Tempo di Oscar 2019 per il cinema. E noi non potevamo tirarci indietro dal creare una premiazione sul campionato di Serie A. Ci permettiamo, però, di apportare una piccola modifica. Non ce ne vogliano cinefili e amanti delle tradizioni. Non sovvertiremo premi e categorie, che abbiamo cercato di adattare al meglio, per quanto possibile, anche escludendone qualcuna. Ma abbiamo deciso di contestualizzare la notte degli Oscar in un lasso temporale ben più ampio. Considerando che un decennio si appresta a concludersi, ci siamo voltati indietro, abbiamo assecondato l’interminabile flusso dei ricordi, che abbiamo provato a ponderare e intersecare con il presente. Prendetela come volete. Come uno spunto per riflettere sul decennio appena giunto al capolinea. Come un’iniezione di autentica nostalgia o un modo per lasciarsi alle spalle un passato che, per un motivo o per un altro, si vuole dimenticare.

La sfida è lanciata: provate a leggere queste righe. Non sono poche, ma si sarebbero potuti scrivere libri interi, e quindi accontentatevi. E poi, provate a ricordare con noi. E criticate le nostre scelte, dissentite pure per quello che non vi sta bene, annoiatevi, se lo ritenete opportuno. Perchè è anche così che starete portando a termine il nostro obiettivo principale: fare un bilancio di quest’ultimo decennio, ricordare. E farlo insieme.

MIGLIOR FILM – JUVENTUS

Chi se non i bianconeri sul tetto tricolore, a legittimare gli otto scudetti consecutivi portati a casa dalla squadra torinese? Otto campionati e un doppio timone, quello della gestione Conte-Allegri. Il primo, l’ex-Siena, che nel 2011 decide coraggiosamente di prendere le redini di un club, la Vecchia signora, in preda alle sabbie mobili dei settimi posti e della mediocrità. Le individualità non sono ancora delle migliori, ma il gruppo vince e convince, e porta a casa qualsiasi risultato potesse essere auspicabile dalle parti di Vinovo, nella cornice del nuovo palcoscenico, l’allora Juventus Stadium. Un’ascesa continua, anche dopo, col passaggio di proprietà ereditato dalle sagge mani di Max Allegri, su cui il peso delle aspettative dopo l’opera d’arte compiuta dal tecnico salentino, grava meno di una piuma. Con tenacia e disinvoltura il livornese rifinisce il giocattolo perfetto, ne assembla gli ingranaggi e lo rende invincibile nel panorama rappresentato dallo Stivale. Manca solo il colpo europeo, assaporato a lungo e sfiorato in ben due occasioni: la prima, nel 2015, nella finale persa contro il Barcellona di Luis Enrique e la seconda, due anni dopo, nella disfatta di Cardiff contro gli altrettanto agguerriti Blancos di Zidane. Il tutto, sotto l’eccellente supervisione del mago Marotta, artefice di un autentico flusso di giocatori, un ricambio continuo e interminabile che premia sempre i bianconeri, anche in caso di scelte drastiche e passaggi obbligati. In otto anni sono passati, in quel di Vinovo, gente del calibro di Vidal, Pogba, Higuain, Bonucci, Barzagli, Pjanic, Morata, Tevez e tanto altro ancora. Per finire, come di consueto, con la ciliegina sulla torta, giunta a coronamento di un cammino pazzesco. La sorpresa, il regalo, il colpo di scena ( ma in fondo neanche troppo). Si dice che la vera forza sta nel cercare di trarre beneficio dai propri passi falsi. E allora, col senno di poi, dopo il gol in rovesciata del gigante col numero sette e la successiva standing ovation, che lo ha impreziosito e rapito nel vero senso della parola, se si potesse decidere come sbagliare vorremmo sbagliare tutti come l’armata torinese.

