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Che fine hanno fatto?

Che fine hanno fatto? Robson de Souza detto Robinho

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Nel giardino dei grandi talenti calcistici sono tanti i giocatori non sbocciati e tanti quelli che hanno deluso le attese. Nella prolifica serra verdeoro in particolare, nella sezione rimpianti tra il talento di Pato e quello di Oscar capeggia quello di Robinho. Il fenomenale attaccante brasiliano, dopo un chiaroscuro di stagioni divise tra Madrid, Manchester e Milano, è finito nel tenebroso bosco delle glorie dimenticate in cui riecheggia costante la triste melodia dei “se” e dei “ma”. Quest’oggi ripercorreremo la sua storia partendo dagli inizi, passando per la gloria e il declino sino ad arrivare al triste presente.

IL RAGAZZINO CHE FECE COMMUOVERE PELE’

 Prendetelo come un consiglio o come un appello: se siete registi o aspiranti tali alla ricerca di un’idea per un nuovo film, l’incredibile storia di Robinho potrebbe fare al caso vostro. Nato a São Vicente, prima città fondata dai portoghesi nel Nuovo Mondo, il piccolo Robson è l’unico figlio di Marina Silva e Gilvan de Souza. Coccolato e viziato nei limiti del possibile, Robinho (chiamato così per la sua struttura esile) cresce tra le povere periferie di Parque Bitaru in cui il bivio della vita indica due strade: pallone o criminalità. La colonna sonora delle viuzze infatti era composta dalla triste melodia degli spari alternata alla celebre sinfonia del pallone rimbalzante e delle grida di piccoli calciatori. Robson, come tanti altri bimbi brasiliani, era naturalmente attratto dalla sfera a rombi, compagna di vita e di gioco, con cui trascorreva intere giornate dando vita a interminabili partitelle. Proprio in occasione di una di queste sfide tra ragazzi Robson venne notato dallo zio di un suo amico che, guarda caso, era un osservatore del Beira Mar, una delle centinaia di squadre di futsal del paese. A soli 6 anni quindi venne tesserato cominciando subito a dare spettacolo e ad attirare ingenti folle di curiosi e amanti del pallone. A 9 anni, corteggiato e ammirato dalle più importanti squadre di calcetto passò al Portogruarios, squadra con cui in un anno segnò la bellezza di 73 reti. Numeri alla mano, titoli di giornale e giocate spettacolari accesero il vivo interesse del Santos che decise di aggregare il ragazzino alla squadra di calcetto della società. L’incredibile velocità e la resistenza fisica di cui disponeva Robinho tuttavia spinsero il coordinatore delle giovanili, Adroaldo Ricardo, ad approcciarlo al calcio a 11. Il passaggio dal futsal al futbol fu rapido e indolore: le qualità tecniche affinate nei piccoli campi di calcetto abbinate ad una grande rapidità negli spazi aperti lo rendevano letteralmente “devastante”.

Robinho in azione con la maglia del Santos nella stagione 2002.                                                                                                    (Photo credit should read MAURICIO LIMA/AFP/Getty Images)

Ad uno dei tanti allenamenti del fenomenale Robinho assistette Pelè in persona che, ad un sentimento di indifferenza iniziale verso la squadra, sostituì un’euforia incontenibile ai primi tocchi di pallone del giovane ragazzino. Sguardo sorpreso e occhi sgranati, riempiti poi di lacrime, furono le inevitabili emozioni di un campione che aveva trovato il suo erede naturale. Robinho infatti, a detta sua, aveva la naturale predisposizione alla ginga, l’antica arte marziale verdeoro trasformata nella fenomenale arte dello spettacolo che negli ultimi anni era stata colpevolmente smarrita per un’esigenza di calcio europeista. Innamorato calcisticamente del giovane ragazzino, o’ Rei nominò Robinho suo principe successore diventando per lui educatore, consigliere e allenatore personale, riempendolo di consigli e curando personalmente il fisico del ragazzo.

