Nel giardino dei grandi talenti calcistici sono tanti i giocatori non sbocciati e tanti quelli che hanno deluso le attese. Nella prolifica serra verdeoro in particolare, nella sezione rimpianti tra il talento di Pato e quello di Oscar capeggia quello di Robinho. Il fenomenale attaccante brasiliano, dopo un chiaroscuro di stagioni divise tra Madrid, Manchester e Milano, è finito nel tenebroso bosco delle glorie dimenticate in cui riecheggia costante la triste melodia dei “se” e dei “ma”. Quest’oggi ripercorreremo la sua storia partendo dagli inizi, passando per la gloria e il declino sino ad arrivare al triste presente.

IL RAGAZZINO CHE FECE COMMUOVERE PELE’

 Prendetelo come un consiglio o come un appello: se siete registi o aspiranti tali alla ricerca di un’idea per un nuovo film, l’incredibile storia di Robinho potrebbe fare al caso vostro. Nato a São Vicente, prima città fondata dai portoghesi nel Nuovo Mondo, il piccolo Robson è l’unico figlio di Marina Silva e Gilvan de Souza. Coccolato e viziato nei limiti del possibile, Robinho (chiamato così per la sua struttura esile) cresce tra le povere periferie di Parque Bitaru in cui il bivio della vita indica due strade: pallone o criminalità. La colonna sonora delle viuzze infatti era composta dalla triste melodia degli spari alternata alla celebre sinfonia del pallone rimbalzante e delle grida di piccoli calciatori. Robson, come tanti altri bimbi brasiliani, era naturalmente attratto dalla sfera a rombi, compagna di vita e di gioco, con cui trascorreva intere giornate dando vita a interminabili partitelle. Proprio in occasione di una di queste sfide tra ragazzi Robson venne notato dallo zio di un suo amico che, guarda caso, era un osservatore del Beira Mar, una delle centinaia di squadre di futsal del paese. A soli 6 anni quindi venne tesserato cominciando subito a dare spettacolo e ad attirare ingenti folle di curiosi e amanti del pallone. A 9 anni, corteggiato e ammirato dalle più importanti squadre di calcetto passò al Portogruarios, squadra con cui in un anno segnò la bellezza di 73 reti. Numeri alla mano, titoli di giornale e giocate spettacolari accesero il vivo interesse del Santos che decise di aggregare il ragazzino alla squadra di calcetto della società. L’incredibile velocità e la resistenza fisica di cui disponeva Robinho tuttavia spinsero il coordinatore delle giovanili, Adroaldo Ricardo, ad approcciarlo al calcio a 11. Il passaggio dal futsal al futbol fu rapido e indolore: le qualità tecniche affinate nei piccoli campi di calcetto abbinate ad una grande rapidità negli spazi aperti lo rendevano letteralmente “devastante”.

Robinho in azione con la maglia del Santos nella stagione 2002.                                                                                                    (Photo credit should read MAURICIO LIMA/AFP/Getty Images)

Ad uno dei tanti allenamenti del fenomenale Robinho assistette Pelè in persona che, ad un sentimento di indifferenza iniziale verso la squadra, sostituì un’euforia incontenibile ai primi tocchi di pallone del giovane ragazzino. Sguardo sorpreso e occhi sgranati, riempiti poi di lacrime, furono le inevitabili emozioni di un campione che aveva trovato il suo erede naturale. Robinho infatti, a detta sua, aveva la naturale predisposizione alla ginga, l’antica arte marziale verdeoro trasformata nella fenomenale arte dello spettacolo che negli ultimi anni era stata colpevolmente smarrita per un’esigenza di calcio europeista. Innamorato calcisticamente del giovane ragazzino, o’ Rei nominò Robinho suo principe successore diventando per lui educatore, consigliere e allenatore personale, riempendolo di consigli e curando personalmente il fisico del ragazzo.

 

Nell’ultimo anno delle giovanili del club vince il campionato Paulista under 17. L’anno successivo, nel 2002, diventa professionista, debutta in prima squadra e con 9 gol in 29 presenze trascina il Santos alla vittoria del campionato. Se il 2003 segna il suo esordio in nazionale, il 2004 è l’anno della consacrazione a livello personale: oltre alla conquista di un altro campionato e alle 32 reti segnate, infatti, riceve la Bola de Ouro assegnata al miglior giocatore del campionato. L’esplosione di questo talento cristallino genera una grande curiosità che spinge osservatori e emissari degli scintillanti club europei a diventare pendolari tra il Vila Belmiro e il vecchio continente. Il processo era sempre lo stesso per tutti i dirigenti: arrivavano, osservavano, rimanevano estasiati, prendevano il telefono e giuravano di aver trovato il vero erede di Pelè.

