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Rivaldo, un gioiello nato tra la polvere

Sole che picchia, mare, sabbia, afa. I raggi ultravioletti raggiungono il suolo, serpeggiano tra i granelli di sabbia e li impregnano di calore fino a che l’acqua cristallina dell’Oceano Atlantico non accarezza il bagnasciuga.  È la dolce visione di una spiaggia brasiliana: la vastità oceanica da un lato, gli indomiti palmeti dall’altro. L’inizio della nostra storia è su questo lido del Pernambuco, in Brasile. La città: Paulista. Oggi è una rinomata località turistica che attrae visitatori da tutto il mondo. In un certo senso lo era pure una quarantina di anni fa, per quanto in proporzioni molto minori. Sulla spiaggia di Paulista, nei primi anni ’80 c’è un ragazzino tutto ricci, con le orbite scavate e un viso curioso, all’apparenza più vissuto di quanto in realtà sia. Quel ragazzino vende bibite e panini. Quel ragazzino è Vitor Borba Ferreira, al secolo Rivaldo.

UN SOGNO NATO TRA LA POLVERE

Il piccolo Rivaldo è costretto a lavorare sulla spiaggia.  La famiglia ha bisogno anche di lui per il proprio sostentamento economico. Forse a Vitor non dispiace neanche stare in riva al mare. Qui può giocare come tutti i ragazzini del mondo. Anzi no. Può giocare a calcio, come tutti i ragazzini brasiliani. A dirla tutta non è neanche male, sembra cavarsela egregiamente con la sfera tra i piedi. Sabbia, terra, cemento: ovunque giochi fa magie. Del talento di Rivaldo se ne sono accorti tutti, e anche quando il padre scompare prematuramente la famiglia lo incita a perseguire il suo sogno. Deve diventare calciatore. Lo faccia per lui, per loro, per papà Romildo.

Così il giovane Rivaldo ad appena 17 anni incomincia a giocare nel Paulista, il club della città. La scalata verso i piani alti del calcio carioca è rapida. In tre anni arriva l’esordio con il Corinthians in massima serie e la vittoria del titolo con il Palmeiras. A 23 anni è titolare nell’Academia de Futebol (non un squadra qualsiasi) e ha appena vinto il campionato brasiliano. Ciò che stupisce però è quello che fa con i piedi: è una maravilha. Un gioiello nato tra polvere e sabbia che l’Europa non può farsi scappare. Infatti nel 1996 il Deportivo La Coruna bussa alla porta del Palmeiras, paga l’equivalente di 12 milioni di euro e se lo aggiudica. Rivaldo approda in Spagna, destinazione Galizia.

MES QUE UN CLUB

La sua esperienza a Coruna vede soltanto una primavera, perché l’anno seguente Rivaldo percorre i 11oo km che separano la Galizia dalla Catalogna. Attraversa tutta la penisola iberica, dall’Oceano al Mediterraneo, e arriva a Barcellona. La destinazione finale ovviamente è il Barcellona. Per quanto i blaugrana negli ultimi anni del millennio non stiano vivendo il loro miglior periodo, mantengono comunque il fascino e il blasone di sempre. Anche la casacca che Rivaldo sceglie ha un certo peso. In giallo risalta sulla camiseta azulgrana il numero dieci: lui sarà il nuovo diez del Barcellona. Un diez un po’ particolare, non esattamente un trequartista solo di talento e fantasia. Rivaldo è un giocatore estroso, come si conviene a chi porta quella maglia, ma anche terribilmente cinico. È per questo che nasce come punta, salvo poi essere arretrato negli anni.

Eppure non è né un attaccante puro, né un trequartista, né tantomeno un’ala. È uno straordinario ibrido che non può prescindere dalla sua versatilità. Non esiste Rivaldo senza la sua vena realizzativa o senza il suo estro o senza la sua rapidità. Rivaldo è tutto questo, e probabilmente molto altro ancora. C’è stato un momento nella sua carriera, nel Giugno 2001, in cui lo ha dimostrato, esibendo quel “molto altro ancora” che ancora oggi rimane ineffabile. In un attimo ha sprigionato tutte le decine e decine di sfaccettature del suo talento, come in un’apparizione mistica. Rivaldo è stato per un attimo, un solo attimo, il futbol.

UN MATCH CHE VALE UNA STAGIONE

Nella prima stagione del nuovo millennio il Barcellona sta faticando incredibilmente in tutte le competizioni. I blaugrana si trovano in una fase di declino, e il campionato spagnolo di tre anni prima non può accontentare la Catalogna. In rosa c’è giusto qualche giocatore veramente di spessore, mentre già sono presenti nomi di cui si sentirà parlare. Xavi, Puyol, Valdes: sono i mattoni iniziali del Barca che vincerà tutto qualche anno dopo. Questa però è un’altra, straordinaria, storia. Tornando alla stagione 2000/01, Rivaldo e compagni si trovano a giocare il tutto per tutto all’ultima giornata di campionato. Al Camp Nou arriva il Valencia, che è in quarta posizione a 63 punti, già con mezzo piede in Champions League. Dall’altra parte il Barca quinto e appena tre punti sotto i taronja. È un match che vale una stagione, e a Barcellona lo sanno bene.

