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2004, la folle annata di Rasheed Abdul Wallace

Basket

2004, la folle annata di Rasheed Abdul Wallace

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Team Numero Diez

WWE World Heavyweight Champion! No, un attimo: come ci sono arrivate 5 cinture della federazione di Stamford dentro allo spogliatoio dei Detroit Pistons? Partiamo da qualche anno prima, due figure chiave: Joe Dumars, ritirato nel 1999 e dal 2000 “President of Basketball Operations” della franchigia della Motown e Rasheed Abdul Wallace qualche migliaio di chilometri più a Ovest, incastrato nella versione più gangsta dei Trailblazers che tra arresti, gente beccata al metal detector dell’aeroporto con un’oncia e mezza di erba dentro ad un foglio di alluminio, gente beccata a combattere con i cani, minacce di sparatorie ecc… nel tempo libero arriva a due Finali di Conference. Dumars per prima cosa scambia Grant Hill, inguaiato con la solita caviglia, ai Magic per Chucky Atkins e Wallace, l’altro Wallace, il Big Ben. Successivamente, affiancando Jerry Stackhouse e il suddetto Ben, arrivano Rick Carlisle in panca, Chauncey Billups, Richard Hamilton e le scelte al Draft Darko Milicic (sì, ha vinto un anello anche lui) e Tayshaun Prince da Kentucky. Contestualmente, all’alba della stagione 2003 i buonissimi risultati da Carlisle non sono abbastanza per confermargli il posto a causa di problemi interni e delle voci spuntate fuori durante i Playoff 2002 che lo volevano l’anno dopo sulla panchina dei Pacers. Così fu, e coach Larry Brown andò ad incastrare il penultimo pezzo del puzzle di Dumars. E Rasheed? Lui è ancora a Portland, due volte All-Star, i soliti falli tecnici e la solita squadra di folli attorno. Giocherà altre 45 partite con i Blazers poi arriverà la seconda trade della sua carriera… agli Atlanta Hawks. Lui e Wesley Person per Dan Dickau, Shareef Abdul-Rahim e Theo Ratliff. La prima partita con gli Hawks è spettacolare: 20 punti in tre quarti, 6 rimbalzi, 5 stoppate, 2 assist e una rubata.