Robinho e Pelè, mano nella mano. I due sono come padre e figlio.

 

IL CHIAROSCURO DI ROBINHO TRA IL BLANCO E IL LIGHT BLUE

Tra luci rossonere, bianconere e blaugrana il giovane Robinho rimase estasiato e abbagliato dal bianco candore dei Galacticos tanto che decise di raggiungerli immediatamente. Tra lui e il suo sogno dichiarato tuttavia si pose una class action generale che prima pregò il giocatore di rimanere tramite cartelli e avvisi sparsi per la città poi, nella pazzia generale che attanagliava il calcio brasiliano, un piccolo gruppo di tifosi passò all’azione. Dopo alcune minacce perpetrate al giocatore infatti, questo piccolo commando di uomini decise di rapire la madre di Robinho imprigionandola per 42 giorni e liberandola dopo il pagamento di un riscatto. Questa esperienza invece di opprimere i suoi desideri contribuì a ravvivare l’intenzione del giocatore di fuggire da un ambiente in cui si sentiva re ma che al tempo stesso era diventato troppo limitato e opprimente. Nell’estate del 2005 quindi passò al Real Madrid per 30 milioni di euro dove arrivò tra abbaglianti flash carichi di speranza per un campione designato da tutti come la nuova stella mondiale del pallone.

Qui con il numero 10 sulle spalle, attestato di fiducia e riconoscimento non da poco, fece il suo debutto nel calcio europeo con il solito fare da predestinato. Arrivato in città il giorno precedente la sfida con il Cadice, partito dalla panchina, subentrò gli ultimi 25 minuti e al primo pallone toccato regalò un sombrero dopo una bicicletta fenomenale. Al Real Madrid era bello da vedere ma incostante: regalava sprazzi di grande calcio alternati a prestazioni deludenti e scandali fuori dal campo. Le ammalianti luci di Madrid e le intriganti discoteche madrilene infatti diventarono tentazione forte per il giovane brasiliano che, arrivato dal nulla, vide questi locali come il paradiso. I ritardi e le sbronze erano colmate dalle grandi giocate e perdonate dall’ambiente sino all’arrivo di Fabio Capello sulla panchina dei blancos. L’intransigente sergente di ferro friulano infatti cominciò a punire severamente il giocatore ma soprattutto a trattarlo alla stregua di tutti gli altri, rompendogli la bolla di protezione sotto cui si crogiolava in Brasile.

Robinho palla al piede con la camiseta Blanca del Real Madrid.

 

La partenza del tecnico italiano coincise con una parziale rinascita del 10 blanco: sotto la guida di Bernd Schuster ritornò protagonista e nell’annata 2007/08, con 11 reti realizzate, trascinò la sua squadra alla conquista della Liga. La buona stagione sembrava il preludio di un rilancio ma i piani del presidente Perez erano ben diversi: dopo una falsa promessa di adeguamento del contratto infatti, il brasiliano scoprì che la strategia del numero uno madrileno era quello di cederlo in Inghilterra al Manchester United. La trattativa non decollò e Robinho, deluso dalla totale mancanza di rispetto nei suoi confronti, diventò irremovibile: meritava, a parer suo, un ingaggio da top player e una squadra che lo considerasse la punta di diamante. Il suo destino sarebbe stato quindi sempre oltremanica ma non ai Red Devils né al Chelsea, bensì al Manchester City.

I Citizens in cui arrivò non erano la squadra dominante che siamo abituati a vedere oggi ma un gruppo di giocatori che era improvvisamente diventato di proprietà del celebre e ricchissimo sceicco. Il City offriva fiumi di denaro e amore incondizionato ma era indietro anni luce rispetto al Real Madrid, fattore che portò grandi rimpianti nel brasiliano. Il talento ex Santos partì, tuttavia, carico e motivato salvo poi arrestarsi bruscamente a causa di un livello di squadra infimo e di un’indolenza causata dalla mancanza di risultati. Si capì subito che l’Inghilterra non sarebbe mai diventata la patria di Robinho: la cultura, il clima e il rapporto con la stampa erano accomunati da un gelo complessivo che spegneva gli ardori del fantasista brasiliano. In ottica di un rilancio necessario, il talento di Sao Vicente decise di ritornare al Santos in prestito dove tra giocate e un entusiasmo ritrovato guidò la propria squadra ad uno storico doblete. Lo stipendio fuori portata e un cartellino costato 40 milioni, tuttavia, sottolineavano come la sua permanenza in Brasile fosse impossibile. Tornò quindi in Inghilterra ma solo di passaggio, pronto a ripartire in direzione Milano.