 

Nell’ultimo anno delle giovanili del club vince il campionato Paulista under 17. L’anno successivo, nel 2002, diventa professionista, debutta in prima squadra e con 9 gol in 29 presenze trascina il Santos alla vittoria del campionato. Se il 2003 segna il suo esordio in nazionale, il 2004 è l’anno della consacrazione a livello personale: oltre alla conquista di un altro campionato e alle 32 reti segnate, infatti, riceve la Bola de Ouro assegnata al miglior giocatore del campionato. L’esplosione di questo talento cristallino genera una grande curiosità che spinge osservatori e emissari degli scintillanti club europei a diventare pendolari tra il Vila Belmiro e il vecchio continente. Il processo era sempre lo stesso per tutti i dirigenti: arrivavano, osservavano, rimanevano estasiati, prendevano il telefono e giuravano di aver trovato il vero erede di Pelè.

Robinho e Pelè, mano nella mano. I due sono come padre e figlio.

 

IL CHIAROSCURO DI ROBINHO TRA IL BLANCO E IL LIGHT BLUE

Tra luci rossonere, bianconere e blaugrana il giovane Robinho rimase estasiato e abbagliato dal bianco candore dei Galacticos tanto che decise di raggiungerli immediatamente. Tra lui e il suo sogno dichiarato tuttavia si pose una class action generale che prima pregò il giocatore di rimanere tramite cartelli e avvisi sparsi per la città poi, nella pazzia generale che attanagliava il calcio brasiliano, un piccolo gruppo di tifosi passò all’azione. Dopo alcune minacce perpetrate al giocatore infatti, questo piccolo commando di uomini decise di rapire la madre di Robinho imprigionandola per 42 giorni e liberandola dopo il pagamento di un riscatto. Questa esperienza invece di opprimere i suoi desideri contribuì a ravvivare l’intenzione del giocatore di fuggire da un ambiente in cui si sentiva re ma che al tempo stesso era diventato troppo limitato e opprimente. Nell’estate del 2005 quindi passò al Real Madrid per 30 milioni di euro dove arrivò tra abbaglianti flash carichi di speranza per un campione designato da tutti come la nuova stella mondiale del pallone.

Qui con il numero 10 sulle spalle, attestato di fiducia e riconoscimento non da poco, fece il suo debutto nel calcio europeo con il solito fare da predestinato. Arrivato in città il giorno precedente la sfida con il Cadice, partito dalla panchina, subentrò gli ultimi 25 minuti e al primo pallone toccato regalò un sombrero dopo una bicicletta fenomenale. Al Real Madrid era bello da vedere ma incostante: regalava sprazzi di grande calcio alternati a prestazioni deludenti e scandali fuori dal campo. Le ammalianti luci di Madrid e le intriganti discoteche madrilene infatti diventarono tentazione forte per il giovane brasiliano che, arrivato dal nulla, vide questi locali come il paradiso. I ritardi e le sbronze erano colmate dalle grandi giocate e perdonate dall’ambiente sino all’arrivo di Fabio Capello sulla panchina dei blancos. L’intransigente sergente di ferro friulano infatti cominciò a punire severamente il giocatore ma soprattutto a trattarlo alla stregua di tutti gli altri, rompendogli la bolla di protezione sotto cui si crogiolava in Brasile.

Robinho palla al piede con la camiseta Blanca del Real Madrid.

 

La partenza del tecnico italiano coincise con una parziale rinascita del 10 blanco: sotto la guida di Bernd Schuster ritornò protagonista e nell’annata 2007/08, con 11 reti realizzate, trascinò la sua squadra alla conquista della Liga. La buona stagione sembrava il preludio di un rilancio ma i piani del presidente Perez erano ben diversi: dopo una falsa promessa di adeguamento del contratto infatti, il brasiliano scoprì che la strategia del numero uno madrileno era quello di cederlo in Inghilterra al Manchester United. La trattativa non decollò e Robinho, deluso dalla totale mancanza di rispetto nei suoi confronti, diventò irremovibile: meritava, a parer suo, un ingaggio da top player e una squadra che lo considerasse la punta di diamante. Il suo destino sarebbe stato quindi sempre oltremanica ma non ai Red Devils né al Chelsea, bensì al Manchester City.

