La prima volta che ha toccato la palla sotto i miei occhi, mi è venuta la pelle d’oca. E quasi da piangere. Il suo dribbling è devastante, pari solo alla sua semplicità. Mi sono rivisto in lui“.

A pronunciare queste parole è niente di meno che Pelé. E quel lui in cui dichiara di rivedersi è Robinho. Letteralmente innamorato, O Rei gli fornisce la sua benedizione portandolo al Santos. Da lì poi l’esplosione: prima l’ascesa verso i vertici più alti del gioco del pallone, e successivamente un progressivo tracollo, materializzato da una carriera altalenante, che non ha reso giustizia a tutte le potenzialità che invece aveva cucito addosso.

Quel dribbling devastante infatti, ha dato il suo massimo sfoggio per la prima volta in Europa al Real Madrid. Arrivato il giorno prima dal Sud America e partito dalla panchina blancos, subentra in campo al posto di Gravesen e al primo pallone toccato è subito magia. Un sombrero sopra la testa del difensore, e il gioco in mezzo ai grandi del calcio europeo, come Beckham o Zidane. E quindi benvenuto Robinho! Quale miglior modo di presentarsi nel nuovo club? Un esordio che rende giustizia al pesante appellativo di successore della Perla Nera, e che fa ben sperare nel poter vedere un nuovo mago del pallone. Da qui infatti, sboccia la sua carriera. Il clamoroso passaggio al Manchester City, il ritorno in Brasile, la nuova esplosione al Milan, e infine la Cina e la Turchia. Una carriera tra alti e bassi, da batticuore: un andamento da elettrocardiogramma sullo sfondo di una vita spericolata.

Fonte: profilo IG @robinho

UN BRASILEIRO A MADRID

Nato il 25 gennaio 1984, 35 anni fa, Robson de Souza Santos inizia a giocare a calcio già all’età di 6 anni. E lo fa come si faceva e fa tuttora in Brasile: dove e quando capitava. São Vicente, un comune brasiliano di poco meno di quasi 350 mila abitanti, gli dà i natali. E come ogni bambino brasiliano che si rispetti, Robinho fin da piccolo mastica il gioco del pallone, fino a quando viene notato dal Beira-Mar, una scuola calcio che lo cresce fino all’età di 9 anni, quando cambia maglia e passa al Portuários.

Il suo talento e la sete del gol lo fanno poi approdare al Santos, la sua squadra, dove talvolta è ritornato a ricaricare le batterie, a respirare quella stessa aria che prima, all’età di 17 anni, lo ha introdotto nel calcio, quello importante. E se hai 17 anni, sei nato in un comune brasiliano e sei cresciuto a giocare per strada, e Pelé, il più grande calciatore del mondo, benedice il tuo futuro dicendo: “Tu sei il mio erede”; quale peso, quale responsabilità, quale aspettativa si può creare in te e in chi ti osserva? Robinho esordisce portandosi questa grande etichetta sulle spalle, ma comunque riesce a reggere benissimo il confronto con il campione brasiliano. Nell’anno del suo debutto segna infatti 10 gol, e questo sarà solo l’incipit di una carriera che lo ha portato tra le stelle del calcio. Presto anche la Nazionale lo chiama, e con il Brasile esordisce nel 2003 nella CONCACAF (a fianco di Kakà). In totale collezionerà 32 reti verde-oro, fino al 2017, ultimo anno con la maglia brasiliana, e stesso anno in cui raggiunse quota 100 presenze.

