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Quella voglia matta di Scudetto

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Stagione difficile, anomala, in cui ogni avversario si dimostra in grado di metterti in difficoltà.

Fino a che punto uno scenario descritto in questo modo può condizionare l’andamento e le ambizioni di una squadra costruita per vincere? E quanto, la stessa affermazione, può diventare una scusa di cui si rischia di abusare?

L’Inter di Antonio Conte è, senza ombra di dubbio, una squadra creata per vincere. Certo, se fosse arrivata la vittoria in Europa League ci sarebbero meno dubbi a proposito della bontà del lavoro di Conte, ma un progetto non si può di certo valutare nell’arco di una sola stagione. E a proposito del risultato a fine stagione, i punti in comune tra la parte conclusiva della passata e quelli che stanno caratterizzando l’inizio di quella in corso sembrano essere sempre di più. Il Milan e la Lazio sono solamente due esempi lampanti di come le tante partite in poco tempo stiano beneficiando, o risentendo, della forma mostrata dal post lockdown primaverile.

Una cosa è certa. La vera Inter, o almeno quella che tutti si aspettano, sembra stia prendendo tempo. E non è un caso.

MALEDETTO COVID

Questa, di certo, è una giustificazione.

La rosa nerazzurra è scesa in campo 20 volte con almeno un caso di giocatore positivo al Covid-19. È un numero importante, decisamente frustrante per le ambizioni di un team che ha come obiettivo la vittoria dello scudetto e una figura di tutto rispetto in ambito internazionale.

Skriniar, Radu, Gagliardini, Young, Nainggolan, Padelli, Hakimi, Brozovic e Kolarov.

Non tutti hanno un ruolo di prima fascia nelle gerarchie del tecnico pugliese, ma di sicuro queste assenze lo hanno costretto a modificare il suo assetto in tante, forse troppe occasioni. Si tratta pur sempre di una rosa profonda, con diverse alternative per ogni ruolo e la possibilità di modificare la linea difensiva, così come il numero dei componenti. Se a queste assenze dovessimo aggiungere quella di Lukaku, ai box contro Real Madrid e Parma, ecco che l’attenzione viene catalizzata da un possibile malumore dello stesso Conte, non proprio nuovo a uscite di questo tipo.

Brozovic, elemento fondamentale dello scacchiere nerazzurro (fonte: inter.it)

L’assenza di Brozovic avrà un peso specifico superiore a quella che sta colpendo Kolarov, per diversi motivi. Per quanto il giocatore croato sia stato al centro delle critiche nelle passate stagioni, sembra altrettanto evidente la sua crescita e la sua resilienza nell’undici prescelto. Non è da sottovalutare neanche la sua capacità di essere decisivo nei momenti più complessi del match, sia che si tratti di sbloccare il parziale, sia che l’obiettivo riguardi una rete nei minuti di recupero, o più semplicemente una giocata importante.

Alla base di questa situazione c’è ovviamente il momento storico a dir poco particolare e inedito in cui ci troviamo, frutto della scelta di non interrompere le competizioni ma di proseguire nonostante i possibili focolai che possono esplodere all’interno del gruppo squadra.

Un aspetto sembra alquanto nitido: dopo la pausa, il DNA dell’Inter dovrà risalire in superficie per mostrarsi senza alcun tipo di freno.

METTERE A FUOCO

12 punti in 7 partite di Serie A. Due, invece, quelli conquistati in Champions League, in cui i nerazzurri vivono una situazione caratterizzata dall’assenza di vittorie nei primi tre incontri. Non proprio un rendimento ideale, per utilizzare un eufemismo.