I Citizens in cui arrivò non erano la squadra dominante che siamo abituati a vedere oggi ma un gruppo di giocatori che era improvvisamente diventato di proprietà del celebre e ricchissimo sceicco. Il City offriva fiumi di denaro e amore incondizionato ma era indietro anni luce rispetto al Real Madrid, fattore che portò grandi rimpianti nel brasiliano. Il talento ex Santos partì, tuttavia, carico e motivato salvo poi arrestarsi bruscamente a causa di un livello di squadra infimo e di un’indolenza causata dalla mancanza di risultati. Si capì subito che l’Inghilterra non sarebbe mai diventata la patria di Robinho: la cultura, il clima e il rapporto con la stampa erano accomunati da un gelo complessivo che spegneva gli ardori del fantasista brasiliano. In ottica di un rilancio necessario, il talento di Sao Vicente decise di ritornare al Santos in prestito dove tra giocate e un entusiasmo ritrovato guidò la propria squadra ad uno storico doblete. Lo stipendio fuori portata e un cartellino costato 40 milioni, tuttavia, sottolineavano come la sua permanenza in Brasile fosse impossibile. Tornò quindi in Inghilterra ma solo di passaggio, pronto a ripartire in direzione Milano.

 

http:/https://youtu.be/8FhyE_0CAuU

 

DA MILANO FINO A ISTANBUL: CERCANDO IL VERO ROBINHO

Dopo Manchester, infatti, questa la caccia al riscatto di Robinho toccò prima i freddi cementi di Milano poi ancora le spiagge di San Paolo fino ad arrivare in Cina e alle coste della Turchia. L’esperienza in rossonero coincise con un esperimento di rinascita in parte riuscito: alla prima stagione, infatti, il contributo del brasiliano era tangibile con i 14 gol in 34 partite che regalarono lo scudetto al Milan. Una serenità ritrovata e un affiatamento visibile con i nuovi compagni di squadra regalarono la speranza di assistere definitivamente alla consacrazione di un talento ancora inespresso. Illusioni. Dopo le prime due ottime stagioni infatti Robinho diventò un’inutile guarnizione di nicchia che segnava poco e sbagliava tanto, regalando di tanto in tanto qualche buona giocata.

Robinho esulta con la maglia del Milan. (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

 

Nella calda estate del 2014, raggiunti i 30 anni, la ricerca del riscatto continuò in Brasile e tenendo fede alla regola del “non c’è due senza tre” tornò al Santos nella speranza di ritrovare la serenità perduta. Questa volta, tuttavia, l’appagamento della Saudade non regalò l’effetto sperato, facendogli disputare una stagione anonima e sottotono. Nella tremenda prospettiva e consapevolezza di non riuscire a fare più la differenza, il richiamo dell’ammaliante denaro proveniente dall’Oriente piegò gli ultimi tratti di orgoglio di un Robinho che ormai, in un’ottica di un’inevitabile ritiro dai campi, pensava a come monetizzare gli ultimi bricioli della sua classe. La scelta di dire sì al plurimilionario contratto offertogli dal Guanghzou Evergrande di Felipe Scolari, in questo senso, raccontava di un giocatore ormai arresosi all’inevitabile destino di incompiuto. Dopo 7 partite e tre gol nella terra del Sol Levante, nella montagna russa di orgoglio e depressione su cui viaggiava Robinho arrivò la scelta caratteriale di firmare un biennale con l’Atletico Mineiro. Qui con la squadra carioca disputò una stagione di grande livello che sembrava essere il preludio di un’ultima testimonianza del suo talento: previsione non confermata in quanto la stagione successiva si dimostrò estremamente al di sotto delle sue aspettative.

Nel dicembre del 2017, ormai prossimo ai 34 anni, sembrava arrivato il momento per l’attaccante brasiliano di dire basta a fronte di un costante saliscendi di emozioni che, oltre ad averlo annientato moralmente lo aveva indebolito anche fisicamente. A sorpresa invece giunse la chiamata del Sivasspor, club turco che grazie al suo arrivo chiuse al settimo posto. Dopo una prima parte di stagione disputata sempre con il club biancorosso, arriva clamoroso nel gennaio 2019 il suo passaggio all’Istanbul Basakshehir, la squadra finanziata dall’Ak Parti del presidente Erdogan. Qui, grazie a 12 gol e 5 assist in 3 partite, ha trascinato gli arancioblù in un’accesa lotta per il titolo culminata con la resa, poche giornate fa, contro il Galatasaray.

Robinho posa con la maglia del Basaksehir.