A 21 anni la sua carriera sta per esplodere. Arriva l’offerta del Real Madrid: 30 milioni e la maglia numero 10. Nel calcio europeo è quindi approdato il nuovo O Rei, con la maglia più importante, con il compito di trascinare la squadra di Luxemburgo. Per i blancos non è stata una stagione delle migliori quella del 2005/2006: tre allenatori in 9 mesi, l’ultimo Fabio Capello, il maestro della disciplina. Le cose inizialmente vanno bene: fino al 2008 al Real colleziona 137 presenze, 35 reti, 2 Liga e la Supercoppa di Spagna. Ma qui, forse per la prima volta, viene ridimensionata la sua personalità, e sceso tra i terrestri, inizia a subire le prime critiche: non sempre viene schierato come titolare, viene punito per i continui ritardi all’allenamento, e Florentino Perez inizia a pensare alla sua cessione.

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CITY, TOO DIFFERENT

Sarà il Manchester City ad aggiudicarsi Robinho. Anche se l’affare però, non fu immediato. In pole position c’era infatti il Chelsea: il trasferimento ai Blues sembrava talmente certo che persino sul sito ufficiale iniziarono a vendere le maglie. Forse per questo gesto troppo affrettato, il Real sterzò verso Manchester e alla fine furono i Citizens ad accogliere quello che allora era uno dei giocatori più forti in circolazione. Il repentino cambiamento della futura squadra di Premier, confuse Robinho stesso, tanto che nella conferenza stampa di presentazione destò ilarità con una gaffe (o battuta studiata):

Nell’ultimo giorno di mercato il Chelsea mi ha fatto una grande proposta e io ho accettato!

Sul trasferimento in Premier i media crogiolano. Escono continuamente retroscena sulla sua cessione, e alla fine anche Pelé arriva a criticare quello che era stato il suo giovane pupillo. Il Manchester allora era comunque inferiore al Real Madrid e qui Robinho aveva tutte le possibilità di ritrovare il protagonismo mancato in Spagna. Ma il City non sarà mai veramente la sua casa. Uno degli episodi da testa calda più famosi, è forse il litigio con il compagno Craig Bellamy, che gli imputava l’andamento altalenante e un atteggiamento un po’ troppo presuntuoso. Anche per questo non riuscì mai a integrarsi con i compagni: la cultura diversa, la città, i cieli grigi dell’Inghilterra, non rispecchiavano la sua indole, e iniziò a farsi sentire il bisogno di casa.

Dopo un anno e mezzo non troppo brillante, con 53 partite, 16 gol, e nessun trofeo, Robinho torna in Brasile, nel suo Santos.

GLI ANNI D’ORO DEL GRANDE MILAN

Magicamente, ma forse nemmeno troppo, Robinho si ricarica. Il prestito al Santos lo rigenera: torna a divertirsi, rientra nella sua forma, risale tra i grandi del calcio. E la prossima sponda che lo attende è il Milan. Il Milan di Pato, di Ronaldinho, di Ibrahimovic. I rossoneri lo prendono il 31 agosto del 2010, e così, tra il caldo e l’afa del Capoluogo lombardo, Robinho sta per diventare una stella di quel Milan. Qui il primo anno è da incorniciare: con Massimiliano Allegri alla guida segna 14 gol in 34 partite nella stagione 2010/2011, culminata con la vincita dello Scudetto.

Fonte: profilo IG @robinho

L’anno successivo c’è una data che lo afferma come protagonista di San Siro. Si tratta del 15 febbraio 2012, ottavo di andata di Champions League. Si gioca Milan-Arsenal e i gunners in quel caso sono stati Boateng, Robinho (doppietta) e Ibrahimovic, che gelano Szczęsny quattro volte. Di quella partita tuttavia, a rimanere negli annuari del calcio, è il Binho scatenato. Prima al 38′ e poi al 49′, entrambe le volte complice di un’intesa con Ibra, che nel primo tempo gli mette una palla in area a mezza altezza, e nella ripresa è di nuovo l’autore dell’assist della doppietta del brasiliano.

Le sue prestazioni però, non sono continue, e il suo talento sembra sfumare, ancora una volta. Sul campo, si scoprirà più tardi, si rispecchiava la vita non proprio “da atleta” che l’attaccante conduceva a Milano. Nelle altre due stagioni in rossonero è stato progressivamente surclassato e ancora una volta si palesa il bisogno di tornare a casa. Dopo 144 partite, 32 gol e 31 assist con il Milan, per la terza volta, approda in prestito al Santos.