PRONTI VIA

Quel 17 Giugno il Camp Nou è una montagna omerica colorata di rosso e blu. Il botteghino registra 85mila spettatori paganti, e la maggior parte sono ovviamente blaugrana. Uno stadio che intimorirebbe chiunque, o quasi. Ad ogni modo il fattore casa si sente, perché dopo tre minuti il Valencia sbaglia un retropassaggio e regala una punizione dai trenta metri agli avversari. Sul pallone va Rivaldo. Proprio lui che ha un mancino velenoso come un serpente sudamericano. Proprio lui che quell’anno di goal ne ha già fatti venti. La mattonella da cui calcia è abbastanza centrale, di conseguenza per segnare di sinistro c’è bisogno di una traiettoria rapida a rientrare sul palo vicino. Deve ingannare, come magari avrà fatto anche lui qualche volta sulla spiaggia a Paulista. Non siamo in Pernambuco però, siamo al Camp Nou. Rivaldo calcia. La palla fruscia nell’aria e la taglia allo stesso tempo, passa sopra la barriera e toc: palo goal.

Rivaldo, Barcelona icon and Brazil World Cup winner, will never be  forgotten | Daily Mail Online

Fonte immagine: Daily Mail

Al 25′ Baraja firma il pareggio, ma allo scadere del primo tempo ci pensa di nuovo Rivaldo. Si carica il Barcellona sulle spalle (proprio lui, così gracile) e lo tiene vivo. Riceve da Barjuan dalla sinistra. Controlla e finta di calciare, poi si ferma, finta di nuovo e calcia dalla stessa mattonella del primo goal. Il vantaggio è una rasoiata delle sue, una di quelle che alterna a morbide traiettorie dettate dalla tecnica e dal genio. Lo stesso genio che gli permette di controllare perfettamente a seguire un pallone su un lancio lungo. Di tacco. Al volo. Lo sconfinato fascino di Rivaldo è esattamente qui, nel non riuscire a capire che razza di giocatore fosse. Più estro o più concretezza? Forse un estro straordinariamente concreto, chissà. Quel che è certo è che al minuto 89 del 17 Giugno 2001 è accaduto l’impensabile.

TEMPO, SPAZIO, PERFEZIONE…

Il Valencia ha pareggiato di nuovo con Baraja e fino allo scadere il risultato è fisso sul 2 a 2. Così il Barcellona sarebbe condannato all’Europa League. Allora Rivaldo si carica di nuovo i compagni sulle spalle, ma stavolta prende la situazione di petto. Letteralmente. A un minuto dal termine De Boer pennella al limite dell’area e lo trova lì a stoppare il pallone (di petto appunto). In un secondo pensa una marea di cose e ne rigetta altrettante. Addomesticare il pallone e poi? Appoggiare al compagno? Sarebbe inutile. Nel frattempo l’orologio si è fermato. Il secondo che il pallone passa in aria sembra essersi dilatato ad un tempo infinito. In un attimo vede di nuovo un ragazzino riccioluto e un pallone ricavato alla meglio che giocano in mezzo alla polvere. O in mezzo alla sabbia: la spiaggia è morbida e conviene tuffarsi. Rivaldo stacca da terra, effettua una torsione e impatta il pallone in rovesciata.

…E FUTBOL

Il gesto tecnico è perfetto. Talmente perfetto che quasi si stenta a credere possa averlo ricreato un uomo. Le Mizuno del brasiliano spingono una palla pesante quanto 85mila fiati sospesi. Il tiro è una frustata che si insacca alla sinistra del portiere senza possibilità di replica. Tutto attorno il pubblico e i giocatori rimangono per un attimo abbagliati: hanno appena visto il futbol materializzarsi sotto ai loro occhi. È stata come una luce intensa, troppo forte perché non risultasse effimera. Quando si riprendono dal torpore c’è solo un ragazzo di 28 anni senza camiseta che esulta come un pazzo perché ha appena segnato un goal fondamentale. Davanti a loro hanno un prodigio probabilmente nel punto più alto di massima espressione del suo estro. Quello che hanno visto in fondo è soltanto un ragazzino insabbiato e sudato che gioca sulla spiaggia. Si chiama Vitor Borba Ferreira, al secolo Rivaldo.

Fonte immagine in evidenza: Forbes

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