Robinho è stato il classico esempio di talento incompiuto, di promessa non mantenuta schiacciata dai pesantissimi macigni delle aspettative che lo avevano eletto come visione quasi messianica del nuovo Pelè. Robson è stato uno dei tanti ragazzi che una volta imboccato il sentiero del professionismo è stato oppresso dalle allettanti deviazioni della fama e dei soldi. Robinho vince molto, ma dopo il Santos non lo fa mai da protagonista. Forti limiti caratteriali, l’esigenza di attenersi quasi ossessivamente al proprio stile e un’inguaribile distacco da regole e allenamenti hanno impedito ad uno splendido germoglio di sbocciare in tutta la sua magnificenza, lasciando l’amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere ma non è stato.

Vorremmo chiudere questa riflessione con un’iconica frase sul talento sprecato pronunciata da Robert De Niro nel celebre film, da lui interpretato e diretto, Bronx:

 

“La cosa più triste nella vita è il talento sprecato. Puoi avere tutto il talento del mondo, ma se non fai la cosa giusta, non succede niente. Invece, se ti comporti bene, dai retta a me, succedono grandi cose”.

 

http:/https://youtu.be/ooR4d-HKwcw

 

 

 

 

 

 

 

 

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Calcio e dintorni

Torino, l’ex portiere è nella bufera: l’accaduto e le conseguenze!

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Cairo

Vi ricordate di Lyn Gomis? Colui che si è fatto conoscere in Serie A per via del suo passato al Torino, sale alla ribalta della cronaca sportiva per un gesto davvero poco nobile.

Attualmente rientrante nella rosa del Genola, formazione appartenente alla seconda categoria piemontese, l’estremo difensore senegalese si è reso protagonista di un episodio riprovevole; nel corso della partita di campionato contro il Langa Calcio, disputata domenica, questi ha aggredito l’arbitro del match sia fisicamente, prendendolo per il collo, sia verbalmente, attraverso offese, esclamate sia in campo che negli spogliatoi. Questa condotta violenta gli è costata una lunghissima squalifica, che scadrà soltanto il 13 ottobre 2023. Di seguito, riportiamo il testo del comunicato, redatto dal Giudice Sportivo:

Nello specifico, dopo la convalida della rete del 3 a 3, il portiere del Genola, Sig. Gomis Lys, raggiungeva di corsa l’arbitro che si dirigeva a centro campo e lo afferrava per il collo, provocandogli dolore, oltre ad insultarlo ripetutamente. Intervenivano in difesa del direttore di gara alcuni giocatori di ambo le compagini. Al termine della partita mentre l’arbitro raggiungeva gli spogliatoi scortato dai Dirigenti della squadra ospite nonché da giocatori di entrambe le Società, dopo aver subito ulteriore aggressione fisica da un altro tesserato del Genola, il Sig. Gomis continuava a insultarlo e minacciarlo, con una tale veemenza da indurlo a richiedere l’intervento di una volante dei Carabinieri, ai quali veniva esposto l’accaduto

Dal canto proprio, il portiere non ci sta a subire questo contraccolpo, che, di fatto, potrebbe costringerlo a chiudere ingloriosamente la sua carriera, dati i suoi 32 anni d’età. Le parole, espresse a La Stampa, dichiarano un pronto ricorso, di concerto con la società. E la motivazione è semplice: in sedici anni di carriera, non si è mai reso protagonista di episodi come quello per cui è stato accusato e squalificato:

I fatti non sono andati così. Con la società faremo presto ricorso. Non sono un violento. In 16 anni di carriera professionistica, non ho mai avuto e creato problemi

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Calcio e dintorni

Un Chelsea mondiale: dove sono finiti i Blues del 2012?

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Ziyech

Oggi pomeriggio alle 17.30 il Chelsea affronta il Palmeiras nella finale della Coppa del Mondo per Club. Per la squadra londinese, vincitrice dell’ultima edizione di Champions League, è la seconda occasione nei suoi 117 anni di storia per sollevare il trofeo istituito nel 2000 dalla FIFA.

L’ultima partita giocata dai Blues in questo torneo risale al 2012. Gli allora Campioni d’Europa guidati da Rafa Benitez, subentrato all’esonerato Roberto Di Matteo, si arresero in finale contro il Corinthians a Yokohama. Il gol di Paolo Guerrero al 69° regalò ai Brasiliani la vittoria.
Oggi, dieci anni dopo quella deludente sconfitta, dove sono i giocatori di quel Chelsea?