 

 

DA MILANO FINO A ISTANBUL: CERCANDO IL VERO ROBINHO

Dopo Manchester, infatti, questa la caccia al riscatto di Robinho toccò prima i freddi cementi di Milano poi ancora le spiagge di San Paolo fino ad arrivare in Cina e alle coste della Turchia. L’esperienza in rossonero coincise con un esperimento di rinascita in parte riuscito: alla prima stagione, infatti, il contributo del brasiliano era tangibile con i 14 gol in 34 partite che regalarono lo scudetto al Milan. Una serenità ritrovata e un affiatamento visibile con i nuovi compagni di squadra regalarono la speranza di assistere definitivamente alla consacrazione di un talento ancora inespresso. Illusioni. Dopo le prime due ottime stagioni infatti Robinho diventò un’inutile guarnizione di nicchia che segnava poco e sbagliava tanto, regalando di tanto in tanto qualche buona giocata.

Robinho esulta con la maglia del Milan. (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

 

Nella calda estate del 2014, raggiunti i 30 anni, la ricerca del riscatto continuò in Brasile e tenendo fede alla regola del “non c’è due senza tre” tornò al Santos nella speranza di ritrovare la serenità perduta. Questa volta, tuttavia, l’appagamento della Saudade non regalò l’effetto sperato, facendogli disputare una stagione anonima e sottotono. Nella tremenda prospettiva e consapevolezza di non riuscire a fare più la differenza, il richiamo dell’ammaliante denaro proveniente dall’Oriente piegò gli ultimi tratti di orgoglio di un Robinho che ormai, in un’ottica di un’inevitabile ritiro dai campi, pensava a come monetizzare gli ultimi bricioli della sua classe. La scelta di dire sì al plurimilionario contratto offertogli dal Guanghzou Evergrande di Felipe Scolari, in questo senso, raccontava di un giocatore ormai arresosi all’inevitabile destino di incompiuto. Dopo 7 partite e tre gol nella terra del Sol Levante, nella montagna russa di orgoglio e depressione su cui viaggiava Robinho arrivò la scelta caratteriale di firmare un biennale con l’Atletico Mineiro. Qui con la squadra carioca disputò una stagione di grande livello che sembrava essere il preludio di un’ultima testimonianza del suo talento: previsione non confermata in quanto la stagione successiva si dimostrò estremamente al di sotto delle sue aspettative.

Nel dicembre del 2017, ormai prossimo ai 34 anni, sembrava arrivato il momento per l’attaccante brasiliano di dire basta a fronte di un costante saliscendi di emozioni che, oltre ad averlo annientato moralmente lo aveva indebolito anche fisicamente. A sorpresa invece giunse la chiamata del Sivasspor, club turco che grazie al suo arrivo chiuse al settimo posto. Dopo una prima parte di stagione disputata sempre con il club biancorosso, arriva clamoroso nel gennaio 2019 il suo passaggio all’Istanbul Basakshehir, la squadra finanziata dall’Ak Parti del presidente Erdogan. Qui, grazie a 12 gol e 5 assist in 3 partite, ha trascinato gli arancioblù in un’accesa lotta per il titolo culminata con la resa, poche giornate fa, contro il Galatasaray.

Robinho posa con la maglia del Basaksehir.

Robinho è stato il classico esempio di talento incompiuto, di promessa non mantenuta schiacciata dai pesantissimi macigni delle aspettative che lo avevano eletto come visione quasi messianica del nuovo Pelè. Robson è stato uno dei tanti ragazzi che una volta imboccato il sentiero del professionismo è stato oppresso dalle allettanti deviazioni della fama e dei soldi. Robinho vince molto, ma dopo il Santos non lo fa mai da protagonista. Forti limiti caratteriali, l’esigenza di attenersi quasi ossessivamente al proprio stile e un’inguaribile distacco da regole e allenamenti hanno impedito ad uno splendido germoglio di sbocciare in tutta la sua magnificenza, lasciando l’amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere ma non è stato.

Vorremmo chiudere questa riflessione con un’iconica frase sul talento sprecato pronunciata da Robert De Niro nel celebre film, da lui interpretato e diretto, Bronx:

 

“La cosa più triste nella vita è il talento sprecato. Puoi avere tutto il talento del mondo, ma se non fai la cosa giusta, non succede niente. Invece, se ti comporti bene, dai retta a me, succedono grandi cose”.