MIGLIOR REGISTA – MASSIMILIANO ALLEGRI

A contendere il titolo al tecnico toscano, il suo predecessore sul trono della Vecchia Signora, Antonio Conte. Che pure meriterebbe il titolo, anche solo per essere stato il pioniere della rinascita bianconera, fosse poco… Vince il livornese, per una ragione sostanziale, che risiede nel successo, l’ultimo, dietro la macchina da presa chiamata Milan. Correva l’anno 2011, quando si concludeva l’ultimo atto tricolore della squadra rossonera, da quel momento in poi niente di più che nostalgia di un glorioso passato. Prima dei cinque successi sulla panchina bianconera, conditi da due Coppe Italia  e altrettante Supercoppe italiane e tante, tante, tante soddisfazioni. Si dice che il successo enfatizzi il suo desiderio, lo alimenti come carboni sul fuoco, spalanchi le porte della aspettative. L’attenzione della Vecchia Signora si sposta, la videocamera cambia prospettiva come quella di chi è sazio di vincere  in Italia e cerca il bersaglio da cento punti. La queste juventina diventa la coppa dalle grandi orecchie. Max il trascinatore  conquista due finali, con due cammini uno più eroico dell’altro, vede la meta ma inciampa nei due ostacoli iberici, che fanno piccola anche qualcosa di immenso e apparentemente invincibile come l’armata del livornese, la strapazzano come un peluche e ne segnano il fallimento. La tessera che mancava in un puzzle tappezzato di successi. Il mattoncino che rende imperfetta la fortezza viene a mancare, ma l’appuntamento, con o senza Allegri, è solo rimandato. L’attesa aumenta il desiderio, l’importante è non aspettare troppo, altrimenti il rischio è quello di perdere di vista gli obiettivi. Il sergente toscano abdica dopo cinque anni di successi, soddisfazioni e un pizzico di inevitabili rimpianti per non aver portato a termine il capitolo più importante del fiorente manuale juventino.

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA – DIEGO MILITO

Il bomber argentino è un protagonista nato, una bestia da palcoscenico, uno che lo metti in una discarica e te la fa diventare un parco giochi. Era l’Inter della memorabile annata 2009-2010 e il Principe, come fu ribattezzato all’ombra della Madonnina, aveva appena compiuto la tanto attesa scalata destinata alla vetta della grande chiamata, che arrivò proprio dai nerazzurri e, in particolare, da un signore chiamato Josè Mourinho. Il portoghese divise il trono a metà, fece della concorrenza tra l’ex Genoa ed Eto’o autentica complementarietà. Limò i mattoncini e li rese intersecabili, imprescindibili l’uno dall’altro nella piramide chiamata Inter. Il risultato? 32 gol in 46 presenze, dati che, per quanto esorbitanti, sono tutt’altro che eloquenti per rendere abbastanza l’idea di quello che è stato Diego Milito per l’Inter. Tanto per cominciare, parliamo di sigilli uno più decisivo dell’altro. Quando il gioco si fa duro lui non si tira indietro mai, quando c’è da mettere una firma lui ce la mette e ce la mette sempre. E ce la mette ovunque. Ce la mette in campionato, quando la Roma è alle calcagna e devi vincere nell’ostico campo di Siena. Ce la mette in Coppa Italia, spazzando via la disgraziata Roma e portando a casa il secondo titolo dell’annata nerazzurra. Ce la mette, o meglio, ce ne mette due nella spaziale notte di Madrid del 22 Maggio del 2010, quel che basta a disintegrare il Bayern Monaco e regalare Triplete ai suoi. La compagnia è delle migliori e sicuramente lo aiuta. Perché la regia di Sneijder, il sacrificio di Eto’o, la solidità difensiva di Lucio e Samuel e l’esperienza di Zanetti sono molto di più che irrilevante contorno. Ma al timone della nave nerazzurra, di fianco alla volpe portoghese, quell’anno c’era spazio soltanto per Diego Milito, il Principe che scrisse l’ultimo, eroico atto del libro della Beneamata. Un protagonista uscito di scena troppo presto, complice la debacle dell’intero cast nerazzurro e l’età non più rosea. Ma un protagonista che, finchè c’è stato, rapisce i riflettori più di qualunque altro. Onore al merito. Onore a Milito.