Petr Čech nella sala dei bottoni

Nonostante la sconfitta in Coppa del Mondo, il leggendario portiere ceco aiutò il Chelsea a vincere l’Europa League quella stagione.
Dopo  aver lasciato i Blues, Petr Čech chiuse la sua carriera all’Arsenal prima di tornare al Chelsea come membro dello staff tecnico di Frank Lampard.
Lampard durò un anno e mezzo sulla panchina della squadra londinese ma l’ex portiere rimane una figura molto importante al fianco della mano destra di Roman Abramovich, Marina Granovskaia.

Non solo calcio per Čech, dato che nell’ottobre 2019 ha giocato come portiere per i Guildford Phoenix, squadra di hockey su ghiaccio della quarta divisione del campionato hockeistico inglese.

Chelsea-Liverpool solo andata

Nonostante la sconfitta contro il Corinthians, per Frank Lampard la stagione 2012-2013 si concluse con un record positivo. Con il gol alla penultima giornata di campionato contro l’Aston Villa, Lampard diventò il miglior marcatore nella storia dei Blues.

L’ultima tappa prima del ritiro dello storico capitano inglese sarà al New York City FC prima di andare ad allenare il Derby County.
Dopo la brutta esperienza sulla panchina del Chelsea, Lampard è da qualche settimana l’allenatore dell’ Everton.

Last dance in Derby

Altro ex del Chelsea ora nello staff tecnico dell’ Everton è Ashley Cole. L’esterno inglese lascia il Chelsea nel 2014 per affrontare quella che si rivelerà essere una deludente esperienza con la maglia della Roma. Nel 2016 Cole vola in America e gioca con i Los Angeles Galaxy.
Prima di ritirarsi, il vecchio amico Lampard gli chiede una mano al Derby County e Ashley Cole si mette a disposizione per l’ultima danza della sua carriera da calciatore professionista.

Metà Niño, metà torero

Arrivato a Londra con tante aspettative, Fernando Torres non fu in grado di replicare le incredibili giocate con la maglia del Liverpool.
Nonostante questo El Niño contribuì con un gol alla vittoria nella finale di Europa League contro il Benfica prima di lasciare il Chelsea nell’estate del 2014 per andare al Milan.

Prima del ritiro Torres ha giocato per qualche stagione nell’Atletico Madrid, la sua squadra del cuore, e ora allena il Juvenil A, l’Under-19 dei Colchoneros.

Hazard o Marin?

Non tutti i calciatori di quel Chelsea hanno appeso gli scarpini al chiodo.
Dopo aver segnato 110 gol in 353 partite con il Chelsea, Eden Hazard si trasferirà al Real Madrid. I vari infortuni hanno però reso l’avventura spagnola del belga un vero e proprio incubo fino a questo momento.

Altro giocatore ancora in attività, seppur lontano dai radar del calcio europeo, è Oscar.
Il brasiliano si presentò sul palcoscenico della Champions League con due gol contro la Juventus nel 2012.
Oscar diventa un perno del centrocampo di Mourinho ma l’arrivo di Conte nel 2016 lo mette ai margini del progetto e lo porta a trasferirsi in Cina allo Shangai Port con il quale ha giocato quasi 150 partite e vinto un campionato cinese.

Meteora di quel Chelsea fu Marko Marin. Arrivato dal Werder Brema con l’etichetta di “Messi Tedesco”, Marin deluse in Inghilterra e girò il Vecchio Continente in lungo e in largo come prestito.
Dopo un esperienza in Arabia Saudita, Marin gioca adesso a Budapest con il Ferencvaros.

Una colonna basca al Chelsea

Non tutti i calciatori di allora hanno lasciato il Chelsea. Chi è rimasto è Cesar Azpilicueta, che nel frattempo è diventato una colonna dei Blues giocando da jolly nella retroguardia.
Con la maglia del Chelsea Azpilicueta ha vinto di tutto e negli ultimi tre anni è stato il capitano della squadra della quale è diventato una colonna portante.

Adesso, con il contratto in scadenza questa estate, Cesar è in cerca della sua prossima avventura.

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Calcio Internazionale

Il presidente del Lille rivela: “Un big può tornare da noi!”

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Hazard può tornare al Lille

L’avventura con la camiseta blanca di Eden Hazard stenta a decollare. Il classe 1991 è stato il colpo ad effetto dell’estate 2019 del Real Madrid, che intendeva far dimenticare la cessione di Ronaldo, avvenuta 12 mesi prima. Ma, di fatto, l’unica cosa in cui il belga ha sostituito il portoghese è il nome soprastante la maglia numero 7.

