesso. Nessuno aveva i coglioni di dirlo allora. Fui usato, chiaro. Il potere che sfrutta lo sport è vecchio come l’umanità, i feudatari strumentalizzavano i cavalieri dei tornei. Ricordo Pertini che tornò dalla Spagna con Bearzot: se l’Italia avesse perso, se lo sarebbe portato sull’aereo presidenziale? Però il calcio è solo calcio: l’Italia del ’32 non vinse perché c’era Mussolini, ma perché era forte. Videla era il presidente dell’Argentina, non potevo impedirgli io d’entrare allo stadio. Nessuno immaginava che in quelle ore stava buttando i cadaveri nel fiume. Si fosse saputo, i lavoratori, i contadini, gli intellettuali, i calciatori, tutti avremmo dovuto uscire e chiedere la fine di quella merda. Ma la lotta politica è una cosa più grande del calcio. Se il Milan vince la domenica, qualcuno crede davvero che il lunedì starà meglio? Lo spettacolo non è la vita. E se un Berlusconi va al governo, beh, che almeno faccia per l’Italia un decimo di quel che ha fatto Baresi per il Milan».

Ma, come ricorda il terzino sinistro Alberto Tarantini, Menotti, prima di entrare in campo per il secondo tempo, la spiegò innanzitutto così:

“Non vinciamo per quei figli di puttana. Vinciamo per il nostro popolo”.

(Fonte immagine di copertina: profilo Twitter @PMovimento)