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO – LE 10 VITTORIE CONSECUTIVE DELLA ROMA DI RUDI GARCIA

Livorno, Verona, Parma, Lazio, Sampdoria, Bologna, Inter, Napoli, Udinese e Chievo. E fanno dieci. Alzi la mano chi non ha creduto, anche per un singolo istante, che quella Roma di cinque anni fa (correva l’annata 2013/2014) potesse rompere il digiuno dalla vittoria del titolo, che va avanti ormai dal lontano 2001. Era stata un’estate particolare, destinata al naufragio, ma solo apparentemente. I giallorossi venivano da due stagioni disastrose, quelle della grande illusione con Luis Enrique, prima, e con Zeman l’anno dopo. Un settimo e un sesto posto, ai quali non si può fare a meno di aggiungere la finale di Coppa Italia persa con i cugini della Lazio in quel tragico 26 Maggio 2013, che aveva spalancato le porte della crisi e attirato i fantasmi in orbita Trigoria. Cala il sipario, ma dietro le quinte qualcosa si muove. Il cammino dei capitolini si interseca con quello di un francese, Rudi Garcia, che tanto bene aveva fatto nel Lille di Hazard qualche anno prima. Una piazza bollente, un palcoscenico pesante, dove o ti crocifiggono o ti alzano in trionfo. La nebbia di scetticismo, inevitabilmente calata per la mancanza di un nome importante sull’instabile panchina giallorossa, viene subito scacciata dallo stesso mister transalpino, che la comparsa non la vuole fare e si veste da Messia. Riaccende l’entusiasmo e, dopo dieci giornate, lo eleva alla massima potenza, conquistando il record delle dieci vittorie consecutive. Una Roma rinata e condannata al tempo stesso, con quei cinque pareggi consecutivi che si misero tra i giallorossi e il tricolore. Davanti, un avversario invincibile, la Juve di Conte e dei 102 punti in campionato. Ma quella Roma è ancora leggenda, principio di una rinascita e termine di paragone col presente quando si parla di cambio di rotta. E buona parte del merito va conferita al mago francese, il cui prosieguo sulla panchina giallorossa non fu altrettanto fortunato. Ma l’incipit, quello è stato clamoroso.