Che Antonio Conte abbia cambiato la natura dell’Inter da quando siede sulla panchina nerazzurra sembra evidente, ma di certo non basta. La società, i tifosi e gli addetti ai lavori si aspettano di più. Vogliono vedere un approccio quasi cannibale, qualcosa di molto simile a quello che la sua Juventus ha fatto vedere in un passato più o meno recente. Non si può nemmeno affermare che la squadra non sia stata fatta a sua immagine e somiglianza, nonostante continui a presentarsi il problema Eriksen. Il danese è dotato di indubbia qualità, si è adeguato al calcio italiano in modo parziale, forse penalizzato da un assetto tattico che non lo valorizza o che, per lo meno, lo fa apparire un giocatore normale. È la stagione della verità, non tanto per lo stesso Eriksen, bensì per Conte e per la scelta di averlo nella sua squadra. Il Covid-19, gli infortuni e gli esperimenti depongono decisamente a favore dell’ex Spurs e del suo impiego con un minutaggio alto.

Conte a colloquio con Eriksen (fonte: Emilio Andreoli/Getty Images)

Poi, sarà premura del tecnico di Lecce inserire al meglio anche gli ultimi arrivati in casa Inter, uno su tutti Arturo Vidal, e pretendere il massimo da chi dovrebbe essere per forza di cose un pilastro di questa formazione, e qui il pensiero corre velocissimo in direzione Lautaro Martinez. I due sudamericani rappresentano quell’anima nerazzurra che fino a questo momento è rimasta un po’ troppo nascosta ma che, condizioni fisiche permettendo, potrebbe e dovrebbe fare tutta la differenza del mondo.

DRITTI VERSO L’OBIETTIVO

Antonio Conte non accetterebbe mai di guidare una squadra che non punta in modo deciso, per dirlo in modo riduttivo, alla conquista di un titolo.

Vuole il Tricolore e vuole interrompere l’egemonia bianconera da lui inaugurata per dimostrare quanto le sue capacità possano cambiare i valori in campo.

Lo abbiamo detto in precedenza ed è giusto ripeterlo. La pausa dedicata agli impegni con le Nazionali rappresenta uno spartiacque di enorme portata, senza pensare a ritocchi della rosa e a finestre di mercato all’interno delle quali aggiungere elementi all’organico. E non esiste modo migliore di quello che hanno messo in mostra i suoi giocatori, con le rispettive rappresentative. 

Con la maglia del Cile, Vidal ha concretizzato tutto ciò che Conte si aspetta da lui. Grande corsa, impatto fisico, inserimenti e conclusioni vincenti. Ha messo a segno tre reti in due partite, che hanno le sembianze di un messaggio gridato a gran voce: “Arturo è tornato”.

Vidal e Conte, il loro feeling ha radici molto profonde (fonte: fantamagazine.com)

Anche Eriksen, seppur su calcio di rigore, ha ritrovato la via del gol. Il suo valore va decisamente oltre le marcature, perché con la sua Nazionale detiene le chiavi del gioco, e questo gli farà senz’altro bene.

La coppia di attaccanti nerazzurri ha fatto vedere grandi cose, certificando il buon momento di Lautaro e confermando il recupero di Lukaku, autore di una doppietta proprio contro la Danimarca di Eriksen. E, per non farsi mancare nulla, a chiudere il cerchio ci sono Hakimi e Pinamonti, anche loro a segno con il Marocco e con l’Italia Under21.

Se fino a qualche settimana fa si guardava alla pausa con occhio diffidente, perché la paura di ulteriori infortuni rappresenta un rischio troppo grande in questo momento, ora si può tranquillamente affermare che questi incontri hanno avuto un ruolo terapeutico per buona parte della rosa nerazzurra.

A queste prestazioni si aggiunge un elemento che, fino a qualche mese fa, non sembrava nemmeno essere un invitato al ballo: Ivan Perisic. Vincitore della Champions con il Bayern, aveva più le sembianze del tipico giocatore che sarebbe tornato a Milano per diventare ben presto merce di scambio. E invece no. Il croato gioca praticamente sempre, anche se i 90 minuti in cui garantisce qualità sono ancora lontani e, dati alla mano, non ha quasi mai avuto l’opportunità di giocarli.