Tempo una settimana e succede l’incredibile: la prima partita di Wallace agli Hawks è anche l’ultima. Una girandola di gente: Mike James e Wallace ai Pistons, Chucky Atkins Lindsey Hunter ed una first pick a Boston, Bob Sura, Zeljko Rebraca, Chris Mills ed un’altra prima scelta agli Hawks. Il puzzle è finito. Dopo due partite balbettanti i Pistons non si fermano più: 17 vittorie a fronte di sole 3 sconfitte, 15 vinte in doppia cifra di scarto per il 54-28 finale. Una squadra di 5 grandissimi giocatori ed una legge metafisica che metteva d’accordo l’universo del basket con il karma: “ball don’t lie”. Rasheed si innesta nei meccanismi di coach Brown alla perfezione: si abitua a gestire con gli altri le responsabilità offensive prendendo i suoi piazzati di favolosa fattura e tenendo un’intensità difensiva a livelli da elite diventando un po’ il playmaker occulto della squadra, assieme ovviamente a Billups, ed il totem difensivo con Ben Wallace. Inoltre, la sua versatilità difensiva fu un’arma letale per abbassare le serrande del canestro di competenza ed ali che si avventuravano fuori area, arma che Brown usò come chiave di volta del suo sistema difensivo sia in coabitazione con Tayshaun Prince, sia alternando le due ali. Primo turno: Milwaukee Bucks di Ray Allen. Va più o meno così: i Bucks ribaltano il fattore campo alla seconda poi ne prendono tante che ne sarebbero bastate metà. Sheed chiude con 4 doppie doppie e una mancata per un rimbalzo seminando stoppate e difese eccellenti qua e là, il suo solito fade away dall’angolo caratterizzato da un vertiginoso rilascio ed altri sprazzi vari di talento. La seconda serie è molto più pericolosa: i Nets di Kidd, quelli che lo hanno privato della vittoria al Prudential Center nel suo one-off con gli Hawks. La questione si fa interessante, le prime due vinte senza problemi, le due fuori casa no. Neanche la quinta, viziata da un bug di nome Brian Scalabrine che segna 17 punti dalla panca con 4/4 da 3 punti. Servono 3 overtime per chiuderla, serve un Richard Jefferson da 31 punti e 11 rimbalzi per domare i Pistons e uno Chauncey Billups che ci ha provato in tutti i modi a tenere in piedi la baracca. Statisticamente, l’80% delle squadre che vince Gara 5 poi vince la serie. La palla non mente, i numeri sì. Gara 6 combattuta punto a punto vale il 3-3, la bella al Palace è un +21 Detroit che vale la Eastern Conference Finals contro gli Indiana Pacers di coach Carlisle. Alle prestazioni mostruose di un inviperito Reggie Miller, Sheed fa da contraltare raggiungendo due volte quota 20 e due doppie doppie in altre partite chiudendo così la pratica per 4-2.Manca solo una squadra tra loro e l’anello: i Lakers di Bryant, O’Neal, Malone, Payton ed uno dei bersagli preferiti dalla sempre attiva lingua di Sheed: Kwame Brown. Un dejavù targato 2000, ancora i Lakers dell’era three-peat che tolsero ai Blazers le prime Finals del millennio in una Gara 7 surreale, recuperando 15 punti negli ultimi 20 minuti di partita. Non succederà niente di tutto questo, 4-1 per i ragazzi di Brown, terzo titolo della storia per Detroit. Gara 3 è stata il manifesto cestistico dell’ala di Philadelphia. La situazione è più o meno questa: una partita tiratissima, 49-49, 16 cambi di leadership, massimo vantaggio 5 punti. Poi arriva giocata che cambia l’ordine delle cose: Sheed che finisce ai ferri corti con Slava Medvedenko. L’azione è più o meno questa: Shaq dal post basso serve l’ucraino, airball e mucchio di gente a rimbalzo. Con Medvedenko tornato in controllo del pallone, Sheed anticipa troppo la stoppata e commette fallo. Fin qui sarebbe tutto a posto, a parte gli urli dell’ala dei Pistons faccia a faccia con l’ucraino che non la prende molto bene finchè una versione impassibile di Shaq non pianta una mano nel petto di tutti e due e li scansa via alla maniera di un degno seguace di Mosè. Rasheed non la prende bene, per niente. Nelle due azioni successive, post basso contro Medvedenko, finta a destra, giro dorsale a sinistra, semigancio. Il suo dirimpettaio aveva già perso il filo del discorso a post basso. 2 punti. Ancora dopo, post basso, contro Medvedenko, finta a destra, giro dorsale a sinistra e fadeaway anticipando il recupero di Rick Fox… 2 punti e fallo. Più avanti, Big Ben taglia fuori Shaq, palla a Billups in contropiede, alza la parabola per Sheed. 2 punti. Hamilton, blocco e taglio di Rasheed servito alla perfezione. 2 punti. Ancora Hamilton per Sheed in post basso. Stavolta niente finte, giro dorsale destrorso, fadeaway e 2 punti. Medvedenko non sa ufficialmente più che pesci prendere. Scarico di Prince su Rasheed, pull up jumper dalla media, 2 punti. Siamo a 86, manca un minuto alla fine e i Lakers devono ancora sfondare quota 80. Serie sul 3-1 e il tabellino segna 26-2-13-2-2 con due palle perse e tre falli.

Gara 4 è una formalità, il Palace può esplodere. Questa è stata la stagione del suo unico anello (che non mette sull’anulare quanto piuttosto sul medio), partita nel profondo Ovest e terminata dopo un giro immenso a Detroit, in una squadra che contro tutte le scommesse è arrivata fino in fondo tramite una difesa granitica e un attacco che a parte qualche battuta a vuoto ha sempre regalato grande spettacolo. Il basket ha messo lo smoking a una squadra di metalmeccanici. Ah già, le cinture. Un suo regalo per tutti, un monito della difesa del titolo. People lie, numbers lie, ball don’t lie.

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Harden imita Beckham: vuole una stella per i suoi Houston Dynamo

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Vela

James Harden, cestista statunitense che ha vestito la maglia dei Philadelphia 76ers nell’ultima stagione, ha deciso di acquistare qualche tempo fa alcuni azioni degli Houston Dynamo. Harden ha trascorso ben nove anni in Texas e ha deciso quindi di investire sulla squadra di calcio di Houston che disputa la MLS. Ora, con l’arrivo di Lionel Messi all’Inter Miami di proprietà di David Beckham, il play americano sogna un colpo simile per la sua squadra. Ha infatti rilasciato recentemente alcune dichiarazioni a USA Today Sports: Cerchiamo un campione che venga a Houston. Sappiamo tutti quanto incredibile è Messi, che a Miami insieme alla sua famiglia si sta trovando bene. Anche noi cerchiamo qualcuno che venga nella nostra franchigia e siamo sicuri che lo troveremo. Non me ne occupo io direttamente, ma il club è al lavoro”.

