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Ricardo Kakà: il Diez che correva in smoking

La scena sembra estrapolata dalla tragedia più famosa e rinomata a livello mondiale di William Shakespeare, Romeo e Giulietta. Kakà si affaccia dalla finestra, incredulo, ebbro, gli occhi colmi e sazi del pullulare di amore che lo abbraccia a partire dai marciapiedi di via Turati per giungere fino a lui. La Milano rossonera, Romeo, lo ama, lo ama di un amore folle e viscerale. Farebbe di tutto pur di legarsene a vita, impedendogli di abbandonare la sua terra adottiva per andarne a cercare un’altra. Un giocatore così non capita di nuovo.

Ricardo, Giulietta, ricambia questa passione, è consapevole di non aver bisogno d’altro al di fuori della sua gente, quella che tifa e venera il Diavolo. Forse, in cuor suo, è al corrente che non sarà per sempre, il presagio che sia solo temporaneo inizia già a insinuarsi nei suoi meandri più profondi. “Non si vende Kakà!” e Kakà, sventolando la maglia numero 22 in una tarda e gelida notte di gennaio, rimane a San Siro, rifiutando il Manchester City. Sei mesi dopo andrà al Real Madrid, inaugurando il periodo nero del Milan, illuminato solo dall’episodico scudetto del 2011.

Milan, oggi l'incontro per Kakà | Milan | Calciomercato.com

Fonte: Calciomercato.com

GLI INIZI

Il suo arrivo a Milanello è accolto da un tripudio di ironia e malcelato scetticismo. C’è chi si diverte storpiandone il nome, chi ne osserva stupito l’aspetto, un calciatore travestito da studente modello, con giacca, cravatta e occhiali da secchione. Un brasiliano decisamente atipico. I dubbi, tutto sommato, vengono fugati al primo allenamento. Un fenomeno di tale portata non si vede da parecchio tempo. Un’eleganza accecante abbinata a una velocità in progressione palla al piede fuori dal comune. Ricredersi e innamorarsene è molto semplice.

La prima stagione è da incorniciare, un debutto alla Scala che culmina con la vittoria dello scudetto. Lungo il cammino, due gol all’Inter nei due derby vinti dal Milan, il secondo dei quali dopo una rimonta da 0-2 a 3-2. Il 2004 è anche l’anno del dolore di La Coruna, la seconda più grande delusione della sua carriera in Champions League. L’altra, non tarderà ad arrivare. Il 25 maggio 2005 Istanbul, da sempre crocevia di popoli e culture, cuore pulsante dei più grandi imperi della storia dell’uomo, si trasforma nel teatro degli incubi rossoneri. Kakà gioca una delle tante partite sublimi della sua carriera, confezionando l’assist per il momentaneo 3-0 di Crespo con un mirabolante passaggio filtrante che buca centralmente la difesa del Liverpool da oltre metà campo.

Fonte: Uefa

Sembra fatta, ribaltare un parziale così netto non è mai riuscito a nessuno, ma la tempesta che si abbatte sui rossoneri nei successivi 45’ cambierà le sorti del gioco. I Reds segnano tre reti in 5’, Dudek si traveste da Superman e compie il doppio miracolo su un incredulo Shevchenko, ai rigori il Milan non si presenta. Un epilogo emotivamente massacrante, un’onta che per essere epurata avrebbe bisogno di una rivincita. Due anni più tardi, l’occasione si presenta.

LA GLORIA

Il 2005-2006 viene inaugurato da una prodezza balistica che, contro il Fenerbache nella prima partita di Champions League, fa traballare San Siro. Il numero 22 parte da centrocampo e semina il panico dribblando ogni avversario sulla sua strada, uno slalom gigante sul prato verde della Scala del calcio, concludendo a rete con un piattone che non perdona Volkan. La stagione non porta trofei in bacheca, ma l’evoluzione tecnica e fisica di Kakà è evidente. Ormai, è uno dei calciatori più forti del pianeta. La Curva Sud inizia a dedicargli il famoso coro “Siam venuti fin qua, siam venuti fin qua…” e la marcia verso la consacrazione procede a fari spenti.

L’anno di grazia del nativo di Sao Paulo è il 2007, ma il preludio è tanto importante quanto l’epilogo. Il cammino del Milan inizia all’alba, dai preliminari di Champions contro la Stella Rossa. Superato l’ostacolo serbo gli uomini di Ancelotti dominano il girone e approdano agli ottavi, dove si materializza il primo miracolo del 22. Gara di ritorno. Milan-Celtic, dopo lo 0-0 dell’andata, va ai supplementari con le reti inviolate. Boruc è in stato di grazia, i padroni di casa non riescono a segnare, fino all’assolo di Kakà, fino alla cavalcata inebriante che conduce alla gloria.

Fonte: Twitter

Dopo i quarti, contro il Bayern Monaco, arriva l’avversario più ostico in semifinale: il Manchester United. La memoria, quando il ricordo è vivido, non può annebbiarsi. Manchester United-Milan del 24 aprile 2007 è la partita del gol di Kakà per antonomasia. Superfluo descriverlo, perché quando la bellezza, abbinata alla caparbietà di saper cogliere il momento e all’intelligenza calcistica, si eleva a un livello così alto, non resta che ammirare.

Il ritorno, “La partita perfetta”, è la prova definitiva dello strapotere rossonero. 3-0 e appuntamento con la storia prenotato. Due anni dopo, è ancora Milan-Liverpool. In una cornice suggestiva, quella di Atene, già fedele al Milan nel 1994, quando Capello sconfisse Crujiff. Kakà recita nell’ombra, lasciando le luci della ribalta a Pippo Inzaghi. 2-1, il Diavolo si vendica e il numero 22 è sul tetto d’Europa. La consacrazione finale arriva a dicembre, quando vince il Pallone d’Oro, piazzandosi davanti alla coppia Messi-Ronaldo, destinata a dominare nei successivi dieci anni.

Fonte: skysport

L’ADDIO

Prima dell’arrivederci, ancora la Supercoppa Europea e il Mondiale per Club. Poi, nell’estate del 2009, nonostante sei mesi prima il legame tra il Milan e il suo figliol prodigo sembrasse destinato all’eternità, ecco il Real Madrid. Sembra il degno prosieguo di una carriera folgorante, ma è l’inizio di un declino precoce e doloroso. Dovrebbe essere nel pieno della maturità, ma i problemi fisici iniziano a bussare alla porta di casa Kakà.

Fonte: Rai.tv

Al Bernabeu farà vedere solo sprazzi del meraviglioso e abbacinante calciatore visto sui Navigli, ai quali farà ritorno nel 2013 per una stagione, con risultati modesti dovuti all’età e al perdurare e peggiorare degli acciacchi. L’addio al calcio arriva a fine 2017, a soli 35 anni, dopo le esperienze con San Paolo e Orlando City. Un fulmine che squarcia il cielo, una cometa attesa a lungo che abbandona il palco troppo presto, lasciando un alone di malinconia e di ebbrezza per la sua maestosità, l’unico calciatore ad aver giocato indossando uno smoking bianco.

Fonte immagine in evidenza: Eurosport

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