Perisic, da possibile merce di scambio a giocatore ritrovato (fonte: Getty Images)

Per chiudere il discorso, la crescita di due ragazzi come Bastoni e Barella rappresenta uno stimolo aggiuntivo per Conte, che può plasmare due talenti cristallini a sua immagine e somiglianza, per lo meno dal punto di vista mentale. È arrivato il momento di mostrare tutta la maturità di cui questa squadra dispone, senza il timore di rischiare e di provare qualcosa di nuovo, perché sia il campionato che il passaggio del turno in Champions rappresentano due obiettivi tangibili.

Sembra superfluo da dire, ma la formazione nerazzurra e la storia recente dell’Inter hanno bisogno di Antonio Conte. Della sua voglia, della sua ambizione alla perfezione, delle sue interviste discutibili a fine gara e della sua capacità di cambiare la testa di ogni singolo elemento.

Questa non può semplicemente essere la stagione dell’Inter, questa deve essere la stagione a tinte nerazzurre, senza se e senza ma. Conte lo sa, la società lo vuole, i giocatori ci stanno provando.

Bisogna mettere le marce alte, portare a casa punti contro le dirette avversarie e lasciare ben poco agli avversari, valorizzando tutti i membri della rosa.

A tutto gas, toccando ben poco il freno, con la voglia di cucirsi un bellissimo scudetto sulla maglia.

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Flash News

Il giornalista terrorizza la Juventus: “Situazione pericolosa come quella del 2006”

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Juventus

Il terremoto in casa Juventus ha destabilizzato il mondo bianconero. A seguito di un rapidissimo Cda straordinario, tutte le cariche più importanti della dirigenza si sono dimesse dai propri ruoli. La motivazione è ancora sconosciuta ufficialmente, anche se alcune voci ipotizzano dei guai seri a bilancio. In molti, quindi, si stanno chiedendo i reali motivi che si celano dietro la vicenda e diversi tifosi cercano risposte sui social.

“COME NEL 2006”

In questo senso, le risposte provenienti dal web non sono rassicuranti, anzi. Farà scalpore un Tweet del noto giornalista Tancredi Palmieri che preoccupa tutto l’ambiente bianconero. In poche righe, Palmieri terrorizza il tifo Juventino con le seguenti parole.

Secondo il direttore di Sky Italia, la situazione della Juventus potrebbe essere pericolosa come quella del 2006, qualcosa di enorme sta per scoppiare”.

Ricordiamo che nel 2006 la compagine bianconera venne retrocessa in Serie B a seguito dello scandalo Calciopoli.

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Calcio Internazionale

Gomez carica l’Uruguay: “Contro il Ghana una finale”

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Maximiliano Gomez, attaccante dell’Uruguay, ha parlato ai microfoni di Teledoce dopo la sconfitta contro il Portogallo.

L’attaccante ha caricato i suoi per la sfida contro il Ghana, decisiva ai fini della qualificazione:

“Dobbiamo già pensare alla prossima sfida col Ghana. Giocheremo l’ultimo incontro della fase a gironi come se fosse una finale e ci auguriamo di riuscire a vincerla”

Gomez ha anche analizzato il match di stasera:

“Sono contento di aver avuto l’opportunità di scendere in campo, ma al tempo stesso mi dispiace per il risultato perché abbiamo disputato un grande secondo tempo. Il Portogallo è una grande squadra e sapevamo di trovarci di fronte degli ottimi calciatori”.

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Calcio Internazionale

Messico, tegola Guardado: stop di 10 giorni

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Tata Martino

Tegola in casa Messico, a 2 giorni dal match clou contro l’Arabia Saudita.

Il centrocampista Andres Guardado, infortunatosi nel match contro l’Argentina, dovrà stare fermo ai box 10 giorni stando a quanto riportato da L’Equipe. I messicani, fermi ad un punto in classifica, sono obbligati a vincere, per tenere vive le chances di qualificazione in un girone super equilibrato. L’altra sfida vedrà di fronte Argentina e Polonia, con i primi a quota 3 e i polacchi in testa al gruppo con 4 punti, frutto di una vittoria e un pareggio proprio contro il Messico.