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Altri Sport

Clamoroso Lebron James, le sue parole sul possibile ritiro: “Ci devo pensare”

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Lebron

Nella nottata italiana i Los Angeles Lakers di Lebron James sono stati battuti, e eliminati per 4 a 0, dai Denver Nuggets per 111-113. Lakers che non riescono a riaprire la serie e che manda i Nuggets alle Finals aspettando la vincente di Miami-Boston.

Oltre che per la sonora sconfitta sulle 4 partite, il mondo del NBA è rimasto scosso per le dichiarazioni di Lebron James nel post partita, che lasciano pensare ad un possibile ritiro:

“Ho molto su cui pensare a livello personale sulla possibilità di proseguire con il basket, devo riflettere a fondo”

Dichiarazioni bomba del 4 volte campione NBA, che nonostante abbia ancora 2 anni di contratto, con l’ultimo opzionale, non pare più cosi certo di voler continuare a calcare i parquet della NBA. L’idea a cui tutti pensavano era quelli che il “Re” avrebbe aspettato il draft del figlio Bronny, per giocare una stagione insieme a lui. Ha poi confermato alla domanda sul possibile ritiro ai microfoni di un giornalista ESPN.

Poco prima, sempre nella conferenza stampa post partita, si è espresso così su una domanda riguardante la sua visione sulla prossima stagione:

Vedremo cosa succede… non lo so. Non lo so. Ho molto a cui pensare a dire il vero. Personalmente, quando si tratta di basket, ho molto a cui pensare. Penso che sia andata bene, anche se non mi piace dire che è stato un anno di successo perché non sto giocando per nient’altro che vincere titoli in questa fase della mia carriera. Non mi diverto solo a fare una finale di Conference. L’ho giocata molte volte. E non è divertente per me non essere in grado di fare una finale di campionato”.

 

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Basket

[VIDEO] Finale di Basket islandese: parte un coro contro la Juventus

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juventus

Simpatico siparietto quello avvenuto sabato durante la finale Scudetto del campionato islandese di basket.
Durante un momento di pausa del match tra Valur Reykjavik e Tindastoll, lo speaker del palazzetto ha fatto partire la celebre canzone dei Ricchi e Poveri, “Sarà perché ti amo”.

Fino a qui nulla di strano, ma durante il ritornello, il pubblico si lancia nel celebre coro (di matrice milanista) contro la Juventus, proprio sulle note della canzone.

Un episodio che ha già fatto il giro del mondo e che ha strappato un sorriso a molti in Italia, anche ai tifosi bianconeri.

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Basket

Curry contro LeBron: sfavoriti a chi? Stanotte ritorna in scena il duello

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LeBron James Curry

Non saranno le Finals del quadriennio 2015/2018, ma questa notte sarà di nuovo Steph Curry contro LeBron James. E la Lega già si infiamma, per la serie che questi due talenti potrebbero mettere in piedi.

Il primo guida ormai dal 2009 i Golden State Warriors, con cui ha vinto 4 anelli e segnato un’epoca. Il secondo si è legato con i Los Angeles Lakers nel 2018, laureandosi campione NBA per la quarta volta nella sua storia la stagione successiva.

I PRECEDENTI

Nel 2018 i Golden State Warriors di Curry, Thompson, Durant e Green hanno spazzato via i Cleveland Cavaliers di LeBron James nelle Finals con un nettissimo 4-0. Da un lato abbiamo, probabilmente, la squadra più forte della storia come quintetto titolare. Dall’altro lato un roaster in evidente fase calante che LeBron James, se non da solo quasi, ha trascinato alle Finals. Le sue ottave Finals NBA consecutive, tra Miami Heat e Cleveland Cavaliers.

Nonostante il risultato senza repliche, infatti, dalle parti di Cleveland, King James fu idolatrato come una divinità, quando a fine anno svestì la casacca della franchigia dell’Ohio. Il motivo di tale amore incondizionato del pubblico dei Cavs è dovuto al fatto che il primo addio, che a tutti è sembrato un vero e proprio tradimento, commercializzato all’inverosimile con “The Decision“, è stato ampiamente colmato. Nella sua seconda avventura ai Cavs, LeBron ha portato la squadra ad un livello superiore. E, soprattutto, ha portato a casa il primo anello della storia della squadra. Lo ha fatto con un’impresa degna di nota: prima e unica volta nella storia che una squadra in svantaggio di 3-1 in una serie di Finals è riuscito a ribaltare e vincere.