Complici gli infortuni, una forma fisica non sempre ottimale e l’esplosione dei due millenials brasiliani, Vinicius Jr e Rodrygo, Hazard è sempre più ai margini del progetto galáctico. Questi fattori lo hanno iscritto nella lista dei possibili partenti dalla Casa Blanca già a gennaio. La cifra richiesta è pari a 40 milioni; tuttavia, si può aprire anche al prestito.

In quest’ultimo senso, la suggestione dell’ultima ora porterebbe Hazard di nuovo dove tutto è incominciato. Al Lille del presidente Olivier Letang.

È AS a dare forma a tale ipotesi. Ipotesi suggestiva, il cui impulso deriva dall’intervista del presidente del club francese all’Equipe du Soir:

Un ritorno di Hazard al Lille? Non è impossibile vederlo qui”, ha affermato Letang. “Può sembrare impossibile, ma non lo è. Ovviamente Hazard è un giocatore incredibile, con grandi qualità. In questo momento, è un giocatore del Real Madrid, ma in futuro le cose potrebbero cambiare“.

Affinché il trasferimento vada in porto, è necessario che i blancos abbassino le richieste. I 40 milioni di euro rappresentano una pretesa economica troppo elevata per le casse del club francese, pronto a perseguire anche la strada del prestito. A patto che Florentino Pérez sia disposto ad accettare di accollarsi grande parte di un lauto stipendio, di cui vorrebbe liberarsi.

Immagine in evidenza presa da Wikimedia Commons con diritti Google Creative Commons

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Calcio Internazionale

Bayern Monaco, un ex portiere fa successo all’estero

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Bayern Monaco

Tutto inizia con la maglia del Bayern Monaco. Lukas Raeder, portiere tedesco classe 1993, viene aggregato alla squadra della Baviera a soli 19 anni. Per lui si prospetta un futuro da campione in Germania. Sulle orme di tanti altri illustri predecessori.

Tuttavia, la carriera di Raeder come portiere del Bayern Monaco, in realtà, non spicca mai. Un po’ per demeriti suoi. Un po’ perchè, nel 2012, quando Lukas Raeder approda ai bavaresi, in porta c’è già Manuel Neuer. Due anni alle spalle dell’attuale portiere del Bayern Monaco sono stati duri da sostenere, per un giovanissimo prospetto che vuole dimostrare il suo valore. E così, nell’estate del 2014, Raeder va via a parametro zero dal Bayern Monaco e dalla Germania. Destinazione Portogallo.

Il Vitória Setúbal è la sua seconda squadra, ma anche con i portoghesi il minutaggio scarseggia. Totalizza solo 27 gare in tre stagioni. Per cui il percorso di Raeder è costretto a proseguire in Inghilterra con la maglia del Bradford City, prima di fare rientro in patria, nelle serie minori: ad attenderlo si presentano in ordine di tempo il Rot-Wein Essen e il Lubecca.

Ora il suo presente si chiama Lokomotiv Plovdiv, squadra appartenente al massimo campionato bulgaro. A 27 anni, Raeder ha ancora voglia di mettersi in mostra e di sognare le competizioni europee. Il terzo posto in campionato, infatti, garantisce la possibilità di arrivare in Conference League. Tuttavia, al di là delle soddisfazioni che può regalare il rettangolo verde, è al di fuori del campo che Raeder ottiene il successo maggiore.

Unico calciatore tedesco in Bulgaria e con la fama di calciatore che ha annusato grandi palcoscenici, il tedesco è diventato una vera e propria star. Come, del resto, lo dimostra questa dichiarazione.

Come portiere tedesco, sono molto concentrato sulla Bulgaria. I portieri tedeschi hanno una reputazione particolarmente buona qui ed è per questo che ricevo molta attenzione. Mi parlano spesso in tedesco gli avversari o anche i tassisti. Il Bayern è totalmente presente qui e spesso me lo chiedono. Abbiamo uno o due tifosi del Bayern nella squadra e anche nella dirigenza.Tutti qui conoscono ‘Mia san mia“.

Immagine in evidenza presa da pixabay con diritti Google Creative Commons

 

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