MIGLIOR SCENEGGIATURA – BEPPE MAROTTA

Lo dicevamo all’inizio. E’stata la Juve di Conte, poi quella di Allegri. Ma anche, se non soprattutto, la Juve di Beppe Marotta, vero e proprio filo conduttore nella decennale doppia gestione. Trattative da capogiro, ma non solo. La bravura di Marotta in questi 8 anni è stata, infatti, anche quella di piazzare grandi colpi in ottica futura e arricchire le rose di gregari preziosi e, nella maggior parte dei casi, italiani. Quest’ultimi riguardano i vari Giaccherini, Padoin, Sturaro, spesso presi per talismani dai tifosi bianconeri, ma soprattutto elementi fondamentali per gli allenatori, sicuri di poter sempre contare su di loro. La strategia vincente utilizzata dalla Juve in queste stagioni ha, tra le basi, la progettualità. Guardare al futuro con largo anticipo e non farsi trovare impreparati. Marotta lo ha capito subito ed è così che si è preso, per pochi spiccioli o comunque molto meno rispetto all’attuale valutazione, gente di valore come Rugani, Alex Sandro, Caldara, Pjaca e Bentancur. Capacità, opportunità e funzionalità. L’identikit perfetto per entrare nel regno di Marotta. A partire da Andrea Pirlo, Beppe Marotta ha coltivato una grande specialità in questi anni: quella dei parametro zero. Emre Can (costato comunque 16 milioni di commissioni) è solo l’ultimo di una lista inaugurata dall’ex rossonero. Nel 2012-13, invece, toccò a Paul Pogba arrivare gratis da Manchester, sponda United. Il francese, a cui quell’anno si unirono dall’Udinese Asamoah ed Isla, rappresenta anche il fiore all’occhiello in tema di cessioni di Marotta: fu rivenduto, infatti, quattro anni dopo agli stessi Red Devils per 100 milioni. Oltre al centrocampista, l’ad piazzò successivamente a costo zero altri grandi colpi, come Kingsley Coman, Neto, Sami Khedira e Dani Alves, tutti decisivi nella conquista di Scudetti e coppe, oltre al raggiungimento della finale. Per non dimenticare Carlitos Tevez, uno dei migliori colpi dell’era Marotta, che lasciò Manchester per appena 9 milioni. L’Apache si prese la 10 di Del Piero e ripagò alla grande l’investimento, chiudendo il suo biennio con 39 centri in Serie A.  Con il reparto d’attacco l’ad bianconero ha sempre avuto un ottimo feeling: l’anno dopo, infatti, ebbe grande intuito con Alvaro Morata, poi lasciato rientrare a Madrid per “un’amara” clausola di recompra. Nel 2015 l’ex direttore generale della Samp raddoppiò la posta in gioco: 40 milioni per il talento del Palermo Dybala e la metà per Mandzukic, reduce da un’esperienza non esaltante all’Atletico Madrid dopo aver vinto la Champions con il Bayern Monaco. L’ingegnere più scaltro e intuitivo di una macchina perfetta, nonché mera fucina di talenti che ne hanno fatto le fortune dal 2012 ad oggi. La rinascita firmata Vecchia Signora risiede tutta nelle grandi mani e nella lungimirante mente di Beppe Marotta. Leader silenzioso, amante delle quinte, col debole per le sceneggiatura. Fossero tutti così…

PREMIO ALLA CARRIERA – FRANCESCO TOTTI

Il figliol prodigo della Lupa che si congeda da quella dimora chiamata Roma deve aver fatto stringere il cuore a molti. Era il 2017 e sembra già passato un secolo. Forse perché non eravamo abituati all’idea, o forse perché di abituarci non ne abbiamo voglia. Eppure tocca ammetterlo, siamo orfani. Perché quell’addio nel commovente scenario dell’Olimpico, oltre che rappresentare una cartolina indelebile nell’album della storia del pallone, è stata autentico spartiacque tra due ere calcistiche, perché ultimo atto di uno sport che per molti non esiste più, e di cui oggi conserviamo soltanto fievoli reminiscenze, e di cui siamo tutti un po’ nostalgici, anche chi l’ha vissuto per poco tempo. La bandiera di Totti smette di sventolare, si innalza a mezz’asta in segno di cordoglio, cordoglio verso tutto il popolo del pallone che dall’indomani sarà un po’ meno completo. I ricordi sono lame sulle teneri pelli dei malati di calcio, ma non si può fare a meno di farne riferimento, quantomeno per omaggiare quella che è stata una leggenda senza tempo. Quando si parla di Francesco Totti viene spontaneo e quasi inevitabile ripensare alla scelta, quella di vita. Quella scelta che se ci ripensi ti chiedi “chissà come sarebbe stato se invece…”ma poi ti basta assaporare per un attimo l’amore che hai seminato in ventitré anni di Roma per convincerti di aver fatto la cosa giusta. Con qualche sacrificio, per carità, e anche più di qualcuno. Perché in omaggio, oltre all’amore della sua gente e del suo popolo, quella scelta ha dato a Totti una bacheca semivuota e forse qualche rimpianto. Ma quella pioggia di lacrime è stata pura legittimazione di un percorso da brividi, culminato da un trionfo di commozione che per lui vuol dire tanto, e forse anche molto di più di quello che avrebbe significato qualche trofeo in più nel Palmares individuale. Perché i settantamila dell’Olimpico, senza particolari giri di parole, ci tennero a fargli sapere che aveva vinto comunque lui, a dispetto di tutto. A dispetto di quello che sarebbe potuto essere. A loro, a lui, bastava quello che era stato. E fosse poco…