CONTINUA RESURREZIONE 

Sorprendentemente arriva una buona offerta dalla Cina. 12 milioni a stagione, che pare non si possano rifiutare, e Robinho si ritrova tra i più pagati al mondo. Tuttavia si tratterà soltanto di una parentesi cinese e dopo 6 mesi è già divorzio. La madrepatria chiama e Binho torna in Brasile, stavolta all’Atletico Mineiro, dove si laurea capocannoniere. Dal 2016 al 2018 rimane in Sud America, per poi tornare in Europa, anche se in Turchia. La stagione al Sivasspor (2018/2019) si chiude con la settima posizione in campionato, ma qui Robinho ha l’occasione di rilanciarsi nuovamente, attirando l’interesse delle più grandi squadre turche. Dal 5 gennaio 2019 infatti, si trasferisce all’Istanbul Baseksehir, club contestato in quanto legato all’AKP, partito di Erdogan.

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Per il momento quindi, Robinho si trova in Turchia, alla ricerca di nuovi trofei e vittorie. Testimone di una sua nuova rinascita, adesso colui che doveva essere il nuovo Pelé si può guardare dietro per osservare la strada già percorsa. Partita con l’acceleratore, la sua carriera ha subito molteplici battute d’arresto, seguite da risurrezioni continue, in un ciclo che si sta ripetendo di anno in anno. Ogni prima stagione in un nuovo club è stata la sua migliore e questa predisposizione alla novità se da una parte ha rispolverato di volta in volta l’etichetta di “erede di Pelé”, dall’altra ha evidenziato e ingigantito la sua inconcludenza degli anni seguenti. Spesso è stato protagonista di gol facili sbagliati e di un comportamento al di sopra delle righe, anche fuori dal campo. Alla sua vita da calciatore infatti, hanno fatto sfondo vicende private non poco complesse.

DIETRO LE QUINTE

La vita privata di Robinho è stata senza dubbio piuttosto movimentata. Già nel 2004 sua madre, Marina Silva, è stata rapita il 6 novembre, mentre giravano voci del suo trasferimento a Madrid. La donna fu liberata poi il 12 dicembre successivo, in seguito al pagamento di un riscatto di circa 80 mila euro. Successivamente poi, quando giocava nel Manchester City, venne arrestato con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una giovane ragazza di Leeds. Dopo tre mesi fu prosciolto e andò in Brasile, un gesto che venne interpretato da molti anche come una vera e propria fuga, tanto che fu multato dal club inglese. La storia si è poi ripetuta. Il 23 novembre 2017 Robinho viene condannato a 9 anni di carcere per violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza albanese, avvenuta nel 2013, quando era in forza al Milan. Tuttavia, trovandosi in Brasile, che vieta l’estradizione dei propri cittadini, è riuscito ad evitare il carcere. Nonostante le accuse comunque, dal 2009 è sposato con Vivian Guglielmetti Junits, sua storica fidanzata, con la quale ha avuto tre figli e che lo ha sempre sostenuto.

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Il Rei do drible, come veniva soprannominato in Brasile, è ed è stato uno dei protagonisti più controversi del calcio moderno. Da grande fantasista, è stato autore di dribbling che portano la sua firma: il suo esteso repertorio di finte, il doppio passo, la grande agilità, sono le caratteristiche principali che lo contraddistinguono. Tuttavia, “la stella del calcio brasiliano” non è mai riuscita a fare quel passo di qualità che ci si aspetta da un grande campione. Se da una parte la sua tecnica lo ha reso un Diez di questo sport, dall’altra la sua incostanza e il suo carattere sovversivo gli hanno fatto pagare la sua incompiutezza.

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