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Flash News

La lettera di addio di Andrea Agnelli ai dipendenti della Juventus

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Agnelli

Andrea Agnelli, prima delle dimissioni arrivate in serata, ha rivolto una lunga lettera di addio a tutti i dipendenti del club.

“Cari tutti,
Giocare per la Juventus, lavorare per la Juventus; un unico obiettivo: Vincere. Chi ha il privilegio di indossare la maglia bianconera lo sa. Chi lavora in squadra sa che il lavoro duro batte il talento se il talento non lavora duro. La Juventus è una delle più grandi società al mondo e chi vi lavora o gioca sa che il risultato è figlio del lavoro di tutta la squadra.

Siamo abituati per storia e DNA a vincere. Dal 2010 abbiamo onorato la nostra storia raggiungendo risultati straordinari: lo Stadium, 9 scudetti maschili consecutivi, i primi in Italia ad aver una serie Netflix e Amazon Prime, il J|Medical, 5 scudetti femminili consecutivi a partire dal giorno zero. E ancora, il deal con Volkswagen (pochi lo sanno), le finali di Berlino e Cardiff (i nostri grandi rimpianti), l’accordo con Adidas, la Coppa Italia Next Gen, la prima società a rappresentare i club in seno al Comitato Esecutivo UEFA, il JMuseum e tanto altro.

Ore, giorni, notti, mesi e stagioni con l’obiettivo di migliorare sempre in vista di alcuni istanti determinanti. Ognuno di noi sa richiamare alla mente l’attimo prima di scendere in campo: esci dallo spogliatoio e giri a destra, una ventina di scalini in discesa con una grata in mezzo, un’altra decina di scalini in salita e ci sei: “el miedo escénico” e in quell’attimo quando sai di avere tutta la squadra con te l’impossibile diventa fattibile. Bernabeu, Old Trafford, Allianz Arena, Westfallen Stadium, San Siro, Geōrgios Karaiskakīs, Celtic Park, Camp Nou: ovunque siamo stati quando la squadra era compatta non temevamo nessuno.

Quando la squadra non è compatta si presta il fianco agli avversari e questo può essere fatale. In quel momento bisogna avere la lucidità e contenere i danni: stiamo affrontando un momento delicato societariamente e la compattezza è venuta meno. Meglio lasciare tutti insieme dando la possibilità ad una nuova formazione di ribaltare quella partita“.

La nostra consapevolezza sarà la loro sfida: essere all’altezza della storia della Juventus.

Io continuerò a immaginare e a lavorare per un calcio migliore, confortato da una frase di Friedrich Nietzsche: “And those who were seen dancing were thought to be insane by those who could not hear the music”.

Ricordate, ci riconosceremo ovunque con uno sguardo: Siamo la gente della Juve!

Fino alla fine…“.

LA FINE DI UN’ERA

Questo il toccante saluto di Andrea Agnelli al suo popolo, quello bianconero. Una storia iniziata nel lontano maggio del 2010, quando fu eletto presidente, diventando il quarto esponente della famiglia Agnelli alla guida del club.

19 titoli complessivi: 9 Scudetti, 5 coppe Italia e altrettante Supercoppe Italiane.

Andrea Agnelli, nel bene e nel male, ha segnato indelebilmente, 12 anni di storia del calcio. Dallo stadio di proprietà al progetto Superlega, l’ormai ex presidente bianconero ha rivoluzionato il gioco.

Agnelli è stato capace di riportare la Juventus sul tetto d’Italia, provando a ripetersi, non riuscendoci del tutto, in Europa. 12 anni di successi e di tonfi clamorosi, di gioie e dolori, di esultanze e liti con i tifosi.

 

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