MIGLIOR FILM STRANIERO – UNA FAVOLA CHIAMATA LEICESTER

La favola Leicester, che vinse il titolo d’Inghilterra nel 2016, fece sognare anche in Italia. Alla guida della società vi era già il patron thailandese, Vichai Srivaddhanaprabha . Ma il merito dell’eco nel nostro Paese fu soprattutto di Claudio Ranieri. Allenatore delle terribili Foxes, collante fra il Regno Unito e lo Stivale, il tecnico romano riuscì a tenere attaccati alla tv migliaia di appassionati di calcio in tutto il mondo. Il Leicester fu un miracolo che ai tifosi di casa nostra ricordò le gesta del Verona di Osvaldo Bagnoli, scudettato nel 1985, o della Sampdoria, guidata da Vujadin Boskov, che si impose a sorpresa in Serie A nel 1991. Vardy come Vialli, Mahrez come Mancini, furono autori di una stagione straordinaria. Gol, magie, storie speciali e soprattutto il primo titolo in Premier furono gli ingredienti di un’annata eccezionale per le Volpi delle East Midlands. Non solo Ranieri, Vardy, Mahrez e tutti gli altri protagonisti sul campo. Nell’epico trionfo del Leicester una firma importante fu proprio quella del presidente thailandese, Vichai Srivaddhanaprabha. Kasper Schmeichel, portiere figlio di Petr, leggenda dello United, il capitano giamaicano Wes Morgan, i centrocampisti dighe Danny Drinkwater e N’Golo Kanté, il fantasista algerino Riyad Mahrez e il bomber Jamie Vardy. Sono tanti i protagonisti di una squadra indimenticabile che conquista tifosi anche fuori dai confini britannici. Il Leicester è il Davide contro i tanti Golia del calcio inglese. Una cavalcata che fa innamorare un po’ tutti gli amanti del calcio. E’ il trionfo di Srivaddhanaprabha, è il massimo bagliore della “luce di gloria progressiva”.

MIGLIOR FOTOGRAFIA – L’ADDIO AL CALCIO DI ALESSANDRO DEL PIERO

E’ un giorno incredibilmente bello. Abbiamo vinto. Non posso che essere fiero e orgoglioso

– così Alessandro Del Piero nel dopopartita, prima di aggiungere -.

E’ chiaro che però c’è un velo tristezza in me. Ci tengo a ringraziare i tifosi, quello che ho visto va oltre ogni cosa.

Così saluta un capitano, dopo 19 anni di onorata militanza con la maglia della Juventus addosso. Regalando ai suoi tifosi l’ennesimo trofeo di una carriera indimenticabile, scandita da vittorie in serie, record personali, forche caudine di una Serie B decisa a tavolino e subita senza abbandonare la nave, e adesso di nuovo il trionfo. Con parole misurate, sempre in bilico tra profonda saggezza e superficiale banalità. Mai una dichiarazione fuori posto, mai un guizzo di fantasia: questi, Del Piero, se li è sempre riservati per il campo. Come ad un operaio che ha passato la vita a lavorare per la gloria, ed il denaro, della casata. Tanti saluti e mille grazie. Si dice che nel mondo del calcio non ci sia spazio per la riconoscenza. Non la pensarono così i quaranta mila dello JS che, dopo l’ultima prodezza compiuta dal numero dieci, si esibirono in una memorabile standing ovation per omaggiare il compimento di un campione, la chiusura di un cerchio. E forse anche di un ciclo. Noi, per quel che possiamo, a sette anni dal suo addio al suo grande amore, la Juventus, e al nostro campionato, lo vogliamo ricordare così. Con questo video, che lo riprende in un commovente giro di campo mentre saluta e ringrazia tutto lo stadio.

(Fonte immagine di copertina: Profilo Twitter ufficiale di Diego Milito)