Quell’estate, LeBron ha lasciato la sua Cleveland e la Eastern Conference, per sbarcare ad Ovest, per la prima volta in carriera, a quasi 34 anni. Con la casacca gialloviola, LeBron ha subito scritto la storia, vincendo il titolo nel 2020 e, soprattutto, tenendo alto il nome di Kobe Bryant, leggenda e volto storico dei Lakers tragicamente scomparso nel gennaio dello stesso anno. Ma dal 2018, non ci sono più stati scontri in un play-off tra Steph Curry e LeBron James. Ci si è andati vicini, se si pensa che nella stagione 2020/21 le due squadre si sono affrontate in un play-in, in cui è stato il King ad avere la meglio.

Ma si tratta di una sfida facilmente oltrepassabile. In primis, perchè non è reputata parte della post-season. In secondo luogo, perchè è stata una sola gara disputata, non una serie.

COINCIDENZA DELLE STELLE

LeBron James è di Akron, Ohio. Per tutti ora è “Il King“, ma per anni è stato “Just a kid from Akron“. Un’etichetta nata per erssere dispregiuativa e limitante nei suoi confronti e che ora, invece, lui stesso sfoggia con orgoglio. Il ragazzo venuto dal niente, in possesso solo di un talento sconfinato, schiacciato dalle attese sin dal suo ingresso nella Lega a soli 18 anni. Ed ora diventato leggenda.

Ma se andassimo a leggere, invece, data e luogo di nascita di Steph Curry, ritroveremo un nome familiare. Anche in questo caso, Akron, Ohio.

Le due stelle più rappresentative del basket americano degli anni 2010, vincitori di 7 titoli complessivi su 1o disponibili tra il 2010 e il 2020 concittadini. Nati nello stesso ospedale di Akron, a poco più di 3 anni di distanza. Quando le stelle (in questo caso, in senso astronomico) decidono di dare alla luce altre stelle (ora parliamo di Curry e James), il risultato non può che essere esplosivo. Stanotte, dopo 5 anni dall’ultima volta, i due si guarderanno di nuovo negli occhi in una serie da dentro-o-fuori valida per i Play-off. Con la consapevolezza che solo uno dei due potrà andare avanti.

La cosa più ironica, però, è che i due fuoriclasse sono arrivati a questa sfida scollandosi l’etichetta di chi li dava come “sfavoriti“. Memphis Grizzlies (avversari dei Los Angeles Lakers) e Sacramento Kings (avversari dei GSW) avevano dalla loro un miglior piazzamento in regular season e sembravano favoriti, con una eventuale Gara 7 in casa. Per i Grizzlies questa Gara 7 non si è neanche giocata. Curry, invece, ha letteralmente vinto quella giocata contro i Kings, con la migliore prestazione della storia in termi di punti segnati (50) in una Gara 7.

Da stanotte saranno l’uno contro l’altro, in una sfida che si prospetta già elettrica e piena di colpi di scena.

TUTTO SU SKY

La diffusione dell’NBA in Italia, ormai da anni, è governata da SKY. Su SkySport NBA (ed in streaming su NOW) sarà possibile assistere alle prime quattro gare in diretta e in replica. Si inizia stanotte alle 4:00 ora italiana.

Gara 1

LIVE nella notte tra martedì 2 e mercoledì 3 maggio ore 04:00

Repliche mercoledì 3 maggio ore 11:00, 14:00, 19:30 e 22:45

Gara 2

LIVE nella notte tra giovedì 4 e venerdì 5 maggio ore 03:00

Repliche venerdì 5 maggio ore 11:00, 14:00, 19:30 e 22:45

Gara 3

LIVE nella notte tra sabato 6 e domenica 7 maggio ore 02:30

Repliche domenica 7 maggio ore 14:00 e 19:30

Gara 4

LIVE nella notte tra lunedì 8 e martedì 9 maggio ore 04:00

Repliche martedì 9 maggio ore 11:00, 14:00, 19:30 e 22:45

Eventuali gara 5, gara 6 e gara 7 verranno comunicate in seguito.

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